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Le Intolleranze Alimentari non Esistono - Estratto dal libro

di Attilio Speciani 5 mesi fa


Le Intolleranze Alimentari non Esistono - Estratto dal libro

Leggi un estratto dal libro di Attilio Speciani e scopri di più su quelle che oggi vengono definite intolleranze alimentari

La percezione del rapporto tra ciò che si mangia, le proprie reazioni e il proprio benessere è molto comune. Si tratta di un fatto concreto, presente nella quotidianità di ogni persona: quasi tutti sentono che esiste una relazione diretta tra l’assunzione di cibo e alcuni effetti che si manifestano nel proprio organismo, anche se spesso questa relazione non è stata spiegata con chiarezza e, anzi, è stata basata su supposizioni piuttosto che su dati scientifici e comunicabili.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Le Intolleranze Alimentari non Esistono

La relazione infiammatoria tra cibo e salute finalmente spiegata in modo scientifico

Attilio Speciani

(1)

L’immunologo e autore bestseller Attilio Speciani sfata i luoghi comuni sulle intolleranze alimentari e guida il lettore a un rapporto sano e corretto con il cibo. Esiste uno stretto rapporto tra nutrizione e benessere....

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Indice dei contenuti:

Misurare è meglio che supporre

Per fare un esempio, è sufficiente passeggiare nei quartieri di Soho a Londra, di Trastevere a Roma o di Brera a Milano per imbattersi in qualche "indovino” che azzardi valutazioni di intolleranze alimentari sulla base della lettura della mano, delle carte o con il pendolino e purtroppo molte persone, dopo una "diagnosi" di questo tipo, iniziano comunque a eliminare specifici alimenti in modo assolutamente inutile e spesso pericoloso.

Se queste assurde "diagnosi" appaiono chiaramente orientate alla magia nera o alla stregoneria, bisogna ricordare che purtroppo ci sono anche nuovi "stregoni", magari vestiti con il camice bianco, che usano strumenti apparentemente scientifici per ottenere lo stesso tipo di risultato e suggeriscono una diagnosi non scientifica di "intolleranza alimentare", seguita da indicazioni di eliminazione dalla dieta di uno o più specifici alimenti.

Per questa ragione oggi il termine "intolleranza alimentare" è diventato per se stesso intollerabile, benché molti anni fa il suo significato fosse scientificamente corretto, indicando in modo generico la perdita della tolleranza nei confronti degli alimenti. Come vedremo nel secondo capitolo, la scienza evolve ed è indispensabile tenere il passo con i suoi cambiamenti.

Ogni neonato ha la necessità di costruire e poi mantenere un rapporto naturale e fisiologico con quasi tutti i tipi di alimenti, in modo da usare l'energia che contengono; ecco a cosa serve il processo dello svezzamento. Quando questa naturale relazione si deteriora, per un motivo o per l'altro, il contatto con quel cibo o con quel gruppo di alimenti provoca infiammazione e, a cascata, tutti i sintomi che ne derivano. È importante precisare che quest'alterato rapporto tra cibo e salute, attivato dall'infiammazione, non indica in nessun modo un'allergia né qualcosa che gli assomigli.

Sfortunatamente invece, alla pari di chi "legge la mano” o dei "nuovi stregoni", molti terapisti correlano questo disturbo con una specie di "nuova" allergia, inducendo e convincendo pazienti confusi e fragili a evitare alcuni alimenti, a pensare a questi cibi come nemici e a seguire infine pericolose diete di eliminazione.

La conseguenza di questo approccio è sempre più diffusa nel quotidiano: basta entrare in un ristorante e passare attraverso i tavoli per sentire altri avventori che discutono le loro problematiche alimentari. C'è chi non può mangiare latte e formaggio, altri stanno cercando cibi senza glutine o privi di nichel e così via.

Sono ormai discorsi ricorrenti in quasi ogni ristorante o snack bar del mondo occidentalizzato.

La gente preferisce sempre più spesso intrattenere conversazioni sui suoi problemi gastroenterici, con descrizione particolareggiata di reazioni ipoteticamente riferite al cibo, piuttosto che parlare del gusto di uno specifico piatto e dell'abilità dello chef nel prepararlo.

Oltre ai più recenti risultati delle partite di calcio, tra gli argomenti ricorrenti nelle cucine, nei ristoranti e nelle sale da pranzo non mancano le difficoltà nel digerire una comune pizza o l'uso obbligatorio di farine di riso o di grano saraceno in sostituzione del glutine.

L'eccessiva attenzione data oggi ai glutine è sicuramente una moda. Molte persone con la sindrome del colon irritabile (una forma di colite) hanno davvero la necessità di controllare la quantità di glutine nella loro alimentazione ma, con la sola eccezione della malattia celiaca, il glutine (come ogni altro alimento) non è un nemico e non va mai eliminato dalla propria dieta. Anche in caso di sintomi correlati al glutine, il cammino verso la buona salute si realizza attraverso un processo di svezzamento "adulto”, che consente di ricostruire il fisiologico rapporto con gli alimenti, nel caso del glutine come per qualsiasi altro cibo.

