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L'ideale - Estratto da "Quel che Conta Davvero"

di Francesco Alberoni 4 mesi fa


L'ideale - Estratto da "Quel che Conta Davvero"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Francesco Alberoni e scopri i valori attraverso i quali è possibile rifondare la società moderna

Non sono state solo l'avidità, le passioni, la volontà di potenza e di ricchezza i fattori fondamentali dell'edificazione, non solo delle nostre costruzioni politiche, ma perfino delle nostre opere d'arte. Esse sono state anche il prodotto di sogni, di ideali, di aspirazioni, di coraggio, di tenacia, di virtù sublimi.

Fin dai primordi della storia l'esser umano ha incominciato a sognare qualcosa di più elevato e ha proiettato i suoi sogni nei miti e negli dèi. Da allora è avvenuta una lunga evoluzione spirituale, sollevandoci al di sopra della natura animale, per conquistare la nostra soggettività, la nostra libera volontà, per realizzare i nostri ideali.

Questo superamento è avvenuto attraverso il lento evolversi del costume, che pone regole, limiti, direzioni alla sfrenatezza dell'istinto.

Le divinità dell'Egitto, come la sfinge, esprimono ancora la mescolanza dell'uomo e dell'animale. Ma nell'Ara di Pergamo la lotta ormai avviene fra gli dei olimpici e i Titani che conservano, nella parte inferiore, il corpo animale dei rettili.

E' l'umanità, la spiritualità umana, con il suo libero volere, che si stacca dal regno della necessità.

Questo processo si sviluppa ulteriormente nell'Ebraismo, dove Dio viene concepito come spirito personale e l'uomo a sua immagine e somiglianza.

Con il Cristianesimo la rottura diventa ancora più radicale. Perché il messaggio di Cristo è totalmente contrario alla violenza, all'astuzia, all'avidità della natura. Non concede nulla all'egoismo, alla preoccupazione per la propria vita e per la propria prosperità. Chiede di affidarsi a un Dio d'amore, a un padre sollecito che provvede al benessere di tutti i suoi figli, agli uomini come agli uccelli dell'aria.

Questo messaggio di amore è agli antipodi assoluti della legge reale del mondo, della legge reale della sopravvivenza e dell'evoluzione.

Con il Cristianesimo si costituisce perciò una frattura incolmabile fra il dettato della morale, che chiede solo di confidare e di amare, e la spinta che viene dalle più profonde esigenze della sopravvivenza, che chiede di essere vigilanti, di lottare, di sopraffare, di prevalere.

Saranno gli gnostici a portare questa contrapposizione alle estreme conseguenze. Come è possibile che Dio, si domandano, abbia potuto creare questo mondo dove dominano solo i violenti, dove Caino uccide Abele? E giungono alla conclusione che, in realtà, il mondo non è stato creato da Dio, ma dal demonio. Che è poi il Dio della Bibbia, il Dio collerico, il Dio che manda l'angelo sterminatore ad uccidere i primogeniti dell'Egitto, che comanda a Giosuè di massacrare la popolazione delle città che conquista.

Il signore del mondo non è Dio ma Satana. Il vero Dio, il Dio che è Spirito e amore, è separato dal mondo. E l'anima è un frammento, una scintilla di questo Dio ineffabile, incarnata e prigioniera della materia e delle sue leggi.

L'anima di cui parlano gli gnostici non è la psiche, con le sue passioni, i suoi affanni mondani. Essa è pnéuma, e si rivela solo come desiderio di fuggire dalla Terra, come rifiuto del mondo, come nostalgia di una patria conosciuta e perduta, di una casa da cui è stata cacciata e di cui sente una nostalgia inestinguibile.

La verità della natura umana, negli gnostici, non si rivela nel desiderio, ma nella dolorosa coscienza di una estraneità morale al mondo. L'anima si sente prigioniera nell'universo materiale, il tetro castello governato dall'Arconte, e sogna solo di tornare alla sua patria celeste, a quel Dio di cui è una scintilla perduta nella notte.

Questo senso doloroso di estraniazione dal mondo, questa contrapposizione di un universo spirituale più alto a un mondo materiale e animale violento e spietato, è continuata a lungo anche dopo la gnosi. Jonas, rileggendo l'esistenzialismo, ha notato che per molti anni la filosofia europea è stata dominata dalla esperienza di estraneità al mondo.

