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L'autosvezzamento

di Lucio Piermarini 11 mesi fa


L'autosvezzamento

Leggi un estratto da "Sereni a Tavola" di Lucio Piermarini e scopri perché informarti meglio sull'alimentazione a richiesta

Il bambino inappetente lo conoscono tutti, ma l'alimentazione a richiesta (AR)?

In molti si chiederanno cosa voglia dire. Qualcuno invece osserverà giustamente che non è una novità. Ma non dovete pensare a quel che avviene al ristorante, dove si ordina ciò che si vuole. Non ne siamo molto lontani, in verità, ma qui parliamo di bambini, e in questo caso si tratta di una «richiesta» con caratteristiche precise, ben definite scientificamente.

Chi già conosce l'ACR (più nota come «autosvezzamento»), soprattutto se ne ha letto nei documenti originali, sia scientifici sia divulgativi, non se ne stupirà perché sa che su questo tema vi è una distanza tra le opinioni e la scienza. Chi non ha avuto questa opportunità è invitato a farlo, ma solo presso fonti qualificate: gli sarà più fluida e fruttuosa la lettura.

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Sereni a Tavola

L'invenzione del bambino inappetente e l'alimentazione a richiesta

Lucio Piermarini

(1)

Dall’autore di Io mi svezzo da solo! il libro definitivo sull’autosvezzamento e l’alimentazione da 0 a 3 anni. Armato di basi scientifiche e di un’esperienza ventennale, il celebre pediatra Lucio Piermarini spiega perchè l’autosvezzamento...

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Indice dei contenuti:

L'importanza di una corretta informazione

Quando incontro i gruppi di mamme per discutere di temi riguardanti la salute dei bambini, faccio sempre una lunga, articolata e noiosa premessa su questo aspetto. Era indispensabile in passato e lo è ancora di più oggi, dato che l'informazione, anche su aspetti cruciali della nostra salute, è in mano al «primo che capita» che sia in grado di usare una tastiera connessa a internet.

La facilità con cui si diffondono bufale (fandonie o panzane, in italiano classico) lo dimostra ampiamente, e smentirle, per un profano, anche se volenteroso, non è sempre così semplice. Il fatto è che un po' a tutti manca l'abitudine ad assumere un atteggiamento scientifico nell'affrontare i problemi, ma non ve ne abbiate a male, perché siete in buona compagnia di molti professionisti della salute (c'ero anch'io).

Questo non significa, come si potrebbe pensare, che dovremmo fare e sapere quel che fanno e sanno gli scienziati, ma semplicemente chiederci sempre, di fronte a un'affermazione che ci colga impreparati: perché?

Un simile comportamento non rappresenta una dichiarazione di patente sfiducia nei confronti di un nostro eventuale interlocutore, che ascoltiamo o leggiamo, ma piuttosto il contrario, cioè un'attestazione della nostra profonda convinzione che dietro a quanto ascoltato o letto ci possano essere saldi fondamenti logici del tutto accessibili al nostro livello di comprensione, interlocutore permettendo.

Questa disposizione rinunciataria è assai diffusa e affonda le sue radici nel tipo di didattica prevalente nella nostra scuola, in cui l'insegnamento è stato, con le solite nobili eccezioni, tendenzialmente nozionistico, se non fideistico, e solo negli ultimi trenta-quarant'anni ha mostrato occasionali segni di cambiamento, con indubbi vantaggi anche per la nostra salute.

Oggi avere una risposta alle innumerevoli domande che ci potremmo e dovremmo porre è diventato più semplice ma, come abbiamo accennato, attenzione a dove peschiamo le informazioni.

A ogni modo, chi vuole risparmiarsi un'onerosa ricerca di fonti affidabili può fare sicuro affidamento su siti specifici creati dalle istituzioni pubbliche e da ricercatori indipendenti.

Negli incontri pubblici, tuttavia, il fatto che io ci tenga a sottolineare la necessità di un approccio scientifico all'alimentazione non sorprende quasi più nessuno, tanto se ne straparla in TV con il supporto di «professori» della materia più o meno illuminati e illuminanti e, se mai, dovrebbe sorprendere il ritardo con cui ce ne siamo accorti, anche se il buon Pellegrino Artusi vi accennava già più di un secolo fa. E anche quando qualche mamma o papà chiede la mia opinione su un approccio «alternativo», in antitesi alla scienza attuale e basato su moderne tendenze o antiche filosofie, e nella discussione mette in campo le sue «prove», in un certo senso si contraddice. Perché è proprio sulla ricerca delle prove che si fonda la buona medicina, che quindi è una soltanto.

