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L'influenza dei genitori - Estratto da "Siamo Umani"

di Daisaku Ikeda, Felix Unger 6 mesi fa


L'influenza dei genitori - Estratto da "Siamo Umani"

Leggi un estratto dell'intervista tra Daisaku Ikeda, maestro buddhista, e il dottor Felix Unger, medico austriaco, sulle qualità che ci rendono davvero "umani"

Ikeda: Vorrei che mi consentisse di farle alcune domande. Lei è presidente dell’Accademia Europea delle Scienze e delle Arti, cardiochirurgo rinomato e illustre pensatore. Suppongo che alcune persone che l’hanno formata nel suo campo di specializzazione o nella sua vita si siano guadagnate il suo rispetto. Potrebbe citare qualcuna di queste persone?

Unger: Due miei zii erano insegnanti capaci ed esercitarono un forte influsso su di me sin da bambino. Uno era il conte Karl von Arco, esponente di una delle più antiche famiglie austriache. Egli mi insegnò soprattutto a essere capace di pensare in tutte le situazioni e a come agire nel mezzo delle difficoltà. L’altro fu il professor Gernot Eder, che mi insegnò a pensare in modo scientifico, analitico, metafisico e inclusivo. In anni successivi ho seguito un bravissimo cardiochirurgo che per me è stato come un padre e un maestro.

Ikeda: Devono essere state relazioni splendide. Capisco che la sua giovinezza è stata ricca di crescita intellettuale. Suo padre era un pittore e presiedeva la Scuola viennese di arti applicate. Quali sono i ricordi più vividi che ha di lui? E qual è la lezione che ha appreso da sua madre che si è più impressa nella sua vita?

Unger: Mi fa piacere che lei mi chieda dei miei genitori defunti. Mio padre era un pittore con un occhio molto attento. Era capace di catturare un paesaggio e riprodurlo in splendidi colori, come lei fa con le sue fotografie.

Ikeda: I suoi genitori vissero entrambe le guerre mondiali e affrontarono anche i tempi dell'Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania durante il dominio di Hitler.

Unger: Sì, erano ancora molto giovani ai tempi dell’Anschluss. Mio padre dovette andare in guerra, ma entrambi sopravvissero alle fiamme del conflitto. Mio padre parlava in termini molto chiari, con accuratezza e onestà. Da lui appresi l’importanza di parlare con correttezza e giustizia in tempi difficili, quali sono anche i presenti. Immagino che avesse appreso tutto questo da suo padre, che era un ingegnere progettista. La mia famiglia mi ha insegnato che il denaro non è tutto e che è importante vivere in modo giusto. Mia madre era sorridente, di mente aperta e ottimista: mi insegnò a non avere mai paura. Quali che fossero i problemi che incontrava, era solita dire sempre: «Non è niente. Ci dev’essere per forza una soluzione!».

Ikeda: I suoi genitori erano persone magnifiche, raffinati filosofi che le hanno insegnato il cammino della felicità. In loro percepisco la grande luce della fede. Una vera educazione si esprime nel coltivare le menti che desiderano lottare per il bene della giustizia.

L’Accademia Europea delle Scienze e delle Arti, che è stata fondata nel 1990, conta oggi oltre milleduecento intellettuali che provengono da più di cinquanta paesi europei, del Nord e Sud America, del Medio Oriente e dell’Asia. Il re Juan Carlos è un suo sostenitore; Vàclav Havel, ex presidente della Repubblica Ceca, è membro onorario del senato accademico e membro onorario è anche l’ex presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov. Ho avuto la fortuna di incontrare tutte queste persone. Ma dato che accademie tradizionali esistono già in tutta Europa, per quale motivo avete pensato di fondarne un’altra di nuovo tipo?

Unger: L’Accademia Europea delle Scienze e delle Arti è stata fondata per rispondere all’intricato insieme dei problemi del mondo contemporaneo. Noi fondatori ci rendemmo conto che l’immagine della scienza si era allontanata dall’essere umano e che era nettamente sbilanciata verso la materialità. Dal nostro punto di vista, col crescere dell’influenza materialista sulla scienza e sulla società, l’umanità si sarebbe distaccata dalle sue qualità essenziali e sarebbe degenerata dal punto di vista metafisico, minacciando così di corrompere la stessa natura umana. Sono considerazioni di questo tipo che ci spinsero a fondare l’Accademia.

Le scienze naturali sono originariamente radicate nell’umanità. La tendenza verso il materialismo nega i loro aspetti spirituali. Qualcosa di simile accade anche nell’ambito dell’economia. Invece di servire ai bisogni umani, e mi riferisco anche ai bisogni spirituali, la scienza si distacca e anzi assume un aspetto dominante sull’umanità. La nostra Accademia propone un approccio alla scienza che muove da prospettive diverse.

