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La realtà non è oggettiva - Estratto da "Creiamo Cultura Insieme"

di Irene Facheris 11 mesi fa


La realtà non è oggettiva - Estratto da "Creiamo Cultura Insieme"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Irene Facheris e scopri insieme a lei i segreti di una comunicazione efficiente e libera dai pregiudizi

La prima cosa da fare quando ci si approccia a una discussione è provare a tenere a mente che le cose che noi abbiamo visto accadere e le cose che sono accadute realmente non coincidono quasi mai o comunque non necessariamente.

E voi starete dicendo; “Irene, avevamo detto di farla semplice o sbaglio?” Avete ragione, facciamo un passo indietro.

Noi impariamo a conoscere il mondo che ci circonda attraverso la percezione. Vediamo, sentiamo, tocchiamo... E partiamo dal presupposto di stare vedendo ciò che c’è.

Sto scrivendo questo capitolo in una camera d’albergo. Mi guardo intorno e vedo un bellissimo tavolino in marmo, un divanetto (fortunatamente) in ecopelle, una vetrata con gli infissi in legno. In bagno ci sono anche dei campioncini di shampoo che ovviamente finiranno nel mio beauty-case prima della partenza.

Ecco, se qualcuno mi chiedesse “quello che hai visto in camera è tutto ciò che c’è in camera?” gli risponderei di sì. Però non è vero. In questa camera ci sono altre cose che io non posso vedere, cose che non ho ancora visto perché non ho guardato con attenzione e cose che ho visto e che in realtà non ci sono, perché non ho un occhio allenato. Ora le scopriamo insieme, come quando devi trovare le differenze nella «Settimana enigmistica».

Anzitutto questa stanza è piena di acari e polvere.

Detta così potrebbe sembrare una pessima recensione su TripAdvisor. In realtà la stanza è pulita, a occhio nudo, ma rimane piena di acari e polvere. Lo è strutturalmente. Alla mia destra, appoggiato sul tavolino, c’è il mio telefono. Sullo schermo i batteri stanno dando una festa, il party dei microbi. Ci sono più batteri su un cellulare di quanti ce ne siano in un water. Eppure lo teniamo sempre vicino a noi e non abbiamo problemi ad appoggiarcelo sulla guancia. Perché? Perché l’essere umano non può vedere i batteri senza l’utilizzo di strumenti specifici.

E quindi il momento di dare un’informazione: noi vediamo la realtà attraverso dei filtri. Suona molto Matrix all’inizio, ma poi ci si abitua. Nello specifico, parliamo di tre filtri. Il primo è quello biologico', non possiamo vedere tutto o sentire tutto. Non vedo la polvere così come non vedo gli infrarossi o non sento gli ultrasuoni. Questo vuol forse dire che non esistono? Posso davvero essere così arrogante da pensare che siccome non lo sto vedendo significa che non ci sia?

Non poter vedere o sentire tutto significa che non possiamo avere ogni punto di vista.

Una volta compreso questo passaggio, scatta immediatamente la domanda: “Cos’altro non starò vedendo?”. Per certi versi è un po’ angosciante, ma sempre meglio che vivere nell’illusione di conoscere tutto.

Procediamo con il tour.

Ho parlato di un divanetto in ecopelle e ho aggiunto tra parentesi un “fortunatamente”. Questo perché vivo in una società che dà sempre più importanza all’am-biente, agli animali, al rispetto per le diverse forme di vita. Essere eco-friendly e sostenibili sta diventando addirittura una moda, perciò io sono portata a pensare che l’ecopelle sia meglio della pelle. Vedo quel divano e non rimango neutra, penso qualcosa di quella scelta. Questo è il secondo filtro, il filtro sociale.

Non possiamo approcciare il mondo senza un criterio, non possiamo non avere una chiave di lettura quando guardiamo la realtà. Insomma, non possiamo non avere un punto di vista. Io vedo il divano, faccio qualche connessione e traggo delle conclusioni che mi portano a pensare bene di questo albergo tanto da tornarci.

Sposto lo sguardo a sinistra, continuando il gioco.

Cos’è quella cosa orrenda marrone chiaro? Ah, è il tavolino che sostiene la televisione. Giuro, è la prima volta che lo vedo. Eppure ieri sera la rv era lì, ho davvero pensato che fluttuasse in aria? Il tavolino in marmo che mi piace tanto è a trenta centimetri da quello incriminato, ogni volta che l’ho guardato nel campo visivo deve esserci stato anche l’altro. Come mai non ci ho mai fatto caso? Se ci penso mi è chiaro: il marmo mi piace molto, il legno chiaro lo trovo dozzinale. Il tavolino in marmo sembra ricercato, quello in legno pare uno scarto di produzione e a pensarci bene stona parecchio.

