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L'imperatrice

di Marco Saura 1 mese fa


L'imperatrice

Leggi un estratto da "La Via del Fulmine" di Marco Saura

L'Imperatrice è colei che porta l'influenza del cosmo sulla Terra. La stella polare al centro dell'emisfero del Nord. L'energia della stella del mattino focalizzata nella materia grezza per mezzo del Sole. Le acque uterine impregnate del fuoco nascosto.

Il potere vivificante della natura che esalta i sensi per liberare lo spirito.

La Madre Celeste. E del mondo.

Impossibile da dimenticare, quando ricevete la grazia di poterla incontrare nel vostro cammino.

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La Via del Fulmine

Marco Saura

Un libro al di fuori dell’ordinario sia nella forma – dove alla narrativa si intreccia il fumetto a colori delle graphic novel – sia nel contenuto, la storia di un uomo alla ricerca e ricostruzione di sé in un percorso a spirale, in una...

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Anche mio padre era sempre stato un uomo vivace, d'azione, di quelli che non riescono mai a star fermi, sempre intento a costruire o aggiustare qualcosa. Focoso e impulsivo, come tutti quelli nati sotto il segno del Leone.

Probabilmente quel carattere l'aveva ereditato, oltre che dalle stelle, soprattutto dal padre; ma anche dal nonno aveva preso molto, specie quella voglia di divertirsi, di andare a ballare nelle balere estive ogni volta che poteva. Mentre il suo bisnonno gli aveva trasmesso quel gusto tutto particolare per la bellezza, che riusciva a scorgere, quasi di soppiatto, negli oggetti inanimati così come negli esseri viventi.

Condivideva quasi tutto dei tre Francesco, come riunitisi in mio padre per poter dare continuità alla creazione. Tranne il nome.

Nel 1942 c'era una legge per la quale non si poteva dare lo stesso nome del padre al figlio per più di tre generazioni. Furono costretti a chiamarlo Franco.

Passò i primi anni in Sicilia, insieme alla madre, mentre aspettavano che mio nonno tornasse dalla guerra. Per sua fortuna non aveva ricordi di quel periodo, ma quella paura di essere abbandonato che doveva provare un bambino che nasceva senza avere accanto una figura paterna, in un periodo dove si rischiava di finire all'altro mondo quasi ogni giorno, era comunque molto facile portarsela appresso finché si campava. Con un bel senso di inadeguatezza sulle spalle che non ti mollava mai, rendendoti ancora più difficile, anche da adulto, riuscire a trovare il tuo spazio nel mondo.

Qualche anno dopo, quando mio nonno era riuscito a riabbracciare la sua famiglia riportandoli a Roma, di andare a scuola non ne aveva proprio voglia. Di starsene dietro un banco, per ore, immobile, a prendersi le bacchettate sulle mani dalle maestre, in un ambiente che anziché fornirgli risposte gli aumentava ancora di più i tanti dubbi su tutto che già gli giravano nel cervello, non ci pensava neanche.

Ogni volta che poteva scappava in centro per rimirare lo splendore statuario dei monumenti di quella città nella quale tanto aveva desiderato vivere.

L'unica cosa di cui era convinto per davvero. O almeno credeva.

Si sentiva orgoglioso di essere romano, di poter seguire un filo immaginario che lo legava agli anni dell'Impero, che ai suoi occhi di bambino rappresentava più che altro l'opulenza e le avventure in terre sconosciute, per sconfiggere e sottomettere i barbari senza farsi imporre niente da nessuno.

Senza temere neanche la morte.

Appena finì le medie andò a lavorare nell'officina di mio nonno, e pare che fu proprio lui a convincerlo a investire nei camion: un modo per poter finalmente viaggiare, per scoprire e conquistare altre città di quell'Italia degli anni '50, risorta dalle sue ceneri per aprire gli orizzonti degli eventi a un'inaspettata quanto benedetta ripresa economica e culturale.

Eppure un giorno, superati da poco i vent'anni, dovette pensare che la morte, in fondo, non era così brutta se una ragazza carina come mia madre gli sorrideva da dietro il cancello di quel cimitero accanto all'officina, dove lei era sempre confinata, ogni volta che lui ci passava davanti.

Mia nonna l'aveva voluta chiamare Clara, anche se per tutti fu sempre Claretta, forse per la bassa statura o per quegli occhi vispi da bimba che mantenne anche da adulta.

Maria sosteneva di aver trovato il nome su uno di quei romanzetti d'appendice che andavano tanto in voga in quegli anni. Era la protagonista di un'avventura straordinaria, una ragazza che scappava dal suo paese d'origine per viaggiare libera fino all'altro capo del mondo.

