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Lucrezia - Estratto da "Il Signore delle Maschere"

di Pierluca Zizzi 25 giorni fa


Lucrezia - Estratto da "Il Signore delle Maschere"

Leggi in anteprima il primo capitolo del libri di Pierluca Zizzi e leggi un nuovo capitolo della saga di Immortalis

La contessa Lucrezia Arden giaceva nel suo letto di morte. Era malata oramai da molti mesi, stanca di vedersi sempre più magra, di sentirsi sempre più debole e incapace di camminare per più di qualche passo, accarezzava la presenza della morte come una dolce cura.

Attorno al suo giaciglio poteva distinguere alcuni volti: quello di uno dei suoi figli, Alexander, il maggiore, la sua servitù composta da paggi, coppieri, cameriere e infermiere e naturalmente il suo caro marito Loren Arden, un principe ancora innamorato della cinquantenne Lucrezia.

Naturalmente c’era anche Clary, la fedele infermiera personale e suo occhio sul mondo.

La ragazza si avvicinò al letto e provò a farle bere l’intruglio che il medico le aveva ordinato, una bevanda di erbe e metalli, misti a polvere di animali rari, che avrebbe sicuramente permesso una veloce guarigione, almeno così aveva promesso il dottore.

Allontanando la tazza fumante la padrona di casa disse debolmente: “Non voglio quella schifezza. Clary dalla alle galline, ti prego”. L’infermiera si accigliò e insistette ma la signora la guardò come si fa con chi deve obbedire e aggiunse: “Clary, io sto morendo, lo sappiamo tutti. Almeno me ne andrò senza quel gusto di polvere amara in bocca”.

“Madre”, esordì preoccupato il figlio Alexander. “Non voglio sentirvi dire queste cose. Non dovete dirle. Vedete...”, ma il discorso fu interrotto da un improvviso lamento della donna.

Lei si mise sul fianco e iniziò a gemere sempre più sommessamente.

Lucrezia era una donna temuta, rispettata e amata solo da pochi, ma anche i presenti, che non apprezzavano la sua sete di potere e la sregolatezza della sua vita, si mossero a pietà.

Videro la loro signora addormentarsi e, pochi minuti dopo, non si mosse più.

Tutto il suo potere, la vanità, la bellezza del passato e la sofferenza del presente svanirono nei potenti flutti del fiume della morte.

Lucrezia vide il proprio corpo in basso, poi tutto divenne nebbioso e lento e lei volò a incredibile velocità verso paesaggi sconosciuti.

La donna cadde nell’oblio e nel nero baratro del vuoto temporale, senza pensieri né sogni, solo con la sensazione di esistere ancora.

Un lungo silenzio del tempo avvolse la sua essenza.

Poi si svegliò.

Sollevando il capo provò a osservare e a esplorare il sogno. Era un sogno bello e vivido come non ne faceva da mesi, forse da anni.

Sotto di lei, un sottile tessuto rosa cupo, molto lungo e stretto, la separava dalla nuda roccia sulla quale dormiva o credeva di sognare.

Il grosso masso era in una piccola rientranza di una parete rocciosa. Tutte le superfici erano ricoperte da simboli a lei sconosciuti e leggermente luminosi. Le centinaia di glifi belli e complessi la convinsero che stava sognando.

Dopo poco si sollevò e debolmente vide meglio la realtà che la circondava.

La parete rocciosa dava su una valle ampia, solcata da colline verdissime, sormontate da boschi.

La piccola rientranza comunicava con altre simili a essa.

Un brivido la colpì improvvisamente e si rese conto di essere completamente nuda, così si avvolse nel telo rosa cupo. Per fortuna il tessuto era caldo, nonostante fosse sottile come seta.

Vestita del semplice velo si incamminò barcollando verso il bordo del precipizio, si fermò in tempo per non cadere oltre il ciglio: un salto spaventoso la separava dalle colline e dai boschi. Sebbene tutto ciò fosse un sogno, sarebbe stato imperdonabile interromperne la straordinaria bellezza e originalità proprio adesso.

Decise di camminare di grotta in grotta, di sporgenza in sporgenza, fino a cercare un modo per mettersi al sicuro.