Insomma, i miei gusti influenzano la mia percezione. Questo è il terzo filtro, il filtro personale.

Ci insegna che noi non possiamo che avere il nostro punto di vista, che è parziale per definizione.

Noi conosciamo la realtà per come appare ai nostri occhi.

Non abbiamo un quadro completo, e la descrizione che facciamo di quei piccoli frammenti che vediamo dice molto poco della realtà in sé: dice molto di più di noi e dei nostri occhi che la stanno guardando.

Il fatto che io non abbia notato il tavolo in legno o abbia presunto che il divano non fosse in pelle non dice nulla della realtà. Sono tutte cose che parlano di me, del mio modo di guardare, dei miei gusti, delle mie convinzioni, delle mie scelte.

Quando ho guardato le previsioni meteo prima di venire qui ho visto -11 °C e ho pensato “cavolo, lì è ancora pieno inverno!” Lo scrittore, poeta e giornalista Varlam Tichonovic Salamov raccontando la sua esperienza in un campo di concentramento in Russia ne I racconti della Kolyma, scrive: «E il terzo giorno il termometro salì improvvisamente a -30°: l’inverno stava finendo». E abbastanza chiaro?

Abbiamo capito di non poter dire di conoscere neanche una stanza d’albergo, che non cambia a meno che non ristrutturino, vi immaginate adesso con quale coraggio potremo dire di conoscere un’altra persona?

Una persona, capito? Un essere vivente con dei pensieri che può decidere di non condividere, che fa delle cose e continua a vivere anche se non la vediamo, che evolve costantemente. Facciamo un esercizio tutti insieme: pensiamo alla persona che conosciamo meglio al mondo. La mamma, l’amico, il fratello, la figlia, ognuno scelga la sua. E adesso, alla luce di quanto avete appena letto, provate a dirvi che voi la conoscete perfettamente. Dai, non vi sta scappando da ridere?

E se è così per la persona che conosciamo meglio al mondo, vi immaginate quanto poco sappiamo di tutte le altre, quelle che abbiamo visto di sfuggita un paio di volte, quelle con le quali non abbiamo neanche mai parlato ma eravamo certi di aver inquadrato alla perfezione?

Anche il tizio con cui avete una faida aperta su internet, quello con cui avete avuto un paio di scambi e avete bollato come idiota, facendo inferenze su di lui: “Sicuro vota Tizio, sicuro tifa Caio, sicuro è un fan di Sempronio...” Visto che di lui, nei fatti, non sapete nulla, tutta quella sfilza di giudizi che avete infilato uno dietro l’altro, a chi si sta riferendo?

Ahi ahi ahi. Signora Longari, mi è caduta sulla presunzione.

Niente paura, lo facciamo tutti. Anche lui sta facendo la stessa cosa con voi. Ha letto quelle tre frasi che avete scritto e vi ha inquadrato, ha deciso chi siete. Senza mai avervi visto, magari senza neanche sapere il vostro vero nome. Ma come accade? Qual è il processo che ci porta a vedere un infinitesimo della realtà (che in questo caso è un’altra persona) e decidere di conoscerla tutta? Vediamolo insieme.

Anche qui i passaggi sono esattamente tre e fanno sostanzialmente riferimento alla teoria dell'inferenza corrispondente.

Il primo è la selezione.

L’altra persona è una realtà data dalla somma dei suoi frammenti. Questi frammenti, per semplicità, d’ora in poi li chiamerò r1. Noi non vediamo tutti questi r1. Alcuni penetrano la nostra membrana percettiva, altri sembrano rimbalzare. Ovviamente continuano a esistere ma noi non ne siamo consapevoli. Per fare un esempio: piove anche quando non ce ne accorgiamo. Ma se qualcuno ce lo fa notare, allora cominciamo a sentire il ticchettio dell’acqua che cade dal cielo e, grazie alle nostre esperienze passate, siamo in grado di dare un significato a quel rumore e chiamarlo “pioggia”.

Gli r1 che noi percepiamo e significhiamo diventano r2. Il ticchettio è un r1, chiamarlo “pioggia” significa trasformarlo in un r2.

Giusto per capire quanto la realtà sia complessa, ricordiamoci che dallo stesso r1 le persone possono arrivare a r2 diversi. Avete presente quel disegno dove qualcuno vede una vecchia con un naso pronunciato e qualcun altro una giovane di profilo con la guancia in primo piano? Ecco, il disegno che tutti guardano è un r1, “naso” e “guancia” sono r2. Sono il risultato di un r1 al quale è stato dato un significato diverso.

