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L’arte segreta per sentirsi ricchi e diventarlo

di Suh Yoon Lee, Jooyun Hong 1 anno fa


L’arte segreta per sentirsi ricchi e diventarlo

Leggi l'introduzione del libro "Essere & Avere"

"È destinata a rendere gli altri ricchi."

Mentre dal finestrino dell’aereo ammiravo una sconfinata catena montuosa quelle parole riecheggiarono nella mia mente. Supponevo che stessimo attraversando l’Asia. Ero diretta in Europa per incontrare Suh Yoon Lee, la cosiddetta “guru dei ricchi”. Mio padre era mancato da pochi mesi dopo avere passato tutta la vita a risparmiare. Prima di morire mi aveva supplicato di trovare il modo per diventare ricca senza sacrificare il presente al futuro. Ma come? Io, ex giornalista, avevo fatto un po’ di indagine e avevo capito che solo questa guru poteva darmi la risposta. Guardando dal finestrino mi chiesi: “Quando la vedrò… anch’io potrò diventare ricca?”.

Maestra di atteggiamento mentale, Regina dell’intuizione, La Divina, Oasi del disperato, Presidente dei visionari... L’elenco dei soprannomi attribuiti a Suh Yoon, una donna sulla trentina attraente e affascinante, era degno di Daenerys Targaryen, il personaggio di Il trono di spade. All’età di sei anni aveva già iniziato il lavoro della sua vita: osservare le vite degli altri e studiare il segreto della ricchezza. Durante l’adolescenza dava consulenze a persone facoltose e poco dopo i vent’anni era già nota come guru tra gli uomini d’affari più importanti, le società finanziarie e gli investitori. Si diceva che si dovesse aspettare più di un anno per ricevere un suo consiglio e che andassero da lei anche i candidati alla presidenza della repubblica e i capi di grandi multinazionali. Aveva studiato più di centomila casi di gente ricca e messo insieme i risultati per scoprire il segreto della ricchezza.

Un articolo di giornale su di lei non si dimenticava facilmente. Tradizionalmente i mercanti cinesi si predicevano il futuro a vicenda prima di aprire le contrattazioni. La nonna di Suh Yoon aveva imparato quell’arte dai mercanti cinesi con cui aveva lavorato nel settore dei tessuti e aveva continuato a leggere il destino dei suoi numerosi nipoti. Rimase sorpresa da quello di Suh Yoon. Quella bambina di sei anni aveva il dono straordinario di portare ricchezza e fortuna a molte persone. Si dice che abbia sentenziato: “Questa bambina è destinata a rendere gli altri ricchi. Porterà abbondanza e serenità a molte persone”.

Arrivata a quel punto cominciai improvvisamente a preoccuparmi. Cosa sarebbe successo se Suh Yoon mi avesse detto che per me era impossibile diventare ricca e che dovevo smettere di sognare? Cosa sarebbe successo se mi avesse dato un consiglio completamente sbagliato che mi avrebbe fatto diventare più povera? Cosa sarebbe successo se in realtà non avevo capito bene le sue parole e lei non avesse affatto voluto che facessi tutta quella strada per vederla?

Per liberarmi da quei fastidiosi pensieri accesi la lucetta sopra la mia testa e presi un taccuino. Scrissi le domande che avrei voluto farle durante il nostro incontro.

  • Cosa devo fare per diventare ricca?
  • Sempre che io possa diventarlo. Quindi, posso diventare ricca?
  • Quando sarò ricca?
  • Quanti soldi riuscirò ad avere?
  • Potrei essere ricca senza sacrificare il mio presente?

Frattanto l’aereo stava cominciando l’atterraggio. All’improvviso le mani e i piedi mi tremarono per le vibrazioni.

“Non ne sono sicura, ma credo che tutta la mia vita stia per cambiare”.


Mio padre adorava la corvina gialla. È un piccolo pesce essiccato che si vende per trecento dollari alla decina, servito principalmente durante le tradizionali festività coreane. Quando chiedevano a mio padre quale fosse il suo piatto preferito, rispondeva sempre allo stesso modo: la corvina gialla. Parlava di quel gusto che da bambino aveva assaporato nella casa di famiglia. Dopo un momento di nostalgica rievocazione, continuava raccontando la solita storiella.