Buffamente si rese conto di avere fame, molta fame. Lei che sul letto di morte non voleva bere né mangiare nulla che la allontanasse dall’inevitabile fine, pensò che in quello strano sogno anche le sensazioni del corpo erano vivide. Se ne chiese il motivo e se stesse ancora agonizzando nel suo letto.

In ogni anfratto c’erano glifi luminosi dal significato occulto, vicino a essi vide rocce piatte simili a quella che le aveva fatto da giaciglio. Dopo aver passato una ventina di quei luoghi, si ritrovò a salire e alla fine guadagnò la sommità della valle.

Il panorama le mozzò il fiato. Ai lati della valle si vedevano montagne altissime, in mezzo alle quali serpeggiavano pareti rocciose e, sotto di esse, colli, boschi e una strada larga che, scansando i piccoli rilievi e gli alberi, si perdeva in entrambe le direzioni.

Osservando meglio uno dei due sensi di marcia, vide che in estrema lontananza si percepiva un chiarore e da lì sembrava provenire un calore avvolgente.

Mai la contessa Lucrezia aveva provato tali sensazioni.

Era stata una donna di classe, seduttrice intelligente e ambita arrivista, ma non certo una sensitiva. Concluse però che, nel sogno, tutto era permesso e quindi decise di indagare il mistero fino in fondo o fino al risveglio.

Camminando a piedi nudi lungo il bordo erboso del precipizio, vide un ripidissimo sentiero che scendeva nella valle.

Percorrendolo, rischiò di cadere e si procurò piccoli tagli ai piedi. Mai nella realtà avrebbe pensato di abbassarsi a tanto, ma qui si divertiva. Camminare sui sassi e provare piccoli dolori era pur sempre meglio che agonizzare, circondata da gente che piange.

Arrivata in basso, iniziò a zoppicare leggermente. Solo l’erba dei prati sulle colline riuscì a lenire un po’ i dolori. Lì la strada sembrava battuta da carri, cavalli e altre impronte a lei sconosciute.

Appena i suoi piedi toccarono la polvere della via, capì che il sogno la portava verso il fondo valle, nella direzione del tepore e di quella che sembrava essere la sua meta.

La passeggiata fu tranquilla e rilassata, i piedi non le facevano più male e, guardandosene le piante, notò che i tagli erano scomparsi. Tristemente dedusse che era proprio un sogno, il migliore della sua esistenza e forse l’ultimo.

Molti degli alberi che incrociò erano carichi di frutti, altri di noci e ghiande, alcune di quelle delizie le erano note, ma la maggioranza le era sconosciuta.

La fame si fece sentire ancora e con difficoltà riuscì a raccogliere alcune mele e manghi da tre diversi alberi. Pensò che se la sua servitù l’avesse vista, sarebbe scoppiato uno scandalo degno delle trame sessuali e politiche di cui normalmente era protagonista.

Ridendo del pensiero continuò a camminare.

Stranamente non era stanca, eppure da molto era in movimento e attiva, sebbene quello che vedeva fosse solo una sua strana fantasia.

Dopo qualche tempo vide da lontano un insieme di colline boscose con al centro quella che sembrava una depressione, che si rivelò essere un piccolo lago.

Il paesaggio sembrava quello delle fiabe che le raccontavano da bambina, oramai troppi anni fa.

Molti animali selvatici si abbeveravano al lago, tra essi strani piccoli cervi e uccelli dal collo lungo e dai colori accesi.

Un piccolo rivo fendeva la roccia e si tuffava nelle acque immobili del lago. Lucrezia si avvicinò al ruscelletto e tese le

mani per bere. L’acqua era fresca e per lei fu rigenerante; le stava anche tornando la fame.

Voltandosi vide la sua immagine riflessa. Lo stupore fu tanto quando dovette constatare una differenza notevole tra la figura che ultimamente vedeva negli specchi d’argento della sua reggia e quella che potè osservare sulla superficie del lago.

La nuova Lucrezia era più giovane di almeno trent’anni ed emanava un’aura indefinibile di fascino.

La ragazza che la osservava dall’acqua era l’immagine di colei che avrebbe voluto essere nei giorni precedenti, bella, giovane, snella, seducente e serena come non era più da tanti anni.

Capelli tra il castano e il ramato incorniciavano un viso furbo, intelligente e dalla forma regolare, con un nasino leggermente all’insù, bocca piccola e occhi chiari, grigio ghiaccio.

