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La vera strada dell'umanità - Estratto da "Ho Deciso di Vivere fino a 120 Anni"

di Ilchi Lee 1 anno fa


La vera strada dell'umanità - Estratto da "Ho Deciso di Vivere fino a 120 Anni"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Ilchi Lee e scopri come vivere ben oltre i cento anni e arrivare a questo traguardo vitale e felice

Il fenomeno della società che invecchia, risultato di un aumento dell’aspettativa di vita e del basso tasso di natalità, è evidente in tutto il mondo. Si prevede che la popolazione mondiale aumenterà del 20% circa entro il 2050, mentre la fascia di popolazione di 65 anni e oltre raddoppierà approssimativamente le attuali cifre. Ciò significa che il 18% della popolazione complessiva, ossia quasi due persone su dieci, sarà costituito da anziani.

Indice dei contenuti:

Una società che invecchia

Nel 2014 negli Stati Uniti 46 milioni di persone (il 14,5% della popolazione totale) avevano 65 anni o più. Si prevede che la percentuale aumenterà fino al 22% entro il 2050, con una popolazione di oltre 65 milioni, che raggiungerà i 100 milioni circa entro il 2060. L’invecchiamento della società sarà particolarmente rilevante nei paesi sviluppati e in Asia. Entro il 2050 la popolazione oltre i 65 anni raggiungerà circa il 36% in Corea del Sud, seconda solo al 40% del Giappone. Ciò significa che circa quattro persone su dieci saranno anziane... davvero uno sviluppo straordinario.

Settantanove anni è attualmente la durata della vita media negli Stati Uniti. Vedendola in un altro modo, sebbene alcuni muoiano prima, in tantissimi vivono molto più a lungo della media. Guardati intorno. Vediamo spesso persone vivere oltre gli ottant’anni o anche i novanta, giusto? Il problema è che la percezione generale e l’atteggiamento relativo alla vecchiaia sono quelli di quando l’aspettativa di vita media era di sessantanni.

Quando avrai ottant’anni, quali mansioni comporterà il tuo programma giornaliero? Cosa farai nei giorni feriali e nei fine settimana? A quali attività ti interesserai e su quali ti focalizzerai? Vivrai con un senso di appagamento e gioia? O la tua sarà una vita passiva, ogni giorno la fotocopia del giorno prima, mentre osservi impotente il tempo scorrere via? Riesci a rispondere a queste domande?

Pochissimi hanno obiettivi o attività pianificate dopo i settant’anni o gli ottanta, a parte il semplice rimanere in vita. Di conseguenza, molti stanno entrando nell’era della longevità senza alcuna preparazione mentale e dovranno affrontare la sfida data da venti o quarantanni di inattività. E un problema che trascende il livello individuale; è un problema nazionale e, al di là, un problema globale. Si tratta di una situazione senza precedenti storici: dal 20 al 40% della popolazione totale si ritrova tra le venti e le quaranta ore di inattività.

L’impatto del modo in cui trascorriamo il tempo durante la vecchiaia, quindi, è enorme. Se finiamo con il vivere una vita inattiva, non produttiva e dipendente da altri, diventiamo un grande peso per la società. Se invece riusciamo a condurre un’esistenza gratificante e soddisfacente, condividendo preziosa saggezza e ampie prospettive, possiamo dare contributi produttivi che trasmettano alle generazioni future l’essenza della nostra cultura. Possiamo persino trovare modi per risolvere i nostri problemi economici, dando a queste attività un valore sociale.

Pensando in maniera creativa, trovando risposte e preparando soluzioni assieme, avremo la possibilità di dar vita a una nuova cultura, matura e armoniosa, che unisca la passione e la spinta della gioventù e dell’età adulta alla saggezza e all’apertura di vedute della vecchiaia.

La vita durante la vecchiaia è un problema esistenziale per molti e una realtà che affronteremo tutti, quindi diventa tassativo rifletterci sopra e cercare risposte.

I primi sessant’anni sono dedicati al successo

Ho riflettuto molto sul motivo per cui le persone percepiscono la vecchiaia come un periodo di scarsa importanza, un periodo in cui la vita si riduce e lentamente se ne va. Ho riflettuto anche su tutte le fasi del ciclo della vita, dalla nascita alla morte. In quanto esseri umani, percorriamo un cammino dal momento in cui nasciamo fino al momento in cui moriamo. Pertanto, non possiamo fare a meno di interrogarci sulla natura del vero cammino che dovremmo percorrere.

