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L'audace piano economico per salvare la Terra con i combustibili ecologici!

di Jeremy Rifkin 11 mesi fa


L'audace piano economico per salvare la Terra con i combustibili ecologici!

Leggi un estratto da "Un Green New Deal Globale" di Jeremy Rifkin

Siamo di fronte a un'emergenza globale.

Gli scienziati ci dicono che il cambiamento climatico indotto dall'uomo con l'impiego di combustibili fossili ha portato la razza umana e i nostri amici animali alla sesta estinzione di massa della vita sulla Terra. Eppure, solo pochi di coloro che vivono oggigiorno sono minimamente consapevoli di tale realtà.

L'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), organo scientifico delle Nazioni Unite, ha lanciato nell'ottobre 2018 un terribile ammonimento: le emissioni di gas serra stanno accelerando e siamo sull'orlo di una serie di eventi climatici sempre più intensi, che metteranno in pericolo la vita sul pianeta. L'IPCC ha stimato che a causa dell'attività umana la temperatura è aumentata, rispetto ai livelli preindustriali, di un grado centigrado, e ha predetto che il superamento della soglia di 1,5 gradi centigradi scatenerà un feedback loop incontrollabile e una cascata di mutamenti climatici che decimerà gli ecosistemi della Terra.

Al tipo di vita che conosciamo oggi non vi sarebbe ritorno.

Secondo il famoso biologo di Harvard Edward O. Wilson, «l'estinzione di specie a causa dell'attività umana continua ad accelerare, tanto velocemente da eliminare più della metà di tutte le specie entro la fine di questo secolo», quando i neonati di oggi saranno anziani. L'ultima volta che la Terra conobbe un'estinzione di questa portata fu 65 milioni di anni fa.

L'IPCC è giunto alla conclusione che per evitare la catastrofe ambientale dovremmo ridurre le emissioni di gas serra del 45 per cento rispetto ai livelli del 2010, e ci restano solo undici anni per farlo. Ciò richiederà una trasformazione senza precedenti nella storia umana della nostra economia globale, della nostra società e del nostro stesso stile di vita.

In altre parole, la specie umana si trova di fronte a un radicale riorientamento della sua civiltà da realizzare in un periodo di tempo brevissimo.

Stai leggendo un estratto da

Un Green New Deal Globale

Il crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028 e l'audace piano economico per salvare la Terra

Jeremy Rifkin

Il cambiamento climatico porterà con sé uno stravolgimento dell'economia così come la conosciamo oggi. L'attenzione all'ambiente e il costante calo dei prezzi dell'energia prodotta da fonti alternative, solare e eolico su tutti, porterà allo...

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Il campanello d'allarme è suonato negli Stati Uniti con le elezioni di midterm del novembre 2018, che hanno visto giungere a Washington una nuova generazione di membri del Congresso appassionatamente decisi a imprimere all'economia americana una svolta radicale per affrontare il cambiamento climatico e, nello stesso tempo, creare nel settore verde nuove imprese e nuovi posti di lavoro in grado di garantire una più equa distribuzione del benessere.

A novembre giovani manifestanti del Sunrise Movement hanno fatto irruzione al Congresso e inscenato un sit-in nell'ufficio di Nancy Pelosi, che sarebbe stata presto rieletta alla presidenza della Camera dei rappresentanti, e di Stenv Hover, il nuovo leader della maggioranza alla Camera. Ai manifestanti s'è unita Alexandria Ocasio-Cortez, appena eletta al Congresso.

Ocasio-Cortez ha chiesto alla nuova Camera l'istituzione di un comitato speciale con la missione di lanciare un «Green New Deal» per l'America. Il comitato avrebbe dovuto elaborare entro un anno un piano economico per fare fronte al cambiamento climatico, decarbonizzare l'infrastruttura economica entro dieci anni, creare nuove opportunità per le aziende e impiegare milioni di lavoratori svantaggiati in un'economia verde emergente: un progetto coraggioso e ambizioso che andava molto al di là di qualsiasi cosa si fosse proposto fino ad allora in qualunque città, contea e Stato americano. La leadership del nuovo Congresso ha tergiversato, finendo per istituire un comitato speciale sulla crisi climatica con scarso potere di intervento.

