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Invidia

di Bernd Deininger, Anselm Grun 1 mese fa


Invidia

Leggi un estratto dal libro "Il Potere di Trasformazione delle Emozioni Negative" di Anselm Grun e Bernd Deininger

Senza dubbio, l’invidia gioca un ruolo importante nella nostra esistenza e si manifesta nella vita quotidiana in diverse forme, con maggiore o minore intensità.

Proprio nelle relazioni più strette, per esempio nel contatto con amici, familiari, vicini e colleghi di lavoro, può nascere dentro di noi questo sentimento, che spesso non riusciamo a reprimere, nemmeno se lo vogliamo.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Il Potere di Trasformazione delle Emozioni Negative

Anselm Grun, Bernd Deininger

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In particolare, quando ci sentiamo non rispettati e non considerati dall’altro nella nostra individualità ed emotività, costitutive di ciò che siamo, possiamo provare un senso di vergogna, minaccioso per la nostra esistenza e apparentemente distruttivo. Questa vergogna può provocare un insopportabile dolore interiore, dal quale scaturiscono invidia, gelosia e rancore. La sensazione di essere non amati e ignorati può trasformarsi in un sentimento di umiliazione opprimente, da cui l’individuo non riesce più ad affrancarsi. Quando l’umiliazione e la vergogna si radicano profondamente nella nostra anima, matura un desiderio di vendetta e distruzione dell’altro e delle cose che possiede.

Il consolidarsi di una sensazione di rifiuto, disinteresse e mancanza durante lo sviluppo psichico - talvolta per influenza della religione, che non vede di buon occhio piacere, lussuria e sessualità - prepara il terreno all’invidia.

Questo sentimento si può descrivere come l’impressione, insita in noi, che l’altro abbia di più, che sia migliore e che venga più considerato, apprezzato e amato. Rispetto a lui ci sentiamo inferiori, inutili e umiliati.

Nella sua opera pubblicata nel 1957 e intitolata Invidia e gratitudine, Melanie Klein ha usato la seguente definizione (pag. 183); “L’invidia è quello (spiacevole) sentimento di rabbia dettato dal fatto che un’altra persona possiede e trae beneficio da ciò che noi desideriamo. L’impulso invidioso è allora volto a portare via, impadronirsi o danneggiare quell’oggetto. L’invidia, inoltre, a differenza della gelosia, implica un rapporto con una sola persona”. Quando nell’individuo emerge questo sentimento, spesso a monte c’è la vergogna per la percezione di tale divario. Da qui scaturisce l’impulso a colmarlo appropriandosi senza riguardo di quegli aspetti nei quali ci si sente sminuiti e trascurati, anche a costo di screditare l’altro.

Ma l’invidia può anche creare l’occasione e dare lo stimolo per essere come l’invidiato. Invidia e brama possono allora nascondersi dietro una maschera di innocenza e trasformarsi in inganno e menzogna, non soltanto verso l’esterno, ma anche verso l’interno, ovvero verso se stessi. Il sentimento dell’invidia può sollecitare il desiderio di possedere qualcosa che nell’altro è degno di ammirazione o ne è l’oggetto e poi diventare la spinta per acquisire quelle qualità. Qualora ciò si verifichi, la reazione di invidia produrrà nel soggetto un aumento dell'autostima e un vantaggio narcisistico.

Nell’ambito della psicoanalisi, Sigmund Freud e Karl Abraham furono i primi a sottolineare l’importanza dell’invidia. Freud utilizzò il concetto nella sua teoria dell’invidia del pene. Karl Abraham scrisse nelle sue opere (voi. 2, pag. 15, 1923): “L’invidioso non mostra soltanto di desiderare quel che l’altro possiede, ma unisce a questo desiderio impulsi di odio contro il privilegiato. (...) Mi riferisco alla frequente invidia del paziente nei confronti del medico che lo analizza. Egli gli invidia la posizione di superiorità e si confronta continuamente con lui. Una volta, un paziente dichiarò che nella psicoanalisi la divisione dei ruoli è troppo ingiusta e che tutti i sacrifici toccavano a lui: andare dal medico, raccontare i suoi sogni e per giunta pagare. Lo stesso paziente, del resto, aveva l’abitudine di fare i conti in tasca a tutti”.

