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L'aula di musica - Estratto da "Guarire con l'Antiginnastica"

di Thérèse Bertherat 9 mesi fa


L'aula di musica - Estratto da "Guarire con l'Antiginnastica"

Leggi un estratto dal libro di Thérèse Bertherat e scopri come ritrovare la reale armonia del tuo corpo e liberarti da costrizioni e comportamenti nocivi

Tornata studentessa a trentasei anni, mi iscrissi a un corso per avere un diploma. La direttrice che, dicevano, era stata lettighiera durante la guerra del '14, era molto temuta dagli allievi. Quando mi sono presentata, quella donna alta e spigolosa mi si è avvicinata, mi ha dato un'energica pacca sulla spalla e mi ha dichiarato con franchezza: «Non parleremo più di quanto le è accaduto». In lei ho trovato una alleata generosa che ha lottato accanitamente al mio fianco perché riuscissi.

Adesso imparavo che cosa c'è sotto l'involucro: le ossa con un numero incredibile di tacche, di tuberosità, di tubercoli; i muscoli, una matassa di striscioline da sbrogliare e di cui cercare le attaccature e le estremità. Il reticolo complicato dei nervi. Tutto ciò con l'aiuto dei minuziosi disegni di cadaveri dei volumi del Rouvière, di cui si era servito mio marito nei primi anni di medicina.

Il linguaggio mi suonava familiare, facevo invece fatica a capire che dei disegni stereotipati, tecnici come quelli di una macchina, potessero corrispondere alla realtà del corpo vivo che io vedevo sempre in movimento, pieno di energia: una unità e non un montaggio di pezzi diversi.

Una sera improvvisamente interruppi la lettura e telefonai alla signora Ehrenfried.

«Venga domani alla lezione delle 5, venga con dieci minuti di anticipo.»

L'appesi, colpita dalla musicalità della sua voce dal leggero accento tedesco.

Il giorno dopo scoprii una donna di una certa età, ben piantata, con bei capelli bianchi tagliati corti. Lo sguardo penetrante si posò rapido sulla mia fronte.

«Pensavo che fosse bionda.»

«Come?»

«Ha una voce da bionda.»

In fondo alla grande stanza chiara che dava sul cimitero di Montparnasse, c'era un immenso pianoforte a coda e dovunque tappeti dai colori vivaci. E fiori, tanti fiori, sul pianoforte, in vasi posati per terra in tutti gli angoli della stanza.

Si voltò.

«Mi scusi un attimo, si segga.»

Ma non c'erano sedie. Quando ritornò, mi scusai di essere venuta troppo presto.

«Non deve preparare la sua lezione?»

«Non preparo mai le lezioni! Bisogna lavorare secondo i partecipanti, basta guardarli per capire di che cos'hanno bisogno. Una lezione preparata in anticipo è una lezione fallita in anticipo.»

«Ma come si fa a guardarli?»

«Impari prima a guardare se stessa, poi a guardare gli altri e infine ad aiutarli a guardarsi: ecco gran parte del lavoro per il quale lei si prepara.»

«Ma gli esercizi?»

«Che cosa?»

La voce era salita di una ottava, non osai rifare la domanda.

«Questa parola non esiste nel mio vocabolario e non deve esistere nel suo, se vuole fare un buon lavoro.»

Poi, come se volesse assolutamente fare sparire subito e per sempre le idee sbagliate che potevo avere già, mi fissò e cominciò con foga a spiegarmi il suo metodo.

«Qui non ripetiamo mai meccanicamente un movimento. Sforzare un corpo ad agire contro i suoi riflessi inconsci non serve a niente, a niente di duraturo: appena viene meno l'attenzione, il corpo riprende le vecchie abitudini.

La spiegazione astratta viene immediatamente dimenticata. Noi invece cerchiamo di rendere percettibile alla sensazione quanto c'è di difettoso nelle pose e nei movimenti eseguiti involontariamente e da molto tempo, cerchiamo l'esperienza sensoria del corpo. Ha notato che qui da me non ci sono specchi?»

Alle pareti, scaffali pieni di vecchi libri rilegati, riviste mediche, opere in tedesco, spartiti musicali.

