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La scelta vegetariana: una scelta consapevole

di Chiara Ghidini, Paolo Scarpi 5 mesi fa


La scelta vegetariana: una scelta consapevole

Leggi l'introduzione del libro "La scelta vegetariana" di Chiara Ghidini e Paolo Scarpi e scopri la storia dei vegetariani

Nella elaborazione di questo piccolo volume non era nostra intenzione realizzare una raccolta di ricette né una enciclopedia che offrisse al lettore un elenco sia pure ragionato dei numerosi movimenti vegetariani succedutisi nel corso del tempo e nelle diverse parti del mondo.

E nemmeno si è pensato di redigere questo testo perché sollecitati dalla grande diffusione di cui gode oggi la pratica vegetariana nelle sue molte sfaccettature e declinazioni – vegetariani, vegani, vegetaliani, crudisti, crudiveganisti, fruttisti o fruttaristi – o perché da qualche tempo un numero sempre maggiore di personalità di spicco dell’attuale galassia globale si dichiari apertamente vegetariano o dia prova di una certa attitudine ascetica.

Vegetariano è infatti Bill Clinton, ex presidente degli Stati Uniti; vegetariana è Christine Lagarde, l’attuale direttrice operativa del FMI, la quale inoltre non beve alcolici, non fuma e pratica lo yoga, fatto quest’ultimo che, dal punto di vista di un diffuso pregiudizio culturale, evoca insieme all’ascesi una qualche dimensione religiosa. A sua volta Michelle Obama, già first lady statunitense, era e si presume che sia tuttora impegnata in una campagna di educazione alimentare per migliorare le condizioni di vita delle famiglie americane, spingendole a ridurre il consumo di carne e ad accrescere quello di alimenti vegetali.

Stai leggendo l'anteprima del libro

La Scelta Vegetariana

Una breve storia tra Asia e Europa

Chiara Ghidini, Paolo Scarpi

Essere vegetariani, per la specie uomo, è una scelta, non un’inclinazione naturale. Una scelta alimentare sempre più frequente nella società contemporanea ma che ha radici molto antiche. Un tema costantemente sotto...

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In linea generale, dunque, si può dire che nel mondo contemporaneo, in questo terzo millennio e con una accelerazione imprevista nell’ultimo decennio, si è potuto assistere a una grande diffusione, quasi una esibizione, di pratiche alimentari vegetariane.

Ma, come si diceva, non sono state queste le ragioni che ci hanno indotto a scrivere. E nemmeno lo è stato il fatto che il vegetarianismo contemporaneo, fortemente influenzato da modelli asiatici (o presunti tali) adattati al gusto europeo, sia divenuto un vero e proprio business, il vegbiz, benché non si possa ignorare che l’importanza economica e sociale assunta dall’industria agro-alimentare nel mondo, anche nella sua versione «bio», ha di certo contribuito, forse inconsapevolmente in una prima fase, alla diffusione del modello alimentare vegetariano.

Molti supermercati, infatti, hanno ormai allestito spazi dedicati ai prodotti vegani accanto ad altrettanti spazi dedicati ai prodotti biologici, mentre nei media, nei social e in generale nella rete si parla diffusamente di alimentazione e cucina vegetariane e vegane.

Sono tutti aspetti non trascurabili rispetto ai quali non si può essere indifferenti, ma non sono stati la ragione principale che ci ha spinto a scrivere queste pagine, le quali trovano invece la loro motivazione nell’individuazione di un fattore storico, sempre nei limiti in cui è possibile parlare di storia, perché vi sono fonti che narrano fatti.

E le fonti, per mezzo delle quali si è risalita la storia fin dove possibile, hanno lasciato trasparire come il consumo di vegetali anziché di carne, in una parola il vegetarianismo sensu lato, sia stato il frutto di una scelta consapevole.

