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La parola ai filosofi - Estratto da "Piccola Antologia della Felicità"

di Paola Giovetti 1 mese fa


La parola ai filosofi - Estratto da "Piccola Antologia della Felicità"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Paola Giovetti con tanti spunti di riflessione su cosa si intende per felicità e come raggiungerla concretamente

Il tema della felicità dell’essere umano ha molto occupato i filosofi. Nell'impossibilità di riportare tutto quanto è stato detto e scritto in merito, vediamo che concetto ebbero della felicità alcuni grandi pensatori, in particolare gli straordinari filosofi greci e romani. Ma non solo, come si vedrà.

Indice dei contenuti:

Che cosa disse esattamente Epicuro?

Nato a Samo nel 342 a.C. e morto ad Atene nel 270 a.C., Epicuro (il nome significa “soccorritore”, uno degli epiteti del dio Apollo) frequentò una scuola di impostazione platonica e a trentadue anni, messe a punto le sue dottrine, fondò la sua scuola, prima a Mitilene e poi ad Atene.

L'epicureismo, una delle maggiori correnti filosofiche dell’età ellenistica e romana, si diffuse fino al li secolo della nostra era. Avversato dai Padri della Chiesa, subì un declino per essere poi rivalutato nel Rinascimento, nell'Illuminismo e successivamente da personalità quali Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Percy Bysshe Shelley, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, che l’apprezzarono.

Ad Atene Epicuro insegnava in una casa con giardino, gli allievi vivevano con lui in maniera semplice e frugale, trattati democraticamente qualunque fosse la loro condizione sociale. Morì a 72 anni di calcoli renali. Le ultime parole agli amici furono: Siate felici e memori del mio pensiero.

Filosoficamente vicini all’epicureismo furono Marco Tullio Cicerone, il poeta Tito Lucrezio Caro e l’imperatore romano Marco Aurelio, che parlava di Epicuro con rispetto e ammirazione e riportò varie sue massime.

Ma cosa s’intende per epicureismo? Nell’accezione più diffusa e più banale, epicureo è chi sa vivere bene, gode la vita senza farsi troppi scrupoli, non si fascia la testa con pensieri che potrebbero rattristarlo. Non è però così, la filosofia di Epicuro è qualcosa di diverso. Epicuro afferma il diritto di ognuno di essere felice e aggiunge:

Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti da essa, per prepararci a non temere l'avvenire.

Stabilito questo inalienabile diritto, Epicuro va avanti:

Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità perché quando essa c’è abbiamo tutto, e se non l’abbiamo facciamo di tutto per possederla.

La felicità, dice ancora Epicuro, non viene dagli dei, perché essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili e chi non è tale lo considerano estraneo.

A distribuire la felicità non sono quindi loro, che vivono sereni e non si interessano agli uomini, ma noi stessi. E subito Epicuro pensa ad allontanare i motivi d’infelicità, che sono tanti: uno dei più gravi è la paura della morte. Ma un rimedio c’è, ed Epicuro dice al suo immaginario interlocutore:

Abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza... Quando noi viviamo la morte non c’è, e quando lei c’è non ci siamo noi. Invece la gente ora fugge la morte come il peggiore dei mali, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, come non è un male il non vivere.

Per l’uomo, continua Epicuro, la felicità dipende molto spesso dalla possibilità di esaudire i desideri, ma bisogna distinguere:

Quanto ai desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni sono proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma, fra i naturali, certi sono fondamentali perla felicità, alti perii benessere fisico, altri per la stessa vita.

Bisogna quindi saper scegliere e capire ciò che è veramente necessario e ciò che invece non lo è. Raggiungere l’indipendenza dai bisogni è gran cosa, sapersi accontentare del poco e goderne è vera saggezza:

I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane danno il piacere più pieno a chi ne manca.

Epicuro, si tramanda, era vegetariano, di gusti semplicissimi e rispettava profondamente gli animali.

Tracciando un profilo della persona felice Epicuro scrive poi:

Chi suscita più ammirazione di colui che ha un’opinione corretta e reverente rispetto degli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare?

Neppure bisogna credere che il fato sia padrone di tutto, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode. Molto quindi dipende da noi, dal sapersi accontentare e dal saper godere di ciò che si ha.

E infine:

È meglio essere senza fortuna ma saggi piuttosto che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose: vivrai come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale chi vive fra beni immortali.

La parabola dei tre tagliapietre: la ricetta della felicità di Roberto Assagioli

Facciamo un lungo passo avanti e vediamo cosa disse Roberto Assagioli a proposito di saper apprezzare - come raccomandava Epicuro - quello che si ha, comprendendone a fondo il valore e raggiungendo quindi uno stato d’animo soddisfatto e sereno.