“Molto tempo fa c’era un avaro che adorava la corvina gialla. Poiché anche dopo essere diventato ricco era riluttante a mangiare quella prelibatezza così costosa, ne appese una al soffitto. Prendeva un po’ di riso, guardava la corvina gialla e diceva: ‘Mmm… che saporita’.

Continuò così tutti i giorni, mangiando riso e fissando il pesce sempre più decomposto. Alla fine il pesce marcì del tutto senza venire mangiato”.

Potreste pensare che la morale di questa storia sia che dovremmo goderci i piaceri della vita finché possiamo. Ma non è così. Mio padre mi raccontava questa storia perché ammirava quell’avaro. Voleva insegnarmi che il denaro deve essere conservato e che le passioni devono essere tenute a bada.

Quando ero piccola il motto della mia famiglia era: “Un centesimo risparmiato è un centesimo guadagnato”. Durante ogni pasto, mio padre predicava che non dovevo lasciare nel piatto nemmeno un chicco di riso o una goccia di minestra. Non mi era permesso comprare nemmeno una caramella o usare più di tre strappi di carta igienica, e dovevo limitare anche l’acqua che usavo per lavarmi. Mio padre fu l’esempio di questo comportamento frugale: anche quando aveva potuto permetterselo, era rimasto restio a comprare la corvina gialla.

Mio padre era nato a Seul l’anno in cui finì la Seconda guerra mondiale e dopo lo scoppio della guerra di Corea, nel 1950, aveva vissuto la miseria. Mio nonno era alla macchia per evitare il reclutamento e quindi a mio padre, che aveva sei anni, e al fratello maggiore era stato assegnato il compito di provvedere al cibo. Di notte i due fratellini uscivano per raccogliere pula e chicchi di riso, di giorno guadagnavano qualche moneta vendendo gelati per strada. Mio padre quasi era morto di fame, sopravvivendo con un po’ di zuppa e qualche chicco di riso. Saltare la cena era per lui più terrificante dei rimproveri di mia nonna quando non riusciva a vendere abbastanza gelati.

Da allora il denaro era stato per lui una cosa che gli procurava ansia e paura. Più avanti negli anni, aveva detto spesso: “Preferirei morire che essere ancora povero”. Per lui la mancanza di denaro significava fame, paura e potenzialmente anche la morte.

Quando era bambino, una notte, con lo stomaco vuoto da giorni, si era addormentato piangendo. Era stato poi svegliato improvvisamente dal rumore di qualcuno che piangeva.

“Mi dispiace di farti patire la fame. Mi dispiace davvero tanto”.

Mio nonno, con il viso smunto per la fame e coperto di lacrime e muco, aveva preso la mano di suo figlio singhiozzando come un bebè. Per mio padre quello era il ricordo più doloroso di tutta la sua vita.

Rivedo la sua faccia raggrinzita mentre piange raccontando questa storia. Da allora è un ricordo che mi angoscia.


Mio padre fu sempre un lavoratore scrupoloso. Era l’unico laureato di cinque fratelli e lavorava come ingegnere per una delle più grandi aziende industriali coreane. Gli anni Settanta e Ottanta furono un’epoca di rapida crescita economica nel suo settore. Come molti altri uomini di quel periodo, mio padre lavorava sodo anche di notte e nei fine settimana. Diceva che indipendentemente da quanto fosse stanco, prendersi cura di me e di mio fratello lo ricaricava di energia. Come capofamiglia fece del suo meglio, non si lamentò mai della fatica e non ci fece mai piangere per la fame.

Ci raccontava anche cosa aveva capito del denaro. Mi diceva: “Si può perdere tutto e restare senza un centesimo in ogni istante. Spendere senza limiti ti porterà alla rovina. Il denaro va risparmiato, non usato”.

