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La piroga di Pupoli - Estratto da "Abbondanza Miracolosa"

di Charles Hervé-Gruyer, Perrine Hervé-Gruyer 20 giorni fa


La piroga di Pupoli - Estratto da "Abbondanza Miracolosa"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Charles e Perrine Hervé-Gruyer e scopri il sogno di cambiamento che ha dato origine alla loro nuova vita

Antecume Pata è un piccolo villaggio di etnia wayana situato su un’isola del fiume Litany, sul confine tra la Guyana Francese e il Suriname. In questo punto il fiume è largo e percorso da rapide. I flutti tumultuosi si gettano spumeggiando all'assalto di scogli neri. Sulle sponde, la foresta amazzonica si estende a perdita d’occhio, e gli unici spazi aperti sono quelli realizzati dagli Amerindi per costruire i loro recinti.

Antecume Pata è un luogo che ha assunto un certo significato nella mia vita. Vi sono ritornato più volte e ho visto crescere i bambini indios fino a diventare adulti. Ad ogni viaggio aumentava la confidenza e l’amicizia con i Wayana, popolo inizialmente timido e discreto, ma così affettuoso e pieno di umorismo quando ci si vive a stretto contatto.

 

Indice dei contenuti:

Fratello scimmia

Pupoli era uno dei miei amici. Suo padre Yoiwet e io eravamo molto legati - Yoiwet mi aveva perfino dato un soprannome che era stato dato anche a lui. Eravamo soliti chiamarci a vicenda con il nome di yepe babune (amico scimmia!). Lo scambio di soprannomi è considerato dai Wayana un grande segno di amicizia - mi ci erano voluti dieci anni di viaggi nel cuore della Guyana perché nascesse una tale complicità.

Ricordo, come se fosse ieri, un episodio, all’apparenza insignificante, che mi ha segnato. Pupoli, che era ancora un esile ragazzino di una decina d’anni, mi aveva invitato a fare una gara di pesca sulla sua piroga. Siamo partiti, entrambi vestiti con il kalimbe, una semplice banda di tessuto rosso vivo fatta passare tra le gambe. Ricavata in un unico pezzo dal tronco di un albero, la piroga di Fupoli era grande pressoché come un giocattolo, del tutto instabile, con lo scafo a pelo dell’acqua. Avevo l’impressione che sarebbe bastato muovere appena il gomito per farla ribaltare. Fortunatamente, Fupoli era molto più a suo agio rispetto a me, pagaiando energicamente, con il suo piccolo arco in fondo alla piroga, la sua lenza e qualche verme per adescare i pesci.

I giovani wayana conoscono l’infanzia più libera che si possa immaginare: apprendono il modo di vivere degli indios con utensili in tutto e per tutto simili a quelli degli adulti, se non per il fatto che sono costruiti a loro misura. La loro dimestichezza con la natura è stupefacente.

Stavamo risalendo il fiume Litany, penetrando questa foresta amazzonica che assomigliava a un lussureggiante giardino dell’Eden. Ben presto ci colse un possente fragore: ci stavamo avvicinando a un’impressionante cascata che sbarra il Litany per tutta la sua larghezza. Nonostante la forte corrente, il ragazzino risaliva, apparentemente senza alcuna fatica, il corso del fiume. Mi chiedevo fino a dove il temerario Pupoli ci avrebbe portati. Il bambino si fermò solo a pochi metri dalla cascata. Lì, ripose la sua pagaia sul fondo della piroga, gettò la lenza e iniziò a pescare. Tutto ciò sembrava facile... come un gioco da ragazzi! Ma grazie a quale miracolo il piccolo Wayana è riuscito a trionfare senza fatica sulla corrente impetuosa?

Osservavo, affascinato. Pupoli aveva risalito il fiume semplicemente mantenendo la sua piroga nelle correnti contrarie generate dalle rapide, scivolando abilmente da una roccia all’altra. La gracile imbarcazione girava su se stessa in una piccola zona di riflusso, nel punto esatto, forse il solo su tutta la larghezza del fiume, dove una vena d’acqua si opponeva alla corrente principale. Se ce ne fossimo allontanati di pochi metri, saremmo stati trascinati dai flutti tumultuosi contro cui sarebbe stato vano lottare.