«L'allievo deve scoprirsi non dal di fuori, ma dal didentro, non deve contare sugli occhi per verificare quello che fa il corpo. L'attenzione deve essere concentrata sullo sviluppo delle percezioni non visive. Del resto gli occhi possono vedere solo ciò che hanno davanti.»

Assentii col capo per farle capire che la seguivo, ma non mi guardava.

«Quando l'allievo riesce finalmente a diventare cosciente di un movimento maldestro o dell'immobilità di una parte del corpo, prova un sentimento spiacevole, quasi di imbarazzo: il corpo vuole imparare un modo migliore di muoversi e di comportarsi. Sta a noi dargli l'occasione di creare nuovi riflessi che gli permetteranno di ottenere il rendimento massimo al quale aspira; poiché il corpo è costruito per funzionare al massimo ritmo, altrimenti si deteriora; e non solo si deteriorano i muscoli, ma anche gli organi interni. Tutto ciò sarà più chiaro in seguito. Basta ascoltare.»

«L'ascolterò, signora.»

«Non servirà a niente se non ascolterà anche il suo corpo.»

Suonarono alla porta: entrarono parecchie persone di diverse età, alla fine eravamo una dozzina. Venni a sapere in seguito che alcuni erano cinesiterapisti classici insoddisfatti dei risultati che ottenevano con i loro pazienti, c'erano anche un medico agopuntore, un'educatrice di malati mentali e persone dal corpo visibilmente deformato che venivano a rieducarsi. La signora Ehrenfried prese uno sgabello dall'entrata e si sedette.

«Stiratevi.»

Non mi muovo, non so cosa fare.

«Su, si stiri in ogni senso, come vuole: come un neonato, come un gatto.»

Non è facile stirarsi, «a freddo». Da bambina, mi proibivano di stirarmi, in particolare a tavola. La signora Ehren-fried mi venne in aiuto.

«Si chini un pochino in avanti, alzi un po' le braccia davanti a lei, pensi che la parte superiore del suo corpo si stiri verso il cielo. Adesso pieghi leggermente le ginocchia: cosce e gambe si stirano verso terra. Immagini che la vita sia il confine tra cielo e terra. E la schiena? Sente come si stira?»

Scuoto la testa, ma lei non aspettava una risposta.

«Adesso sdraiatevi supini, per favore.»

Mi sembrava che già in piedi riempissimo completamente la stanza. Gli altri si arrangiavano in qualche modo creandosi minuscoli territori sui tappeti colorati. Solo io rimanevo in piedi, addossata al pianoforte.

«Non creda di essere poi tanto lunga, metta la testa sotto il pianoforte, avrà tutto il posto che le occorre.»

Così cominciò una lezione durante la quale scoprii che il mio collo, da me sempre creduto lungo ed elegante, era in realtà rigido e sgraziato.

Una volta sdraiata sulla schiena, la signora Ehrenfried mi chiese se sentivo il peso della testa sul suolo. Stavo per risponderle che naturalmente lo sentivo, perché sapevo bene che la testa è pesante; mi avevano persino insegnato che il peso medio di una testa va dai quattro ai cinque chili. Ma ho esitato: ho voluto prima rendermi conto di ciò che provavo e ho scoperto che sentivo appena il peso della testa sul suolo. Tutto il peso era sostenuto dalla nuca. Mi disse di lasciare diventare la testa come una mela che penda all'estremità di un ramo. Sempre seduta sullo sgabello a tre metri da me, mi aiutava con le sole parole a sentire la mela farsi pesante, il ramo farsi elastico. Mi diede la sensazione che la nuca cominciasse non più al livello delle spalle, ma tra le scapole, che potesse piegarsi in avanti «come il collo di un cigno».

Mi piacevano queste immagini antiquate e semplici che facevano confluire tutta l'attenzione verso la parte del corpo che era in causa. In seguito, nei gruppi dei miei allievi, quando mi servivo di alcune varianti di questi movimenti per aiutarli a sciogliersi, cercavo di servirmi solo delle parole, di non toccare gli allievi e di non mostrare loro i movimenti da fare. Non volevo che mi imitassero, né che il loro corpo obbedisse alle pressioni delle mie mani, ma piuttosto che arrivassero da soli alla scoperta sensoria del loro corpo. «Se dovete toccare, vuole dire che non sapete indicare» diceva la signora Ehrenfried.