Tra le pieghe del velo potè intravedere un seno pieno ma non troppo grande e volgare.

Un rumore la distolse dal pettinarsi i capelli con le dita; un piccolo carretto trainato da una strana creatura si avvicinava al lago. Su di esso un uomo dai capelli bianchi stringeva le redini dell’animale.

Lucrezia non aveva mai visto un carro a quattro ruote tirato da una sorta di grosso cervo dalle corna sottili e molto ramificate, una specie di ordinato cespuglio. Sul carro c’erano molti ortaggi e vari attrezzi da contadino che traballavano allegramente.

Il vecchio si avvicinò alla bella ragazza e la salutò in una lingua sconosciuta. Il suo atteggiamento era rispettoso, ma non sottomesso, e il suo sguardo riuscì con grande difficoltà a non soffermarsi sulle parti intime del bel corpo di lei. Il velo che indossava nascondeva ben poco e forse ne esaltava le curve.

Lucrezia provò a chiedere informazioni in molte lingue, ma il contadino non capì nulla e provò a parlarle ancora. La giovane donna percepì un vago senso di reminiscenza, come se quelle parole le avesse già udite in altri sogni.

L’uomo indicò la valle e, tra le parole del suo discorso, ne disse una che lei aveva sentito solo nelle leggende: “Agarthi”.

La donna venne investita da un’ondata di emozioni fortissime, si accasciò sull’erba e iniziò a respirare con difficoltà. Poi i battiti accelerarono all’impazzata e un calore fisico ed emotivo la schiacciarono come se pesassero realmente sul suo torace.

Una gioia profonda sostituì il malessere e Lucrezia si mise a ridere istericamente. Non si sentiva così bene da decenni, forse non era mai stata meglio di allora. Ciò che provava poteva essere tranquillamente definita estasi.

Il contadino continuava a parlare e sembrava aver capito cosa stava accadendo. La parola Agarthi venne ripetuta nonostante la ragazza sembrasse non ascoltarla.

Dopo un breve tempo fatto di descrizioni che lei non capiva, l’uomo la spinse sul carro con imbarazzo, provando a non toccare certe parti del corpo.

Lucrezia sembrava aver intuito il senso del discorso dell’anziano. La voleva portare ad Agarthi.

Lei, continuando a stare bene, si rese conto che la sensazione di pura consapevolezza e gioia le permetteva, chissà come, di capire qualche parola e di sapere che il suo viaggio e quel sogno avrebbero trovato un senso solo in quel luogo.

Per lei, il viaggio sul carro ebbe una durata indefinita. Era come entrare in un tunnel di colori e suoni fortissimi e meravigliosi. Anche il semplice formaggio e le verdure che Adrian le offrì, questo era il nome del contadino, le parvero buonissimi.

I colli erano interrotti da piccoli villaggi o da grandi casali e ville isolate, boschi e campi si alternavano tra le altissime pareti rocciose della valle, che diventava sempre più ampia e piatta. Una sorta di cortina di colline fiorite chiudeva la valle e la strada iniziò a salire placidamente fino a guadagnare la sommità di quei declivi.

Oltre la cima dei colli si rivelò un panorama incredibile che superava ogni possibile immaginazione e Lucrezia ebbe per la prima volta la sensazione che quello non fosse un sogno ma la realtà.

Forse davanti a lei c’era il paradiso che i mistici del suo mondo promettevano a chi conduceva una vita retta e giusta e, visto quello che aveva fatto per tutta la sua esistenza, evidentemente non poteva essere il suo caso.

Il Signore delle Maschere

Saga di Immortalis

Pierluca Zizzi

La saga di Immortalis racconta vicende che hanno radici nel passato millenario della razza agartana. Gli immortali sono conosciuti nell’Universo come tiranni e come eroi, alcune razze li venerano come dèi. Nelle pagine del...

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Pierluca Zizzi

Pierluca Zizzi è nato nel 1970 a Torino dove vive e lavora. Si laurea in architettura ed esercita la professione per qualche anno per poi inseguire le sue passioni, le ricerche in campo spirituale ed esoterico. Diventa autore di giochi da tavolo e gli vengono pubblicati in molte nazioni...
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