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Le disarmonie dell'anima - Estratto da "La Via della Leggerezza"

di Franco Berrino, Daniel Lumera 1 anno fa


Le disarmonie dell'anima - Estratto da "La Via della Leggerezza"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Franco Berrino e Daniel Lumera e scopri come perdere peso sia nel corpo che nell'anima

Siamo appesantiti. Nel corpo, nel girovita, nelle spalle, nei pensieri, nel vivere; dalla sofferenza, dalla noia, dalla mancanza di fiducia, di prospettive, dalla solitudine, dal non vedere il senso della vita. La pancia gonfia, le ginocchia che fanno male, la periartrite, la cacca che non facciamo da tre giorni, la sciatica, il pensiero dei genitori anziani, la mamma che non c'è più con la testa, la badante che va in vacanza, il figlio che non studia, le bollette da pagare, il dubbio se conviene di più TIM o Vodafone.

Più che il disagio fisico, la pesantezza e i dolori del corpo, il troppo lavoro - oltre ai figli, al marito, ai genitori, ai suoceri - quello che appesantisce sono la fatica mentale, morale, il piombo delle preoccupazioni, dell'insoddisfazione. Magari, se mi ammalassi, potrei occuparmi finalmente di me.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

La Via della Leggerezza

Perdere peso nel corpo e nell'anima

Franco Berrino, Daniel Lumera

(21)

Questo libro dà una serie di consigli e suggestioni per conquistare leggerezza, togliere peso e pesantezza al nostro corpo e alla nostra anima, delineando quello che viene chiamato il giorno perfetto. Vengono dunque proposti una serie di gesti...

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Indice dei contenuti:

La soluzione? Il digiuno

Il digiuno dagli alimenti pesanti, dai pensieri pesanti, dai veleni emozionali, dalle abitudini di vita sedentaria.

Il cervello degli animali, e dell'uomo, si è evoluto fino alla meravigliosa complessità attuale - che i neuroscienziati sono ancora ben lontani dal comprendere a fondo - grazie a un'infinità di stimoli ambientali, di pericoli incontrati, di difficoltà, di gratificazioni.

Uno dei principali motori dell'evoluzione del cervello è stata la ricerca del cibo. Per ottimizzare la loro performance nel trovare da mangiare, tutti gli animali hanno dovuto sviluppare capacità di movimento e di resistenza fisica, capacità di sopravvivere al digiuno mantenendo la lucidità mentale necessaria alla ricerca del cibo, quindi capacità intellettuali e sociali. Nella storia dell'umanità, e in quella dei nostri antenati preumani, ci sono sempre stati periodi di carestia, di fame.

Quando eravamo cacciatori-raccoglitori non c'erano obesi. E non esistono animali selvatici obesi. Se oggi tendiamo a ingrassare è probabilmente perché nei nostri geni, nel nostro DNA, si sono strutturate istruzioni per mangiare molto ogniqualvolta da mangiare c'è (perché domani potrebbe non essercene).

È la ragione per cui anche i nostri cani e i nostri gatti diventano obesi. Siamo i figli dei sopravvissuti alle carestie, e quando c'è carestia muoiono prima i magri che i grassi. Il Padre Eterno non aveva previsto che ci sarebbe stato un tempo, per una frazione dell'umanità, in cui il cibo sarebbe stato disponibile ogni giorno, in quantità illimitata, senza necessità di impegno fisico per procurarselo, semplicemente scendendo al supermercato sotto casa. Il supermercato non è creatura di Dio.

La Natura non ci ha fornito strumenti, meccanismi fisiologici, per difenderci dal troppo cibo.

Oggi che nelle nostre società non c'è più bisogno neanche di fatica fisica per trovare cibo, l'unica possibilità che ci resta è l'intelligenza di evitare il supermercato, la scelta contro natura di mangiare meno e di faticare di più.

Proprio perché si è evoluto per la ricerca del cibo, il cervello funziona meglio se siamo costretti a digiunare, e il suo buon funzionamento è facilitato dall'esercizio fisico, che per centinaia di migliaia di anni ci è stato necessario per procurarci il cibo. In realtà il cervello, che è l'organo che consuma più glucosio e più ossigeno, entra in crisi quando non c'è da mangiare, e il livello di glucosio nel sangue scende: ci manda segnali di fame e ci costringe a cercare subito nutrimento, in particolare zuccheri.

