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Lingua e alfabeto originari nell'antichità - Estratto da "Archetipi"

di Mario Pincherle 1 anno fa


Lingua e alfabeto originari nell'antichità - Estratto da "Archetipi"

Leggi un estratto tratto dal libro di Mario Pincherle e scopri cosa sono gli Archetipi e perché sono gli strumenti con i quali è stato creato l'universo

Sono passati 35 anni da quel giorno in cui un mio amico, un industriale di Bologna, che adesso è trapassato e si chiamava Bruno Malaguti, mi disse: «Mario, voglio vedere fino a che punto l’uomo può diventare ridicolmente schiavo di una macchina: stai a vedere quello che farò». Difatti poco tempo dopo, alla Fiera di Milano, il pubblico vide una stranissima macchina, molto pretenziosa, piena di colori appariscenti, luci psichedeliche; in realtà dentro c’era solamente una pinza di gomma che acchiappava un dito. C’era un cartello che diceva testualmente: «Infilate l’indice della vostra mano nel foro: verrà immediatamente imprigionato senza possibilità di liberazione. Tuttavia tenete pronta, nell’altra mano, una moneta da 100 lire; per liberarvi introducetela nella feritoia». Pare incredibile, questa macchina ridicola, tutta forma e niente funzione, ebbe un successo enorme e tutti volevano provare a essere acchiappati, e tutti mettevano la moneta da 100 lire.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Archetipi

Le chiavi dell'universo

Mario Pincherle

(9)

Archetipi: ne aveva già parlato Socrate a Platone definendoli “i mattoni del pensiero”, oltre lo spazio e il tempo, immagini eterne e viventi. Ma altri saggi dell’antichità come Abramo, Akhenaton o Pitagora se ne occuparono nel corso della...

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Questo fatto mi fece pensare: «Certamente, all’uomo manca una rotellina; l’uomo è schiavo delle forme quando sono appariscenti, psichedeliche, quindi qualcosa gli manca, un quid misterioso che ancora non possiamo afferrare». Cerchiamo di scoprire questo Error, vedremo che si può chiamare Diabolicus.

Siamo antichissimi: la nostra antichità è condensata nell’inconscio collettivo e nel “Superconscio” che conferisce coesione a tutta l’umanità; in questo Superconscio vive quel quid che, purtroppo, molto spesso ci sfugge e la cui assenza rende l’uomo pazzo. Questo quid è il Retto Pensiero, cioè il Senso Morale, l’Amore con la A maiuscola.

Un giovane di 23 anni, Frederic Myers, in una lontana notte del 1869 scoprì l’inconscio e ne definì le funzioni.

Conversava con un suo amico, gli occhi perduti fra gli astri:

- Amico mio, i fenomeni telepatici e la percezione a distanza, ovviamente senza la mediazione dei sensi, mi fanno capire che il pensiero ha molti modi per uscire dalle sue prigioni fatte di spazio e di tempo. Il nostro io cosciente è solo una parte minima della nostra più vasta individualità: è la parte visibile di un iceberg sopra la linea di galleggiamento che è come la soglia della coscienza. La grande parte giace sotto. Non si vede.

Queste parole furono il primo scandaglio di luce negli abissi dell’anima. Nacque a Londra, per merito del Myers, la famosa Società per la Ricerca Psichica, che studiava la parte invisibile dell'iceberg del pensiero umano. A poco a poco gli studiosi si resero conto che alla base del pensiero vi è una forza organizzatrice e strutturante che è fatta di legami e non di cose legate. Il pensiero precede qualsiasi realtà umana oggettiva. Realtà extratemporale che è come un filo che passa attraverso le molteplici perle di una collana. Così tanti fatti storici in realtà sono un fatto unico. Il subconscio si nutre di questa verità, vive di essa, ma questo contenuto di pensiero vivente non si esaurisce nel subcosciente: un racconto vasto come l’universo, un racconto cosmico è il Pensiero Vivente che racconta la sua storia, e le parole sono Archetipi.

È il pensiero che esprime se stesso attraverso qualcosa che non è forma, materia, che non è avvenimento, ma sta oltre.

