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La guerra tra mondi e i guardiani dei cancelli dell'informazione

di Enrica Perucchietti, Luca D'Auria 1 anno fa


La guerra tra mondi e i guardiani dei cancelli dell'informazione

Leggi un estratto da "Coronavirus - Il Nemico Invisibile" e scopri perché l'Europa affronta la stessa pandemia in modi così diversi

Il mondo occidentale ci appare come un grande parco di divertimenti in cui tutti si alternano a giocare alle diverse giostre godendo di questa sorta di ''all you can eat" delle opportunità.

Questa è una percezione che deriva dal fatto che il sistema comunicativo, per evitare che potessero ripetersi le tragedie del primo Novecento, ha inculcato il principio per cui le popolazioni di origini giudaico-cristiane sarebbero portatrici di approcci e fini tra loro comuni. Si è pertanto consolidata la fiaba di un Occidente comune con visioni, orientamenti, radici e una visione del mondo condivisi.

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Coronavirus - Il Nemico Invisibile

La minaccia globale, il paradigma della paura e la militarizzazione del paese

Enrica Perucchietti, Luca D'Auria

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Ha fatto comodo a tutti e specialmente al sistema capitalistico lasciare che una simile fantasmagoria culturale e politica rappresentasse una realtà.

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la storia si può rendere conto che un assunto simile è alquanto fallace. L'Occidente è, al contrario, la massima rappresentazione delle diversità e dei contrasti e, probabilmente, sarebbe l'ora di affermare che, proprio da questa dialettica culturale, filosofica, etica, politica e artistica, il nostro spicchio di mondo è quello che, nella contemporaneità, sta dettando la linea di condotta al resto del globo.

Non è neppure il caso di fare riferimento a epoche lontane, alle guerre che hanno sconvolto e costruito l'Europa, alle turbolenze religiose ed etiche per smascherare la grande falsità che è servita, dal 1945 a oggi per evitare l'invasione comunista e per dare al capitalismo una casa sicura ove la sua dottrina non fosse messa in discussione.

Il coronavirus è in grado di dimostrare come, in luogo di questa falsa unità, le genti d'Europa sono ancora profondamente radicate nei modi di pensare tipici della tradizione.

Da un lato l'Europa empirista e utilitarista di Bentham. Dall'altra quella idealista di Hegel, Kant e dell'etica sociale. E poi quella profondamente cattolica, del papato e delle indulgenze.

È cieco chi non considera ancora decisive queste decisioni. Sono le stesse che hanno prodotto, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, comportamenti del tutti contrastanti nel volgere di pochi chilometri:

  • Londra ha spento le luci del suo centro storico per evitare che i suoi gioielli venissero bombardati dai tedeschi;
  • gli italiani hanno trovato la salvezza in punto di morte passando dalla parte dei vincitori;
  • i tedeschi, chiusi nella degenerazione della dialettica idealista, hanno sbattuto contro il muro della storia.

Sono passati anni da quei fatti ma le questioni sono le medesime e le risposte tutt'altro che univoche. Ciò che rende ancora più clamorosa la diversità di approccio è che il virus pandemico colpisce tutti, sostanzialmente nello stesso momento.

Il virus è democratico: ha infettato anche star del calibro di Tom Hanks e la moglie Rita Wilson o lo scrittore cileno Luis Sepùlveda. Ciò che differisce radicalmente sono le risposte all'emergenza: quelle del governo britannico e quelle del governo italiano. Sono risposte del tutto svincolate dall'illusione capitalistico-novecentesca di un'Europa comune delle genti giudaico-cattoliche.

Boris Johnson ha detto «avrete delle vittime tra amici e parenti, ma dobbiamo farcela senza mettere a repentaglio la nostra rule of law». Il Premier italiano, all'opposto, ha utilizzato lo strumento della chiusura del Paese e dell'autoisolamento dei cittadini nelle proprie case, alleggerendoli, però, delle spese e dei tributi.

La necessità di analizzare questi approcci non deriva da una forma di giudizio preconcetto ma dalla decisività e dalla grandiosità culturale, antropologica e filosofica di questi due modelli.

Peraltro, in un mondo globalizzato nella comunicazione, tutto ciò porta con sé due conseguenze mai conosciute, contestualmente, nella storia dei tormenti culturali occidentali.

Da un lato la potenza di fuoco dei media replica, amplifica i due paradigmi, creando uno iato ancor più decisivo tra l'opinione pubblica dei due diversi Paesi. Dall'altro, la stessa globalizzazione della comunicazione, rende immediatamente disponibile "all'altra sfera" il pensiero confliggente, con ciò rendendo il cittadino ancora più incapace di comprendere se la ragione possa essere da un lato oppure dall'altra.


Il coronavirus è in grado di far deflagrare l'Europa perché ne evidenzia le anomalie creando una "guerra tra mondi" che coinvolge proprio quei mondi che, fino a ieri, erano convinti oramai di far parte di una realtà unica. 