Se il digiuno si prolunga, tuttavia, si attivano meccanismi di emergenza: cominciamo a consumare i nostri grassi e, bruciando grassi, produciamo corpi chetonici, che le cellule nervose sono capaci di utilizzare come fonte di energia con grande efficienza; produciamo in particolare acido betaidrossibutirrico, che protegge il cervello riducendo lo stato infiammatorio. Gli studi su modelli animali dimostrano chiaramente che il digiuno e l'attività fisica favoriscono l'efficienza dei circuiti nervosi e prevengono anche la depressione, l'ansia e l'accidia.

L'esercizio fisico produce endorfine, le quali agiscono sul cervello come farmaci gratificanti che ci incoraggiano a continuare a camminare fino a quando non riusciremo a catturare la preda. Lo sanno bene i jogger, drogati della corsa, che non possono fare a meno di correre (anche se non lo fanno per procurarsi il cibo). Anche chi pratica il digiuno per ragioni religiose o di salute sa bene che dopo qualche giorno, quando non c'è più traccia di glucosio nel corpo e si comincia a consumare i grassi di riserva, la mente è lucida, produttiva, come doveva essere quando il digiuno non era scelto per potenziare la salute, bensì obbligato dalla difficoltà di trovare cibo.

Gran parte degli animali selvatici, ancora oggi, trascorrono lunghi periodi di digiuno, ed è verosimile che questi intervalli senza cibo contribuiscano a mantenerli in salute. La mancanza di sobrietà alimentare e di esercizio fisico sono alla base di patologie croniche come l'obesità e il diabete, a loro volta causa di malattie cardiovascolari, di molti tipi di neoplasie e di malattie neurodegenerative. Paradossalmente un po' di fame e di fatica fisica, che il cervello vorrebbe farci evitare, possono mantenerlo sano ed efficiente fino all'età anziana.

Cavie da appartamento

Il nostro stile di vita è molto simile a quello dei topi di laboratorio, che vivono in piccole gabbie dove possono mangiare quanto vogliono, non hanno spazio né attrezzi per fare esercizio e sono in compagnia di soli cinque o sei altri topi, quindi hanno minime interazioni sociali, proprio come noi nelle nostre famiglie nucleari e nel nostro lavoro di ufficio.

Una recente revisione degli studi scientifici sugli effetti dello stile di vita dei topi e dei ratti sulla funzionalità e plasticità cerebrale osserva che:

  • se si mette loro a disposizione una ruota dove possono correre (normalmente lo fanno per pochi minuti più volte al giorno) hanno migliore memoria e capacità di apprendimento, sviluppano più neuroni e più sinapsi (collegamenti) fra i neuroni dell'ippocampo. L'esercizio, inoltre, previene l'ottundimento mentale causato anche nei roditori da una dieta troppo ricca di zuccheri e grassi, e previene apatia e depressione. Anche gli studi sull'uomo dimostrano che l'esercizio fisico riduce ansia e depressione;
  • gli stessi risultati di miglioramento delle funzioni e di arricchimento delle connessioni fra cellule nervose sono stati osservati nei roditori a cui si dava da mangiare il 30% in meno di quello che avrebbero assunto se avessero avuto una disponibilità illimitata di cibo o a cui si dava da mangiare un giorno sì e uno no. Erano molto più capaci di cavarsela nei labirinti. Questi stessi animali vivono più a lungo e si ammalano meno di cancro. Al contrario, gli animali che con la dieta abituale diventano diabetici mostrano una molto ridotta connessione fra le cellule nervose dell'ipotalamo (una ridotta arborizzazione dendritica);
  • è chiaro che la difficoltà di trovare cibo, la necessità di correre per difendersi da predatori e la conseguente migliore intelligenza operativa hanno rappresentato un vantaggio di sopravvivenza per gli animali selvatici. Allevando i roditori in gabbie molto grandi, con più conviventi, molti spazi da esplorare, possibilità di muoversi in percorsi accidentati, anfratti per nascondersi e con ruote per correre, si migliora notevolmente la neuroplasticità (la capacità del cervello di adattarsi con nuove ramificazioni dendritiche e nuove connessioni sinaptiche a cambiamenti ambientali), il benessere psicologico (meno ansia e depressione) e l'intelligenza per trovare l'uscita dai labirinti.