Il concetto esistenzialista di «essere gettato nel mondo», ricorda l'esilio gnostico, che considerava il mondo un luogo di sofferenza e di abiezione, una prigione dell'anima.

Ma è giustificato questo punto di vista e questo pessimismo? Dobbiamo allora credere che non c'è in realtà nessun progresso, nessuna meta, nessuna cosa nobile o sublime, nessun tribunale a cui appellarsi per avere giustizia? Il nostro desiderio di un mondo dove ci sia pace, armonia, aiuto reciproco, nobiltà d'animo rispetto della legge è una pietosa illusione, una farneticazione per sfuggire alla sofferenza?

Qualcosa che abbiamo inventato per sottrarci alla lucida coscienza della solitudine, alla dura necessità del competere, della lotta, della menzogna e dell'inganno che è l'essenza stessa della vita e dell'evoluzione?

Un comportamento ideale a cui aspiriamo ma che, per fortuna, non seguiamo, perché significherebbe farsi travolgere in un mondo in cui si impongono e vincono soltanto l'astuzia, la lotta e la violenza?

Così, all'inizio del terzo millennio, dobbiamo tornare a porci la stessa domanda che si sono posti i saggi e i filosofi quando è sorta la civiltà urbana nel vi-v secolo a.C, quando Pitagora e Mahavira e Socrate hanno detto che l'uomo è intellettualmente e moralmente emancipato dalla natura e può aspirare ad un mondo pacificato ed etico.

Quando Platone ha concepito il regno delle Idee come qualcosa di superiore alla realtà che noi vediamo e che possiamo intravvedere anche se siamo in una caverna. Essi hanno scoperto che l'uomo è libera volontà e ha dentro di sé l'aspirazione a un ideale non solo di conoscenza ma anche di perfezione umana e sociale ed è questo ideale che costituisce la sua meta ultima.

L'essenza dell'uomo, la sua specificità e la sua forza, non è né l'adattamento, né la lotta per la sopravvivenza, né la volontà di potenza e nemmeno la tecnica, ma proprio il suo sogno di una vita superiore. L'ideale morale come slancio vitale, la morale come spirito, come tendenza verso l'alto, come trascendimento di sé.

Una metà di noi stessi ci dice che la vita morale non ha autonomia, perché è soltanto una delle manifestazioni, uno degli stratagemmi della selezione naturale. Che siamo condizionati, determinati, pensiamo di progettare il futuro in termini culturali e spirituali, ma siamo solo i servitori dei nostri geni che ci rendono intelligenti e socievoli per prolungare la loro sopravvivenza.

Ma l'altra metà di noi stessi respinge questa idea e ci dice che abbiamo la possibilità e il dovere di opporci alle leggi naturali dell'evoluzione. La natura umana è costituita da entrambe queste forze, e quindi ha in sé una opposizione senza fine.

E questa, nell'uomo, la verità dell'evoluzione. C'è un unico processo, che si è svolto nel corso di miliardi di anni, un processo evolutivo che ha prodotto la natura animata. E questa natura animata, già fin dai suoi albori, fin dalla molecola, fin dal protozoo è sempre stata tensione verso l'alto, rottura con se stessa, superamento.

Con la comparsa dell'uomo e della coscienza questo processo è diventato culturale ed ha giudicato la natura, ha preteso di esserle superiore. L'ultimo atto dell'evoluzione ha generato qualcosa che vuol prenderne la guida.

E se alla fine ha sempre prevalso la spinta in avanti e in alto, se c'è stato progresso della scienza e della morale, questo è avvenuto perché nello scontro di queste due forze la seconda è sempre riuscita a sopravanzare, anche di pochissimo quella avversaria.

Un progresso minimo, un "quasi niente" come dice Jankelevitch, ma che ha dato la direzione dello sviluppo.

Quel che Conta Davvero

Valori per un'etica contemporanea

Francesco Alberoni

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Francesco Alberoni è noto per i suoi studi nel campo dei movimenti collettivi (Movimento e Istituzione 1977, Genesi 1989, Leader e masse 2006) e per lo studio dei sentimenti e delle passioni amorose (Innamoramento e amore 1979, L’amicizia 1984, L’erotismo 1986, Ti amo 2005, Sesso e amore...
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