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La grande rottura - Estratto da "I Nuovi Sovrani del Nostro Tempo - Amazon, Google, Facebook"

di Jonathan Taplin 11 giorni fa


La grande rottura - Estratto da "I Nuovi Sovrani del Nostro Tempo - Amazon, Google, Facebook"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Jonathan Taplin e scopri cosa si nasconde dietro l'immenso potere di queste notissime aziende

I prodromi di quella rivoluzione tecnica e sociale che Martin Luther King Jr. aveva preconizzato nel sermone del 1968, tenuto presso la Cattedrale nazionale, si erano già messi in moto mentre egli teneva il suo discorso.

Tale rivoluzione scaturì proprio da alcuni precetti morali della cosiddetta "controcultura" dell'epoca; decentralizzare il controllo e unire le persone. I primi network di computer - come il Collegamento Elettronico della Terra Intera, Whole Earth Lectronic Link (WELL), voluto da Stewart Brand, fondatore del The Whole Earth Catalog (Il Catalogo di tutto il mondo) - nacquero come emanazione diretta della controcultura degli anni Sessanta e costituivano un tentativo di dare al nuovo movimento collettivo che si stava sviluppando "l'accesso agli strumenti" che potessero permettere di guadagnarsi da vivere senza sottostare al potere delle multinazionali.

Brand, in precedenza, aveva aiutato lo scrittore Ken Kesey a organizzare i cosiddetti "Test dell'acido" (appuntamenti poi entrati nella storia, che vedevano migliaia di hippie radunarsi per assumere LSD e danzare sulle note di una band nuova per l'epoca, i Grateful Dead). Lo stesso Steve Jobs, fondatore della Apple Computer Ine., era un consumatore di acido lisergico. Nel suo libro intitolato Quello che ha detto il ghiro, John Markoff ha scritto:

«Jobs ha spiegato di essere ancora convinto che assumere l'LSD sia stata una delle due o tre cose più importanti fatte in tutta la sua vita e ha aggiunto di percepire che molte delle persone che lo conoscevano bene non riuscivano lo stesso a capirlo, proprio perché non avevano mai usato sostanze allucinogene».

Brand, Kesey e Jobs concepirono un nuovo tipo di network veramente organizzato "dal basso verso l'alto", ma le nostre speranze che questo nuovo paradigma tecnologico potesse cambiare in meglio la classe politica e contribuire a diminuire le disuguaglianze si sono rivelate, nel giro di poco tempo, dei sogni campati in aria, delle fantasie di utopisti digitali.

Un articolo del «New York Times», a commento di un rapporto pubblicato nel 2016 dalla Banca Mondiale, recitava:

«Le novità apportate da Internet sono destinate ad aumentare le disuguaglianze e persino a incrementare il declino dei tassi di occupazione di una classe media sempre più impoverita». Come è stato possibile che qualcosa di tanto promettente sia finito in questa maniera? E queste sono le parole del ricercatore dell'Istituto di tecnologia del Massachussets (Massachussets Institute of Technology, MIT), nonché pioniere di internet Ethan Zuckerman: «Oggi è davanti agli occhi di tutti che il nostro operato è stato un fiasco completo; permettetemi quindi di ricordarvi soltanto che quello a cui aspiravamo agli inizi era qualcosa di valoroso e nobile».

La missione originaria di Internet è stata a tutti gli effetti presa in ostaggio da un piccolo gruppo di estremisti, per i quali gli ideali della democrazia diretta e della decentralizzazione erano vere e proprie eresie. A partire dalla fine degli anni Ottanta, con particolare riferimento alla classe formatasi in quel periodo presso l'Università di Stanford, che vedeva tra le sue fila anche Peter Thiel poi fondatore di PayPal, il pensiero dominante nella Silicon Valley è stato molto più influenzato dall'ideologia libertaria radicale di Ayn Rand che dagli ideali comuni-taristi formulati da Ken Kesey e Stewart Brand.

Thiel, il quale tra l'altro è stato tra i primi a investire su Facebook e tra i massimi ispiratori di quella che lui stesso chiama con orgoglio "la mafia di PayPal" (che oggi comanda di fatto nella Silicon Valley), è stato molto chiaro in merito alla propria ideologia, quando ha dichiarato: «Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili tra loro».