Più studi epidemiologici hanno riscontrato che le persone che fanno attività fisica si ammalano meno di demenza senile, di morbo di Alzheimer e di morbo di Parkinson. In particolare, chi pratica sport o esercizi fisici in età media e chi in età media ha un buon livello di fitness cardiorespiratoria si ammala meno.

Non ci sono studi di restrizione calorica, ma una dozzina di indagini hanno coerentemente riscontrato che i diabetici si ammalano di più di Alzheimer (sono diabetici di tipo 2, che si sono ammalati dopo anni di mangiar male, di mangiar troppo e di vita sedentaria). Si sa, inoltre, che chi in età media ha la pancia ha un rischio due-tre volte superiore di ammalarsi di Alzheimer in età anziana. Il primo studio era stato condotto in California presso gli associati alla Kaiser Permanente, che proponeva uno screening multifasico in cui si misurava quanto sporgeva l'addome delle persone sdraiate sul lettino.

Dopo oltre trent'anni si valutò quanti dei partecipanti avevano sviluppato il morbo di Alzheimer e si vide che l'incidenza era proporzionale al diametro addominale di trent'anni prima. Seguirono numerose altre conferme. Anche i modelli animali in cui si inducono malattie neurodegenerative in roditori (Alzheimer, Parkinson, Huntington) dimostrano inequivocabilmente che esercizio fisico, digiuno intermittente e vita in ambienti ampi e stimolanti riducono l'insorgenza dei difetti cognitivi che caratterizzano queste malattie.

I meccanismi biologici con cui questi aspetti dello stile e dell'ambiente di vita migliorano la plasticità cerebrale sono molteplici, ma tre dei più importanti sono la riduzione dello stress ossidativo, la riduzione dello stimolo infiammatorio sul sistema nervoso e l'attivazione dell'autofagia (il processo per cui le cellule affamate dalla restrizione calorica consumano tutto quello che trovano dentro di sé e che non serve alla loro sopravvivenza, comprese le proteine anomale che si depositano nelle cellule nervose, caratteristica di tutte le malattie neurodegenerative).

Proteggiamo il nostro cervello. Difendiamolo dall'industria alimentare, dalla televisione e dal web che ci cattura in ore e ore di sedentarietà, dalla civiltà delle immagini e della pubblicità che ci distraggono continuamente dal pensare in modo autonomo. Guardiamoci dentro, domandiamoci chi siamo veramente, al di sotto di quello che gli altri - la società, il lavoro - ci chiedono di essere.

E stabiliamo cosa vogliamo veramente, cosa vogliamo fare di noi, dove vogliamo andare.

Un problema semplice

Le ragioni per cui ci appesantiamo nel corpo sono abbastanza chiare: parafrasando la terminologia dei neuroscienziati, potrebbero essere definite "il problema semplice". Le ragioni per cui ci appesantiamo nello spirito è invece il problema difficile.

Due-trecentomila anni fa l'Homo sapiens, quando era cacciatore-raccoglitore, non trovava da mangiare tutti i giorni nel supermercato sotto casa, passava probabilmente spesso anche vari giorni prima di riuscire a cacciare o a reperire cibo sufficiente a saziarsi. Il cibo era molto vario - vermi, insetti, pesci, piccoli animali, talvolta grandi animali, ma soprattutto semi, radici, erbe e bacche selvatiche - ma non era abbondante.

Il nostro organismo si adattò a quella varietà e a quella saltuarietà e progettò i propri circuiti metabolici in modo da funzionare al meglio in quelle condizioni. Vedremo come la plasticità cerebrale, la capacità del cervello di adattarsi a cambiamenti ambientali, sia tanto maggiore quanto più l'uomo è esposto a periodi di digiuno. Se siamo costretti al digiuno, è essenziale che il cervello sia vigile per guidarci alla ricerca del cibo. È ipotizzabile che anche la varietà del cibo selvatico abbia contribuito alla progettazione di un cervello efficiente. Le erbe selvatiche sono ricche di sostanze utili al cervello, in particolare di acido alfalinolenico, il precursore di grassi che servono a costruire le membrane delle cellule nervose.