Nel frattempo, il 7 febbraio 2019, Ocasio-Cortez alla Camera e Ed Markev al Senato hanno presentato una risoluzione per un Green New Deal che ha già ricevuto il sostegno di centotré membri del Congresso, fra cui alcuni dei principali contendenti per la candidatura alla presidenza del Partito democratico: Bemie Sanders, Kamala Harris, Cory Booker, Elizabeth Warren e Kirsten Gillibrand. Hanno assicurato il loro appoggio al Green New Deal, inoltre, altri candidati democratici alla presidenza come Juliàn Castro e Beto O'Rourke, l'ex vicepresidente Al Gore e trecento funzionari governativi statali e locali di tutto il paese, fra cui il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, altro democratico aspirante alla presidenza.

Non c'è dubbio che il Green New Deal abbia stimolato sia politici progressisti sia una nuova generazione di elettori e che sarà un tema centrale delle campagne elettorali del 2020 negli Stati Uniti.

I nostri parlamentari e rappresentanti avvertono un mutamento epocale nell'opinione pubblica, per la quale la questione del cambiamento climatico sta uscendo da una relativa oscurità per divenire il problema principale da affrontare.

In tutta l'America, negli Stati a maggioranza repubblicana come in quelli a maggioranza democratica, individui, famiglie, lavoratori e imprese sono sempre più spaventati dai violenti sbalzi meteorologici e dall'impatto negativo che il cambiamento climatico ha sugli ecosistemi, causando ovunque danni alle proprietà, sconvolgimenti del ciclo economico e perdite di vite umane.

Da un sondaggio condotto nel dicembre 2018 dallo Yale Program on Climate Change Communication e dal George Mason Universitv Center for Climate Change Communication è risultato che il riscaldamento globale è in atto per il 73 per cento degli intervistati, il 10 per cento in più rispetto al 2015, e quasi la metà (il 46 per cento, il 15 per cento in più rispetto al 2015) ha affermato di averne sperimentato gli effetti. Inoltre, il 48 per cento degli americani, con un aumento di 16 punti percentuali rispetto al 2015, concorda con l'affermazione che in tutti gli Stati Uniti le persone «vengono danneggiate dal riscaldamento globale ''in questo momento"».

Cosa ancora più inquietante, una stragrande maggioranza di americani ritiene che il riscaldamento globale stia danneggiando i poveri del mondo (67 per cento), specie animali e vegetali (74 per cento) e le generazioni future (75 per cento). 

Il radicale mutamento di stato d'animo a livello nazionale segue un decennio che ha visto succedersi in numero sempre maggiore eventi climatici catastrofici. A rendere il cambiamento climatico cosi terrificante è che esso sconvolge l'idrosfera terrestre, essenziale per il mantenimento della vita.

La Terra è il pianeta acqueo. I nostri ecosistemi si sono evoluti nel corso di eoni in congiunzione con i cicli idrici che, tramite le nuvole, hanno luogo nel pianeta.

Questo è il guaio: a ogni aumento di un grado della temperatura sulla Terra dovuto all'intensificarsi delle emissioni di gas serra, la capacità dell'aria di trattenere l'acqua cresce del 7 per cento circa, portando a precipitazioni più concentrate e al generarsi di eventi idrici più estremi: temperature invernali rigide e impressionanti nevicate; alluvioni primaverili devastanti; prolungate siccità estive e incendi terrificanti; uragani letali di categoria 3, 4 e 5, con urgentissime perdite di vite umane e beni materiali, e con la distruzione degli ecosistemi.

I biomi terrestri, che si sono sviluppati in tandem con un ciclo idrologico abbastanza prevedibile negli 11.700 anni passati dalla fine dell'ultima glaciazione, non riescono a stare al passo con la curva esponenziale fuori controllo che governa attualmente il ciclo idrologico della Terra e stanno collassando in tempo reale.

