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Le esigenze del cambiamento - Estratto da "Il Pensiero Flessibile"

di Leonard Mlodinow 4 mesi fa


Le esigenze del cambiamento - Estratto da "Il Pensiero Flessibile"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Leonard Mlodinow e scopri come utilizzare il tuo cervello in modo innovativo e vincente

Il 6 luglio 2016 Niantic, una startup con quaranta dipendenti fondata da alcuni ex impiegati nella divisione Geo di Google, lanciò Pokémon GO, un gioco di «realtà aumentata» che attraverso la videocamera dello smartphone consente agli utenti di catturare creature virtuali che compaiono sullo schermo come se esistessero nel mondo reale.

Due giorni dopo l’app era già stata installata su più del 10 per cento dei dispositivi Android in circolazione negli Stati Uniti, e dopo due settimane il numero degli utenti aveva raggiunto i trenta milioni.

Indice dei contenuti:

Pensare in modo flessibile

Presto anche chi aveva l’iPhone cominciò a passare sempre più tempo su Pokémon GO che su Facebook, Snapchat, Instagram o Twitter. Ma la cosa più sorprendente è che a pochi giorni dall’uscita del gioco le parole «Pokémon GO» erano state cercate su Google più volte di «porno».

Se non giocate con le app, potreste reagire a tutto questo alzando gli occhi al cielo o con una scrollata di spalle, ma nel settore è stato difficile ignorare questi dati. Il gioco generava 1,6 milioni di dollari di fatturato al giorno soltanto tra gli utenti Apple. Inoltre, ha aumentato immediatamente il valore di mercato di Niantic di 7,5 miliardi di dollari, arrivando a raddoppiare le azioni di Nintendo, l’azienda proprietaria del marchio Pokémon.

Nei primi sei mesi dall’uscita, Pokémon GO è stato scaricato da seicento milioni di persone. Provate a paragonare questo dato con alcuni tra i più grandi successi dei primi anni Duemila: Facebook è nato nel 2004, ma soltanto nel 2007 ha raggiunto i trenta milioni di utenti; il popolarissimo World of Warcraft, anche questo uscito nel 2004, ci ha messo sei anni prima di arrivare a dodici milioni di iscritti. Quella che all’epoca era sembrata una crescita vertiginosa, dieci anni dopo sembrava un procedere a passo d’uomo. E anche se nessuno può prevedere quale sarà il prossimo grande successo, economisti e sociologi concordano sul fatto che la società cambierà sempre più in fretta.

Ma soffermarsi soltanto sulla rapida ascesa di Pokémon GO vorrebbe dire ignorare la parte più importante del fenomeno. Per quanto imprevisto, l’enorme successo del gioco non è stato casuale. Nello sviluppo dell’applicazione, Niantic ha preso una serie di decisioni tecnologiche innovative e lungimiranti, tra cui la scelta di appoggiarsi al GPS e alla videocamera dei cellulari e di sfruttare le risorse del cloud per rendere più potente la sua app, che è stata dotata di infrastruttura e di capacità di crescita. Il gioco inoltre sfruttava, come nessun altro prima, le opportunità degli app-store, un modello di business che al momento del lancio di World ofWarcraft non era stato ancora inventato. Secondo questo modello oggi ben noto, un gioco viene distribuito gratuitamente e genera profitti facendo pagare componenti aggiuntivi e aggiornamenti.

Un’altra sfida è stata quella di mantenere costanti tali profitti. Nel settore dei giochi interattivi capita che il successo di un’app, nonostante un ottimo debutto, abbia vita breve come il pesce in frigorifero. Per evitare che anche Pokémon GO facesse la stessa fine, Niantic lanciò una sorprendente campagna di sostanziosi aggiornamenti per arricchire l’app di contenuti e funzionalità. Così, a un anno dal lancio, ogni mese sessantacinque milioni di utenti ci giocavano ancora, e le entrate avevano raggiunto 1,2 miliardi di dollari.