Quando il cibo era abbondante si cercava di mangiarne molto per sopperire alla fame del giorno precedente e a quella, plausibile, del successivo. Nel nostro DNA è probabilmente presente l'istruzione di riempire la pancia ogniqualvolta ci sia da mangiare, o comunque la selezione naturale ha favorito la sopravvivenza e la capacità riproduttiva di chi possedeva questa istruzione.

Molti secoli dopo, l'Homo sapiens imparò a coltivare i campi - Demetra gli fece dono del frumento e Atena dell'ulivo - e ad allevare gli animali. Ci fu più abbondanza di cibo, ma minore varietà. Si morì meno di fame, ma si ipotizza che questa relativa abbondanza non abbia contribuito a migliorare la nostra intelligenza; è possibile, anzi, che la ridotta varietà abbia privato il sistema nervoso di nutrienti importanti. I contadini, da sempre, hanno ragionato su come rendere i campi più produttivi, ma hanno avuto meno bisogno di aguzzare l'ingegno per trovare da mangiare tutti i giorni. È possibile che i cacciatori-raccoglitori fossero (e siano ancora, in pochi popoli sopravvissuti) più intelligenti degli agricoltori.

La fame non fu comunque sconfitta, perché carestie, guerre ed epidemie devastavano periodicamente i campi e le popolazioni. Ai "digiuni intermittenti" di uno o pochi giorni dei cacciatori-raccoglitori si sostituirono periodi di restrizione calorica prolungata, anche di mesi o di anni. Le buone politiche, come racconta Marco Polo ne Il Milione, organizzavano granai di Stato per salvare il popolo negli anni di carestia, ma certamente in quegli anni i più mangiavano ben poco.

Ventimila anni dopo le cose cambiarono ancora. Nella metà settentrionale del mondo non solo non c'è più fame, ma la quantità di cibo disponibile è sovrabbondante, vergognosamente eccessiva, esagerata, mentre la varietà del cibo naturale si è ulteriormente ridotta, si stima di circa quaranta volte nell'ultimo secolo. L'agroindustria produce solo le varietà che rendono molto sul campo, le varietà compatibili con l'agricoltura chimica. Nella seconda metà del secolo scorso fertilizzanti, diserbanti e pesticidi hanno conquistato la quasi totalità delle terre un tempo naturalmente fertili.

La questione della ridotta biodiversità nel piatto non è cosa di poco conto. È noto che un elevato consumo di frutta e verdura riduce il rischio dei fumatori di ammalarsi di cancro. Ebbene, studi epidemiologici hanno recentemente mostrato che, a parità di quantità di frutta e verdura consumate, la varietà conferisce un'ulteriore significativa protezione. A fronte della riduzione del cibo naturale, aumenta invece drammaticamente il cibo industriale, trasformato, raffinato, impoverito di centinaia di sostanze nutritive, arricchito artificialmente, talvolta esageratamente, di alcune poche vitamine e minerali e di una grande varietà di prodotti chimici "miglioranti", camuffanti, conservanti, emulsionanti... Il cosiddetto cibo ultraprocessed, ultralavorato, che studi recenti hanno riscontrato associato all'obesità, al diabete e al cancro.

La ridotta biodiversità, la tossicità neurologica della chimica agricola e degli additivi, la pubblicità dell'industria alimentare e i messaggi rassicuranti delle autorità stanno contribuendo a quel crescente ottundimento delle nostre funzioni cerebrali e del problema difficile dei neuroscienziati: la coscienza. In sintesi, grande varietà di cibo spazzatura e minima varietà di nutrienti essenziali per il corpo, grande varietà di informazioni e minima varietà di cibo per la coscienza.

È stato ipotizzato che la sopravvivenza della specie - la salvezza dell'umanità - dipenderà dalla sempre maggiore complessità della rete. L'aumento caotico delle informazioni disponibili, vere, false, ambigue, e la complicazione progressiva delle burocrazie nazionali e internazionali faciliterà la selezione di individui superintelligenti capaci di orientarsi nel caos informativo, di cavarsela nella foresta informatica, proprio come gli antenati cacciatori-raccoglitori sopravvissero nella foresta naturale. Il problema è che partiamo male, con dei geni tuttora più adatti a farci sopravvivere nella fatica fisica della foresta piuttosto che nella vita sedentaria obbligata del web. Che l'unica speranza, per noi del Nord, sia lo spreco alimentare? Occorrerebbero mutazioni genetiche che ci togliessero l'appetito quando siamo di fronte a un pasto abbondante.

