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L'accesso al paradiso - Estratto da "La Chiave"

di Anselm Grun, Christoph Gerhard, Erwin Sickinger 6 mesi fa


L'accesso al paradiso - Estratto da "La Chiave"

Leggi un capitolo tratto dal libro di Anselm Grun, Christoph Gerhard e Erwin Sickinger e scopri come la spiritualità possa aiutarti nella vita di ogni giorno

Il motto del 1200° Giubileo dell’abbazia di Münsterschwarzach, “Be open - Sii aperto” è dovuto a una chiave particolare. Negli anni Trenta del XX secolo fu rinvenuta un’antica chiave in bronzo sul terreno che circonda l’abbazia. La scoperta fu fatta dagli operai tra i calcinacci di epoca barocca e presenta una lunghezza di 12 cm e una larghezza di 4,5 cm. A quel tempo, nessuno seppe dare un’interpretazione sensata di quella chiave, pertanto per quasi sessant'anni rimase dimenticata negli archivi dell’abbazia.

Fu Padre Franziskus, l’archivista, ad accorgersi nuovamente dell’esistenza di quella chiave: la portò alla Soprintendenza per i Beni Culturali di Norimberga, dove l’allora direttore Dott. Uwe Koch ne determinò l’origine di epoca carolingia. Con grande stupore di tutti, quindi, quell’oggetto proveniva dall’epoca della fondazione dell’abbazia di Munsterschwarzach. La sua forma, simile a un pesce con una croce nel mezzo, sembrava suggerire che avesse potuto appartenere a un luogo sacro. Si ipotizzò che fosse la chiave della sacrestia, ma è anche plausibile che fosse stata impiegata come medaglietta devozionale o amuleto, dato che la forma ovale a mandorla presenta, tutt’attorno alla croce, dei motivi rotondi volti a tenere lontani gli influssi maligni e a proteggere chi la portava dai pericoli.

La chiave carolingia fa risalire i monaci all’epoca di fondazione dell’abbazia. Nell’oreficeria interna ne fu realizzata una copia che l’abate Michael portò al petto per tutto l’anno giubilare. A volte, i bambini chiedevano all’abate pieni di curiosità che cosa aprisse quella chiave. Quando il padre chiedeva loro cosa immaginassero, la risposta che riceveva era perlopiù: “So cosa apre quella chiave. E' la chiave del paradiso”.

I bambini avevano capito che quella chiave non apriva solamente le porte della sacrestia, ma rappresentava un simbolo di accesso al paradiso, inteso anche come paradiso in noi stessi. È così che la chiave divenne un simbolo per noi monaci: scegliere la vita monacale significa essere aperti, e questa apertura spinse il conte Megingaud von Wùrzburg e sua moglie Imma a fondare, 1200 anni fa, un monastero.

Questa stessa apertura ha caratterizzato la comunità per 1200 anni: inizialmente si trattava di apertura verso gli interessi dell’area circostante. Infatti i monaci contribuirono alla cristianizzazione del territorio franco. L’apertura li spinse a ricostruire continuamente il monastero dopo ogni crisi e distruzione, e fu essa stessa a fungere da spinta propulsiva per adattare via via la vita monastica alle esigenze delle nuove epoche, così da rispondere in maniera sempre nuova ai bisogni delle persone. Infine, fu ancora quest’apertura allo Spirito Santo a inspirare i monaci nel fornire risposte sempre nuove ai quesiti e ai bisogni degli uomini.

In questo modo, la chiave divenne per i monaci di Mùnsterschwarzach la sfida di far fronte alle esigenze dell’umanità moderna. Infine, questa apertura li portò ad accogliere rifugiati all'interno dell’abbazia: essa rappresenta il motivo per aprire le porte del monastero a ospiti esterni e alle loro domande. Nel liceo e nei corsi giovanili, i monaci si aprono in particolare ai bisogni dei più giovani. Fu poi l’apertura a favorire il dialogo tra confessioni e religioni. Essa rientra essenzialmente nella conoscenza di sé che caratterizza i Benedettini missionari, che viaggiano in tutto il mondo per annunciare il messaggio di Gesù e reagire con apertura ai quesiti moderni.

Apertura come atteggiamento spirituale

Per i Benedettini missionari, l’apertura rappresenta soprattutto un atteggiamento spirituale che non si manifesta solamente nell’apertura verso le necessità del prossimo. Bisogna essere aperti a Dio, ai taciti impulsi del cuore, allo spazio interiore di silenzio nel quale Dio stesso abita in noi. San Benedetto descriveva questa apertura del monaco definendola “cuore allargato”. Nel monachesimo medievale, la frase di Sant'Agostino, scritta a un amico nel bisogno, fu riportata sopra il portone di un monastero: Porta patet, magis cor, ossia “la porta è aperta, e ancor più il cuore”.

Questo motto non era rivolto solamente agli ospiti, ma si riferiva in generale alle necessità degli uomini. La preghiera dei monaci non determina un circolo narcisistico attorno a se stessi, bensì un’apertura ai bisogni del prossimo: i monaci di Münsterschwarzach pregano sempre per e con gli uomini, aprono il proprio cuore al prossimo che non riesce più a parlare con Dio, agli uomini che si sentono avvolti nell’oscurità e sembrano essersi chiusi in se stessi. Pregano affinché il cielo possa riaprirsi anche per quelle persone che si sentono perse.