L’idea di scelta e per di più consapevole, dunque intenzionale, costituisce alla fine il fil rouge di questo piccolo volume, e in quanto scelta consapevole il vegetarianismo si rivela da un punto di vista storico un prodotto culturale, che è quasi sempre espressione di una dimensione religiosa.

Se perciò il vegetarianismo trae origine da una scelta intenzionale documentata storicamente, è un po’ difficile pensare a una pratica alimentare vegetariana situata agli albori della storia umana in termini diversi da una delle molte forme di adattamento per garantire la conservazione della specie, benché gli attuali seguaci del vegetarianismo si appellino a una non meglio precisata origine vegetariana dell’umanità, che sarebbe solo storicamente onnivora ma fisiologicamente erbivora.

Una dieta genericamente vegetariana perché dettata dalle disponibilità ambientali deve necessariamente essere distinta da una analoga dieta intesa come scelta culturale, che solo i fatti storici possono palesare, altrimenti si entra nello spazio delle congetture. Un regime alimentare prevalentemente ma non esclusivamente vegetariano, perché condizionato dalle risorse del territorio e circoscritto solo a quella fase della storia umana che purtroppo è impossibile ripercorrere, non può essere ritenuto il frutto di una scelta.

A partire per lo meno dal Paleolitico, durante quei lunghi millenni nel corso dei quali giunse lentamente a separarsi dalla natura, a elaborare tecnologie e forme di pensiero e a dare vita a un ricco itinerario intellettuale e culturale, l’uomo fu un raccoglitore di cibo e un cacciatore, non un semplice «erbivoro». Allora il consumo dei vegetali, la cui raccolta era affidata all’universo femminile, si accompagnava a quello della carne proveniente dagli animali abbattuti durante la caccia, che era appannaggio maschile e che è documentata da strumenti come le antichissime lance di Schöningen realizzate dell’avvento dell’Homo Heidelbergensis, in Germania, ben prima dell’Homo Sapiens e dell’Homo Neanderthalensis, e da resti di animali.

Incisioni e pitture rupestri illustrano questa antichissima pratica di procacciamento alimentare, visibili in luoghi suggestivi e famosi, come le grotte di Lascaux o di Pech-Merle o ancora di Chauvet, in Francia, o di Altamira, sui monti Cantabrici, in Spagna. Ma non si possono dimenticare altri siti a oriente dell’Europa, come Bhimbetka, nell’India centrale, o la regione dell’Ordos, nella Cina settentrionale, o di Khao Chan Ngam, a settentrione di Bangkok.

I vegetali erano anche allora più facili da procacciare, ma non pare dunque che quei primi esseri umani rinunciassero alla carne, mentre è difficile dimostrare che in origine il genere umano soffrisse di una qualche incompatibilità nei confronti delle proteine animali. Ciò non toglie che il primo consumo di carne da parte dei primi esseri umani potrebbe essere stato casuale, per quanto tutto da dimostrare.

È invece sicuro che a un certo punto, più o meno diecimila anni or sono nel Vicino Oriente, il nomadismo dei primi uomini ebbe termine, il procacciamento del cibo perse i suoi tratti predatori e si cominciò ad affermare un tipo di vita sedentario. Era la rivoluzione neolitica, grazie alla quale l’uomo divenne un produttore di cibo, allevando gli animali e coltivando la terra. Gli ovini furono oggetto di allevamento almeno già a partire dal X millennio prima di Cristo, e poco dopo si affermò la coltivazione di alcuni legumi e dei cereali.

Questo nuovo modello di vita permise una produzione continua di cibo, il suo accumulo e la sua conservazione; nello stesso tempo favorì anche altre attività, diverse dalla continua ricerca di alimenti.

Produzione, accumulo e conservazione del cibo permisero l’incremento demografico, garantito soprattutto dalle attività agricole e orticole, più che dall’allevamento, ché agricoltura e orticoltura sono in grado di nutrire un numero di uomini di gran lunga superiore rispetto a quanto possa fare l’allevamento.