Ancora più degno di nota, però, è il fatto che, secondo Thiel, se si vuole veramente puntare a un profitto di lunga durata, si deve creare un sistema monopolistico. Non è un caso che tre delle principali aziende maggiormente accusate di avere contribuito alla crisi della professione artistica siano chiaramente monopoliste.

Google detiene l'88% delle quote di mercato relative alle ricerche online e alle pubblicità connesse e Google Android (sistema operativo di telefonia mobile) ha una diffusione pari all'80% sul relativo mercato. 

Il 70% delle vendite degli e-book è appannaggio di Amazon.

Facebook ha le mani sul 77% delle quote dei social media sui telefoni cellulari.

La quarta impresa su cui ci dilungheremo spesso nel corso del libro, Apple, non possiede un monopolio perché il settore dei computer presenta diversi concorrenti agguerriti. Apple ha sicuramente un ruolo ben definito, in questa storia, ma mi concentrerò maggiormente sui tre monopoli digitali che tanto hanno fatto per alterare il rapporto preesistente tra gli artisti e quanti fruiscono del loro lavoro.

Probabilmente è dai giorni della Standard Oil di John D. Rockefeller che non siamo testimoni di una singola compagnia con una posizione di mercato dominante come quella di Google. Se Google e Facebook sfruttano il proprio strapotere contrattuale per ottenere profitti superiori ben del 20% rispetto ai prezzi di mercato, Amazon utilizza il proprio monopsonio (una particolare struttura di mercato in cui un singolo acquirente si trova a interagire con diversi potenziali venditori) per costringere autori, editori e librai ad abbassare i prezzi, mandandoli così spesso in crisi.

Ovviamente non era questo il tipo di decentralizzazione al quale i padri di Internet aspiravano, ma ironicamente il risultato lo si deve proprio al modello di rete da loro ideato, basato su una serie di regole valide per tutto il mondo e capaci di permettere un'espansione aggressiva su scala globale; da queste, si è giunti all'odierna economia di Internet in cui chi vince piglia tutto.

In altri tempi Google, Amazon e Facebook sarebbero stati sottoposti a strutture statali e la loro grandezza sarebbe stata probabilmente la metà di quella che hanno raggiunto grazie a una serie di acquisizioni che una seria applicazione di leggi antitrust avrebbe potuto facilmente scongiurare. Durante la sua corsa alla presidenza, nel 1912, Woodrow Wilson disse:

«Se un monopolio si afferma, inevitabilmente si metterà sempre a capo del governo. Ciò che abbiamo bisogno di appurare adesso è se siamo forti abbastanza, uomini abbastanza e liberi abbastanza per riprendere possesso di quello che è a tutti gli effetti il nostro stesso governo».

Eppure i dogmi della deregulation propagandati dai circoli libertari, in particolare dagli anni della presidenza Reagan in avanti, sotto amministrazioni sia repubblicane che democratiche, hanno frustrato ogni tentativo di applicare realmente le regole antitrust. Robert Reich, ex segretario del Lavoro, nel 2015 ha scritto:

«La Grande Industria Tecnologica [Big Tech; N.d.T.] è sempre stata praticamente immune da una seria applicazione delle regole antitrust, sebbene le maggiori aziende di questo settore godano di un potere di mercato finora mai visto. Probabilmente, questo è dovuto al fatto che al tempo stesso hanno accumulato anche un enorme potere politico».

Persino la nota banca d'affari Goldman Sachs ha espresso perplessità sui profitti vertiginosi che queste aziende stanno generando. Nel modello del capitalismo classico, imprese capaci di guadagnare profitti tanto elevati spingono nuovi soggetti ad entrare nel mercato, facendo in modo che i profitti si distribuiscano tra vari soggetti e si normalizzino (quello che gli economisti chiamano "ritorno alla media", mean reversion). Uno studio redatto da Goldman Sachs recita:

«Siamo sempre prudenti, quando parliamo di un eventuale ritorno alla media. Ma se ci sbagliamo e profitti tanto sproporzionati continuassero a essere generati anche nei prossimi anni (in particolare, qualora la crescita globale della domanda finisse sotto la media), in quel caso si porrebbero degli interrogativi sul funzionamento stesso del sistema capitalistico a cui trovare una risposta».