Ma niente tolse dalla testa di mia madre che Maria la chiamò così, in segreto, per fare dispetto al marito. Clara Petacci era l'amante del Duce, e mio nonno non l'aveva mai sopportata, convinto che avesse fatto perdere la testa a quel grand'uomo, tutto d'un pezzo prima che si sciogliesse nelle futili lascivie dell'amore.

Nacque in un giorno di maggio, Claretta, sotto il segno dei Gemelli. Ed è molto probabile che quel governo di Mercurio l'abbia portata a cercare di mediare per tutta l'infanzia e l'adolescenza tra le fantasie della madre e il pragmatismo del padre.

La mattina studiava dalle suore in una delle scuole più rigide e inflessibili di Roma, il pomeriggio si perdeva nel cimitero a caccia di quei fiori a spirale che crescevano negli anfratti più oscuri, «allevati direttamente dagli spiriti», o almeno così confidava alle sorelle.

Le piaceva svegliarsi molto presto, quand'era ancora buio, per poter ammirare le ultime stelle che iniziavano a sparire dietro la piramide. La sua preferita era Venere.

D'altro canto non era - e non lo sarà mai - prodiga di affettuosità e smancerie. La dolcezza dello sguardo contrastava con la freddezza del contatto fisico. Come se vivesse sospesa tra due reami, dove gli uomini e gli spiriti convivono senza riuscire mai ad abbracciarsi.

Agli occhi di mio padre, nonostante i dubbi che l'assalivano da ogni direzione, ella divenne subito la sua principessa, anzi l'Imperatrice del suo immaginario impero romano. L'angelo caduto in terra per diventare la madre dei suoi figli. La Dea che avrebbe portato abbondanza e prosperità nelle loro vite. L'albero che avrebbe unito con le sue radici le loro famiglie.

Lui sarebbe stato il suo Sole e lei la sua Luna, uniti sotto il segno della bellezza, al ritmo del sistro per scacciare le tenebre dei pregiudizi e delle paure verso l'ignoto che li attendevano dietro l'angolo.

Mia madre si limitò ad annuire imbarazzata di fronte alla sua proposta di fidanzamento, tenendo tra le mani il mazzo di rose rosse che lui le aveva appena regalato, ferma in quel giardino silenzioso già ricolmo di fiori di ogni specie dove lei aveva passato la gran parte dei suoi primi diciott'anni contornata da amici invisibili, e sfoggiando quel sorriso che aveva fatto perdere la testa a mio padre fin dal primo istante in cui l'aveva incrociata sul suo cammino.

Chissà cosa avrà pensato, dentro di sé, mio nonno Francesco, dopo essere riuscito a liberarsi da quel cognome impegnativo e dalle tre guerre da cui aveva provato a sfuggire in ogni modo, quando si ritrovò col suo primogenito che voleva maritarsi con la figlia del custode fascista del cimitero accanto alla sua officina.

Si sa soltanto che non si oppose.

Forse aveva troppo da lavorare per perdere tempo in faccende del genere. O forse, dentro di sé, era felice che suo figlio avesse trovato l'amore in quei tempi di pace.

Nonna Maria invece non ne volle sapere. Nonostante i suoi parenti di Norcia e le altre due figlie, che erano costrette ad accompagnare i novelli fidanzati nelle rare uscite concesse per andare al cinematografo del quartiere, e a patto che si tornasse appena finito lo spettacolo pomeridiano, avessero cercato di convincerla in ogni modo che mio padre era un bravo ragazzo e con un lavoro sicuro, quel matrimonio non s'aveva da fare.

La sua primogenita non era ancora pronta ad abbandonare quei cancelli per affrontare il mondo reale. Non era ancora pronta ad abbandonare lei, più che altro.

Il marito restò in silenzio, lasciando fare alla moglie, come sempre in quella famiglia dove regnava ancora il matriarcato.

Narrava la solita leggenda, quella piccola piccola che non usciva mai dal guscio familiare, che Maria scatenò perfino gli spiriti contro la famiglia di mio padre, pur di farlo desistere da quella follia.

Fatto sta che l'officina e la società di mio nonno, in quel periodo, cominciarono ad avere degli strani problemi. Motori che si rompevano da soli, camion che si perdevano nei viaggi mancando le consegne, clienti che sparivano all'improvviso senza aver pagato, come se non fossero mai esistiti.

Mio padre non credeva a quelle stupide superstizioni. O almeno si ostinò a non crederci.

Voleva credere, invece, con tutto se stesso, per una volta sul serio, alla determinazione che sentiva crescere in ogni cellula del suo corpo. Quella determinazione che avrebbe abbattuto ogni ostacolo, compresi quei tristi cancelli neri, sulla sua strada verso la felicità.