L'evidenza scientifica attuale definisce e accetta l'esistenza di due sole intolleranze: l'intolleranza immunologica al glutine (malattia celiaca) e l'intolleranza biochimica al lattosio; solo queste. Qualsiasi altro tipo di reazione correlata al cibo non può essere definita come intolleranza.

Il paradosso

Quanto scritto sopra rappresenta l'attuale paradosso del rapporto tra cibo e salute: esiste tra loro una relazione evidente e certa ma il modo in cui molte persone la descrivono è spesso privo di scientificità e il rischio di una percezione quasi magica di questo rapporto è sempre presente. Le ricerche più attuali hanno finalmente evidenziato la base scientifica di questa fondamentale relazione tra cibo e salute, lasciando intravvedere per il prossimo futuro molti sviluppi innovativi di quest'approccio. Dubbi, false percezioni o mode non possono nascondere e coprire il bisogno genuino di una relazione corretta con l'energia contenuta in ogni cibo. Il significato di questo rapporto va definito su base certa e comunicabile.

Scienziati come Lied (2010), Ligaarden (2012), Finkelman (2007), Kang (2016) e altri ancora hanno guidato il cammino degli ultimi anni verso la comprensione su solide basi scientifiche di questo approccio al cibo. Oggi è possibile, infatti, misurare i livelli plasmatici di molte citochine specifiche, che sono biomarcatori dell'infiammazione correlata al cibo. Per esempio, BAFF (B Celi Activating Factor) e PAF (Platelet Activating Factor) svolgono un ruolo essenziale nella serie di eventi che portano l'organismo a sviluppare certi sintomi a seguito dell'ingestione ripetuta di certi alimenti. Una volta ingerito, in particolari condizioni, un alimento è in grado di indurre una risposta infiammatoria che può creare irritazione o squilibrio a livello intestinale o di altri organi. Anche altre citochine, come TNF-alfa (Tumour Necrosis Factor alfa) e IL6 (Interleuchina 6), sono facilmente misurabili e anche queste possono essere in parte correlate al tipo di alimentazione.

Con queste basi, che possono perfettamente integrarsi anche con la conoscenza della predisposizione genetica individuale, la conoscenza dei sintomi connessi al cibo può contare su una sostanziale evidenza invece che sull'immaginazione perché è diventato possibile misurare e definire quali sostanze infiammatorie o quali citochine determinano i sintomi clinici e qual è il tipo di cibo che viene utilizzato in eccesso o in modo ripetitivo.

Oltre che misurare I livelli di infiammazione ed evidenziare una sua eventuale predisposizione genetica, è oggi possibile valutare l'eccessiva introduzione di alcuni alimenti o di un gruppo alimentare attraverso una modalità innovativa di interpretazione delle immunoglobuline G specifiche per gli alimenti (IgG, una specifica classe di anticorpi), in completo accordo con una visione evoluzionistica di questo processo.

Come andrò a spiegare oltre, gli studi di Finkelman (2016) e di Kang (2016) hanno definito il processo con cui l'introduzione degli antigeni alimentari contenuti in ogni alimento possa determinare, alla presenza di BAFF, infiammazione, evidenziando per la prima volta una correlazione scientifica diretta tra l'introduzione di un alimento e lo sviluppo di citochine infiammatorie.

Metafore

Quando penso agli effetti dell'infiammazione correlata al cibo sull'organismo, la mia immagine preferita è quella della "pentola a pressione", come ho descritto con Piuri alcuni anni fa (Speciani A.F. e Piuri, 2014), Chi usa questo tipo di pentola sa che non è pericolosa ma che è importante usarla con attenzione per evitare qualsiasi rischio. Nella mia metafora, il vapore e la pressione esercitata all'Interno della pentola rappresentano il processo infiammatorio dell'organismo. Più alta è l'infiammazione, più elevata è la pressione. Tutte le pentole a pressione sono equipaggiate con valvole di sicurezza che si aprono e fischiano quando le forze interne superano il livello di pericolo. Allo stesso modo, i sintomi clinici rappresentano per l'organismo una specie di segnale d'allarme, che richiama l'attenzione su qualcosa che non sta andando per il verso giusto: se l'allarme si attiva, questo significa che il livello di infiammazione generale ha superato II livello di guardia e che bisogna prendere dei provvedimenti specifici.

In questi casi, limitarsi semplicemente a chiudere la valvola di sfiato con una terapia sintomatica che riduca solo la reazione infiammatoria può voler dire annullare coscientemente un segnale d'allarme, a proprio rischio e pericolo. Il giusto comportamento è "abbassare la fiamma" e andare a fondo nella ricerca dell'origine del problema, per ridurre il livello infiammatorio.