Frase piuttosto incredibile sul fatto che il capitalismo non funzioni più, soprattutto se si considera che è stata formulata dalla principale banca d'affari di Wall Street.

Questo ci porta al fulcro della nostra inchiesta. Sin dall'avvento della radio, nel 1920, l'intrattenimento di massa ha potuto contare su un modello creativo "libero", che si sosteneva grazie alle inserzioni pubblicitarie. Anche catene televisive come la National Broadcasting Company (NBC) e la Columbus Broadcasting System (CBS), tra le prime ad aprire la strada alla televisione commerciale, reinvestivano sempre gran parte dei loro profitti nella creazione di nuovi contenuti artistici.

Tutto il contrario di quanto fanno Google, YouTube e Facebook, che invece non investono un centesimo nella creazione dei contenuti: tutto viene rigorosamente "prodotto dall'utente", anche quando in realtà è frutto del lavoro di professionisti e solo in un secondo momento altri soggetti se ne appropriano. Già oggi, il margine di profitto della CBS arriva all'11%, la metà esatta del 22% guadagnato da Google, ma quello che va sottolineato è che questo 11% di differenza si traduce in 8 miliardi di dollari, che potrebbero essere potenzialmente reinvestiti in produzioni artistiche mentre invece restano nelle tasche di Google. «The Economist» ha scritto, nel 2016:

«Un'azienda americana capace di produrre grossi utili nel 2003 (per capirci, con ritorni di capitale netto tra il 15 e il 25% post-tassazione, escludendo la fase dell'avviamento) aveva l'83% di possibilità di essere ancora su questi livelli nel 2013; discorso valido anche per le imprese con entrate superiori al 25%, stando ai dati raccolti dall'agenzia di consulenza manageriale McKinsey & Company. Nel decennio precedente, le probabilità erano invece pari al 50% circa. La logica conclusione è che l'economia americana oggi favorisce le aziende già presenti sul mercato».

Lo strapotere degli operatori storici del mercato finisce anche per limitare l'accesso di nuovi soggetti, che storicamente hanno rappresentato la leva per la crescita occupazionale negli Stati Uniti d'America. Una recente ricerca, condotta dagli economisti dell'Istituto di tecnologia del Massachussets Scott Stern e Jorge Guzman, mostra che

«sebbene la quantità di nuove idee e il potenziale di innovazione siano in crescita, pare esserci una diminuzione nella capacità delle aziende di scalare il mercato in modo incisivo e sistematico. Col tempo, è diventato sempre più conveniente essere un operatore già affermato con una propria posizione storica sul mercato ed è sempre meno comodo cercare di accedervi».

Anche quando nuovi soggetti come Instagram, Twitch e WhatsApp entrano sul mercato, nel giro di poco tempo finiscono per essere acquisiti da multinazionali monopoliste.

Nel 2013, Balaji Srinivasan (attualmente socio dell'azienda di investimenti nel capitale di rischio Andreessen Horowitz) dichiarò che la Silicon Valley stava diventando persino più potente di Wall Street e del governo statunitense. Disse Srinivasan:

«Ci interessa mostrare che sembianze avrebbe una società, modellata secondo i dettami della Silicon Valley e in cui entra in gioco il concetto di "libertà di uscita"... In buona sostanza, significa creare un tipo di società ad accesso libero, la cui base sarebbe al di fuori degli stessi Stati Uniti d'America e in cui tutto sarebbe governato dalla tecnologia. Questo è il futuro verso cui ci porta la Silicon Valley e a cui arriveremo nell'arco dei prossimi dieci anni... [Il cofondatore di Google] Larry Page, per esempio, mira a destinare un'intera parte di mondo a sperimentazioni libere da vincoli di qualsiasi tipo».