Prima di Pokémon GO si pensava che gli utenti non fossero interessati a giochi che richiedessero attività fisica e interazione con il mondo reale. Di conseguenza, nonostante la Silicon Valley fosse al centro dell’innovazione, gli sviluppatori dell’app si erano sentiti ripetere più volte che gli utenti volevano soltanto «sedersi e giocare». Ma loro hanno ignorato questo presupposto ampiamente condiviso, e sfruttando le tecnologie esistenti in un modo del tutto nuovo hanno cambiato i parametri di ragionamento degli sviluppatori di videogiochi. Il rovescio della medaglia della storia di Pokémon GO è che, se le vostre idee non sono altrettanto buone, la vostra azienda potrebbe fallire rapidamente. Pensate a BlackBerry, Blockbuster, Borders, Dell, Eastman Kodak, Enciclopedia Britannica, Sun Microsystems, Sears e Yahoo. E stiamo parlando soltanto della punta dell’iceberg: nei 1958 la vita media di un’azienda nel paniere azionario S&P era di sessantuno anni, oggi è di circa venti.

Anche noi dobbiamo affrontare sfide intellettuali simili nella vita quotidiana. Oggi processiamo in media centomila parole al giorno provenienti da diversi canali: un numero sbalorditivo, che equivale più o meno a un libro di trecento pagine. Qualche decennio fa erano circa ventottomila. A causa di nuovi prodotti e tecnologie, e alla proliferazione di informazioni, compiti che un tempo erano piuttosto semplici oggi possono trasformarsi in operazioni straordinariamente complesse in una vera e propria giungla di possibilità.

Fino a non molto tempo fa, per esempio, quando volevamo organizzare un viaggio davamo un’occhiata a un paio di guide, ci procuravamo una mappa, contattavamo la compagnia aerea e gli alberghi o ci rivolgevamo a una delle agenzie disponibili nella nostra zona. Oggi, invece, quando programmiamo una vacanza visitiamo in media ventisei siti Internet e valutiamo una valanga di offerte e occasioni, con prezzi che non solo cambiano a seconda del giorno della partenza, ma anche del momento in cui facciamo la ricerca. Il semplice acquisto dopo che l’utente ha preso la decisione di partire è diventato una sorta di duello tra aziende e consumatori, in cui entrambe le parti cercano di ottenere l’affare migliore. Se quando cominciamo a programmare una vacanza potremmo non avere davvero bisogno di «staccare», ne avremo sicuramente alla fine del processo.

Oggi possiamo esercitare un grande potere cliccando e digitando sulle nostre tastiere, ma dobbiamo anche risolvere problemi che dieci o vent’anni fa non dovevamo affrontare. Una volta, per esempio, mentre mi trovavo all’estero con mia moglie, mia figlia Olivia, che all’epoca aveva quindici anni, aveva dato serata libera alla baby-sitter e ci aveva telefonato per chiederci se poteva invitare «qualche» amico. Il «qualche» si rivelò poi pari a 363 persone, dovute agli inviti istantanei che si possono inviare via Instagram. Alla fine la colpa non fu del tutto di Olivia - a postare l’invito era stata un’amica particolarmente zelante -, ma si trattò comunque di un guaio che non sarebbe stato possibile quando i suoi fratelli avevano la sua età, appena qualche anno prima.

In una società in cui anche le funzioni più elementari stanno cambiando, le sfide possono essere scoraggianti. Oggi molti di noi sono costretti a trovare nuove soluzioni per tutelare la propria vita privata, perché la tecnologia digitale ci rende sempre raggiungibili dai nostri datori di lavoro. Dobbiamo scoprire come scongiurare attacchi informatici sempre più sofisticati e tentativi di furto d’identità. Dobbiamo gestire un tempo «libero» sempre più risicato per riuscire a incontrare amici e famigliari, leggere, fare sport o semplicemente rilassarci. Dobbiamo imparare a individuare e risolvere problemi con elettrodomestici, telefoni e computer. Ovunque guardiamo, ogni giorno, incontriamo situazioni e difficoltà che dieci o vent'anni fa non esistevano nemmeno.

Molto è stato scritto sul cambiamento incalzante, nonché sulla globalizzazione e il rapido progresso tecnologico che l’hanno alimentato. Questo libro tratta invece di un argomento che non viene affrontato tanto spesso, ovvero il modo in cui dovremmo pensare per migliorarci e avere successo in quest’epoca frenetica. Perché se il contesto aziendale, professionale, politico e privato cambia rapidamente, il nostro successo e la nostra felicità dipendono dalla capacità di accettare tale cambiamento.