Ma anche la scelta delle parole è una faccenda delicata. Se la signora Ehrenfried mi avesse detto semplicemente: «Lei ha la nuca rigida», non le avrei creduto perché mi sembrava che la mia nuca stesse benissimo così com'era. Se mi avesse detto che mi irrigidivo contro eventuali colpi, o che rifiutavo di riconoscere alla testa il suo giusto peso perché fino a qualche settimana prima avevo contato su un'altra testa che pensava per me, avrei disprezzato quelle osservazioni, o forse ne avrei avuto paura giudicandole sin troppo esatte. Decisamente, le immagini semplici, in rapporto con la Natura, sono utilissime in quanto permettono di percorrere la propria strada verso le realtà del proprio comportamento psichico e corporeo.

Nel corso di quella prima lezione ho cominciato a capire che i movimenti indicatici dalla signora Ehrenfried avevano uno scopo. Come note musicali che si uniscano a formare una gamma, i movimenti della testa, delle spalle, delle braccia, delle anche, delle gambe, si sviluppavano rivelando al corpo l'interdipendenza delle sue parti.

Un altro allievo, un giovane compositore che studiava con lei da molti anni, si spingeva oltre l'analogia musicale. Diceva che quelle lezioni gli ricordavano le lezioni d'armonia. «Armonia», «armonioso»: queste parole non avevano per me quasi più senso a forza di essere adoperate per descrivere cose insignificanti, ma per lui la parola «armonia» aveva conservato la stretta definizione musicale: la scienza degli accordi e delle simultaneità. In seguito, via via che i miei gesti quotidiani diventavano più «naturali», perché finalmente adoperavo i muscoli e l'energia giusti, ho potuto capire come il movimento di una parte del corpo sia «vissuto» da tutto il corpo e come la sua unità sia fatta dalla simultaneità di movimenti non contraddittori, ma complementari.

Dalla signora Ehrenfried ho anche imparato a riconoscere e a rispettare il ritmo particolare del mio corpo, a lasciargli il tempo di scoprire le nuove sensazioni che cercava. «Uno sforzo nuovo di un braccio o di una gamba richiede l'impiego di stimoli nervosi fino a ora inutilizzati. Se fate in fretta, se vi sforzate, se sudate di fatica, non potete sentire il corpo. Qui facciamo un lavoro delicato, preciso.»

Per la signora Ehrenfried, alla base di un corpo armonioso c'è la respirazione. Facciamo economia di respiro, diceva. «Come il proprietario di un appartamento di sei stanze che vivesse sempre in cucina.»

Credevo di essere più preparata di altri. Non avevo forse imparato come far praticare la respirazione a coloro che hanno i muscoli addominali, o i muscoli intercostali, paralizzati?

Un giorno la signora Ehrenfried ci ha fatto sdraiare per terra.

«Non fate niente, respirate e basta.»

Ho inspirato energicamente, gonfiando la cassa toracica, poi ho espirato un po', col naso, e subito ho inspirato di nuovo.

«Non morirà respirando così» mi dice. «Ma neppure vivrà. Non pienamente, almeno.»

Mi sono resa conto che la mia difficoltà era una difficoltà di quasi tutti. Non spingevo fuori il fiato, trattenevo l'aria nei polmoni che così rimanevano parzialmente distesi e avevano perso l'abitudine di espellere completamente l'aria. Per me respirare bene voleva dire inspirare bene, gonfiare la cassa toracica, far fremere le narici. In realtà, la cosa più importante è espirare.

Come imparare a respirare? La signora Ehrenfried disprezzava le diverse regole che consistevano nel bloccare il ventre o il diaframma, o nel «concentrarsi», per poi riprendere le cattive abitudini al primo momento di distrazione. La re-

spirazione deve essere un fatto naturale. Sta al corpo trovare, o meglio ritrovare, il ritmo respiratorio che gli è proprio.