Non c'è da meravigliarsi, quindi, che un sondaggio condotto fra gli elettori americani subito dopo le elezioni di midterm del 2018, nel quale si chiedeva la loro opinione sul lancio di un Green New Deal, volto ad affrontare il cambiamento climatico, analogo al New Deal che negli anni Trenta contribuì a fare uscire l'America dalla Grande Depressione, abbia trovato ampio sostegno presso gli elettori di tutti i partiti.

Il Green New Deal «genererebbe il 100 per cento dell'elettricità della nazione da fonti pulite e rinnovabili entro i prossimi dieci anni; modernizzerebbe la rete energetica, gli edifici e le infrastrutture di trasporto; aumenterebbe l'efficienza energetica; investirebbe nella ricerca e nello sviluppo della tecnologia verde; e fornirebbe formazione per posti di lavoro nella nuova economia verde».

A favore dell'idea si è dichiarato il 92 per cento dei democratici, fra cui il 93 per cento dei democratici liberal e il 90 per cento dei democratici moderati e conservatori. Ma ha dichiarato il suo appoggio agli obiettivi politici delineati nel Green New Deal anche il 64 per cento dei repubblicani, fra cui il 75 per cento dei repubblicani moderati e liberali e il 57 per cento dei repubblicani conservatori. E a sostegno di tali politiche si è schierato inoltre l'88 per cento degli indipendenti.

Il diffuso sostegno a un Green New Deal fra gli elettori democratici, repubblicani e indipendenti fa pensare a una potenziale svolta nella politica americana con implicazioni di vasta portata per le elezioni presidenziali del 2020 e oltre.

Il cambiamento climatico non è più solo una questione accademica e una preoccupazione politica a lungo termine, ma una realtà spaventosa per milioni di americani, che sentono che il paese e il mondo si trovano di fronte a un futuro inedito e terrificante, diverso da qualsiasi periodo precedente della storia umana.

I cittadini degli Stati Uniti non sono i soli sempre più spaventati e motivati ad agire.

L'elite globale dei capi di Stato, i CEO delle aziende Fortune 500 e i miliardari incontratisi a Davos, in Svizzera, al meeting annuale del World Economie Forum del gennaio 2019, erano impressionati dai terribili moniti provenienti dagli scienziati. Le discussioni sull'impatto che il cambiamento climatico sta avendo sulle economie, le imprese e la comunità finanziaria hanno dominato le sedute pubbliche e gli incontri privati.

Da un sondaggio fra i partecipanti al meeting è risultato che quattro dei cinque principali rischi suscettibili di causare i maggiori danni all'economia si potevano far risalire a questioni climatiche. Gillian Tett del «Financial Times» ha riferito che, anche se i «davosiani sembrano temere che eventi meteorologici estremi stiano divenendo sempre più comuni», essi concordano nel pensare che «il mondo non dispone di un meccanismo efficace per reagire».

Mentre il World Economie Forum era riunito a Davos, ventisette premi Nobel, quindici ex presidenti del Consiglio dei consulenti economici della presidenza, quattro ex presidenti della Federal Reserve e due ex segretari al Tesoro si sono uniti per inoltrare al governo degli Stati Uniti un appello urgente affinché imponesse una tassa sulle emissioni di carbonio, vedendovi il mezzo migliore e più rapido per contribuire a ridurle e incoraggiare le imprese a passare alle nuove energie e tecnologie verdi e alle infrastrutture di un'era a zero emissioni di carbonio.

Larrv Summers, ex segretario al Tesoro e presidente emerito dell'università di Harvard, parlando a nome del gruppo, ha detto: «La gravità del problema del cambiamento climatico monopolizza l'attenzione e induce a mettere da parte le differenze. Persone che sono d'accordo su ben poco, su questo sembrano d'accordo. Il che è sorprendente».