Ci sono alcuni talenti in grado di aiutarci, qualità del pensiero da sempre utili ma che ora sono diventate indispensabili. Per esempio, la capacità di abbandonare le nostre rassicuranti certezze e accettare l’ambiguità e la contraddizione; il saper andare oltre le opinioni condivise per inquadrare in una nuova prospettiva le domande che ci poniamo; l’abilità di rinunciare alle nostre convinzioni più profonde per aprirci a nuovi paradigmi; la disponibilità ad affidarci non soltanto alla logica ma anche all’immaginazione per formulare e combinare le idee più svariate; la volontà di sperimentare e accettare il fallimento. Si tratta di talenti diversi l’uno dall’altro, ma quando psicologi e neuroscienziati hanno individuato i processi cerebrali che li regolano, si è scoperto che sono tutti aspetti differenti di un sistema cognitivo organico che io chiamo «pensiero flessibile».

Pensare in modo flessibile ci consente di risolvere problemi nuovi e superare gli ostacoli neurali e psicologici che potrebbero impedirci di vedere al di là dell’ordine esistente. Nelle prossime pagine scopriremo gli ultimi straordinari progressi compiuti dagli scienziati nella comprensione del modo in cui il cervello produce il pensiero flessibile, e vedremo come coltivare questo talento.

Nella mole di ricerche che sono state condotte, una qualità spicca sulle altre: diversamente dal ragionamento analitico, il pensiero flessibile nasce da quei processi che gli scienziati definiscono bottom-up (dal basso). Il cervello è in grado di fare calcoli come un computer seguendo un percorso detto top-down (dall’alto), in cui a guidare il processo sono le strutture cerebrali più complesse e avanzate. Ma grazie alla sua peculiare architettura, un cervello biologico è in grado di fare calcoli anche partendo dal basso, dai suoi componenti più elementari. In questa modalità i singoli neuroni si attivano senza ricevere istruzioni da una struttura superiore, rispondendo agli stimoli dei centri emotivi (come avremo modo di vedere). Questo processo non è lineare, ed è capace di produrre idee che sembrano venire da molto lontano e non sarebbero state possibili seguendo l’andamento regolare e graduale del pensiero analitico.

Anche se nessun computer e pochi animali eccellono nel pensiero flessibile, questo talento è integrato nel cervello umano. E così che i creatori di Pokémon GO sono riusciti a spegnere le funzioni direttive del loro cervello, guardare al di là di ciò che era «ovvio» ed esplorare nuove strade. Più comprendiamo il funzionamento del pensiero flessibile e i meccanismi bottom-up attraverso i quali la nostra mente riesce a produrlo, più impareremo a sfruttarlo per affrontare le nuove sfide della vita privata e lavorativa. Questo libro vuole analizzare tali processi mentali, i fattori psicologici che li influenzano e, soprattutto, le strategie pratiche che possono aiutarci a controllarli.

Elevarsi al di sopra del nematode

Ogni essere vivente è dotato di strumenti per gestire le circostanze della vita quotidiana, e di una certa capacità di affrontare il cambiamento. Pensate all’umile nematode, o ascaride, uno dei sistemi biologici di elaborazione delle informazioni più elementari che conosciamo. Se non vuole morire, il nematode deve risolvere i problemi legati alla sua sopravvivenza impiegando una rete neurale formata da appena trecentodue neuroni, legati chimicamente soltanto da cinquemila sinapsi.

Probabilmente, per un nematode la sfida maggiore si presenta quando nel suo habitat si esauriscono i microbi di cui si nutre. Appena si accorge di questa situazione, come si comporta questo computer biologico? Striscia nelle viscere di una lumaca e aspetta di essere espulso, il giorno successivo, insieme agli escrementi in un ambiente diverso. Non proprio uno stile di vita incantevole... Questo espediente potrebbe sembrarci tanto brillante quanto disgustoso, ma nel mondo dell’ascaride non è né l’una né l’altra cosa, perché le poche centinaia di neuroni presenti nel suo sistema nervoso sono incapaci sia di risolvere i problemi in modo più elaborato, sia di provare e-mozioni complesse.