E i pesci abboccavano! Pupoli aveva già catturato un piranha con gli occhi rossi e la mascella feroce. Gli tagliò la testa con un colpo di machete prima di gettarlo in fondo alla piroga, per paura che il pesce ci mordesse le dita dei piedi.

Ero pieno di ammirazione per la disinvoltura e l’apparente facilità con cui il bambino si era preso gioco del fiume apparentemente indomabile. Occorreva una conoscenza profonda del proprio ambiente per raggiungere una tale eleganza! Mentre pescavo, meditavo sulla lezione che Pupoli inconsciamente mi aveva appena dato. Una corrente genera sempre delle contro correnti. E più è forte la corrente, più lo saranno le correnti contrarie. Un bambino riusciva a posizionarsi sulla vena favorevole, raggiungendo il suo scopo, anche se il rapporto di forza tra il fiume e le sue piccole braccia era totalmente sfavorevole.

Sentii un’immensa gioia nascere in me. Fino a quel momento avevo sempre percepito il nostro mondo come questo grande fiume: terribilmente possente. E mi sono spesso sentito come portato dalla corrente contro la mia volontà, incapace di resistere. La modernità ci trascina con sé senza chiederci il permesso, e nessuno sa veramente dove stiamo andando. Eppure, questo mondo così possente genera delle contro correnti: se avessi imparato a individuarle, non avrei più dovuto combattere e impegnarmi in una lotta persa in partenza...

Collocandomi nel posto giusto, sarei stato capace di tracciare il mio percorso seguendo il mio cuore e i miei sogni.

La permacultura: lasciarsi ispirare dalla natura

Il marchio di fabbrica dell’Occidente moderno è rappresentato da un’ipertecnicità, una ricerca del “progresso” materiale. Nonostante avanzamenti incontestabili in numerosi campi, questa forma di progresso, così come è stata portata avanti fino a oggi, causa una distruzione rapida e massiccia della biosfera. Non smettiamo di rendere artificiale la natura, sostituendo ciò che è vivo con delle tecnologie.

Questa è la corrente dominante, possente, rapida... terrificante.

Ma le contro correnti sono lì, dappertutto: piccole vene di acqua viva portatrici di speranza. In ogni parte del pianeta, milioni di persone di buona volontà si impegnano con tutte le loro forze per inventare dei modi di vivere rispettosi degli Uomini e del pianeta.

La permacultura è una di queste contro correnti. Questo approccio riconosce il primato della vita, propone di andare a scuola dalla natura, di lasciarsi fecondare da essa. Da 3,8 miliardi di anni la vita ha colonizzato il pianeta Terra, creando le condizioni favorevoli alla comparsa di forme di vita sempre più complesse. È evidente che questo processo si è svolto senza alcun intervento umano.

La permacultura è quindi un approccio bioispirato: in questa accezione, essa va esattamente in senso contrario rispetto alla corrente contemporanea dominante, che rende fragile la biosfera. Costituisce un nuovo paradigma per tutti coloro che cercano di risanare la Terra. Il suo obiettivo è concepire insediamenti umani che funzionino, il più possibile, come gli ecosistemi naturali. La permacultura permette a chiunque di inventare uno stile di vita che gli corrisponda, in armonia con il pianeta.

Nata in Australia negli anni Settanta, è stata teorizzata da Bill Mollison e David Holmgrem, che sono stati fortemente influenzati dafl’osservazione delle popolazioni aborigene. Mollison annotò: «Ferire un albero è come ferire un fratello; questo modo di pensare si traduce in un atteggiamento conservativo sofisticato. Si può abbattere un fratello e continuare a vivere?».

La permacultura si basa su un’etica, semplice nella sua formula, ma esigente da mettere in pratica:

  • prendersi cura della Terra;
  • prendersi cura degli Uomini:
  • spartire in maniera equa le risorse.

Questo libro non intende descrivere la permacultura nel suo insieme. Per conoscere la permacultura in maniera sistematica, il lettore può fare riferimento alle opere citate nella bibliografia.