Era l'unica certezza che scoprì di avere. Questa volta davvero.

Come un eroe dei tempi che si perdevano nel Mito, in una notte di mezza estate, con soltanto una collana in tasca da offrire in dono alla sua Musa ispiratrice, e una Cinquecento con il motore acceso parcheggiata davanti alle porte del cimitero, riuscì a liberare mia madre dalle grinfie della strega cattiva per volare liberi come aquile nel cielo.

La fuga d'amore, la chiamavano ancora, in quell'anno di scontri e contestazioni per le ingiustizie sociali che inevitabilmente aveva portato con sé il boom economico.

Sognavano l'immaginazione al potere, i ragazzi del Sessantotto, un mondo più equo e giusto per tutti. Un mondo dove si potesse sognare di poter amare liberamente. Fino all'ultimo respiro.

Per il viaggio di nozze, i miei genitori vollero girarlo tutto quel paese che straripava bellezza da ogni dove. Dal Nord al Sud, dall'Ovest all'Est. Da Venezia, la città dei fantasmi e delle maschere che galleggiava sulle acque, allo Zoo Safari dove si potevano incontrare le scimmie selvatiche e gli ippopotami che allattavano i loro cuccioli. Dalla sfrontata meraviglia della piazza di Santa Maria Novella alle danze sfrenate nell'Adriatico. Dalle grotte con le prime incisioni rupestri alle città con i musei del futuro.

Fu durante quel viaggio indimenticabile che Claretta cominciò a innalzare il suo scettro di madre, con quella sfera che rappresentava l'uovo della fecondità universale e la croce che simboleggiava la chiave della vita.

Una vestale contemporanea di un tempio dedito agli antichi culti una volta mi raccontò che il quadro astrale, che viene calcolato in base alla data di nascita, serviva per comprendere la programmazione primigenia che avrebbe eretto le nostre personalità.

Invece la data del concepimento, ben più importante, dettava, oltre alla scelta del sesso del nascituro, anche i colori della sua anima. E quindi del suo fato.

Nelle civiltà ormai quasi dimenticate, proseguì la vestale, quelle notti erano considerate sacre. Bisognava sceglierle con cura, nei periodi propizi per se stessi e per il regno. La stanza degli sposi veniva protetta da un cerchio magico. Sul letto dovevano esserci delle lenzuola rigorosamente bianche. Occorreva lavarsi a fondo dalle impurità e aver raggiunto una sorta di serenità interiore verso i conflitti. Nessun pensiero negativo poteva sfiorare, non fosse altro che per quella notte, la mente degli sposi. Solo a quel punto ci si poteva abbandonare all'ebbrezza dei sensi per aprire le porte della terra a una delle sette Dee dalle sette forme.

«Renderà la tua faccia perfetta tra gli Dèi, essa renderà le tue cosce grandi tra le Dee, essa aprirà il tuo occhio affinché tu veda ogni giorno» declamò infine con tono ispirato.

Esattamente nove mesi dopo il viaggio di nozze nacque mia sorella Fabiana, seguita a breve da Francesca, sullo slancio di un periodo di libertà e spensieratezza che in quei primi anni di matrimonio ai miei sembrava dovesse durare per sempre.

Ma i cicli della vita mutano come le stagioni. I problemi quotidiani, con mio padre in continuo viaggio per lavoro, e le responsabilità di mia madre, che doveva sostenere una famiglia senza l'aiuto dei genitori, resero il loro rapporto più complesso.

Oltretutto Claretta si convinse che anche lei avrebbe avuto tre figlie, come sua madre. Pensò con un filo di tristezza che in fondo quel destino dal quale aveva provato a scappare ricominciava a inseguirla. E che Franco non avrebbe avuto un figlio da poter chiamare Francesco per rinnovare la tradizione familiare.

Entrambe le mie sorelle hanno avuto un'esistenza relativamente tranquilla, per quanto tranquilla possa essere una vita.

Mentre quell'esser stato concepito, quasi per caso, qualche anno dopo, quando, ormai attanagliati dal timore e dalle preoccupazioni, i miei non avevano più speranze neanche di avere una terza figlia, deve aver influenzato qualcosa nei piani celesti, per concedermi un fato decisamente più travagliato.

Presone atto, finalmente, in quella notte infinita sul Gran Sasso potei tornare verso la mia Aurora.

La Via del Fulmine

Marco Saura

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Marco Saura

Marco Saura, romano, dopo aver studiato lettere e filosofia si dedica all’attività di narratore e sceneggiatore cinematografico. È tra i fondatori della casa editrice La Scimmia, con la quale cura la rivista di narrativa e fumetti R! Scrive diversi cortometraggi e documentari...
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