Fare l’autostop nell'intestino di una lumaca non è una trovata della mente disperata del nematode, ma una risposta evolutiva, e innata in ciascun esemplare, alla carenza di cibo, una circostanza ambientale che questi organismi affrontano regolarmente.

Anche tra le forme di vita più complesse, il comportamento di un organismo segue un «copione», nel senso che si tratta di una risposta già programmata o automatica, innescata da uno stimolo ambientale. Pensate all’oca da cova, un animale dal cervello complesso, seduta sul suo nido. Quando vede che un uovo rotola fuori, lo guarda, si alza, allunga il collo e con il becco lo trascina nuovamente dentro al nido. Anche se queste azioni potrebbero sembrare quelle di una madre premurosa e attenta, sono semplicemente dettate da un automatismo, come nel caso del nematode.

I comportamenti programmati e automatici sono scorciatoie della natura, meccanismi affidabili e in genere efficaci con cui affrontare le diverse situazioni. Possono essere sia innati sia indotti dall’abitudine, e sono spesso legati alla riproduzione, all’allevamento della prole e alla caccia. L’aspetto importante, tuttavia, è che un comportamento innato è adatto alle situazioni ricorrenti, ma poiché produce sempre la stessa risposta si rivela inefficace di fronte alla novità o al cambiamento.

Supponiamo, per esempio, che quando l’oca comincia ad allungare il collo l’uovo caduto venga rimosso. L’animale sarebbe capace di adattarsi e interrompere la sua azione programmata? No, continuerebbe a comportarsi come se l’uovo fosse ancora lì, spingendo un uovo immaginario verso il nido. Non solo, basterebbe un qualsiasi oggetto di forma vagamente rotonda - una palla o perfino una lattina di birra - per indurla a compiere la stessa azione. L’evoluzione ha ritenuto fosse più efficiente assegnare all’oca da cova un automatismo quasi sempre adatto alle circostanze, anziché affidare l’azione del salvataggio dell’uovo a un processo mentale più complesso e sfumato.

Anche gli essere umani seguono copioni. Pur essendo convinto di compiere le mie azioni in maniera più consapevole di quanto non facciano le oche da cova (anche se qualcuno di mia conoscenza potrebbe non essere d’accordo), mi è capitato diverse volte, passando accanto alla dispensa in cucina, di prendere una manciata di mandorle senza pensare se in quel momento volessi davvero uno snack. Quando mia figlia mi chiede se può restare a casa da scuola perché sente che «le sta arrivando» un raffreddore, invece di prenderla sul serio e farle domande più precise può accadere che le risponda automaticamente di no. E quando guido su strade che conosco mi succede di prenderne una senza decidere consciamente di farlo.

Gli automatismi sono scorciatoie utili, ma per la maggior parte degli animali sarebbe difficile sopravvivere utilizzando soltanto risposte programmate. Quando una leonessa individua una preda da lontano, per esempio, dovrà avvicinarsi di soppiatto. L’ambiente, le condizioni e i movimenti della sua preda possono variare parecchio. Di conseguenza, nessun automatismo inscritto nel suo sistema nervoso si rivelerebbe adatto per procacciarsi del cibo. La leonessa dovrà invece avere la capacità di valutare la situazione e leggerla alla luce dell’obiettivo che vuole raggiungere, per poi formulare un piano d’azione adeguato.

E proprio per queste situazioni in cui le modalità automatiche di elaborazione delle informazioni non si dimostrano efficaci che l’evoluzione ha ideato altri due strumenti con cui noi e altre specie animali possiamo calcolare una risposta. Uno è il pensiero razionale/ logico/analitico, che per semplicità mi limiterò a chiamare «pensiero analitico», un processo sequenziale con cui un organismo passa da un pensiero a un altro collegato al primo basandosi sui fatti o sul ragionamento; l’altro è il pensiero flessibile. Esistono diverse specie che li possiedono entrambi in misura diversa, ma si ritiene che queste due capacità siano maggiormente sviluppate nei mammiferi, soprattutto nei primati. E tra i primati, negli esseri umani in particolare.