Permacultura e agricoltura biologica

Queste pagine parlano della permacultura attraverso la nostra esperienza di contadini. Nella pratica del nostro mestiere, ci siamo resi conto che i principi della permacultura sono ancora poco conosciuti e poco applicati nel mondo dell’agricoltura biologica. Le realizzazioni pratiche sul campo sono rare, cosa che costituisce un paradosso perché, in origine, la permacultura si occupa in primo luogo di produzione alimentare. Questa attenzione sulla produzione di cibo conduce spesso a un malinteso, soprattutto in ambiente francofono: si riduce la permacultura a un super metodo di orticoltura naturale.

Tuttavia, la permacultura non è un insieme di tecniche agricole. Il suo potenziale va ben oltre: questo sistema concettuale è in grado di fecondare l’insieme di tutte le nostre realizzazioni umane.

Il lettore poco familiare con il mondo dell’agricoltura potrebbe essere un po’ confuso. Ci si interroga spesso sulla differenza tra permacultura, agricoltura biologica e agroecologia. In poche parole:

  • L’agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che vieta qualsiasi ricorso a prodotti sintetici (concimi, diserbanti e pesticidi chimici) e promuove regole rigide di rispetto delle piante, degli animali e dei sistemi agricoli. Essa è regolamentata da un disciplinare ufficiale e sottoposta a controlli e certificazioni.
  • L’agroecologia propone una visione deH’agricoltura che comprende considerazioni ecologiche e sociali, con lo scopo di sopperire ai bisogni alimentari delle comunità umane nel rispetto degli agricoltori e della natura. La definizione è più vaga rispetto a quella dell’agricoltura biologica e non è sottoposta a una legislazione specifica. L’agroecologia non esclude per forza il ricorso a prodotti sintetici.
  • La finalità della permacultura è più ampia di quella dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia poiché va oltre la sfera agricola, come abbiamo visto. Per progettare un insediamento veramente ecologico (fattoria, azienda, città...), la permacultura può quindi integrare tutte le buone pratiche dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia e unirle attraverso “strategie verdi” prese da altre discipline (energie rinnovabili, bioedilizia...). Non vi è alcuna opposizione tra agricoltura bio, agroecologia e permacultura, al contrario, semplicemente una differenza di natura.

La permacultura si basa su un’osservazione estremamente approfondita del funzionamento degli ecosistemi naturali. I contadini che aspirano a un’agricoltura altrettanto naturale quanto fattibile avranno grandi soddisfazioni applicando i principi della permacultura al loro metodo; in base alla nostra esperienza, la permacultura permette di andare più lontano rispetto ai metodi più datati, dai quali riprende del resto tutte le conquiste positive.

Elaborare un’agricoltura di ispirazione biologica può permettere di nutrire l’umanità in modo sostenibile. Il problema alimentare è enorme: a oggi, 842 milioni di persone soffrono la fame (cioè una persona su otto). Ogni undici anni, la popolazione mondiale aumenta di un miliardo di abitanti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, «la produzione alimentare mondiale dovrà aumentare dal 70 al 100% in rapporto ai livelli attuali da qui al 2050 se si ha intenzione di rispondere ai bisogni alimentari di una popolazione in aumento» Tuttavia, già negli anni Sessanta, un terzo delle terre coltivabili nel mondo è scomparso a causa dell’erosione, aggravata dallo sviluppo dell’agricoltura industriale e dall’antropizzazione dei suoli. In tal modo, ogni anno è perduto l’equivalente della superficie dell’Italia!

La crisi alimentare oltrepassa quindi i confini del mondo contadino e riguarda ciascuno di noi. La permacultura ha molto da offrire al dibattito in corso sulla creazione di sistemi agricoli produttivi, autosufficienti e resilienti. Concepiti come ecosistemi, gli orti di piccole dimensioni possono rivelarsi di una produttività inimmaginabile. La famiglia Dervaes, in California, genera un fatturato annuo di 20.000 dollari (circa 14.500 euro) con un orto di 360 metri quadrati e fornisce un reddito al padre, a suo figlio e alle sue due figlie, nutrendo allo stesso tempo la comunità locale. Gli esempi di simili realizzazioni sono molti.