Oggi, pertanto, accade che anche chi si pone come alternativo faccia comunque scienza, forse senza rendersene conto e forse un po' casereccia nei metodi (a mio parere), ma a quella inconsapevolmente si ispira. Potremmo azzardare che non possiamo evitare di fare istintivamente scienza, o almeno di provarci sempre quando ragioniamo sui fatti.

Un bambino, probabilmente, segue il medesimo percorso quando sembra ripetere ossessivamente lo stesso gioco, o quando chiede (anche lui) «Perché?» a raffica, finché giunge a una conclusione che lo soddisfi e sulla quale basare i suoi successivi comportamenti.

Oserei dire che siamo geneticamente predestinati a comportarci scientificamente, salvo poi, perdendo con l'età elasticità e plasticità mentale, cominciare a preferire le certezze assolute, da chiunque e comunque proclamate.

Bene, per difenderci da tutto ciò la comunità scientifica internazionale si è data regole precise al fine di operare con la migliore accuratezza, utilizzando modalità standardizzate, condivise e controllate che permettano un confronto tra i risultati ottenuti (più e più volte) da diversi gruppi di ricerca. Da qui si arriva a una conclusione che non è mai la verità assoluta, ma quella più probabile in un dato momento, tale che tutti possano utilizzarla come fondamento per passare poi a un approfondimento successivo, e sempre suscettibile di essere smentita da nuovi risultati.

Questa metodologia, che va sotto il nome di «medicina basata sulle prove di efficacia» (o EBM, acronimo inglese per Evidence Based Medicine) distingue in modo inequivocabile la scienza dalle varie «fedi» che da sempre raccolgono seguaci tra i male informati. i

Una fede - quelle religiose ne sono il prototipo -

  • non cambia mai i suoi dettami, dona certezze; quella era in origine - cento, duecento, mille o più anni fa -, quella è oggi;
  • non ha bisogno di prove, per cui è inattaccabile da qualunque tentativo di critica razionale;
  • non è «falsificabile», come ha detto un filosofo."

Ora, si può anche vivere tranquillamente di sole certezze, ma in tal caso rischiamo sempre di scontrarci con le certezze degli altri, e poiché una certezza non è di per sé modificabile, lo scontro, anche cruento, è quasi inevitabile. Al contrario, la scienza non persegue certezze ma solo la verità (o la verificabilità); pur sapendo che difficilmente la raggiungerà, ammette l'errore, e su queste basi cerca sempre di migliorarsi. Inoltre, con queste premesse la pace è più probabile, e la pace è madre del progresso.

La scienza medica e l'autosvezzamento

L'ACR è figlia di tutto ciò. Il suo apparire - vista, diciamo così, da lontano - come un approccio in aperta e totale opposizione a quanto praticato in accordo con le indicazioni della pediatria corrente, ha fatto sì che i favorevoli, prevalentemente profani, la interpretassero come un'espressione di medicina «alternativa», un ritorno alla natura, un «metodo» frutto di un'ispirazione o illuminazione di qualche sorta; e gli oppositori, prevalentemente laureati in pediatria, come il frutto di una colossale incompetenza e pari presunzione.

Unico il fondamento di ambedue i giudizi: nessuno si è chiesto i vari perché relativi alle affermazioni enunciate, né tanto meno si è sforzato di cercarne le «prove», come inevitabilmente sarebbe dovuto avvenire una volta preso atto della novità dei contenuti. In altre parole, nessuno ha affrontato la materia con atteggiamento scientifico, gli uni perché nessuno gliel'ha mai insegnato, gli altri perché hanno omesso di assumerlo, liquidando a priori tutta la questione.

Ma come, vi chiederete: se la pediatria fa parte della scienza medica, come può non seguire le tanto decantate regole condivise? Giusta obiezione, e ancora più giusto stupore, ma così è. Per questo ho parlato di pediatri e non di pediatria. Tanto per capirci: una cosa è il Vangelo, un'altra sono i preti. Una cosa è la medicina, un'altra sono i medici.

Non sempre chi pratica la medicina ne segue rigorosamente le regole; se così fosse, non avremmo un tale, macroscopico spreco di risorse in termini di visite mediche, farmaci, esami, ricoveri, ospedalicchi eccetera. Questo avviene non necessariamente per ignavia o malafede, che pur qua e là allignano come in ogni altra professione, ma più che altro per la peculiarità del materiale, delicatissimo, su cui il medico lavora, e cioè il benessere delle persone.