Non è facile, ma se aumentiamo ulteriormente la tossicità riproduttiva del nostro cibo potremmo farcela; chi mangia tanto e male, chi conserva i geni degli antenati che facevano la fame, i geni che ci obbligano a mangiare tanto ogniqualvolta c'è da mangiare, non ce la farà più a riprodursi: già si sa che l'obesità è associata a infertilità e impotenza.

Prevarranno allora i geni di chi mangia bene e conserva la fertilità. Già ci sono segni positivi: dagli anni Settanta a oggi la quantità di spermatozoi in un'eiaculazione si è ridotta drammaticamente, e per di più i pochi sopravvissuti si muovono a fatica, nonostante le stampelle delle tecniche di riproduzione assistita; le ragazze sono sempre più sterili, non solo perché aspettano i 40 anni prima di pensare a una gravidanza, ma perché sono sempre più frequentemente affette da ovaio policistico, una patologia che le rende ipofertili.

La sterilità maschile è probabilmente legata all'inquinamento estrogenico dell'ambiente e del cibo (ormoni femminili nella carne e nel latte vaccino), alle numerose sostanze chimiche con effetti similestrogenici (bisfenolo A e ftalati delle plastiche alimentari, nonilfenoli di lubrificanti) o antiandrogenici (antiabbronzanti dei cosmetici e delle plastiche alimentari, paracetamolo), ma anche, forse soprattutto, alla sindrome metabolica (vedi "Che cos'è la sindrome metabolica" a p. 28), detta anche sindrome da insulinoresistenza, il principale pericolo pubblico, dopo il tabacco, nella nostra civiltà (vedi fig. 1 a p. 27).

Anche l'ovaio policistico è legato alla sindrome metabolica: la dieta occidentale, ricca di carboidrati raffinati, grassi animali e proteine in eccesso, aumenta la produzione di insulina, che stimola, nell'ovaio, l'ipertrofia del tessuto interstiziale responsabile della sintesi del testosterone; ne segue una rigidità del tessuto che impedisce la rottura, ogni mese, del follicolo in cui matura l'uovo; le ragazze diventano sterili, iperinsulinemiche, iperandrogeniche (spesso irsute) e spesso obese. Sono preda del mercato sempre più ipertrofico della fecondazione assistita, che minaccia di diventare uno dei principali motori del prodotto interno lordo dei Paesi occidentali.

Occorrerebbe una mutazione anoressizzante, ma sarebbe sufficiente l'intelligenza di mangiare meno e cambiare stile alimentare per rimanere gravide, con però un danno considerevole al PIL. Nessun governo investirà per abbassare il PIL, nessun governo investirà per ridurre le malattie, che creano occupazione e fanno girare l'economia: dobbiamo fare da soli, e possiamo (in Bhutan, piccolo stato dell'Asia, è stato provocatoriamente istituito il parametro FIL - Felicità Interna Lorda - basato su criteri di qualità dell'aria, della salute dei cittadini, dell'istruzione e della ricchezza dei rapporti sociali).

La ricerca epidemiologica degli ultimi vent'anni ha chiarito quali sono le cause alimentari della sindrome metabolica e dell'obesità: facciamo in modo che queste informazioni raggiungano tutti.

La Via della Leggerezza

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Franco Berrino, Daniel Lumera

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Franco Berrino

Franco Berrino

Franco Berrino è medico, patologo, ed epidemiologo. Per molti anni ha lavorato all'Istituto Nazionale Tumori di Milano, dove ha coordinato il progetto DIANA, sulla relazione tra alimentazione e tumori (in particolare al seno). I suoi studi hanno analizzato lo sviluppo dei tumori in Italia...
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Daniel Lumera

Daniel Lumera è docente, scrittore, formatore internazionale, nato in Sardegna ad Alghero. Esperto nell’area delle scienze del benessere e della qualità della vita. Daniel Lumera è l’ideatore del metodo My Life Design®, il disegno consapevole della...
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