Secondo i firmatari, la carbon tax proposta invierebbe «un potente segnale economico capace di imbrigliare la mano invisibile del mercato in modo da indirizzare gli attori economici verso un futuro a basse emissioni di carbonio» e «promuovere la crescita economica». Stando alle loro raccomandazioni, la tassa «dovrebbe aumentare ogni anno fino a quando gli obiettivi di riduzione delle emissioni non saranno raggiunti e, onde evitare ogni discussione su presunte ingerenze del governo, essere neutrale dal punto di vista delle entrate»: «Un prezzo del carbonio in costante aumento» infatti «incoraggerà l'innovazione tecnologica e lo sviluppo di infrastrutture su larga scala e accelererà il passaggio a beni e servizi a basse e zero emissioni di carbonio». La proposta include una misura aggiuntiva intesa a «massimizzare l'equità e la praticabilità politica di una carbon tax crescente»: tutte le entrate generate dall'imposta saranno «restituite direttamente ai cittadini statunitensi mediante riduzioni forfettarie equivalenti»; in questo modo «la maggior parte delle famiglie americane, comprese le più vulnerabili, ne beneficerà finanziariamente ricevendo in "dividendi del carbonio" più di quanto paga in aumento del prezzo dell'energia».

Gli americani non sono i soli a chiedere a gran voce un Green New Deal.

Più di un decennio fa un movimento analogo per fare fronte ai cambiamenti climatici si diffuse in tutta l'Unione europea. Anch'esso venne chiamato «Green New Deal» e fu d'ispirazione per una crescente legione di attivisti. Il nome fece presa e resta tuttora un potente grido di battaglia fra i partiti politici in tutti gli Stati membri della UE, fornendo un tema fondamentale nelle elezioni del 2019 per scegliere il nuovo presidente della Commissione europea e i membri del Parlamento europeo.

Il 15 marzo 2019 oltre un milione di studenti della Generazione Z s'è unito ai più anziani Millennial uscendo dalle aule scolastiche per scendere in piazza in uno sciopero senza precedenti di un'intera giornata, prendendo parte in 128 paesi a oltre duemila manifestazioni di protesta contro l'inerzia dei rispettivi governi di fronte al cambiamento climatico e chiedendo una svolta globale che porti a un'era verde post carbonio.

Anche se l'opinione di gran lunga prevalente in tutto lo spettro politico è che la transizione verso una società a zero emissioni di carbonio è un'impresa quasi impossibile, esiste un percorso che potrebbe evitare l'ulteriore aumento di mezzo grado della temperatura che condannerebbe la vita sulla Terra dandoci la possibilità di rimettere ordine nel nostro rapporto con il pianeta.

Ecco la possibilità: l'energia solare, quella eolica e altre energie rinnovabili stanno rapidamente entrando sul mercato.

Secondo uno studio del novembre 2018 di Lazard, una delle maggiori banche d'investimento indipendenti del mondo, il costo livellato dell'energia (LCOE, levelized cost of energy) di impianti solari su scala industriale è crollato a 36 dollari per megawattora, mentre quello degli impianti eolici è sceso a 29 dollari sempre per megawattora, rendendo simili impianti «più economici delle centrali a gas, di quelle a carbone e dei reattori nucleari più efficienti». «LCOE è una valutazione economica del costo medio totale di costruzione e gestione di un asset per la produzione di energia per tutta la durata della sua vita diviso per la produzione totale di energia dell'asset per quella stessa durata

Nel giro di otto anni il solare e l'eolico saranno molto più a buon mercato delle energie da combustibili fossili, costringendo l'industria di questi combustibili a una resa dei conti.

Secondo la Carbon Tracker Initiative, un think tank al servizio dell'industria energetica con sede a Londra, il forte calo del prezzo di produzione dell'energia solare ed eolica «porterà inevitabilmente a migliaia di miliardi di dollari di stranded asset in tutta l'industria privata e colpirà i petro-Stati che non saranno riusciti a reinventarsi», mettendo nello stesso tempo «a rischio migliaia di miliardi di dollari degli investitori poco avveduti e ignari della velocità della transizione energetica in corso».