Mettiamo un attimo in pausa e riflettiamo su quello che stiamo facendo, immaginando di avere davanti un’altra persona. Questa manda costantemente degli r1, dei frammenti di sé, che però noi non percepiamo, almeno non tutti. Ne selezioniamo alcuni sulla base dei nostri criteri, dei nostri gusti, della nostra storia (ricordate? Non possiamo che avere il nostro punto di vista) e li mettiamo lì, cominciando a creare la nostra versione della realtà, la nostra versione di quella persona. Lei ci ha mandato centinaia di r1, noi ne abbiamo visti sì e no cinque ma da quei cinque stiamo già cominciando a farci un’idea di chi lei sia.

Certo, si tratta solo di un’idea, quegli r2 che abbiamo sono dei pezzi di un puzzle ancora incompleto. Per vedere l’immagine finita dovremmo attendere che l’altro ci mandi altri ri e dovremmo darci il tempo di significarli e farli diventare r2. E nel frattempo? E nel frattempo stare li, fermi in attesa come quando si aspetta l’autobus. Chiaramente quella persona intanto continua a modificarsi ed evolvere e può mandare ri in contrasto con quelli mandati prima, perciò noi possiamo solo arricchire il nostro puzzle ma mai completarlo. Dovremmo arrenderci all’idea di non poter mai definire l’altra persona, dovremmo passare la vita a scoprire i suoi ri senza mai avere un’opinione definitiva su di lei.

Ma è davvero possibile?

Noi non possiamo accettare di non avere un’opinione sull’altro, non conoscere ci mette ansia, abbiamo bisogno di inquadrare le persone.

Però oggettivamente di quella persona abbiamo troppi pochi r2 per poter provare a dire di conoscerla. Cosa facciamo a questo punto? Ci inganniamo, crediamo di avere ciò che non abbiamo. Prendiamo gli r2 che abbiamo raccolto e li integriamo con altri che ci sembrano coerenti. Questa è la seconda fase: l’integrazione.

Di una donna so che è mamma? Bene, a partire da questo r2, che altro posso dire? Beh, se è una mamma sarà anche una persona affettuosa, premurosa, magari apprensiva, sicuramente generosa, in grado di prendersi cura degli altri, disponibile, responsabile. Di un uomo ho visto solo il suo completo giacca e cravatta? Me lo faccio bastare. Come potrà essere questo signore? Evidentemente elegante, quindi educato, professionale... avrà avuto un orologio di valore in linea con il completo? Probabile, perché ha la faccia di uno puntuale. Sembra un galantuomo, sicuramente lui ti apre la portiera e non ti picchia.

Intanto che sto facendo queste deduzioni, lo sapete cosa stanno facendo la mamma e il signore in giacca e cravatta? Stanno continuando a mandare ri, ma io non me ne accorgo perché sono tutta presa a completare il mio puzzle con quelli che non saprei chiamare in altro modo se non i cavoli miei.

Non sto più parlando di loro, sto parlando di me e delle connessioni che fa il mio cervello, figlie del mio contesto e del mio modo di vedere il mondo. E intanto che io mi faccio tutto questo film, gli altri centinaia di r1 continuano a rimbalzare. Ovviamente tutto ciò è inconsapevole, noi siamo convinti che tutte le altre caratteristiche che abbiamo elencato appartengano davvero a quelle due persone.

E invece di quelle persone non dicono niente, parlano solo di noi. Sono figlie dei nostri bisogni e delle nostre aspettative, delle nostre mappe mentali, delle teorie implicite di personalità, dei pregiudizi e degli stereotipi... Insomma, dell’idea che ci siamo fatti del mondo. Questo è ciò che ci fa significare un r1 in un certo r2 ed è quello che ci fa immaginare altri r1 che in realtà non abbiamo mai visto. Il sociologo della comunicazione Herbert Marshall McLuhan diceva: «Non lo avrei visto se non ci avessi creduto».

Torniamo per un attimo al divano in ecopelle. In realtà non c’è scritto da nessuna parte che quella non sia pelle vera e io non sono abbastanza competente in materia da riconoscerla al tatto. Però a pranzo ho visto sulla carta del menù delle alternative vegane. Faccio due più due e penso che un albergo che si impegna per proporre una scelta vegan poi non faccia trovare in camera un divano in pelle. Soprattutto contando quanto questo tema sia diventato caldo nella nostra società negli ultimi anni.

Eppure, quel divanetto potrebbe tranquillamente essere in pelle. In effetti, la presenza di un piatto vegano non è predittiva di nulla. Sono io che ho deciso di correlare le due cose. Spoiler: è in pelle.

A questo punto, avendo un’ipotesi in testa, rimettiamo la nostra attenzione sull’altro e ricominciamo a vedere degli r1. Ma indovinate quali? Quelli che confermano la nostra ipotesi. E se ne vediamo alcuni che potrebbero metterla in discussione li significhiamo in modo da farli diventare coerenti e funzionali alla nostra ipotesi.