Tuttavia, per l’abbazia la chiave non è solo un simbolo di apertura. I monaci vivono in un monastero, in clausura, in uno spazio protetto a cui normalmente le persone non hanno accesso, e la chiave chiude la porta permettendo loro di aprire il proprio cuore a Dio e ai bisogni del prossimo. Se non esistesse una chiave, vivrebbero continuamente in mezzo alla gente e non potrebbero invitare gli uomini in uno spazio che doni loro rifugio e intimità. Per loro vale il detto: “Chi è aperto su tutti i fronti, non può essere impermeabile agli influssi esterni”. Al contrario, i monaci hanno bisogno di entrambe le chiavi: una che apre la porta e una che la chiude. La chiave che chiude garantisce loro un luogo in cui essere da soli con Dio, in cui affrontare la loro stessa verità e poter sperimentare, nella solitudine, anche l’essere un tutt’uno con il resto dell’umanità. La chiave che apre, invece, mette in comunicazione la propria sfera personale con quella altrui, le esperienze vissute in solitudine con quelle del prossimo e del mondo; permette di accedere al mondo nella sua vastità senza perdere il contatto con il proprio cuore.

Un monastero si trova costantemente preso tra il voler conservare qualcosa di prezioso e, allo stesso tempo, potersi sempre trasformare. In un certo qual modo, i monaci vogliono rinchiudere ciò che è prezioso nella cassaforte del proprio cuore, ma nel loro trattenere qualcosa rimangono spesso imbrigliati. Se vogliono conservare qualcosa di prezioso, devono essere anche disposti ad affrontare nuove esperienze, poiché l’atto della conservazione esige il cambiamento. Ciascuno di noi conosce l'ambivalenza di voler mantenere qualcosa che gli è cara e di doversi contemporaneamente piegare al mutamento. Il cambiamento è necessario, altrimenti ciò che è prezioso cristallizza in noi e perde il suo valore.

Tuttavia, il cambiamento non ha un andamento pianificato, ma procede per fasi: così come un bambino cresce in fasi alterne, anche la vita nel monastero segue un andamento simile. La crescita dei bambini causa spesso dolori; allo stesso modo, anche il processo di cambiamento monasteriale può risultare doloroso. La crescita passa sempre attraverso fasi di crisi e in essa troviamo sempre l’ambivalenza tra un’esperienza preziosa e la messa in discussione dell’esperienza stessa. Già gli antichi monaci sapevano che la vicinanza di Dio e la gratitudine per tale esperienza sfociano ben presto nell’esatto contrario: si avverte la sensazione di non provare più la Sua presenza, Dio sembra improvvisamente lontano, la fede si tramuta presto in paura. I monaci parlano del tentatore che ci mette sempre lo zampino quando stiamo facendo esperienze spirituali positive.

Pertanto, i monaci tentano di far capire agli ospiti che non c’è nulla di cui sorprendersi se, dopo una fase di euforia, improvvisamente si imbattono in un periodo depressivo nel quale hanno l’impressione che tutto ciò che fanno non serva a nulla, non permetta loro di fare passi in avanti e che non abbia alcun senso lavorare su se stessi. Queste esperienze negative rappresentano per i monaci un chiaro segnale che quanto hanno vissuto di positivo era giusto, che la vicinanza di Dio che hanno provato era vera nonostante in quel momento ne percepiscano solamente la lontananza. E solo dopo alcune esperienze ambivalenti di questo tipo riescono a capire che realmente è cambiato qualcosa all’interno della comunità. Solo così l’esperienza del mutamento si tramuterà in gioia, proprio come nel caso di un bambino che è riuscito a fare un passo in avanti e si rallegra del progresso che ha ottenuto.

La Chiave

Il passe-partout per aprire le porte di una vita consapevole

Anselm Grun, Christoph Gerhard, Erwin Sickinger

Ritrovare il contatto con le proprie emozioni, con il proprio cuore e con il divino: La chiave ti mostra come realizzare la tua vita aprendoti all’amore verso te stesso, verso gli altri e al mistero di Dio. Anselm Grün,...

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Anselm Grun

Anselm Grün (1945) monaco benedettino, è uno dei più noti autori cristiani di spiritualità. Economo dell'abbazia di Münsterschwarzach, organizza esercizi spirituali per laici e consacrati che, sempre più numerosi, si rivolgono a lui come guida per la...
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Padre Christoph Gerhard si occupa della casa editrice dell’abbazia di Münsterschwarzach. Appassionato di astronomia, è anche a capo del “Progetto energetico Abbazia di Münsterschwarzach”, per produrre in maniera autosufficiente energia da trucioli di legno,...
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Erwin Sickinger

Erwin Sickinger conduce seminari e coaching per dirigenti e dà una mano alle aziende nei settori della leadership, della comunicazione, delle vendite e della salute.
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