Stranded assets, o «beni immobilizzati», sono tutti i combustibili fossili che rimarranno nel terreno a causa della diminuzione della domanda nonché dell'abbandono di oleodotti e gasdotti, piattaforme oceaniche, impianti di stoccaggio, impianti di produzione di energia, gruppi elettrogeni d'emergenza, impianti di trasformazione petrolchimici e industrie strettamente legate alla cultura dei combustibili fossili.

Dietro le quinte è in corso una lotta fra titani: quattro dei principali settori responsabili del riscaldamento globale - tecnologie dell'informazione e della comunicazione (information and Communications technology, ICT /telecomunicazioni), energia ed elettricità, mobilità e logistica e edilizia - stanno iniziando a sganciarsi dall'industria dei combustibili fossili a favore di nuove energie verdi più economiche.

Il risultato è che nell'industria dei combustibili fossili «circa 100.000 miliardi di dollari di asset potrebbero finire carbon-stranded».

La bolla del carbonio è la più grande bolla economica della storia.

Negli ultimi ventiquattro mesi studi e rapporti provenienti dalla comunità finanziaria globale, dal settore assicurativo, dalle organizzazioni del commercio globale, da governi nazionali e da molte delle principali società di consulenza nel settore energetico, dei trasporti e immobiliare, fanno pensare che il crollo della civiltà industriale basata sui combustibili fossili sia imminente e possa verificarsi tra il 2023 e il 2030: settori industriali chiave si stanno infatti sganciando dai combustibili fossili per affidarsi alle energie solare, eolica e ad altre fonti rinnovabili, il cui costo è in continuo calo, e alle tecnologie a zero emissioni di carbonio che le accompagnano.

Gli Stati Uniti, attualmente i maggiori produttori di petrolio del mondo, si troveranno sotto attacco, stretti fra il crollo del prezzo dell'energia solare ed eolica, la caduta della domanda di petrolio e l'accumularsi di stranded assets nell'industria petrolifera.

Sia chiaro che in larga misura questo grande sconvolgimento avviene perché il mercato sta parlando. Ogni governo dovrà seguire il mercato o affrontarne le conseguenze. I governi che si troveranno alla guida di una terza rivoluzione industriale a zero emissioni di carbonio saranno in vantaggio. I governi che non riusciranno a tenere il passo delle forze di mercato e rimarranno in una cultura dei combustibili fossili da XX secolo che va ormai collassando vacilleranno.

Non sorprende che in tutto il mondo guadagni rapidamente forza un movimento che preme perché si disinvesta dall'industria petrolifera e s'investa in energie rinnovabili. Il jolly è rappresentato probabilmente, in questo caso, dagli oltre 40.000 miliardi di dollari in fondi pensione globali, di cui 25.400 miliardi sono nelle mani dei lavoratori americani.

Nel 2017 i fondi pensione rappresentavano il più grande pool di capitale del mondo. Se dovessero rimanere investiti nell'industria dei combustibili fossili, nel momento in cui la bolla del carbonio scoppierà le perdite finanziarie di milioni di lavoratori americani saranno incalcolabili.

In seno alla comunità finanziaria si è appena iniziato a discutere molto seriamente se mantenere la rotta e continuare a sostenere l'industria dei combustibili fossili con migliaia di miliardi di dollari di investimenti o abbandonare la nave e investire nelle nuove energie verdi e nelle nuove opportunità economiche e occupazionali che la creazione e la piena operatività della nuova infrastruttura verde in America e nel mondo porteranno con sé.

In quella che sta divenendo la più grande campagna di disinvestimento/reinvestimento della storia del capitalismo, molti investitori istituzionali, guidati da fondi pensione globali, hanno iniziato a liberarsi dei combustibili fossili e investire in energie rinnovabili.