Quando andavo a scuola, vuoi perché avevo spesso delle cose da dire, vuoi perché imparavo in fretta, i miei professori si erano convinti, praticamente all’unanimità, che fossi una ragazza intelligente, seria e studiosa.

Ovviamente anche io avevo dei periodi in cui volevo solo lobotomizzarmi davanti a «Mi’V» mandando messaggi a pagamento e sperando che venissero trasmessi. Una ragazza intelligente, seria e studiosa che spendeva due euro per scrivere “JAx 6 1 figo”. Ovviamente per fare questa cosa sacrificavo tempo allo studio e ogni tanto il karma colpiva anche me e mi regalava un’interrogazione a sorpresa.

Bene, ogni volta che non ero preparata, i professori se lo spiegavano con le ipotesi più disparate: non sarà stata bene, avrà dovuto studiare troppo per il compito di un’altra materia...

Il nostro r1 dice che Irene non ha risposto alla domanda dell’interrogazione, ma dovendo confermare l’ipotesi iniziale ci fa più gioco pensare, anzi essere convinti, che Irene probabilmente stava male e non che Irene non abbia studiato abbastanza.

Non ho preso una serie di note che mi sarei meritata solo perché ero io. Alcuni miei comportamenti i professori non li vedevano proprio. Capiamoci, non che dessi fuoco ai libri, però ogni tanto anche io davo fastidio in classe. Ma Irene era brava, Irene era una ragazza seria.

Certo, nella loro realtà. Avevano visto di me alcuni r1, da qui avevano integrato con altri che giudicavano coerenti e ormai il danno (naturalmente ai tempi io non l’ho mai considerato tale) era fatto. Avevano spento la cinepresa e mandato tutti a casa, film completato, puzzle finito.

Questa è la terza fase: la fissazione. Ovviamente è ancora possibile cambiare idea, ma deve accadere qualcosa di veramente inaspettato. (Probabilmente, se avessi davvero dato fuoco ai libri in classe, forse avrebbero rivisto la loro opinione...).

Questo processo si svolge non dico in una manciata di secondi, ma quasi.

Mi sembra opportuno introdurre in questo punto un concetto, per altro molto dibattuto anche online.

Visto che sto dicendo che ognuno ha la propria soggettività, qualcuno potrebbe credere che non esista nulla di oggettivo e che quindi, in ultima analisi, chiunque possa dire qualunque cosa e ogni punto di vista abbia lo stesso peso.

Ecco, no. Nonostante ognuno di noi abbia la propria soggettività, non tutte le soggettività hanno lo stesso valore. Il mio parere vale quanto quello di un altro se stiamo parlando di gusti personali. Ma se parliamo di medicina, il fatto che né io né il medico possiamo conoscere la realtà nella sua interezza non significa che le nostre opinioni abbiano lo stesso peso. Qui entra in gioco la competenza, lo studio. Il fatto che il valore del parametro x non debba superare il numero lor è una convenzione (perché può variare nel tempo) ma non un’opinione (perché non si può decidere arbitrariamente).

Certo, anche gli storici hanno la loro soggettività, ma se gli studi ci dicono che le cose sono andate in un certo modo e innumerevoli versioni concordano, quella non è un’opinione. “Secondo me l’Olocausto non è esistito” o “per me i vaccini sono inutili” non sono opinioni, sono vaneggiamenti pericolosi.

Tornando alle nostre tre fasi, selezione, integrazione e fissazione, bisogna dire che sono comuni a tutti gli esseri umani, ma non sono un difetto di fabbrica. Anzi, sono una preziosa dotazione di serie.

Siamo fatti così perché in alcune situazioni è utile arrivare immediatamente alla fissazione, il nostro sistema nervoso è fatto per questo scopo. Quando è sera tardi e arriva la metropolitana e nel vagone dove sto per salire vedo solo una persona, e la vedo barcollante come se fosse ubriaca mentre brandisce un coltello, io in un nanosecondo decido che quella per me è una situazione pericolosa e non salgo. Magari non sarebbe accaduto niente, certo. Però meglio non rischiare.

In altri casi invece questa dotazione non ci è funzionale, e allora dobbiamo intervenire con un’azione volontaria che abbia come obiettivo quello di dilatare il processo, in modo da arrivare alla fissazione il più tardi possibile.

Come? Ce ne occuperemo nei prossimi capitoli.

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Irene Facheris

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Il problema è questo: spesso le persone litigano per delle questioni che si risolverebbero in cinque minuti al massimo, se solo si sapessero certe cose. Ci sono delle regole di base della comunicazione,delle indicazioni su...

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Irene Facheris

Irene Facheris (classe 1989) è una formatrice e si occupa di soft skill. Tiene corsi sulla relazione, la comunicazione e l'ascolto empatia). Su YouTube ha una rubrica intitolata parità in pillole, dove tratta temi legati alla diversity. È la presidente dell'associazione...
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