Nulla di più inaspettato poteva accadere nel 2020. Non analizzare tutto ciò con la radicalità che impone una valutazione filosofica, giuridica e antropologica vorrebbe dire relegare la comprensione e la cognizione dei temi scatenati dal coronavirus nell'ambito del banale, del parziale e del superficiale.

Oggi la virtualità dell'immagine e dell'informazione ha permesso, come spiegavo in Fake news (Arianna Editrice) di creare quel fenomeno noto come post-verità, in cui i fatti non contano più. Insomma, si compie quanto dichiarato dal filosofo Carlo Sini ad Antonio Gnoli, «La verità è la tomba dei filosofi».

Siamo cioè nell'epoca dell'indistinto, in cui l'indifferenziazione conduce a una perdita di senso e quindi di valore. Questa confusione, osservava già Baudrillard, «fa sì che i giudizi di valore non siano più possibili: né sul terreno dell'arte, né su quello della morale, né su quello della politica. A causa dell'abolizione della distanza, del pathos della distanza, tutto diventa indecidibile».

Abbiamo analizzato la virtualità dell'informazione che riesce a contraddirsi e persino a negarsi da sé: a essere ambigue se non addirittura contrastanti sono persino le informazioni che ci vengono dai medici e dagli scienziati. Le mascherine servono o sono inutili? E vero che il virus può sopravvivere nell'aria e per giorni sugli oggetti?

Nel mezzo, in una specie di limbo, l'opinione pubblica non sa che pensare. Boccheggia in preda all'ansia e col fiato corto si ritrova a parteggiare per una fazione o per l'altra.

Ma parteggia in virtù di ciò che risuona più in linea col proprio "algoritmo", citando il coautore che approfondirà questo concetto nella terza e quarta parte del libro.


Accogliamo, in estrema sintesi, quello che appare in linea con quanto ci è stato inculcato e che vogliamo sentire, in modo che niente e nessuno metta in discussione le nostre certezze.


Ciò è rassicurante e non ci richiede un grande dispendio di energie; possiamo affidarci a ciò che radio, TV e giornali ci dicono con fede. Loro, in virtù del principio di autorità, non possono mentire.

Siamo davvero sicuri? Perché l'informazione in questi mesi è ambigua?

Parto da lontano per spiegare come le democrazie occidentali fanno ricorso alla manipolazione capillare dell'opinione pubblica, ossia a sofisticate forme di propaganda, che un tempo venivano utilizzate solo in tempo di guerra.

Le tecniche di ingegneria sociale vengono utilizzate anche da poteri e tecnocrazie sovranazionali che cercano di condizionare la politica ed eterodirigere il consenso delle masse a proprio interesse, manipolando con ciò persino i media a loro insaputa.

Nella società democratica le opinioni, le abitudini e le scelte delle masse vengono cioè indirizzate, come spiegava nel 1928 Edward Bernays - considerato il fondatore delle Pubbliche Relazioni -, da un «potere invisibile che dirige veramente il paese». Secondo Bernays la propaganda è fondamentale per "dare forma al caos". Le tecniche usate dal potere per plasmare l'opinione pubblica sono state inventate e sviluppate negli anni, spiegava Bernays, «via, via che la società diventava più complessa e l'esigenza di un governo invisibile si rivelava sempre più necessaria»

In Occidente, chi detta la "visione del mondo" sono gli usa, e tale visione viene propagandata soprattutto grazie alla fondamentale mano degli spin doctors che a loro volta lavorano per i governi ma anche per multinazionali od organizzazioni private.

La Casa Bianca, grazie a un accurato sistema di spin doctors e di agenzie di pubbliche relazioni, fa partire delle notizie indirizzate ai grandi media internazionali; da qui le informazioni arrivano ai grandi giornali e TG americani. Quando, poi, una notizia arriva su un grande giornale americano, in causa al principio di autorità, inevitabilmente i giornali delle altre nazioni del mondo riprendono la notizia diffondendola al grande pubblico.

Funziona come l'apertura dei "cancelli" posti in modo piramidale: una volta aperti quelli in alto, tutti quelli posti in basso, per "forza d'urto", inevitabilmente si spalancano.

Quanti più media mainstream che si trovano al vertice lanceranno la notizia, tanto più forte e d'impatto sarà la notizia per il grande pubblico.

Le società di spin private hanno maggiore libertà di movimento in quanto, come spiega Marcello Foa in Gli stregoni della notizia, «sfuggono ai normali controlli istituzionali, a cui invece, in teoria, possono essere sottoposti gli esperti di comunicazione governativi, nel rispetto di una legge che vieta a qualunque ente o agenzia di svolgere attività propagandistica o deliberatamente ingannevole rivolta all'opinione usa; mentre quelle indirizzate a un'audience straniera sono permesse. Ma nell'era della globalizzazione è diffìcile distinguere tra le notizie rivolte all'interno e quelle destinate a un pubblico internazionale»

Gli spin doctors, infatti, sono coloro che manipolano il "'frame" (lett. "cornice"): come già insegnavano Edward Bernays e Walter Lippmann, noi percepiamo il mondo solo per quello che rientra all'interno della nostra cornice.