Persino in questo momento, sì, proprio ora, ognuno di noi segue la propria strada. Magari cambiano i particolari, ma i nostri cammini in linea generale sono simili. Nasciamo, cresciamo, impariamo, otteniamo un posto di lavoro, ci formiamo una famiglia e viviamo fino a invecchiare e morire. Diciamo che il periodo fino ai sessant’anni costituisce la prima metà della vita, cui fa seguito la seconda metà.

Il cammino che percorriamo e la nostra destinazione nella prima metà sono stabiliti in maniera chiara. In sostanza, si tratta del successo. Ognuno di noi punta chiaramente all’obiettivo del successo, cioè il paradigma che contraddistingue la prima metà della vita. Ecco perché questa metà l’ho chiamata il periodo del successo.

Le persone si affrettano, si scontrano tra di loro girando qua e là, immerse sempre nel paradigma del successo. Immagina una strada del genere su cui camminano innumerevoli folle, tutte assiepate. Non hanno il tempo di pensare a chi ha creato quella strada, né se ne preoccupano. Devono guadagnarsi da vivere o, per dirla in parole povere, devono guadagnare in maniera da stare meglio rispetto agli altri, così senza pensarci percorrono quella strada.

Quello che era un sentiero è diventato un’ampia strada, perché innumerevoli individui vi hanno camminato per tutta la lunga storia dell’umanità. Non ci si pensa proprio al perché si segue quella strada o se potrebbe essercene un’altra. La strada c’è e, dato che gli altri la stanno percorrendo, ci si lancia tra la folla senza pensarci troppo. Troppo impegnati a rincorrere quelli davanti, così da non rimanere indietro nella gara.

Il paradigma del successo inizia a essere impiantato nel nostro cervello, consciamente o inconsciamente, quando siamo molto piccoli. A scuola, al lavoro e anche a casa ci martellano in testa un messaggio: “La vita è un campo di battaglia, per cui devi combattere. E quando combatti, devi vincere”. Perdere significa fallire, ecco perché cerchiamo incessantemente di vincere. Andiamo avanti e indietro tra il paradiso e l’inferno più volte al giorno, a seconda che vinciamo o perdiamo. Quando vinciamo, il nostro valore esistenziale appare più grande, ma quando perdiamo è come se il valore della nostra esistenza svanisse all’istante. Ci immergiamo nella competizione e nel successo sempre di più man mano che troviamo nuovi lavori, guadagniamo soldi, fondiamo famiglie e cresciamo figli.

Durante questo periodo otteniamo ciò che vogliamo attraverso il duro lavoro, contribuendo nel contempo alla crescita e allo sviluppo della società. Ci costruiamo una carriera e ci creiamo una solida posizione sociale. Ci dedichiamo a produrre risultati attraverso la nostra professione, le organizzazioni e gli impegni. Questo periodo serve ad accumulare risultati, esperienza e know-how.

Nonostante ciò che otteniamo, rimaniamo però bloccati nel paradigma della competizione. Come sappiamo fin troppo bene, in una gara non tutti possono vincere. Quando qualcuno vince, qualcun altro perde. Veniamo così divisi in una minoranza di vincitori e una maggioranza di persone che si considerano perdenti. In una struttura competitiva in cui sopravvive il più forte, il mio successo nuoce agli altri, per quanto non intenzionalmente, e il successo degli altri mi mette a disagio. Ecco perché all’interno di un paradigma di successo la vera pace non esiste.

A quaranta o cinquant’anni molti di noi si pongono domande sul paradigma del successo che la società ci ha imposto e che abbiamo interiorizzato. Alcuni sono arrivati all’apice della competizione, vincendo tutto quello che potevano vincere (denaro, prestigio, potere), ma poi pensano: “Tutto qui?”. Sono benestanti ma si sentono infelici. In qualche modo si sentono vuoti, privi di un vero senso di soddisfazione. Benché guadagnino più di quanto si aspettavano di guadagnare e trascorrano lunghe vacanze con la famiglia in lussuose ville all’estero, tanti non riescono a scrollarsi di dosso il senso di vuoto. Coloro che si chiedono seriamente perché, finiscono naturalmente con il riflettere sulla loro vita.

Per molti, i secondi sessant’anni di vita iniziano con la pensione. Le cose cui una volta assegnavamo un significato e alle quali dedicavamo il nostro tempo e la nostra energia ora improvvisamente cambiano. Il reddito regolare, le mansioni che una volta ci scandivano l’esistenza, l’intenso senso di realizzazione percepito attraverso il lavoro, lo status sociale che ci permetteva di supervisionare altre persone quando svolgevamo dei progetti e i rapporti con i colleghi, che sembravano quasi una famiglia, con affetti e risentimento... un giorno tutto questo sparirà.