Questa, si badi bene, non è soltanto una bislacca fantasia libertaria. Sono personaggi del calibro di Peter Thiel e Larry Page a volerci condurre sino a questo punto. Thiel ha sostenuto, dal punto di vista finanziario, un progetto chiamato "Seasteding" ("proprietà marittima") fondato sul concetto di creare isole artificiali permanenti, dette "seaste-ads" ("territori marittimi") al di fuori della sovranità di ogni governo. Modelli economici di questo tipo, dai contorni non ben definiti, potrebbero pertanto essere esenti da qualsivoglia tassazione e regolamentazione. Page, dal canto suo, ha finanziato una ricerca ad ampio respiro sulla creazione di città-Stato possedute da privati. Lo stesso presidente Obama ha ammonito i guru della Silicon Valley con le seguenti parole:

«Talvolta si ha la sensazione che la comunità tecnologica e, in senso più ampio, quella imprenditoriale siano convinte di dover fare scoppiare il sistema o creare una società e un sistema culturale paralleli sulla base della considerazione che il governo sia intrinsecamente incapace. No, non è così, il governo non è irrimediabilmente votato al fallimento, ma deve occuparsi anche di cose come, ad esempio, i veterani che ritornano dai fronti di guerra; questa non è una voce che troverete sul vostro bilancio aziendale, ma fa parte di quello collettivo del nostro Paese, dato che abbiamo il sacro dovere di prenderci cura di quei veterani. Inoltre questo compito è difficile e complicato; per svolgerlo al meglio, stiamo cercando di migliorare i sistemi macchinosi ereditati dal passato, che non possiamo semplicemente distruggere».

Questo senso di responsabilità sociale condivisa non appartiene però all'ideologia libertaria, che sotto diversi aspetti può addirittura essere considerata antidemocratica. Come ha fatto notare Ben Tarnoff, una delle firme del «Guardian», uno dei motivi che hanno spinto Peter Thiel a sostenere la corsa alla presidenza di Donald Trump con il suo controverso programma è dovuto al fatto che «avrebbe messo in riga quello che Thiel definisce "popolo incapace di pensare": la massa che attraverso la democrazia finirebbe per frenare il capitalismo».

Nonostante ciò, il capitalismo digitale oggi ha ben pochi freni al proprio strapotere. I profitti derivati dai monopoli creati in questa nuova era sono andati a vantaggio - e che vantaggio - di una ristretta cerchia di individui. La classifica dei 400 uomini più ricchi d'America della rivista «Forbes» vede nei primi dieci posti Bill Gates, Larry Ellison, Larry Page, Jeff Bezos, Sergey Brin e Mark Zuckerberg. Paul Graham, uno dei massimi investitori nel capitale di rischio della Silicon Valley (amministratore delegato di Y Combinator, il più importante acceleratore di startup degli Stati Uniti), in un articolo pubblicato nel 2016 sul proprio blog si dimostrava piuttosto aperto a vedere con favore la disuguaglianza economica. Al riguardo, scrisse:

«Sono diventato un esperto nell'incrementare le disuguaglianze economiche e ho speso il decennio passato a lavorare sodo per tale scopo. Questo non è avvenuto soltanto con l'aiuto dato ai 2500 nuovi imprenditori finanziati da Y Combinator; ho anche redatto diversi testi, in cui propagandavo il concetto dell'accrescimento delle disuguaglianze economiche e fornivo anche istruzioni dettagliate sul come farlo».

Se è vero che i miliardari del digitale hanno accumulato un potere politico ed economico come non si vedeva dai tempi dell'Età dorata negli Stati Uniti [1870-1900 circa; N.d.R.], è altrettanto vero che si sono ritagliati anche una posizione di dominio nell'ambito culturale. David Nasaw, biografo di Andrew Carnegie, ha dichiarato:

«Carnegie non avrebbe mai potuto nemmeno immaginare il tipo di potere posseduto da Zuckerberg. Oggi la politica ha meno peso di quanta ne abbia mai avuta in tutta la nostra storia. Il potere di questi amministratori delegati è qualcosa di mai visto prima. La forza motrice del cambiamento sociale oggi non risiede assolutamente nel sistema di governo».