Cosa sono questi Archetipi? Dall’estrema antichità fino ai nostri giorni la coscienza dell’uomo non è stata in grado di rispondere a queste fondamentali domande. Da cosa derivano questi modelli universali? Sono una ripetizione millenaria di antiche esperienze fatte dall’uomo nel tempo o sono al contrario espressioni di idee eterne fuori dal tempo? Finché non capirà il significato degli Archetipi l’uomo sarà dualista, in perenne lotta tra il bene e il male, in preda a quello che ho chiamato “Error Diabolicus”. Fin dalla più lontana antichità molti sono stati i ricercatori degli Archetipi, i maestri spirituali, ma il vero maestro segreto è dentro di noi e, cercarne uno fuori, ci pone in uno stato di dipendenza infantile.

Varrà la pena di raccontare questa grande caccia al tesoro, la ricerca del bene da parte di tanti maestri spirituali, purtroppo sconfitti in partenza, e di scoprire le cause di queste sconfitte: una lunga serie di uccisioni, di crocifissioni, di fallimenti, di dolori. San Francesco, ormai vicinissimo alla morte, disse rivolgendosi al suo corpo: «Fratello asino, perché tanto inutilmente e stupidamente ti ho trattato così?».

Ecco le cause di tante numerose sconfitte: non aver capito il “fratello asino”, la Materia del nostro corpo, e averla crocifissa per tanti secoli, tanti millenni, aver cercato come maestro dei maestri il dolore o il piacere anziché la Gioia, perché il dolore o il piacere parlano una lingua comprensibile mentre il linguaggio della gioia è misterioso, fatto di Archetipi incompresi.

Il pensiero è Vita, Essere vivo significa pulsare nella sistole e nella diastole, le due grandi pulsioni del cosmo: la tenebra e la luce. La Vita funziona pulsando. Il pensiero errato, quello che ho chiamato “Error Diabolicus”, l’albero della conoscenza del bene e del male, il peccato originale, consiste nel considerare buona una delle due pulsioni e malvagia l’altra. Perché malvagie le tenebre?

Nella ricerca degli elementi del pensiero bisogna uscire da questo “Error Diabolicus” e riferirsi prima alle funzioni e poi alle forme, allora il pensiero errato torna ad essere retto pensiero, allora gli antichi idoli, le forme parziali si dileguano perché la luce è bene, la tenebra è bene, e il male non è altro che l’“Error Diabolicus” che considera male ciò che male non è. E ora iniziamo la carrellata degli esploratori degli Archetipi. Proiettiamo il grande film di una caccia al tesoro millenaria facendo un bilancio delle esperienze spirituali dell’umanità.

Ma sarà una proiezione fatta alla rovescia nel tempo e vedremo come questo procedere all’indietro ci sarà utile. Cominciamo dall’ultimo pioniere, quello che vi parla e che audacemente vi potrà dire: «Sono anch’io un esploratore degli Archetipi». Fui posto sin da giovane di fronte ad alcuni fatti curiosi. Avevo 20 anni quando un amico ipnotizzatore, in un teatro di Bologna, mi disse:

- Mario, sta’ a vedere di cosa sono capace!

Dimmi a quale persona vuoi che io lanci un messaggio e possa farla voltare di scatto.

lo dissi:

- A quella in seconda fila.

Guardò nella nuca la persona indicata da me e quella di scatto si voltò. Questo mio amico si chiamava Ulderico Pelliccia. Poi disse:

- Adesso ti faccio vedere qualcosa di molto più difficile. A chi vuoi che io faccia sentire una puntura di ago sul collo?

lo dissi:

- A quei signore là, ma vacci piano.

E allora lui cambiò modo d’agire: sembrava che recitasse una cantilena; metteva le mani in un dato modo, sfregandole fra loro.

A un certo momento questa persona fece un rapido gesto come se un insetto l’avesse punta. Per la prima volta mi appariva ben chiara la caratteristica fondamentale degli Archetipi.