Chi cerca il proprio valore solo al di fuori di sé, nel successo o nel lavoro, in quel momento vive un forte senso di perdita. Senza le cose in cui aveva riversato passione, la vita appare inutile e vuota, a meno che non riesca a trovare qualcosa per rimpiazzarle. Si sente inutile e la sua posizione nel mondo pare svanire.

Eri un ingegnere, un insegnante, un venditore, un’infermiera. Cosa stai facendo, ora che non lavori più? Cosa ti rende quello che sei? Nel momento in cui il successo sociale non è più un obiettivo che ci stimola e motiva, cosa può rendere la nostra vita preziosa e darle un senso? Nel vivere il resto della tua vita cosa dovresti fare e quali obiettivi dovresti avere? Queste sono le domande cui ci troviamo a dover rispondere.

Un paradigma per la seconda metà della vita

La prima metà della vita ha un obiettivo chiaro: il successo. Ecco perché molti non avvertono il bisogno di preoccuparsi di altro e comunque non ne hanno il tempo. Tutto ciò che devono fare è seguire la strada che li attende in un sistema sociale costituito da famiglia, scuola e lavoro. I problemi, però, arrivano dopo la pensione. L’obiettivo del successo, nel quale riponiamo le nostre energie nella prima metà della vita, nella seconda metà è assente. In questa fase un paradigma ovvio non c’è. Il percorso dell’umanità nella prima metà della vita è chiaro. Ma quella strada finisce con la pensione. Dopodiché una bella strada ampia che tutti possano seguire non esiste. Pertanto, chi si trova ad affrontare l’ambiente completamente nuovo della pensione non ha ben chiaro come vivere e per cosa. Oggi come oggi, sta al singolo capire come condurre l’esistenza dopo.

Non era un grosso problema quando la durata media della vita umana era di sessanta o settantanni. Tuttavia, se il 20-40% della popolazione trascorre la vita a oziare per venti o quarantanni, senza alcuno scopo o alcuna attività significativa, ciò rappresenterà uno spreco per gli individui e per la società nel suo complesso. Credo che per risolvere questo problema sia urgentemente necessario un paradigma per la seconda metà della vita. Ci occorre qualcosa che dica: “Se hai vissuto per il successo nella prima metà della tua vita, allora vivi per qualcos’altro nella seconda metà”.

Il problema è che il percorso non è ancora stato tracciato. Per la prima metà un cammino di vita c’è, ma la seconda metà è una giungla inesplorata. Solo una piccola minoranza si apre un varco attraverso questa giungla. La maggior parte nella seconda metà della vita fa poco, perché non le è mai stato mostrato alcun modo ovvio di impiegare il tempo rimasto. Come dovrebbe essere il paradigma per questo periodo?

Come valore da perseguire nella seconda parte della nostra vita vorrei suggerire la completezza. “Completezza” significa che tutto viene realizzato e completato o concluso. Che cosa completare? Te stesso, la tua vita.

Credo che siamo nati per perseguire la completezza. Per esempio, tutti cercano di legarsi agli altri attraverso le relazioni, il che è un modo per completarsi attraverso il senso di appartenenza. Inoltre, le persone cercano di migliorare se stesse attraverso l’istruzione e l’avanzamento, cioè un’altra forma di completezza sociale. Ricercano la completezza anche attraverso la spiritualità, per provare un senso di unità con il divino o con la Sorgente del cosmo.

A un certo punto della nostra vita tutti noi ci chiediamo: “Chi sono io?”. Questa domanda sorge quando cerchiamo di capire lo scopo e il significato della vita e anche perché vogliamo trovare la Sorgente della nostra esistenza. Gli esseri umani sono gli unici animali che chiedono: “Chi sono io?”. E così a un certo punto della vita perseguiamo la completezza, che trascende il successo, perché siamo esseri per i quali la cosa è inevitabile. Il cervello è programmato per ricercare il vero significato della vita e perseguire la completezza. Penso che questa sia la vera natura dell’umanità.