L'ideologia libertaria della Silicon Valley ha saputo ritagliarsi uno spazio preminente anche nella cultura di massa. Come ha messo in evidenza il critico cinematografico del «New York Times» A.O. Scott, nella nostra odierna fascinazione per i film di supereroi

«l'ideologia dominante nel genere non è altro che una variante del libertarianismo privo di limiti che connota alcuni dei settori più in vista della classe dominante americana. I superuomini agiscono per il bene, sanno ciò che è meglio per noi e non hanno mai avuto bisogno che delle istituzioni inette (poliziotti, stampa, governo) gli dicessero cosa fare. Ciò di cui hanno bisogno è il sostegno e la gratitudine delle masse, tanto che quando queste vengono a mancare sono piuttosto corrucciati».

Mark Zuckerberg e Larry Page desiderano la nostra gratitudine dopo averci instillato la convinzione che, grazie a loro, stiamo vivendo un periodo di innovazioni senza precedenti che migliorerà inevitabilmente non solo le loro vite, ma anche quelle di tutti gli abitanti del Pianeta.

Ma questo corrisponde a verità? Le statistiche prodotte dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE, Organisation for Economie Co-operation and Development) ci raccontano una storia ben diversa; la crescita economica sta drammaticamente rallentando, mentre nei Paesi sviluppati la disuguaglianza è in crescita costante.

Diversamente da quando, nel ventesimo secolo, i cicli delle grandi innovazioni tecnologiche (elettricità, comunicazione e trasporti) davano la spinta per una crescita superiore al 6%, quella avuta con la rivoluzione digitale si è fermata a meno del 2% e ha contribuito ad allargare la forbice tra ricchi e poveri nei Paesi sviluppati. Nella recensione del libro di Robert Gordon L'ascesa e la caduta della crescita americana: lo standard di vita negli Stati Uniti dalla guerra civile, l'economista Paul Krugman ha scritto:

«Gordon suggerisce che il futuro sarà con ogni probabilità caratterizzato da una stagnazione negli standard di vita della maggioranza degli americani, dal momento che gli effetti del rallentamento del progresso tecnologico saranno accompagnati da una serie di "contraccolpi", come l'aumento delle disuguaglianze, un abbassamento nei livelli dell'educazione, l'invecchiamento della popolazione e altro ancora».

Se è vero, come è vero, che stiamo assistendo a un'accumulazione crescente dei profitti da parte dei monopoli dominanti dell'industria tecnologica e, parallelamente, la classe media sta vedendo erosi i propri tassi occupazionali ad opera del progresso tecnologico (si pensi all'impiego dei robot e alle schiere di camion senza autisti, che in futuro molto probabilmente solcheranno le nostre strade), appare chiaro che i tecno-deterministi ci condurranno a un'epoca di profonda instabilità sociale.

Siamo di fatto intrappolati nella ragnatela delle teorie economiche libertarie e del pensiero espresso negli anni Cinquanta da personaggi come Milton Friedman e Ayn Rand. A proposito delle multinazionali, Friedman asserì di essere fermamente convinto che «esista una e una sola responsabilità di tipo sociale negli affari: incrementare i propri guadagni». Rand, dal canto suo, predicava ai singoli che «l'unico obiettivo morale della vostra esistenza consiste nel raggiungere la vostra felicità». Fino ai tardi anni Settanta almeno queste teorie erano viste come eccentrici deliri di reazionari. Una recensione della raccolta di saggi di Rand, intitolata Capitalismo: l'ideale sconosciuto e apparsa su «New Republic», liquidava con poche parole l'autore, etichettandolo come «l'ape regina di un alveare che si fa notare per il ronzio più fastidioso e stravagante contenuto in questo libro tutt'altro che indimenticabile».

Fu però in seguito all'elezione di Ronald Reagan negli Stati Uniti d'America e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna che queste idee libertarie cominciarono a ottenere sempre più spazio, fino a vincere di fatto la battaglia delle idee. Fu a partire da allora che in entrambi i Paesi cominciò a essere rifiutata l'idea che spettasse allo Stato regolare in una qualche misura il libero mercato. Poteva sembrare che la grande recessione del 2008 portasse molti a realizzare che questa filosofia non era altro che una strada senza uscita, sotto il profilo sia culturale che politico, ma pare che soprattutto negli Stati Uniti manchi qualsiasi volontà di condurre la società verso un nuovo percorso.