Al Bec Hellouin, la nostra fattoria trae la sua energia principalmente dal sole, ricorrendo il meno possibile alle fonti energetiche fossili. Mettiamo in atto diverse “buone pratiche” risalenti, alcune, a civiltà antiche e altre, al contrario, all’avanguardia nel settore dell’innovazione. Raggiungiamo livelli di produzione che sembrano a mala pena credibili agli occhi degli esperti, grazie a delle pratiche semplici e naturali che si rivelano buone per gli esseri umani come per l’ambiente. Stando a ciò che dicono i naturalisti, la biodiversità è in aumento nei nostri orti ed è in corso una vera e propria rigenerazione dell’habitat. Perciò siamo giunti a credere che si può essere contadini e partecipare attivamente al risanamento della biosfera.

Paesaggi interiori, paesaggi esteriori

La nostra fattoria esplora strade alternative perché affonda le sue radici nel desiderio di inserirsi il più intimamente possibile nella grande corrente della vita, desiderio alimentato da incontri con comunità che hanno fatto delle scelte molto diverse da quelle del nostro Occidente moderno.

L’incontro di popoli originari arricchisce il nostro immaginario. Queste popolazioni non sono rimaste indietro nella storia dell’evoluzione: hanno migliaia di anni di evoluzione come noi. Semplicemente, hanno fatto delle scelte diverse.

Noi abbiamo messo al primo posto l’avere, loro sono alla ricerca di armonia. Noi ragioniamo sul breve periodo, loro cercano la stabilità nel tempo. Noi ci percepiamo come esseri separati dalla natura, loro si considerano parte integrante della vasta comunità degli esseri viventi. I popoli primitivi hanno molto da insegnare agli Uomini di oggi, perché sanno fare ciò che noi abbiamo dimenticato: vivere in buona intesa con la natura.

Queste popolazioni ci ricordano che il modo in cui modelliamo i paesaggi che abitiamo riflette i nostri paesaggi interiori. Qual è la nostra concezione di felicità? Un amerindio una volta disse: «Quando muore, l’uomo bianco desidera lasciare dei soldi ai suoi figli. L’indio, invece, vuole donargli degli alberi».

Ma, ispirarsi alla loro saggezza non significa per questo che ci dobbiamo sbarazzare della nostra cultura e, soprattutto, dei considerevoli progressi scientifici di questi ultimi decenni. Le nostre conoscenze nel campo della biologia raddoppiano ogni cinque anni!

Alla Fattoria del Bec Fiellouin, attraverso il nostro metodo agricolo, cerchiamo di unire scienza e coscienza, intuizione e rigore, con la convinzione che l’agricoltura può tornare a essere un’arte - un corpus di conoscenze scientifiche e tecniche reso fertile dall’intuizione, dalla creatività umana.

In altre parole, si tratta di prendere il meglio da entrambi i mondi, gli elementi migliori della tradizione e della modernità. Creando la nostra fattoria, stiamo scoprendo quanto possa essere divertente realizzare una sintesi di soluzioni originali, che provengono da culture ed epoche diverse!

Abbondanza Miracolosa

1000 mq, due contadini e abbastanza cibo per sfamare il mondo

Charles Hervé-Gruyer, Perrine Hervé-Gruyer

Una storia che scalda il cuore, infonde ispirazione in chi è alla ricerca di un cambiamento e dà speranza a coloro che vedono un futuro sempre più grigio all'orizzonte. Ma chi sono Charles e Perrine? E cosa hanno fatto di...

€ 19,50 € 16,58 -15,00%

Disponibilità: Immediata

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Charles Hervé-Gruyer

Appassionato del rapporto uomo-natura ed esperto in Permacultura ha fondato l’azienda agricola bio la Ferme du Bec Hellouin in Francia insieme a Perrine Hervé-Gruyer.
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Perrine Hervé-Gruyer

Appassionata del rapporto uomo-natura ed esperta in Permacultura ha fondato l’azienda agricola bio la Ferme du Bec Hellouin in Francia insieme a Charles Hervé-Gruyer.
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