Quando si chiude una valvola di sicurezza attraverso l'uso di sintomatici il sintomo clinico può anche essere meno evidente, ma di solito la pressione all'Interno della pentola cresce ancora di più fino a determinare l'apertura di un'altra valvola di sfogo con altri sintomi che rappresentano un nuovo segnale di allarme. A quel punto l'organismo non ha certo risolto le cause dei primi disturbi e presenta condizioni cliniche nuove che possono continuare a crescere di numero se non si va ad agire sulle cause originarie.

Questo spiega perché molti pazienti, quando arrivano alla mia attenzione, segnalano un problema dominante, quello che li ha portati a richiedere una visita, e poi un'intera costellazione di altri disturbi, magari presenti da molto tempo, che ritengono un po' meno importanti: il loro intestino non funziona come dovrebbe o vengono segnalati episodi occasionali di mal di testa o d'insonnia; talvolta è la pelle ad avere problemi e ad apparire secca e un po' desquamante, magari con evidenti segni di dermatite; in molti casi il paziente segnala anche di non sentirsi bene in genere, di presentare dolori nelle articolazioni che peggiorano con l'umidità oppure di ammalarsi frequentemente anche per un semplice abbassamento della temperatura che gli provoca raffreddori o forme di tipo influenzale. In molti casi, uno dei sintomi "minori" presentato insieme al disturbo più importante (l'ultima valvola di sfogo che si è aperta) è l'impossibilità di perdere peso nonostante i vari sforzi e i sacrifici fatti mangiando poco.

Oggi si sa che questa costellazione di sintomi è di solito il segno di un'infiammazione diffusa in tutto l'organismo e che ogni singolo sintomo "minore" rappresentava già prima un segnale d'allarme (inascoltato) che evidenziava il bisogno di ridurre l'infiammazione.

Quando si agisce sull'infiammazione e non sul sintomo, vanno a riequilibrarsi i sintomi clinici più importanti (gli ultimi comparsi), e si aggiustano anche quelli "minori” che hanno accompagnato la crescita infiammatoria, magari nei corso di anni.

Giusto per fare un esempio a proposito dell'effetto "peso" appena citato, molte ricerche recenti hanno ben descritto le cause biochimiche di quello che avviene. Basta citare Kim (2015) e Hamada (2011) che hanno descritto il BAFF come un potente stimolatore della resistenza insulinica, condizione che interferisce con l'utilizzazione degli zuccheri e che facilita lo sviluppo di diabete, sovrappeso e obesità. Hanno spiegato perché l'infiammazione correlata al cibo può effettivamente rallentare la perdita di peso e favorire la comparsa di obesità e diabete, chiarendo che l'assunzione eccessiva o ripetuta di alcuni alimenti (con l'aumento di BAFF) può rallentare il calo di peso anche con una dieta apparentemente ben fatta.

Molti dei miei pazienti sono in realtà solo infiammati e la sola cosa da fare per ridurre la pressione interna e disattivare tutti i segnali d'allarme è "abbassare il fuoco sotto la pentola". La misura dell'infiammazione correlata al cibo e il suo controllo alimentare sono spesso sufficienti per ridurre la pressione interna, spegnere i segnali d'allarme e stare bene. Una forma grave di colite può regredire mentre in contemporanea spariscono anche sintomi in precedenza incompresi (mal di testa, tendenza al sovrappeso, dermatite) che avevano in realtà la stessa causa.

Abbassando il livello d'infiammazione, l'organismo viene messo nelle migliori condizioni per funzionare e per affrontare ai meglio anche altri stimoli irritativi, per esempio quelli che non possono essere modificati (basti pensare aH'inquinamento). Con questo tipo di approccio, molti pazienti possono risolvere insieme al disturbo principale per cui hanno visitato il mio centro medico anche molti dei problemi collaterali che li infastidivano e dei quali talvolta io stesso non ero stato informato, scoprendo questo miglioramento solo alle visite di controllo. Con piena soddisfazione da parte di entrambi.

Nei prossimi capitoli descriverò gli aspetti scientifici che spiegano la fondamentale relazione tra cibo e benessere e tra nutrizione e malattia. Una delle frasi rappresentative del mio gruppo di ricerca, spesso richiamata in questo libro, è "misurare è meglio che supporre” e affronterò qualsiasi tema in accordo con questo suggerimento.

Le Intolleranze Alimentari non Esistono

La relazione infiammatoria tra cibo e salute finalmente spiegata in modo scientifico

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Attilio Speciani, medico chirurgo, specialista in Allergologia e Immunologia clinica e in Anestesiologia e Rianimazione, è profondo conoscitore della medicina naturale. Da molti anni si dedica allo studio dell'approccio alimentare e nutrizionale per il riequilibrio del sistema immunitario, sul...
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