Il pensiero analitico è da sempre la forma di ragionamento più apprezzata nella società moderna. Perfetto per analizzare i problemi più lineari della vita, è il tipo di pensiero su cui si insiste particolarmente nel sistema scolastico. Valutiamo le nostre capacità di pensiero analitico con i test per il quoziente intellettivo e con gli esami di ammissione all’università, e sul lavoro vogliamo che i dipendenti ne siano dotati. Ma per quanto sia una risorsa potente, come i processi innati procede in modo lineare.

Governati dalla nostra mente conscia, nel ragionamento analitico pensieri e idee procedono in sequenza, da A a B a C, seguendo ciascuno quello che lo precedeva secondo un sistema di regole prestabilito — le regole della logica -, più o meno come farebbe un computer. Di conseguenza, come tutti i processi che seguono un copione, anche il ragionamento analitico spesso non riesce a vincere le sfide della novità e del cambiamento.

A eccellere in queste sfide, invece, è il pensiero flessibile, che non procede in sequenza da A a B a C. Essendo in gran parte generato nel nostro inconscio, il pensiero flessibile è un sistema di elaborazione non lineare che permette di seguire contemporaneamente diversi livelli di pensiero. Le conclusioni si raggiungono dal basso grazie alle microscopiche interazioni di miliardi di neuroni interconnessi in un processo troppo complesso per poter essere descritto passo dopo passo. Privo della rigidità del pensiero analitico, controllato dall'alto, e dipendendo maggiormente dalle emozioni, il pensiero flessibile è in grado di combinare diverse informazioni, risolvere enigmi e trovare nuovi modi per affrontare problemi particolarmente impegnativi. Inoltre ci consente di prendere in considerazione idee insolite o bizzarre, alimentando la nostra creatività (che tuttavia ha bisogno anche del ragionamento analitico per capire ed esplorare tali idee).

La nostra capacità di pensare in modo flessibile si è evoluta centinaia di migliaia di anni fa affinché potessimo affrontare le difficoltà della vita nella natura selvaggia. Ne avevamo bisogno perché, tra i primati, non siamo la specie fisicamente più forte. Il bonobo, il nostro parente più stretto, può saltare due volte più in alto di noi. Lo scimpanzé, a parità di peso, ha nelle braccia il doppio della nostra forza. Un gorilla potrebbe trovare un masso appuntito, sedervisi sopra e sopravvivere nell'ambiente circostante. Noi, invece, sediamo su sedie comode ed eleganti e indossiamo occhiali. E se non è la sedia giusta ci viene mal di schiena. I nostri antenati erano senz’altro più resistenti di noi, ma a salvarci dall’estinzione è stata la nostra capacità di pensare in modo flessibile, che ci ha permesso di superare le sfide grazie all’innovazione e alla cooperazione sociale.

Negli ultimi diecimila anni abbiamo creato società in qualche modo protette dai pericoli della natura selvaggia. Abbiamo utilizzato il pensiero flessibile per migliorare e ottimizzare la nostra esistenza quotidiana. 1 nidi dei pettirossi non hanno bagni, né gli scoiattoli conservano le loro ghiande dentro casseforti, ma noi viviamo in un ambiente costruito quasi interamente dalla nostra immaginazione. Non abitiamo in comuni capanne, ma abbiamo case e appartamenti di ogni foggia e dimensione, che arrediamo con opere d’arte. Non ci limitiamo a camminare o a correre, ma andiamo in bicicletta, guidiamo automobili, viaggiamo sulle navi e voliamo sugli aerei (per non parlare di quelli che se vanno in giro su Razor, Segway e monopattini elettrici).

Una volta tutti questi mezzi di trasporto non esistevano. Nel momento in cui ciascuno è stato ideato, era una soluzione mai immaginata prima. Lo stesso vale per la gomma e le graffette che avete sulla scrivania, per le scarpe che indossate e per lo spazzolino che avete in bagno.

Ovunque andiamo siamo circondati dai prodotti del pensiero flessibile. E anche se questo non è un nuovo talento della specie umana, le esigenze del momento storico che stiamo vivendo lo hanno prelevato da dietro le quinte e catapultato in primo piano, facendone uno strumento fondamentale nelle questioni più comuni delle nostre vite professionali e private. Non è più un’esclusiva di chi deve risolvere problemi scientifici, di inventori o di artisti. Il pensiero flessibile è oggi una risorsa per chiunque desideri migliorarsi e avere successo.