Quando andò in pensione aveva di che vivere in abbondanza. I suoi figli erano economicamente indipendenti e aveva una casa di proprietà, un’assicurazione sulla vita e denaro sufficiente per viaggiare quando voleva. Ma papà era sempre molto ansioso: temeva che il denaro potesse finire e, per mantenersi vigile sulle sue spese, prestava molta attenzione alle storie di bancarotte e fallimenti.

Negli ultimi anni la sua routine giornaliera era molto semplice. Si svegliava al mattino, faceva un po’ di esercizio e giocava a Go1 al computer. A pranzo mangiava gratuitamente al centro di assistenza per anziani e poi, nel pomeriggio, faceva una passeggiata lungo il fiume. Non faceva niente che costasse del denaro e per questa ragione non si trovava con i suoi amici quando loro andavano a giocare a golf o a fare un viaggio all’estero. Il suo unico hobby era fare delle escursioni. Due volte alla settimana papà si metteva gli scarponi da montagna e partiva da casa al mattino presto. Ogni volta sogghignava e diceva: “Non c’è niente che dà più libertà dell’escursionismo. C’è bisogno soltanto di gambe solide e di una bottiglia d’acqua”.

Papà resisteva al caldo e al freddo il più possibile. Non accendeva l’aria condizionata nemmeno quando c’era un calore che squagliava il burro e nei giorni più rigidi dell’anno indossava un maglione o un cappotto anche in casa. L’acqua che aveva usato per lavarsi il viso o i denti non la sprecava: per risparmiare qualche centesimo sulla bolletta, la raccoglieva in un secchio e la usava come sciacquone quando andava al gabinetto.

Un altro passatempo che aveva era quello di raccogliere le cose che la gente buttava via. Raccattava dalla spazzatura o da case abbandonate vestiti, scarpe, mobili, elettrodomestici. Una stanza della casa di papà era piena zeppa di cianfrusaglie, sembrava la bottega di un rigattiere e per lui era come uno scrigno. A settant’anni, ogni volta che apriva la porta di quella stanza, mio padre diventava come un bambino.

Tuttavia un giorno la sua vita cambiò all’improvviso.

Andò a fare una visita in ospedale perché stava perdendo peso e il medico gli disse glaciale: “Ha un cancro al pancreas ed è troppo avanzato per intervenire”

La mente di mio padre si svuotò per lo shock. Riuscì a malapena ad aprire la bocca e a balbettare: “Ma… quanto ho prima di…?”.

Non riusciva a finire la frase.

Il dottore, evitando di guardarlo negli occhi, borbottò le sue conclusioni. “Be’, è difficile da dire. Tutto dipende dal paziente. Di solito, in un caso come il suo, diciamo dai tre ai sei mesi…”.

Mio padre si trascinò a fatica fuori dall’ospedale. Il sole di agosto era ancora scintillante e il mondo era pieno di energia. La gente camminava indaffarata parlando al telefono e i bambini giocavano allegramente. Ma il mondo di mio padre si era fermato. Camminò per ore senza sapere dove stesse andando. Quando tornò in sé aveva più di venti chiamate perse da parte di mia madre. Fece debolmente il suo numero e disse con fatica: “Ho un cancro… un cancro al pancreas”.


Quando ricevetti la notizia andai anch’io nel panico. Non avevo mai visto mio padre ammalarsi di nulla, nemmeno di un raffreddore. Per me, lui era forte come una roccia, stabile come una montagna. Non riuscivo a credere che un uomo del genere presto sarebbe scomparso. Cosa potevo fare? Come potevo rendermi utile? La prima cosa che mi venne in mente fu la corvina gialla, il suo pesce preferito che era troppo costoso per poterlo mangiare. Corsi al negozio di alimentari. Quando cercai di ordinare la corvina, le lacrime sgorgarono dalla profondità dello stomaco.

Mi sentivo una stupida per avere deciso solo allora di acquistare quel tesoro così prezioso per mio padre. Quante possibilità avrei avuto di dargli il suo cibo preferito?

Sfortunatamente, quella fu la prima e l’ultima corvina gialla che gli portai. Mamma la servì a ogni pasto ma papà non riuscì a finire nemmeno la metà dei dieci pezzi. Le cellule cancerogene si stavano propagando velocemente e gli schiacciavano lo stomaco.