La completezza non riguarda il mondo visibile o l’esterno. Riguarda il mondo della coscienza, un senso che ci permette di sentire cosa sta succedendo dentro di noi. E una sensazione di appagamento che ci riempie il cuore: orgoglio, soddisfazione, unità e pace. La completezza giunge al termine nel momento finale della vita, quando esaliamo il nostro ultimo respiro. Una vita completa ci consente nel momento della morte di guardarci indietro, sentirci appagati e soddisfatti, per chiudere gli occhi in pace e felicità. “Non ho più rimpianti né risentimento; ho vissuto una vita colma di significato e sono orgoglioso di me stesso”. Solo tu puoi sentire se la tua vita è giunta a completamento. Nessun altro può giudicarlo o saperlo. Il grado di completezza è determinato unicamente dalla soddisfazione e dall’appagamento che senti nel cuore.

Nei tuoi ultimi momenti, se ripensando alla tua vita dici: “Ho dei rimpianti. Non sono riuscito a vivere la vita che volevo davvero”, non sarai in grado di provare nessun senso di totale appagamento.

Secondo l’infermiera australiana di cure palliative Bronnie Ware, autrice di Vorrei averlo fatto: i cinque rimpianti più-grandi di chi è alla fine della vita, il rimpianto più comune di chi affronta la morte è: “Avrei dovuto avere il coraggio di vivere una vita che fosse vera per me, non la vita che gli altri si aspettavano”. Ecco alcuni rimpianti espressi dai morenti: “Non avrei dovuto lavorare così tanto”, “Avrei dovuto avere il coraggio di esprimere i miei sentimenti”, “Avrei dovuto rimanere in contatto con i miei amici” e “Avrei dovuto farmi più felice”.

Vogliamo vivere la vita che desideriamo davvero, essere più felici, esprimere ciò che sentiamo ed essere in collegamento con le persone anziché ritrovarci sepolti dal lavoro. La chiave della realizzazione è vivere la vita che vuoi davvero, una vita di cui non ti pentirai quando morirai. Pertanto, devi innanzitutto chiederti più e più volte che tipo di vita vuoi veramente.

Cosa voglio davvero? Mi pongo questa domanda sin da piccolo, ma fino ai trent'anni non avevo trovato una risposta soddisfacente. Avrei potuto vivere senza saperlo, ma non ero felice. Esternamente conducevo un’esistenza molto normale, ma interiormente sentivo che era un guscio vuoto e non potevo più tollerarlo. Mi è venuto da pensare che non avrei più dovuto ignorare le domande irrisolte e fondamentali della vita e che avrei dovuto scavare a fondo, fino ad arrivare all’origine di questi interrogativi e trovare una risposta.

Quando il mio cuore ha affrontato più seriamente la cosa, mi sono recato sul monte Moak, vicino a Jeonju, in Corea del Sud. Ho iniziato 21 giorni di pratica ascetica, senza mangiare né dormire, e mi sono concentrato solo sulle domande fondamentali, che mi ponevo ripetutamente. Chi sono io e cosa voglio? Dopo aver trovato le risposte, sono stato finalmente in grado di iniziare a vivere la mia vera vita.

Negli ultimi 37 anni ho posto a innumerevoli persone la stessa domanda: “Che cosa vuoi veramente?”. Le risposte sono state molto diverse. Alcuni vogliono avviare grandi imprese, altri vogliono aiutare coloro che sono privi di mezzi e svantaggiati. Altri ancora vogliono semplicemente vivere una vita tranquilla, piacevole e senza conflitti. Approfondendo, però, ho scoperto che c’è un filo rosso che lega tutte quelle risposte.

Ciò che alla fine le persone vogliono non sono i soldi, le belle auto, vestiti costosi o titoli altisonanti. Non vogliono valori materiali, come la ricchezza e lo status sociale. Ciò che vogliono è la sensazione di poter vivere libere e indipendenti, di amare ed essere amate, la sensazione che la loro vita sia preziosa e inestimabile, la sensazione di stare contribuendo a qualcosa di più grande di loro. In breve, le persone vogliono, più di ogni altra cosa, la soddisfazione interiore che deriva dalla realizzazione dei loro valori più alti.

Ho Deciso di Vivere fino a 120 Anni

Sano, vitale e appagato

Ilchi Lee

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Per gran parte della vita lavoriamo sodo, magari raggiungendo il successo, fino all’età pensionabile. Dopo di che crediamo di avere ancora una ventina d’anni per rilassarci e goderci la vita. E se invece avessimo più tempo? E se avessimo altri...

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Ilchi Lee

Ilchi Lee

ILCHI LEE è uno scienziato esperto di cervello, attivista pacifico di fama mondiale e un leader spirituale. È il creatore del metodo Brain respiration, un sistema dettagliato di esercizi fisici e mentali per stimolare l’uso dell’energia che permette di risvegliare il nostro spirito,...
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