Le relazioni umane sono costituite da un triangolo armonico e plasmabile di rapporti con la natura, di relazioni con gli altri esseri umani e di relazioni spirituali. Questi tre aspetti guidano l’esistenza delle persone e in questo quadro siamo in grado di risolvere i problemi della vita. Tutte e tre queste relazioni sono essenziali e nessuna deve essere accentuata in modo esagerato. Le scienze che hanno la natura come loro oggetto di indagine, le scienze naturali e le discipline tecnologiche, richiedono di avere un sostegno di tipo sociale e spirituale.

Lo stesso vale per le scienze che studiano le relazioni tra gli esseri umani, le scienze sociali, il diritto, l’economia e la politica. La medicina e la psicologia creano un ponte tra le scienze naturali e le scienze sociali e le connettono con il campo puramente spirituale della filosofia, dell’arte e della religione.

Ikeda: In altre parole, gli esseri umani devono essere sempre al centro di questo armonioso triangolo rappresentato dalle scienze naturali, dalle scienze sociali e dagli studi umanistici. Da un altro punto di vista, gli esseri umani non esistono per favorire la scienza; è la scienza che deve lavorare per il bene degli esseri umani. In un discorso che pronunciò all’Università Soka lei disse: «Dobbiamo far sì che le scienze siano in grado di lavorare insieme per creare una rete che avvolga la vita nel suo complesso. E essenziale che la scienza si fondi su una filosofia interdisciplinare». Che azioni sta promuovendo la sua Accademia per affrontare questo tema?

Unger: L’Accademia sta elaborando diversi progetti per il presente e per i prossimi anni, avendo ben presenti i problemi di una società sostenibile e le ricerche legate alla disponibilità di risorse idriche.

Uno dei nostri progetti più importanti è l’Istituto di medicina. Siamo convinti che nella realtà europea un capitalismo sempre più aggressivo, delle autorità pubbliche abbastanza ridicole, la burocratizzazione degli ospedali e l’inettitudine della politica abbiano creato un sistema sanitario diviso in due classi. Le persone che dispongono di denaro hanno accesso alle cure mediche, mentre chi non dispone di molto denaro deve arrangiarsi come può. Come medico trovo questa situazione intollerabile.

Abbiamo fondato l’Istituto di medicina nella speranza di riuscire a lavorare insieme al Parlamento europeo e all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico per dare vita a un nuovo sistema sanitario. Non dobbiamo sentirci soddisfatti neh’apportare rettifiche di piccolo calibro, per non dire superficiali; occorre guardare alla radice dei problemi. Per tutti i miei colleghi dell’Accademia è evidente che la medicina contemporanea ha commesso degli errori nel valutare la sua stessa natura.

Ikeda: A cosa si riferisce, di preciso?

Unger: Una forte inclinazione verso le scienze naturali ha fatto sì che la medicina sia arrivata, senza un’intenzione espressa, a considerare i pazienti come casi che possono essere presentati nei termini tipici delle scienze naturali. Il paziente diventa un’anomalia cui è possibile fare fronte come nel caso di altre anomalie sociali, come per esempio la criminalità. Questa visione porta al coinvolgimento delle autorità, dato che il paziente visto come una anomalia rappresenta un costo e i costi devono essere ridotti. Così il paziente diventa un semplice oggetto di intervento dello stato e della medicina e la medicina viene ad acquisire un senso opposto alla sua natura intrinseca, che è quella di servire l'interesse del paziente ed esclusivamente la sua buona salute.

Ikeda: In pratica intende dire che i medici stanno perdendo di vista l’elemento essenziale, ossia che la medicina esiste per il bene dei pazienti. Essi suddividono i campi di ricerca e adottano un punto di vista riduzionista secondo cui un accumulo di ricerca condotta in aree ristrette alla fine condurrà a una visione olistica. Questo è un fenomeno che si osserva nella medicina occidentale e che è comune a tutte le scienze naturali. Studiare soltanto delle parti, perdere la visione del paziente come un’entità e considerare i pazienti più come casi che non come esseri umani, “anomalie”, per usare la sua definizione, è forse un destino inevitabile, dato che la medicina si è sviluppata nel contesto delle scienze naturali. Ma questo tipo di approccio tende a trascurare l’essere umano vivente.

In un dialogo di diversi anni fa lo storico inglese Arnold Toynbee (1889-1975) disse che «è molto difficile per chiunque essere un medico con una solida impostazione etica e spirituale senza possedere una visione religiosa e filosofica, e anche un certo atteggiamento nei confronti della vita umana e dell’universo di cui il genere umano è parte». Una riforma della medicina non può essere compiuta limitandosi al campo medico. Richiede il contributo della religione, della filosofia, dell’etica, della politica, dell’economia e della sociologia.

La medicina si occupa della totalità della vita umana. E per questo che, prima di tutto, bisogna essere certi che includa il triangolo ideale a cui fate riferimento nella vostra accademia: le scienze naturali, le scienze sociali e gli studi umanistici.

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