Anche dopo la malattia, mio padre non abbandonò mai la sua fede nel risparmio. Nel reparto oncologico insistette a volere restare in una stanza di sei letti che, con il contributo della sua assicurazione medica, gli costava meno di dieci dollari. Se gli altri pazienti facevano rumore, lui si metteva dei tappi alle orecchie e chiudeva gli occhi. Non poteva guardare la televisione quando gli andava ed era difficile anche conversare con i familiari. Ma nonostante l’insistenza con cui mia madre lo supplicò di spostarsi in una stanza privata, mio padre si ostinò a rimanere dov’era.

Diventava ogni giorno più debole. La sua schiena era ridotta pelle e ossa e le gambe si stavano gonfiando. Un giorno mi prese la mano e parlò come se avesse avuto una premonizione.

“Per tutta la vita ho voluto essere ricco, quindi non ho fatto altro che risparmiare. Ma non sono diventato ricco. Guardandomi indietro me ne pento. Forse ho perso dei momenti meravigliosi perché ero troppo occupato a risparmiare… Mi rimangio tutto quello che ti ho detto sull’essere frugali. Non concentrarti sul risparmio, scopri piuttosto il modo per diventare veramente ricca. Trova la risposta che io ho cercato per tutta la vita e non ho mai trovato”.

Era la prima volta da quando ero adulta che mio padre mi prendeva la mano. Le mani che da bambina mi prendevano e mi alzavano con facilità erano diventate scarne e secche.

“Papà, te lo prometto. Troverò il modo. Non lascerò che la tua vita e le cose che hai imparato siano passate invano”.

Poi gli dissi ciò che avevo sempre desiderato dirgli senza però riuscirci.

“Papà, ti voglio bene”.

I suoi occhi fissavano vuoti il soffitto ma vidi le lacrime riempirli.

Se ne andò una sera di gennaio. Quando uscii dopo averlo sistemato all’obitorio, dal cielo buio della notte stava cadendo una neve sottile. Immaginai quella scarica di fiocchi come il benvenuto dell’universo alla sua anima. Il vento tagliente dell’inverno mi colpì alle guance. Fu allora che compresi che papà se ne era andato dal mondo in cui vivevo.

Dopo il funerale andai alla casa dei miei genitori a mettere a posto le sue cose. Aprii il frigorifero e vidi cinque corvine gialle senza più un proprietario.

Il pianto che avevo trattenuto fino a quel momento finalmente eruppe. Mi accasciai al suolo e come una bambina piansi lacrime amare. Sentii quanto amavo mio padre e il dolore per il suo rifiuto dei piaceri che aveva a portata di mano. Era mancato senza mangiare il suo cibo preferito. Poi capii una cosa che presto diventò una promessa che feci a me stessa: non è così che voglio vivere. Onorerò l’ultimo desiderio di mio padre. Devo trovare il modo per diventare ricca.

Essere & Avere

L’arte segreta per sentirsi ricchi e diventarlo

Suh Yoon Lee, Jooyun Hong

Quando Jooyun Hong, pluripremiata giornalista esperta di finanza, si è messa alla ricerca della chiave per aumentare la ricchezza in un periodo di crescente disuguaglianza, ha incontrato una famosa insegnante coreana, nota per aver elargito consigli...

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Suh Yoon Lee

Suh Yoon Lee

Suh Yoon Lee, famosa pensatrice coreana definita Il guru dei ricchi, ha analizzato personalmente la vita di centinaia di migliaia di persone e ha sfruttato le intuizioni acquisite per guidare numerosi magnati, uomini d’affari e amministratori delegati.
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Jooyun Hong

Jooyun Hong

Jooyun Hong, giornalista pluripremiata, ha collaborato a importanti pubblicazioni coreane. Ha conseguito un Master in gestione d’impresa presso la Wharton School dell’Università della Pennsylvania e ha lavorato come direttore delle relazioni esterne presso McKinsey & Company.
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