Roberto Assagioli (1888-1974), medico, psichiatra e studioso di letteratura, filosofia e religione, è l’ideatore della psicosintesi, un metodo psicoterapeutico che si propone la formazione e la strutturazione globale dell’uomo, e trova ampie applicazioni, oltre che nella terapia, anche nell’educazione familiare e scolastica, nei rapporti interpersonali, nello sviluppo e nell’evoluzione della personalità.

Assagioli era giustamente convinto che solo migliorando il singolo sia possibile migliorare la società, perché una persona matura, impegnata, serena, finisce necessariamente per influire positivamente su chi le sta accanto nella vita affettiva, sociale, di lavoro. Di qui la sua attenzione alla formazione dell’individuo, al rapporto interpersonale.

Sapeva che è importante vivere bene, capire il senso profondo delle cose, del mondo e degli eventi, avere dei valori e porsi delle mete; e per esprimere l’opportunità di farsi “collaboratori di Dio sulla terra” ricorreva a una parabola dal titolo I tre tagliapietre. Eccola:

Un visitatore entrò nel cantiere dove nel Medioevo si stava costruendo una cattedrale. Incontrò un tagliapietre e gli disse: “Che cosa stai facendo?”, l'altro rispose di malumore: “Non vedi, sto tagliando delle pietre ”. Così egli mostrava che considerava quel lavoro increscioso e senza valore.

Il visitatore passò oltre e incontrò un secondo tagliapietre, anche a questo chiese che cosa faceva: “Sto guadagnando da vivere per me e per la mia famiglia”, rispose l’operaio con tono calmo, mostrando una certa soddisfazione. Il visitatore proseguì e trovando un terzo tagliapietre gli rivolse la stessa domanda. Questi rispose gioiosamente: “Sto costruendo una cattedrale”.

Egli aveva compreso il significato e lo scopo del suo lavoro, si era reso conto che la sua opera era altrettanto necessaria quanto quella dell’architetto e quindi in un certo senso aveva lo stesso valore della sua, perciò eseguiva il suo lavoro volentieri, anzi con entusiasmo.

Fin qui la parabola. Ed ecco i commenti di Assagioli:

Ricordiamo l’esempio di quel saggio operaio, riconosciamo e restiamo sempre consapevoli che, per quanto le nostre capacità sembrino limitate, per quanto sembrino modeste e umili le nostre mansioni, in realtà siamo particelle della Vita Universale, partecipiamo allo svolgimento del Piano Cosmico, siamo collaboratori di Dio. In questo modo potremo accettare ogni situazione, svolgere ogni compito volonterosamente, lietamente, con costante buonumore.

Anche Seneca, duemila anni prima, aveva detto - con altre parole - la stessa cosa:

Felice è chi si contenta della sorte che ha, qualunque essa sia.

Ma chi è stato Seneca e cosa ha detto a proposito della felicità?

Lucio Anneo Seneca e il De vita beata

Nato a Cordova nel 4 a.C. da una famiglia di rango equestre, Seneca venne molto giovane a Roma dove si dedicò a studi filosofici e forensi. Fu senatore e questore sotto Catilina e meritò grandi onori e fama.

Sfortunatamente nel 41 d.C. la sorella di Catilina, la principessa Giulia Lavilla, cadde in disgrazia e Seneca, non si sa per quali motivi, fu travolto insieme a lei e relegato in Corsica, dove rimase otto anni. Ritornò a Roma per intercessione di Agrippina, nuova imperatrice, come maestro del giovane Nerone, e per anni fu il più ascoltato e autorevole consigliere del principe: in pratica, il regolatore della politica imperiale. Quando Nerone e Agrippina entrarono in conflitto, Seneca approvò l’esecuzione di quest’ultima come male minore.

Dopo il cosiddetto “quinquennio di buon governo” (54-59 d.C.) in cui Nerone governò saggiamente sotto la sua tutela, l’ex allievo e il maestro si allontanarono sempre più, situazione che portò il filosofo al ritiro politico che aveva sempre desiderato. In seguito però una congiura contro Nerone segnò la sua fine: non si sa se Seneca ne fosse davvero coinvolto, fatto sta che Nerone gli fece pervenire l’ordine di morire. E Seneca seppe mettere in pratica i propri insegnamenti e si suicidò con dignità e serenità.

Autore di vari testi, nel De vita beata?, scritto sotto forma di lettera inviata al fratello maggiore Gallione, Seneca dà la sua ricetta per raggiungere la felicità. Il testo comincia con queste parole introduttive:

Gallione, fratello mio, tutti aspiriamo alla felicità, ma quanto a conoscerne la via, brancoliamo come nelle tenebre.

E continua:

È infatti così difficile raggiungerla che più ci affanniamo a cercarla, più ce ne allontaniamo, se prendiamo una strada sbagliata; se questa poi conduce addirittura in una direzione contraria, la velocità con cui procediamo rende sempre più distante la nostra meta.