Ma perché abbiamo perso il ritmo respiratorio naturale? Non tratteniamo forse il fiato fin dai primi istanti di vita, quando abbiamo paura o ci facciamo male? Poi lo tratteniamo quando cerchiamo di non piangere o di non gridare. Presto lasciamo uscire il fiato a fondo solo per esprimere il sollievo o quando «ci concediamo il lusso» di farlo.

Respirare superficialmente, irregolarmente, diventa il modo più efficace per controllarsi, per non avere più sensazioni. Una respirazione che non ossigena a sufficienza, fa lavorare tutti gli organi al rallentatore e riduce le possibilità di esperienze sensorie ed emotive. Così finiamo con l'«acquattarci» come se la preoccupazione maggiore fosse quella di sopravvivere finché il pericolo - vivere - sia passato. Triste paradosso. Sinistra trappola da cui non cerchiamo di liberarci perché non siamo coscienti di essere prigionieri.

Come permettere al corpo di ritrovare la respirazione naturale perduta da tanto tempo? Di nuovo la signora Ehrenfried ci disse di sdraiarci sulla schiena e, questa volta, di chiudere gli occhi. Parlando con estrema dolcezza, cullandoci con le parole, ci disse di immaginare gli occhi non come affioranti dalla testa, ma come se riposassero nelle orbite, «come ciottoli lasciati cadere in una pozza. Aspettate che l'acqua si calmi».

Mi rilassai e per un istante mi sentii lontana dalle preoccupazioni quotidiane. Allora emisi un profondo sospiro, e dopo quel sospiro, quella grande espirazione involontaria, il mio ritmo normale si è ristabilito.

Invece di inspirare abbondantemente, di espirare con avarizia e di inspirare ancora, subito dopo, mi ero messa a respirare in tre tempi:

  1. inspiravo,
  2. espiravo, questa volta completamente,
  3. il corpo aspettava.

Aspettava di aver bisogno d'aria prima di inspirare di nuovo. Ho imparato in seguito che questa pausa corrispondeva al tempo necessario al corpo per utilizzare la scorta di ossigeno fatta dalla respirazione precedente. Per la prima volta dopo settimane e settimane, provavo una profonda pace dentro di me. Mi sono messa a sbadigliare, sbadigli enormi, incontrollabili come se soddisfacessi finalmente una sete d'aria repressa da tempo, forse fin dalla più tenera infanzia.

La cosa più straordinaria forse è che una volta ritrovato il ritmo respiratorio naturale, il corpo lo mantenesse per sempre. Le ansietà che una volta mi avevano alterato la respirazione adesso sottostavano all'autorità del corpo che dava prova di «saperci fare», di agire per il mio bene.

Dal momento in cui cominciai a ossigenarmi a sufficienza e regolarmente, in cui i miei polmoni e il diaframma lavoravano a pieno ritmo e, col loro movimento dolce e continuo, potevano «massaggiarmi» fegato, stomaco, intestino, constatai anche altri miglioramenti: aumentò l'appetito, sparì l'insonnia, mi concentrai meglio nello studio. Mi sentivo armata, pronta ad affrontare nuove difficoltà di cui tuttavia non sospettavo la portata.

Molto tempo dopo, riflettendo sul lavoro e sul personaggio della signora Ehrenfried, seppi apprezzare il fatto che la sua conoscenza del corpo-macchina, così come era rappresentato nel Rouvière, non le avesse impedito di cercare più lontano o, forse dovrei dire, più vicino.

Con la sua laurea inservibile, lei aveva potuto «esercitare» solo sul suo corpo e aveva capito che la sua salute non dipendeva dall'impiego di cure praticate dal di fuori, ma dal giusto impiego del corpo stesso.

Guarire con l'Antiginnastica

Thérèse Bertherat, Carol Bernstein

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Thérèse Bertherat

Thérèse Bertherat (1931-2014) fisioterapista e chinesiterapeuta, ha creato e sviluppato l'antiginnastica negli anni Settanta, proponendo un approccio allo studio e al lavoro sul corpo differente rispetto a quello della tradizionale chinesiterapia. 
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