Questo, si badi bene, sia in politica che nella cultura. L'economista Joseph Stiglitz, già insignito di un premio Nobel, ritiene che sia necessario rivedere le teorie economiche di Rand e Friedman fondate sul principio del laissez-faire:

«Se i mercati vengono basati unicamente sullo sfruttamento, viene a mancare la ragione stessa del concetto di laissez-faire; pertanto, in quel caso, la battaglia da condurre contro lo strapotere assoluto non è solo una battaglia di democrazia, ma diviene anche una lotta per l'efficienza economica e la prosperità condivisa».

Diventa importante chiarire sin dal principio che non siamo dell'idea che la rivoluzione tecnologica in corso possa avere un solo, inevitabile sbocco negativo. Mi viene in mente proprio uno slogan del primo ministro britannico Margaret Thatcher; interrogata sul suo programma di deregolamentazione e tagli di tasse ai ricchi, rispondeva così: «TINA - There is no alternative» (Non esiste alternativa).

Ma la Storia è fatta dagli uomini, non dalle multinazionali o dalle macchine. I guru del ladrocinio dell'era digitale ci raccontano come tutto oggi sia cambiato e loro meritino di dominare. Essi giustificano la propria posizione con una presunta superiorità intellettuale, grazie alla quale sono stati capaci di rigettare il sapere convenzionale e di cavalcare la rottura con il passato.

Quello che però costoro sembrano non capire è che una cultura e le sue espressioni artistiche non sono come un vecchio modello di telefono cellulare ormai superato che si getta via non appena sia stato "sorpassato" dalla prossima grande innovazione: la cultura ha nella continuità un suo fondamento irrinunciabile. Come ha detto giustamente in un'occasione Pete Seeger, «ogni cantante non è che un anello in una catena». Il ruolo dell'artista nella società è incarnato - per come la vedo io - da uno scrittore scomparso recentemente, che ammiro tantissimo: Gabriel Garcia Màrquez, la cui vita e opere erano caratterizzate dal rifiuto di credere che il genere umano non possa creare una società migliore di quella odierna.

Oggi, però, le utopie non sono di moda. Garcia Màrquez non ha comunque mai smesso di credere nella potenza rivoluzionaria delle parole, che sono in grado di evocare vere e proprie magie e di catturare l'immaginazione. Egli ci ha insegnato, tra le altre cose, anche l'importanza di amare e valorizzare la propria terra natia. Nell'attuale società dei consumi, in cui puoi camminare dentro un centro commerciale di Shanghai dimenticandoti di non essere a Los Angeles, l'opera letteraria di Garcia Màrquez si distingueva invece per il suo essere schiettamente latinoamericana e rappresentarne la cultura in una maniera unica, al pari delle canzoni di Gilberto Gil o del cinema di Alejandro Gonzàlez Inàrritu.

A fronte della cultura dominante nella nostra società, che ci ha per lungo tempo inculcato l'idea di un melting pot in cui ogni differenza è annullata, è importante riconoscere come non lasciare che le diversità (di sesso, etnia o religione) fungano da barriere tra gli individui non significhi rifiutare e negare tutte le ricchezze delle tradizioni che ogni cultura ha accumulato nel tempo e in un determinato spazio geografico. Queste caratteristiche sono ancora oggi capaci di creare un legame tra le persone che si riconoscono in una determinata cultura o tradizione; non solo: c'è una necessità vitale che i giovani artisti di oggi abbiano quel particolare senso della storia celebrato da Garcia Màrquez con le seguenti parole:

«Non riesco a immaginare come qualcuno possa pensare di scrivere un romanzo, senza avere almeno una vaga idea di cosa sia stata la letteratura nei diecimila anni che lo hanno preceduto».