Seneca elenca poi le condizioni necessarie per essere felici:

Felice è quella vita che si accorda con la propria natura, il che è possibile solo se la mente in primo luogo è sana, ma sana sempre, in ogni momento; poi se è forte ed energica, decisamente paziente, capace di affrontare qualsiasi situazione, interessata al corpo e a quanto lo riguarda, ma senza ansie e preoccupazioni, amante di tutto ciò che adorna la vita ma con distacco, disposta a servirsi dei doni della fortuna ma senza farsene schiava.

E poi continua con grande forza, descrivendo come meglio non si potrebbe le qualità interiori che rendono felici:

E possiamo ancora dire che felice è colui per il quale non esistono il bene e il male, ma soltanto uomini buoni e uomini cattivi, che segue solo ciò che è onesto e si compiace unicamente della virtù, che non si accende né si avvilisce nelle alterne vicende della sorte, che non conosce bene maggiore di quello che può procurarsi da solo, e per il quale il vero piacere è il disprezzo del piacere stesso... Se vogliamo allargare il discorso, nessuno ci impedisce di dire che la felicità è “il dono proprio di un animo libero, elevato, intrepido e costante, lontano da timori e desideri, per il quale l’unico bene è l’onestà e l’unico male la disonestà, e tutto il resto non è che uno spregevole insieme di cose che non tolgono e non aggiungono nulla alla felicità, la quale né diminuisce né si accresce col loro andare e venire”.

Un simile comportamento comporterà necessariamente, anche se noi non lo volessimo, una serenità ininterrotta, una gioia che sgorga dal profondo, intensa e duratura, perché gode di un bene che è suo e non desidera se non ciò che strettamente le appartiene. Felice è colui che giudica rettamente, felice chi si accontenta della sua condizione, quale che essa sia, e gode di quello che ha, felice colui che imposta e regola su basi razionali la condotta di tutta la sua vita.

Felicità infine è per Seneca armonia interiore, giacché le virtù si trovano nell’accordo e nell’unità, e dove questi mancano non ci sono che vizi.

A Seneca veniva rimproverato di parlare in un modo e di vivere in un altro:

Ma tu, gli veniva detto, perché parli da persona virtuosa mentre la tua vita non lo è? Perché consideri il denaro una necessità, ti arrabbi se qualcosa ti va storto, ti preoccupi del tuo buon nome?... Perché i tuoi pasti non sono conformi ai tuoi insegnamenti, hai dei mobili raffinati e bevi vino più vecchio di te? Tu parli in un modo e vivi in un altro.

Al che il filosofo risponde:

Ebbene, o teste maligne, questo rimprovero è stato rivolto anche a Platone, Epicuro e Zenone; ma essi descrivevano non già il modo in cui vivevano bensì i precetti secondo i quali avrebbero potuto o voluto vivere. Io non parlo di me, ma della virtù, e se grido contro i vizi mi riferisco soprattutto ai miei; quando sarò riuscito a liberarmene, vivrò come si conviene ai miei insegnamenti.

E ancora, delineando un programma di vita che nel momento supremo seppe mettere in pratica:

Guarderò la morte con lo stesso volto con cui ne sento parlare. Disprezzerò le ricchezze, eh ’io le possieda o no, non darò peso alla fortuna sia che mi assista sia che mi abbandoni. Vivrò con la convinzione di essere nato per gli altri, non sarò mai tirchio né spendaccione, in ogni mia azione non seguirò l’opinione degli altri ma soltanto la mia coscienza, nel mangiare e nel bere perseguirò l’unico scopo di soddisfare i miei bisogni naturali, non quello di riempirmi e di svuotarmi lo stomaco; sarò amabile con gli amici, mite e indulgente con i nemici e quando qualcuno starà per chiedermi qualcosa lo preverrò, per non metterlo nella condizione di dovermi pregare. Conoscerò come mia patria il mondo, gli dei come mia guida, e quando la natura vorrà riprendersi il mio soffio vitale, me ne andrò via di qui testimoniando di aver sempre amato la retta coscienza e i nobili propositi, di non aver diminuito la libertà di alcuno, e tanto meno la mia.

E conclude con queste alte e nobili parole:

Chi si prefiggerà tutto questo e si sforzerà di metterlo in atto con viva determinazione, salirà verso il regno degli dei, e quand’anche fallisse la meta si potrà dire di lui: “E caduto nell’osare una nobile impresa”.

Piccola Antologia della Felicità

Paola Giovetti

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Paola Giovetti

Paola Giovetti, nata a Firenze, risiede a Modena. E' laureata in lettere ed ha svolto attività di insegnamento coltivando al tempo stesso l'interesse per le tematiche di confine.  Da alcuni anni si dedica esclusivamente alla ricerca e alla divulgazione in questo campo.  E' redattrice di "Luce...
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