Questo ha portato a una crescita esponenziale della domanda non di salute, come dovrebbe essere e che richiede il nostro costante impegno, ma di cura, e cura di tutto e di più. La leggenda, ormai non più metropolitana ma globale, è che esista una pillola miracolosa per tutto, e gira e gira il medico stregone che la «indovina» lo troviamo, oppure lui trova noi. E più scopriamo o crediamo di poter curare, anche solo un po', più siamo indotti a chiedere, forse sperando nell'immortalità.

A questo punto un medico «normale», piccolo uomo o donna anche lui o lei, che conosce bene i limiti suoi e della sua scienza, è a un bivio: o vi rende partecipi, come sarebbe corretto facesse, dei reali mezzi in suo possesso e costruisce insieme a voi un progetto terapeutico comune, oppure, stressato e dimentico di quel che gli o le è stato insegnato, molla e prescrive.

Una volta su questa china, diventa inevitabile perdere i contatti con la «scienza», anche perché, grazie a Madre Natura, nella maggior parte dei casi si guarisce da soli, e se questo non avviene c'è sempre il «Centro» di alto livello che ci può mettere una pezza.

Si passa così dalla pratica medica alla praticoneria. Si lavora in automatico, ci si adagia nella routine, osservando che, tutto sommato, la «gente» non si lamenta poi tanto e con qualche ricetta extra va via contenta. I farmaci, quelli veri, funzionano, i placebo pure, le analisi e gli esami ci dicono quasi tutto, si campa sempre di più (perché si campa meglio), ma per quale stramaledetto motivo mi dovrei affannare a modificare radicalmente e faticosamente il mio modo di lavorare?

Il farmaco nuovo va bene, l'esame strumentale all'ultimo grido ancora meglio, ma mettermi a convincere una persona, o peggio una famiglia intera, che deve cambiare abitudini di vita nell'interesse suo e del suo bambino, andando contro il famigerato senso comune, profano e non, solo perché qualcuno dice di avere le prove (che mi dovrei anche studiare) e che in tema di alimentazione infantile abbiamo sbagliato praticamente tutto, ma, insomma, chi me lo fa fare?

Non c'è da stupirsi poi che le famiglie, in seconda battuta, e spesso anche in prima, si rivolgano alle religioni mediche, dove l'officiante almeno li ascolta, cerca di capirli, e quel che prescrive - qualcosa lo prescrive sempre - almeno non fa male; che poi non abbia alcun effetto è del tutto secondario, tanto, come abbiamo detto, i bambini perlopiù guariscono per virtù propria, spesso nonostante le cure.

Nel nostro caso specifico, inoltre, la pediatria «alta», cioè quella delle università, tranne lodevoli eccezioni, nonostante la disponibilità di articoli pubblicati su riviste scientifiche accreditate, ha praticamente ignorato l'ACR fin quando, vista la sua progressiva diffusione «virale», si è vista costretta a prenderne atto, ma solo per bollarla di cialtroneria.

Qualche maligno insinua anche che l'opposizione delle società scientifiche pediatriche italiane, supportate finanziariamente (e lecitamente) dall'industria alimentare, sarebbe stata motivata dall'impatto negativo che una diffusione capillare della ACR, che prevede esclusivamente l'uso di cibi domestici, avrebbe avuto sul mercato dei prodotti alimentari per l'infanzia, il cosiddetto «baby food». Ma come direbbe la scienza, di questo non ci sono prove, ed è mia convinzione personale che si sia trattato più che altro di un atteggiamento dettato da puerile incredulità.

In altre parole, non si riteneva possibile che qualcosa di valido potesse venir fuori da semplici pediatri di prima linea, senza titoli accademici e perfettamente sconosciuti.

Ma ormai è acqua passata, perché finalmente se ne parla a tutti i livelli e nel modo giusto, e perché nella ACR non c'è niente di estemporaneo, filosofico o idealistico, ma solo puro conformismo scientifico.

Questa è la ragione per cui alla fine del libro, nelle note, trovate le fonti scientifiche a supporto delle mie affermazioni. Reperirle è semplice, consultarle forse un po' meno (spesso richiedono una preparazione scientifica o sono in inglese), ma se avete intenzioni serie potete sempre chiedere la collaborazione dei vostri medici di fiducia, o di famiglia, visto che in ogni famiglia allargata ce n'è sempre almeno uno.