Cercai di definirla meglio. Qui si trattava in particolare dell'Archetipo pungente, di un pungiglione, ma un pungiglione che agisce a distanza e che quindi non è fatto di materia. Di che cosa è fatto? Esistono tante forme pungenti: aghi, spilli di metallo, spini di materia vegetale, corna di animali; cambia la sostanza, varia la forma, ma l’effetto resta. Ma al di là di tutti i materiali e di tutte le forme, c’è qualche cosa che è immutabile: la funzione, il pensiero. Ecco la caratteristica fondamentale degli Archetipi: sono fatti di pensiero, sono eterni, perfetti. La materia dà sostanza alla forma, il pensiero dà sostanza agli effetti, alle funzioni. Il primo passo verso la scoperta degli Archetipi era fatto.

Un altro episodio: un collega dell’Università di mio padre, il Prof. Pietro Tullio, patologo, gli fece omaggio di un libro interessante, intitolato Le origini dell'alfabeto. Vi era descritto un originale esperimento. A un piccione venivano tolti i canali semicircolari dell’orecchio e in tal modo l’animale perdeva il senso dell’orientamento. Poi due vibrazioni sonore semplici, sfasate secondo rapporti interi, venivano portate all’orecchio del piccione. Sull’occhio della bestiola era stato posto un dischetto d’oro, ben illuminato.

Questo puntino d’oro si metteva in movimento durante la percezione dei suoni, descrivendo al microscopio alcune figure, le stesse che si ottengono con i doppi pendoli sfasati, che i fisici ben conoscono con il nome di figure di Lissajous. A un suono simile alla vocale “O” il puntino dorato descriveva un perfetto cerchio. A un suono simile alla vocale “A” la figura ottenuta era a forma di un otto coricato, il simbolo dell’infinito; la “I” provocava un semplice puntino, la “E” un’ellisse inclinata, la “U” una sbarretta verticale.

Il libro terminava con questa domanda; «Forse le vocali dei primi alfabeti sono nate da semplici movimenti inconsci provocati quasi medianicamente dai rispettivi suoni di quelle lettere?».

Stranamente quell’esperimento così sbalorditivo non ebbe nessun seguito; si vede che i tempi non erano maturi, ma lo sono oggi? La mia memoria insieme a tanto materiale utile andava immagazzinando anche questi fatti strani e non comprensibili che tuttavia avrebbero potuto servire, se collegati nel giusto modo, come tessere di un grande mosaico a dare un’immagine chiara del mondo degli Archetipi. Difficile però, perché le cose legate si vedono, ma i legami sfuggono. Si vedono le forme ma spesso non funzionano perché non ne conosciamo la chiave. Esiste questa chiave. Dobbiamo faticosamente estrarla dal nostro intimo, farla uscire dal buio dell’inconscio alla luce della coscienza perché la forma sta alla funzione come l'inconscio sta alla coscienza.

Ed ecco un altro fatto che mi spinse verso gli Archetipi. Fui chiamato dal Ministero dell’Istruzione a far parte della Commissione per i nuovi programmi della Scuola Media. Per quanto riguarda l’Educazione Tecnica proposi un nuovo metodo di osservazione tecnica degli oggetti, influenzato da una certa esperienza che avevo nel campo dei brevetti e questo metodo ha il nome di comparazione funzionale. In sostanza il ragazzo di fronte a più oggetti si doveva porre una triade di domande: qual è la funzione di questo oggetto? Qual è la sua forma e il materiale di cui è fatto? In quante parti essenziali è divisibile?

Per ogni parte dell’oggetto si ripetono le stesse domande. Per esempio: un ago è divisibile in tre parti essenziali per ordine di importanza: il foro, il corpo e la punto. Confrontiamolo con un chiodo che è divisibile in corpo, punta, te-sto. Vediamo che il chiodo e l’ago hanno in comune la punta. Così con questo sistema i ragazzi delle classi sperimentali giunsero a individuare insieme a me parecchi Archetipi (parti essenziali) e a scoprire alcune loro straordinarie proprietà che qui elenco e sottolineo. Gli Archetipi costituiscono il legame fra la materia e lo spirito, fra il corpo e il pensiero; agiscono su tutti i sensi, così ad esempio si può parlare di una forma pungente, di un colore penetrante, di un odore acuto. In particolare a

Ogni Archetipo corrisponde un suono. Per esempio: l’ago formato da corpo, punta e foro può essere rappresentato da alcuni suoni che sono legati a tre Archetipi. L’Archetipo del corpo dell’oggetto, della punta e del foro. Questi suoni sono “Th” aspirata per il foro, la “U” per l’Archetipo portante e la “K” per la punta. Quindi ThUK è il nome vero dell’ago, il nome strutturale dell’ago. Mi accorsi che più i ragazzi sono giovani, meglio entrano nel mondo degli Archetipi. Chiesi una volta ai ragazzi dell’ultimo anno dell’Istituto da me diretto:

- Tutte quelle bottiglie dello scaffale del bar che cosa hanno in comune?