Cereali e ortaggi riflettevano un’opzione che rispondeva già allora a una elementare ragione economica, mentre l’allevamento del bestiame non era finalizzato alla macellazione ma a produrre derivati.

Ripercorrendo dunque la storia, sia pure sommariamente – ammettendo anche che l’uomo fosse stato in origine un erbivoro diventato onnivoro per necessità – quando sono i documenti storici a parlare il vegetarianismo si configura come un’opzione consapevole dettata da principi che mettono in discussione il consumo di carne, per cui quasi paradossalmente parlarne obbliga a parlare proprio del suo opposto.

E tale scelta, che in quanto motivata implica l’adesione a uno stile di vita, compare in Asia e in Europa non prima del VI secolo a.C. Ma l’Asia non era sconosciuta al mondo mediterraneo di allora ed Euripide, alla fine del v secolo prima di Cristo, sapeva che Dioniso, il dio metamorfico tutelare del vino, degli scambi economici e del teatro, per non ricordarne che qualche tratto, aveva lasciato la Battriana, più o meno nella parte settentrionale dell’attuale Afghanistan, e aveva attraversato tutta l’Asia prima di raggiungere la Grecia.

A partire poi almeno dal V-IV secolo prima di Cristo, come vedremo, il mondo mediterraneo fu di certo in contatto diretto con l’Asia e nei primi secoli dell’Impero gli apologeti cristiani erano in grado di ricondurre alle dottrine del Buddha la pratica vegetariana di alcuni abitanti dell’India.

Tuttavia, forse come conseguenza delle invasioni barbariche, con il tempo venne meno questo rapporto con il mondo asiatico. Solo più tardi, sul finire del Medioevo e poi con il Rinascimento, viaggiatori europei e missionari impegnati a diffondere il Verbo cristiano, a fare opera di proselitismo e a convertire gli altri popoli, riscoprirono con qualche sorpresa e stupore la pratica vegetariana di quelle genti. Ma a quel punto la storia, anche nelle opzioni alimentari, aveva ormai preso percorsi diversi in Asia e in Europa.

In entrambi i continenti l’adozione del vegetarianismo aveva avuto connotati controculturali, per non dire di rivoluzione nei confronti dei modelli dominanti, e talora si era coniugata con il rifiuto della procreazione. Tuttavia in Asia essa fu fatta propria anche dai centri di potere, laddove in Europa venne invece perseguita perché indice di eresia e come tale oggetto delle attenzioni dell’Inquisizione.

In entrambi i casi le motivazioni fondamentali sono state soprattutto di ordine etico, morale e religioso. In Europa, a partire dal XVIII secolo, furono anche di carattere dietetico, a mano a mano che perdeva consistenza l’accusa di eresia.

Nondimeno nel XIX e XX secolo non pochi movimenti controculturali euroamericani hanno trovato nell’opzione vegetariana un efficace dispositivo di espressione, le cui ragioni sono state anche in questo caso per lo più etiche quando non religiose. Le motivazioni dietetiche sono andate via via coniugandosi con le prime a partire dagli inizi del secolo XIX, diffondendosi sempre più in virtù di nuove e sofisticate forme di comunicazione e coniugate sempre con una ricerca della perfezione interiore e della salute del corpo.

In questo modo il vegetarianismo, insieme alla visione ascetica che prevalentemente lo accompagna, si configura oggi come scelta etica globale e come strumento per mantenere un costante controllo su se stessi, che può però riverberarsi anche in un controllo sugli altri nel momento in cui l’autocontrollo consente di dominare una situazione.

Nel secolo scorso, infatti, la pratica vegetariana del Mahātmā Gandhi – non riconducibile al contesto hindū, che pratica ancora il sacrificio cruento e consuma la carne con l’eccezione di quella bovina, ma al contesto jainista cui egli apparteneva e al suo incontro con la Vegetarian Society londinese – ebbe un risvolto etico-ascetico in funzione politica.