Di cosa parleremo?

Ovviamente di alimentazione a richiesta, ma non subito o non direttamente. Seguendo la falsariga ormai collaudata dei miei incontri pubblici con le famiglie, comincerò con l'esporre le basi scientifiche su cui poggia tutta la mia argomentazione.

È un passaggio indispensabile che permette a me, come già accennato, di evitare di pormi sullo stesso piano di un predicatore, e a voi di impadronirvi di informazioni e passaggi logici indispensabili per acquisire non tanto un'opinione diversa, quanto piuttosto una maggiore competenza sul tema. In questo modo riuscirete sia a restare del tutto indifferenti all'assalto dei parolai, sia a confrontarvi serenamente con professionisti eventualmente dissenzienti.

Cercherò di approfondire temi come i meccanismi di regolazione dell'appetito, i legami tra i primi giorni di vita e le epoche successive, il tema negletto del diritto dei bambini all'autodeterminazione, i risultati della ricerca in ambito alimentare.

Poi vedremo come tutto questo si trasferisca nella pratica quotidiana, prendendo in considerazione prevalentemente i bambini dagli otto-nove mesi in poi.

Il periodo precedente, che comprende l'inizio dell'alimentazione con cibi solidi, cioè lo svezzamento, o alimentazione complementare (AC), l'ho già trattato in maniera estesa altrove, ma sarà comunque inevitabile farvi riferimento; non solo per risparmiarvi la fatica di un'ulteriore lettura, ma soprattutto perché è in quella fase della vita del bambino che germogliano i semi dei problemi successivi, la cui prevenzione e possibile cura è l'obiettivo di questo libro.

Esaurito l'ambito «normalità», ci confronteremo con una serie di situazioni problematiche reali, esempi di quanto può capitare nonostante la buona volontà di una famiglia, analizzandone le cause e il loro divenire per individuare possibili soluzioni. Poiché si tratta di casi reali, incontrati in tanti anni di attività professionale, per ragioni di riservatezza userò nomi fittizi e in parte cambierò le circostanze.

Infine, per le sue strette connessioni con lo stile alimentare, discuteremo di obesità, una malattia, e non un problema estetico, che è protagonista di un'epidemia devastante e affonda le sue radici proprio nell'infanzia, e nell'infanzia spesso inizia.

Il testo è costruito in base a un criterio temporale. Il motivo non è così ovvio, e risiede nella dimostrazione, maturata negli ultimi decenni, che ogni epoca della vita è fortemente condizionata dalle esperienze vissute in quelle precedenti, fino ad arrivare al momento del concepimento. Ma anche quest'ultimo viene condizionato dalla precedente qualità della vita dei due «procreatori», e così via a ritroso nel tempo.

In questa catena di fasi vitali i primi mille giorni dal concepimento rappresentano il periodo più critico per lo sviluppo del bambino: le modificazioni indotte dal rapporto con l'ambiente di vita lasciano una traccia indelebile, nel bene e nel male, che durerà per tutta la vita.

Da tutto ciò origina la pignoleria nel prendersi cura di ogni fase dello sviluppo di un figlio, sia per la sua importanza in sé sia per l'influenza che questa avrà sulla fase successiva. Quel che il bambino è, pregi e difetti, dipende da quel che è stato il lattante, pertanto è lui che dobbiamo primariamente comprendere.

Non abbiate quindi fretta di arrivare alla fine del libro, alle pagine con le soluzioni miracolose, perché in ogni caso non le trovereste. Quello di cui pensate di avere bisogno lo troverete disseminato lungo tutto il percorso di lettura, non sospeso in aria chissà come, quasi inafferrabile e inutilizzabile, ma saldamente ancorato a un discorso logico che, se vorrete trarne il massimo vantaggio, è indispensabile seguire attentamente.

Sereni a Tavola

L'invenzione del bambino inappetente e l'alimentazione a richiesta

Lucio Piermarini

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Lucio Piermarini

Lucio Piermarini

Lucio Piermarini è nato a Terni nel 1947. Dopo aver lavorato come pediatra ospedaliero, da circa vent'anni si occupa di formazione delle future mamme nell'ambito dei corsi di preparazione alla nascita presso il Consultorio "Città Giardino" di Terni. Scrive sulla rivista per genitori Un pediatra...
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