Gli stregoni della notizia, ci spiega Marcello Foa nel suo omonimo saggio, hanno la capacità di manipolare, alterare, modificare la nostra cornice di riferimento, arrivando persino a convincerci che ciò che ci renderà schiavi sarà, invece, la nostra salvezza. Da qua la possibilità di convincere l'opinione pubblica ad accettare persino provvedimenti che sarebbero stati impensabili prima senza una graduale e sofisticata operazione di ingegneria sociale, spianando la strada a una dittatura sanitaria.

Ritengo che sia possibile che oggi, nel caso della pandemia, l'informazione sia stata manipolata all'insaputa stessa dei giornalisti e che pertanto sia finita stritolata in un imbuto.

Quando si aprono i cancelli dell'informazione, le notizie scendono a cascata dall'alto su tutti i media internazionali. Se queste informazioni al vertice sono però manipolate o errate o contrastanti, ciò si riverserà su tutto il sistema mediatico il cui centro, è bene ricordarlo, si trova negli USA.

Come già spiegava il giornalista e politologo Walter Lippmann parlando di "gregge disorientato", la popolazione diventa un semplice spettatore, un soggetto passivo che è stato abituato a osservare in modo acritico assorbendo le immagini e il loro contenuto. In questo caso di evidente emergenza, il gregge appare più disorientato del solito perché persino gli "esperti" si contraddicono.

A orientare il gregge spaventato nel mondo sono, ci spiegava Lippmann, gli stereotipi. Ognuno di noi si forma infatti delle opinioni da notizie e immagini che non sono state acquisite direttamente ma per lo più sono state comunicate e trasmesse da altri, pertanto riportate indirettamente e interpretate da costoro se non addirittura stravolte.


Ormai per fretta e mancanza di tempo acquisiamo in modo convulso le informazioni dai media senza avere la possibilità e i mezzi di verificarle.


Persino i giornalisti hanno sempre meno tempo per approfondire le agenzie di stampa o le informazioni che ottengono da spin doctors o da organi istituzionali. Adottiamo pertanto quanto ci viene propinato in modo passivo e acritico, in quanto siamo stati abituati a fidarci dei mezzi di comunicazione.

Eppure, notava già Lippmann nel 1922 in L'opinione pubblica, «nemmeno il testimone oculare riporta un'immagine semplice della scena che ha visto», facendosi cioè influenzare dall'inconscio e fornendo un resoconto alterato di quanto realmente accaduto. Il resoconto che ne consegue, spiega Lippmann sulla base della sua carriera di giornalista, «è il prodotto congiunto di colui che conosce e della cosa conosciuta, in cui il ruolo dell'osservatore è sempre selettivo e di solito creativo. I fatti che vediamo dipendono dal punto di vista in cui ci mettiamo, e dalle abitudini contratte dai nostri occhi».

Non solo, perché ci viene inculcata una visione del mondo prima che ognuno di noi possa realmente esperirla, dando vita a preconcetti, schemi, categorie e infine stereotipi attraverso i quali interpreteremo la realtà che ci circonda.

Ne consegue che anche la descrizione di un evento sarà influenzata dalla nostra filosofia di vita, dai codici o dalla griglia interpretativa che abbiamo acquisito fin dall'infanzia. Ossia dal frame, dalla cornice o griglia attraverso cui percepiamo e interpretiamo il mondo.

La formazione e la sopravvivenza degli stereotipi con i quali interpretiamo la realtà funzionano anche come un meccanismo di difesa: nel mondo stereotipato che ci hanno inculcato «le persone e le cose hanno un loro posto preciso e si comportano secondo certe previsioni».

La divisione della società in buono/cattivo, per esempio, aiuta le persone a orientarsi nel mondo sebbene la griglia con cui esse si muovono sia di fatto stata inculcata dall'educazione e "saldata" successivamente dallo spettacolo e dai mezzi di comunicazione.

Le categorie che ci sono state trasmesse, anche se non necessariamente vere, ci servono da bussola morale. Pensiamo, agiamo e ci comportiamo in base all'ambiente in cui siamo cresciuti e in base alle categorie che ci hanno trasmesso.

Nella formazione degli stereotipi lo spettacolo (comprensivo di tutti i mezzi di comunicazione) serve a imprimere certe immagini che, ancora più efficaci delle parole, serviranno a plasmare la nostra coscienza bypassando l'intelligenza e il senso critico.

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Enrica Perucchietti

Enrica Perucchietti

Enrica Perucchietti vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Oltre a numerose pubblicazioni su riviste digitali e cartacee è autrice di diversi saggi e inchieste giornalistiche tra cui ricordiamo: NWO. New World Order. L’altra faccia di Obama; Le origini occulte...
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Luca D'Auria

Luca D'Auria

Luca D'Auria è nato nel 1969 e svolge l'attività di avvocato penalista. Ha seguito il corso di laurea in filosofia della mente all'Università Vita Salute del San Raffaele di Milano. È autore di saggi in tema di giustizia e svolge lezioni presso svariati Master di...
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