La mancanza di memoria in ambito culturale non porta ad altro che alla morte della cultura stessa. Se gli unici studenti universitari che ricevono sussidi statali diventassero in futuro gli ingegneri informatici, l'intera nostra cultura perderebbe qualcosa.

Google, YouTube e Facebook riducono però ogni aspetto della vita culturale a un mero oggetto, con cui guadagnare in base al numero di click. Lo studioso James Delong sostiene che la missione principale di Google sia la mercificazione totale dell'apparato mediatico mondiale:

«Nella maggior parte dei casi, l'obiettivo di coloro che mirano a ricavare profitti da qualcosa è almeno in parte bilanciato dalla consapevolezza che il settore non può essere "spremuto" completamente e che una certa liquidità di denaro deve comunque continuare a circolare, per permettere la creazione di nuovo materiale. La posizione in cui opera Google, invece, è del tutto diversa. I materiali più importanti a cui attinge esistono già e nel breve termine non si percepisce alcuna preoccupazione sul continuo flusso di contenuti da fruire. Per ciò che attiene la materia prima, ci sono a disposizione decenni di musica e film, che possono essere riprodotti in formato digitale e quindi distribuiti con il relativo introito pubblicitario [e i dati da estrarre, per quanto riguarda gli utenti che ne fruiscono]. Esiste poi una mole di materiale di altro tipo, che aspetta solo di essere digitalizzata: libri, mappe, opere di arte visiva e così via. Google e le altre aziende di Internet hanno disegnato apposta il concetto dei contenuti generati dagli utenti che li diffondono e se li passano l'un l'altro attraverso i social network, che vengono sfruttati proprio per la raccolta pubblicitaria [e l'estrazione dei dati personali]. Così facendo, in pratica, Google può permettersi di continuare (e bene) su questa strada, anche qualora i creatori dei suoi contenuti venissero lasciati a boccheggiare come pesci sulla spiaggia».

Per cogliere al meglio come questo cambio di paradigma abbia danneggiato tutti gli artisti, voglio riportare la vostra memoria alla fine degli armi Sessanta, periodo in cui lavoravo come tour manager per The Band e occasionalmente anche per Bob Dylan (quando si accordava con il suo stile di vita notoriamente schivo e distaccato). Nel caso in cui un musicista oggi si lamenti di come lui o lei abbia avuto la carriera rovinata da YouTube o Spotify, riceve sempre una risposta standard, che suona più o meno così: «Oh, il mercato musicale ha sempre rovinato degli artisti. Dov'è la novità?». Questo però semplicemente non corrisponde al vero.

L'industria musicale, negli anni Sessanta e Settanta, se la cavava decisamente bene: tutte le figure professionali del settore venivano pagate regolarmente, se eravate artisti potevate avere un ritorno economico perlomeno sufficiente a ripagare il vostro investimento di tempo e denaro, e le aziende discografiche vi aiutavano concretamente nella costruzione di una carriera. Il singolo artista poteva servirsi dei canali di distribuzione internazionale garantiti dalle varie sigle produttrici che, dal canto loro, ne gestivano la carriera album dopo album.

Oggi l'industria è completamente diversa, come ha spiegato il musicista David Byrne in un editoriale apparso sul «New York Times»:

«In teoria, quello attuale dovrebbe essere il momento più grande in tutta la storia della musica; la quantità di materiale sperimentato, prodotto, distribuito e ascoltato non aveva mai conosciuto i livelli di oggi... Tutti dovrebbero festeggiare, ma in realtà parecchi di quelli che come me creano, suonano e incidono musica non ci pensano lontanamente... Per quanto mi riguarda, le cose continuano ad andare bene, ma la mia grossa preoccupazione si concentra sugli artisti di domani: come sarà possibile, per loro, farsi una vita nell'ambito musicale?».

Se intendiamo stabilire un quadro etico entro cui si muova l'economia digitale, bisogna trovare una risposta a questa domanda.

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Jonathan Taplin

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Jonathan Taplin

Jonathan Taplin è Direttore emerito del Laboratorio Annenberg per l’innovazione dell’Università della California del sud ed è stato in passato organizzatore dei tour musicali per Bob Dylan e la Band, oltre che produttore cinematografico in collaborazione con...
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