Finora oltre un migliaio di investitori istituzionali di trentasette nazioni, fra cui alcune delle municipalità e dei sindacati maggiori, s'è impegnato a disinvestire 8000 miliardi di dollari in fondi dall'industria dei combustibili fossili per reinvestirli in energie verdi, tecnologie pulite e modelli di business che conducono a un futuro a zero emissioni di carbonio.

Il profilarsi della bolla del carbonio e del rischio che i combustibili fossili divengano stranded assets/ in concomitanza con un movimento popolare che preme per un Green New Deal globale, apre la possibilità di un passaggio infrastrutturale, nell'arco dei prossimi vent'anni, a un'era ecologica a emissioni di carbonio vicine allo zero.

Per quanto l'appello per un Green New Deal stia acquistando rapidamente slancio, i suoi promotori e sostenitori si rendono ben conto che un percorso chiaro verso una «rivoluzione industriale» che possa portare a termine la missione ancora non esiste.

Con questo libro farò partecipi i lettori dell'esperienza che ho fatto nel corso degli ultimi due decenni nell'Unione europea e, più recentemente, nella Repubblica popolare cinese, dove, in entrambi i casi, ho prestato la mia assistenza ai governi per preparare la loro transizione stile Green New Deal verso una terza rivoluzione industriale a zero emissioni di carbonio.

Spero e mi aspetto che il movimento di base per un Green New Deal che si sta diffondendo in tutta l'America lo troverà utile, nel momento in cui gli Stati Uniti, per mitigare il cambiamento climatico e creare un'economia e una società più giuste e umane, realizzeranno la loro infrastruttura verde post carbonio da terza rivoluzione industriale.

Sul piano più personale vorrei rivolgermi a coloro che hanno espresso il loro scetticismo su un Green New Deal e sulla possibilità di effettuare una transizione economica di questa portata nel breve arco di vent'anni. Le aziende e industrie globali con cui lavoro — nel campo delle telecomunicazioni, dell'elettricità, dei trasporti e della logistica, dell'edilizia e del settore immobiliare, dell'advanced manufacturing, dell'agricoltura intelligente e delle bioscienze, e della comunità finanziaria — sanno che è possibile. Lo stiamo già facendo in varie regioni del mondo.

E a quei rappresentanti del popolo degli Stati Uniti che sostengono che un Green New Deal è impraticabile, vorrei dire che i governi dell'Unione europea e la Repubblica popolare cinese sanno che una trasformazione su questa scala può essere realizzata in una generazione. La stanno entrambe attuando in questo momento.

Qui negli Stati Uniti siamo in ritardo, molto in ritardo. È ora di toglierci i paraocchi e fare vedere al mondo che cosa siamo capaci di fare quando ci concentriamo su una nuova visione, questa volta un Green New Deal per l'America, l'umanità, i nostri amici animali e il pianeta che condividiamo. La mia speranza è che gli Stati Uniti si uniscano all'Unione europea e alla Cina per guidare il mondo e portarlo in un'era ecologica a zero emissioni di carbonio.

Caratteristica distintiva dell'America, fin dagli albori, è stato l'ottimismo del «si può fare: rimbocchiamoci le maniche», un ottimismo che in oltre duecento anni di prove, tribolazioni, sfide e opportunità non ha mai cessato di manifestarsi. Esso è nel nostro DNA culturale. Ora, una nuova generazione di americani sta entrando sulla scena nazionale e globale per intraprendere una missione senza equivalenti nella storia umana.

È molto probabile che il Green New Deal abbia gambe lunghe e continui a godere di un ampio sostegno popolare, specie nella generazione sotto i quarant'anni, la fascia dei nativi digitali, pronti a imprimere il loro marchio sulla nazione nei prossimi decenni e ansiosi di farlo.

Un Green New Deal Globale

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Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington, insegna alla Wharton School of Finance and Commerce, dove tiene i corsi dell'Executive Education Program sul rapporto fra l'evoluzione della scienza e della tecnologia e lo sviluppo economico, l'ambiente e la cultura....
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