- La forma!

Ma le bottiglie avevano forma diversa.

- La sostanza!

Ma non tutte erano di vetro. Provai a rivolgere la stessa domanda ai bambini di una prima classe. Risposero:

- Servono tutte a tener dentro i liquidi.

Avevano scoperto l’Archetipo contenitore. Noi adulti impediamo questa comprensione ai bambini (che istintivamente rompono i giocattoli per vedere come funzionano).

Ero giunto a questo punto quando effettuai un viaggio in Egitto; in questo viaggio fu confermato il fatto che la piramide di Cheope contiene la torre di Osiride. Questa torre che io ho scoperto e che nell’antichità era chiamata Zed rappresenta anche un segno della scrittura geroglifica: la vittoria sul tempo, il simbolo dell'eternità.

Feci nella piramide uno strano esperimento: al tramonto del sole mi sdraiai nel sarcofago ed ebbi la percezione che il tempo si arrestasse. Nello stesso anno conobbi il Sig. Crucianelli, uno studioso autodidatta che aveva appreso dall’osservazione di certi animali (gatti, piccioni) molti segreti relativi al senso di orientamento. Furono i suoi esperimenti a convincermi che esiste uno stretto legame tra l’istinto e l’Archetipo, che si può definire funzione istintuale. Entrai allora in contatto con un gruppo di tombaroli siciliani guidati da uno di loro che era dotato di una strana facoltà, un curioso potere che si manifestava soltanto una volta all’anno, in un giorno particolare.

Quest’uomo per tutto l’anno si preparava all’evento. Arrivato il momento, si metteva in un dato terreno archeologico dove sapeva che potevano venir trovati reperti importanti, orientandosi in una data direzione, e improvvisamente cadeva in una specie di trance lucida e vedeva attraverso il terreno questi reperti. I suoi figli, parenti e collaboratori con dei picchetti segnavano i punti indicati dal tombarolo, poi durante l’anno scavavano e venivano fuori vasi, statue e altre cose del genere. E allora cominciai a considerare il tempo e le direzioni spaziali come delle sicure che fanno scattare una rivoltella i cui proiettili sono gli Archetipi.

I miei studi sullo Zed mi portarono a occuparmi di parapsicologia. Studiai alcuni casi di premonizione: mi resi conto che la visione profetica si manifesta in maniera simmetrica rispetto alla visione normale. L’antitempo è il simmetrico del tempo: come se il filmato degli avvenimenti venisse proiettato alla rovescia, dalla fine al principio, la destra diventa la sinistra; in questi sogni premonitori il rosso diventa azzurro, ogni realtà si trasforma nella realtà complementare.

Vidi così confermata la teoria sintropica che il matematico Fantappiè formulò un secolo fa e che oggi è stata ripresa dallo Charon con la sua neghentropia. Potei conoscere bene Kostantin Raudive e in sua presenza, a Mariano Comense in casa Alvisi, avvenne un fenomeno che ormai è diventato classico e che reputo fondamentale. Un fenomeno legato alle voci sconosciute. C’era con noi la sensitiva Venia e a un certo punto Raudive disse:

- Signora, con chi vuol parlare?

E lei rispose:

- Con mio padre che è morto l’anno scorso, dentro di sé

E poi soggiunse

- Col mio micione.

Il padre lo chiamava “micione” e si vergognava di dirlo forte. Al momento del riascolto del nastro si è sentito in modo strano e ritmato pronunciare la parola “Micione!”. Questo fenomeno, che fa capire come il pensiero può incidere il nastro, fu chiamato effetto micione. Così pensai che questo effetto fosse legato anch’esso agli Archetipi.

Archetipi

Le chiavi dell'universo

Mario Pincherle

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