Tutto sommato la ripartizione attuale della galassia vegetariana, dai vegetariani, che praticano una dieta lactoovo-vegetariana, ai vegani e vegetaliani, che consumano esclusivamente cibi vegetali, ai crudisti, che ammettono solo vegetali crudi, ai crudiveganisti, e ai fruttisti o fruttaristi che consumano esclusivamente frutti staccatisi dalla pianta, riflette convinzioni relative allo stile di vita e al rapporto dell’uomo con gli esseri viventi e con la natura (animali in generale e piante) e non si discosta molto dalle ragioni adottate nel passato e nelle varie storie d’Asia e d’Europa per giustificare e legittimare questa opzione alimentare.

Oggi la prospettiva salutistica e igienista fondata sul sapere scientifico vuole sostituirsi a motivazioni che per semplicità qui definiamo ideologiche, motivazioni che tuttavia emergono comunque anche solo pensando a realtà o istituzioni come l’American Natural Hygiene Society (con le sue numerose succursali sparse per il mondo e della quale parleremo più avanti), che invitava e invita i suoi seguaci a praticare un digiuno purificatore, più o meno lungo, prima di avviarsi a una dieta rigorosamente vegetariana, perché «il digiuno svilisce la carne ed eleva lo spirito».

A sua volta l’italiano Umberto Veronesi, compianto oncologo di fama internazionale e già direttore emerito dell’Istituto europeo di oncologia, sostenitore del vegetarianismo, affermava non molto tempo fa: «Sono diventato vegetariano per ragioni etiche, ma è provato che frutta, verdura e cereali contengono tutti gli elementi per mantenerci sani». La prospettiva salutistica si fonde dunque con i principi etici e con l’invito a uno stile di vita sobrio.

Evidentemente tutto ciò si può spiegare con il fatto che l’essere umano non è solo un mangiatore biologico, ma è soprattutto un consumatore-mangiatore simbolico e sociale.

Di fatto alcuni comportamenti alimentari contemporanei, ma pure del passato (e tra questi il primo posto spetta al vegetarianismo), sono frequentemente espressione di un rifiuto della modernità coniugato all’aspirazione di guadagnare una qualche forme di purezza, rifiuto che spesso coinvolge anche il corpo, messo in discussione perché causa di perdizione.

È perciò possibile sin d’ora dire che la scelta vegetariana si fonda, oggi come nel passato, su principi etici e spinge a praticare uno stile di vita scandito prevalentemente dalla sobrietà, della quale si sente in certi momenti storici un particolare bisogno.

Questa, pertanto, è la storia che abbiamo pensato di raccontare, con le sue disomogeneità e diseguaglianze, con le sue discontinuità e con le sue contraddizioni, percorrendo il tempo e gli spazi geografici dell’Asia, dell’Europa e di alcuni dei territori in cui gli europei si sono insediati, ma senza guardare all’Asia e all’Europa come a realtà in opposizione, bensì come necessariamente diverse.

Per questo abbiamo evitato di parlare di Oriente e di Occidente, se non in pochissimi casi e solo in quanto approssimative coordinate spaziali, al fine di non cadere in trappole semantiche e concettuali, né abbiamo preteso di trarre generalizzazioni o conclusioni.

La Scelta Vegetariana

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Chiara Ghidini

Chiara Ghidini è ricercatrice all’Università di Napoli “L’Orientale”, dove insegna Religioni e Filosofie dell’Asia orientale. Ha conseguito il PhD all’Università di Cambridge, con una tesi sul Libro dei Morti di Orikuchi Shinobu. I suoi...
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Paolo Scarpi

Paolo Scarpi insegna Storia delle Religioni e Religioni del mondo classico presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova. Le sue ricerche si rivolgono alle religioni del mondo antico, all’esoterismo, alla mitologia e alle sue persistenze nel pensiero...
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