Avanti

Psicologi e neuroscienziati hanno cominciato soltanto da poco a scoprire i meccanismi del pensiero flessibile. Hanno scoperto che la funzione cerebrale responsabile del pensiero flessibile bottom-up è molto diversa da quella che produce il pensiero analitico top-down. Questa scoperta è stata possibile grazie ai recenti progressi nello studio del cervello, che hanno riformulato ciò che sapevamo su molte delle sue uniche e diverse reti neurali.

Nel 2016, per esempio, lo Human Connectome Project dei National Institutes of Health ha dimostrato, adottando nuove e rivoluzionarie tecniche di scansione ad alta risoluzione e tecnologie informatiche all’avanguardia, che il cervello possiede molte più sottostrutture di quante ne immaginassimo. Si è scoperto che una delle strutture più importanti, la corteccia prefrontale dorsolaterale, è in realtà formata da una decina di elementi più piccoli. In totale, il progetto ha identificato novantasette nuove zone cerebrali, con strutture e funzioni diverse.

Questi ritrovamenti hanno aperto nuove prospettive, e sono stati paragonati alla scoperta della fisica riguardo agli atomi, che sono formati da particelle più piccole (protoni, neutroni ed elettroni). Nei capitoli successivi userò questi dati ricavati dalle ricerche più avanzate nel campo della psicologia e delle neuroscienze per illustrare l’origine del pensiero flessibile nel nostro cervello. Una volta compresi questi processi mentali bottom-up, impareremo a perfezionarli, innescarli, controllarli e coltivarli.

La prima parte del libro affronta la necessità di adattare il nostro modo di pensare per affrontare il cambiamento, e chiarisce perché il nostro cervello è così bravo a farlo. Nella seconda parte spiegherò come gli esseri umani (e altri animali) incamerano le informazioni e le processano per riuscire a innovare e fronteggiare le sfide del nuovo. La terza parte illustra il modo in cui il cervello affronta i problemi e formula nuove idee e soluzioni. Nella quarta analizzeremo gli ostacoli che potrebbero impedirci di pensare in modo flessibile e vedremo come fare per superarli.

Lungo questo percorso analizzerò i fattori psicologici chiave del pensiero flessibile e il modo in cui si manifestano nella nostra vita. Tra questi vi sono anche tratti caratteriali come la neofilia (il grado di propensione per le novità) e la schizotipia (un gruppo di caratteristiche tra cui la tendenza ad avere idee insolite e credenze magiche), ma anche qualità come saper riconoscere modelli (pattern recognition), produrre idee, pensare in modo divergente (formulare diverse idee alternative), dinamico (generare idee rapidamente) e integrativo (saper tenere in mente, equilibtare e conciliare tra loro idee diverse o opposte). Il ruolo del cervello in queste qualità è uno dei più appassionanti indirizzi di ricerca nell’ambito sia della psicologia sia delle neuroscienze.

Come reagisce la nostra mente alle richieste di novità e cambiamento? Come creiamo nuovi concetti e paradigmi, e come possiamo coltivare questa capacità? Che cosa ci tiene legati alle vecchie idee? Come imparare a porci domande e affrontare i problemi in modo flessibile? Per nostra fortuna, oggi un’enorme quantità di conoscenze scientifiche sul funzionamento della mente bottom-up ci permette di rispondere a queste domande.

Svelandovi i meccanismi del pensiero bottom-up alla base del pensiero flessibile spero di cambiare il modo in cui vedete i vostri stessi processi mentali, nonché di mostrarvi come dovremmo pensare - e come potremmo pensare meglio - per avere successo in un mondo in cui la capacità di adattarsi è oggi più importante che mai.

Il Pensiero Flessibile

Come liberarsi dagli schemi mentali e far crescere le idee vincenti

Leonard Mlodinow

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Leonard Mlodinow

Leonard Mlodinow (Chicago, 1954) è un fisico e scrittore statunitense. Figlio di sopravvissuti all'olocausto. Il padre fu detenuto per più di un anno nel campo di concentramento di Buchenwald e divenne un capo della resistenza ebraica nella sua città natia di Częstochowa in Polonia. Da...
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