Nella sua concezione, inoltre, associò l’invidia all’aggressività. In diversi esempi evidenziò come l’invidia generasse ostilità nei confronti di chi possedeva un oggetto desiderato. Melanie Klein (1957, pag. 176) riconosce nell’invidia, anche in riferimento a Freud, un potere istintivo internamente distruttivo, vissuto come paura dell’annientamento.

In un’altra corrente psicoanalitica, la psicologia dell’io, l’invidia è considerata un atteggiamento complesso, parte del normale sviluppo dell’individuo. In tal caso, essa è vista non come un istinto primario, ma come una forza secondaria motivante che presenta aspetti assolutamente positivi, funzionali allo sviluppo del bambino. In particolare, questo gruppo di ricercatori facente capo allo psicoanalista Heinz Kohut ha sottolineato il rapporto con narcisismo e autostima. Per poter provare questo sentimento deve sussistere la capacità di distinguere tra sé e oggetto, che nel bambino è acquisita dall’età di circa un anno e mezzo.

Nelle terapie psicoanalitiche, l’invidia compare di solito quando il paziente percepisce la propria dipendenza da un oggetto buono, per esempio il terapeuta. Il problema è accettare l’esistenza indipendente dell’altro, le sue caratteristiche positive e negative e le sue relazioni anche con altre persone. Questo implica che la separazione da quell’oggetto sia percepita in modo particolarmente forte. In terapia, l’invidia si manifesta attraverso l’incapacità del paziente di accettare aiuto e mostrare riconoscenza. Nei processi terapeutici, spesso nel paziente insorge un senso di colpa quando vive questo sentimento con consapevolezza.

Il superamento dell’invidia è legato alla capacità di provare senso di colpa e vergogna. Questo si associa frequentemente allo sconforto per non aver avuto a disposizione nella propria vita un oggetto buono con cui confrontarsi. Quando, però, l’individuo riesce a riconoscere delle differenze tra sé e l’altro, quando è in grado di mettersi nei suoi panni, allora l’invidia può essere superata e, come compensazione, può svilupparsi la gratitudine.

Spesso alle nozioni di colpa e vergogna sono collegati il desiderio e la paura di amare. La paura di amare è un impulso molto potente che si installa nell’individuo e lo spinge verso il potere e il possesso, verso l’avere anziché l’essere, verso la materializzazione anziché la relazione. Oggigiorno, in riferimento all’individuo e alla società, si può affermare quanto segue: la paura di amare e quindi di vivere una relazione intima profonda sembra avere la meglio sull’amore e sul riconoscimento dell’altro. La paura di amare è una forza primordiale che influenza ampiamente la vita sociale. Per questo sarebbe molto importante che l’amore fosse vissuto senza paura e che si creassero delle relazioni io-tu autentiche. Sarebbe una possibilità di superare l’invidia. Questo amore può essere inteso come un elemento divino presente dentro di noi, che ci porta a cogliere un senso più maturo della vita.

A questo punto vorrei illustrare nella pratica queste riflessioni e descrivere un caso di terapia psicoanalitica: la signora A. aveva iniziato una cura psicosomatica, poiché da tempo soffriva di depressione e disturbi del sonno, notevolmente peggiorati negli ultimi due anni, prima dell’inizio del trattamento. Dal punto di vista sintomatico si rilevavano ri-piegamento emotivo, attacchi di panico, astenia e disturbi dell’umore. Il malessere si manifestava a fasi alterne e talvolta era così forte da costringere la paziente a chiudersi nella sua stanza e non uscire di casa.

Il motivo decisivo per intraprendere un trattamento terapeutico fu una disosmia che l’aveva gravemente colpita. A causa di questa patologia, in presenza di altre persone le capitava di provare una nausea insopportabile, così forte da obbligarla ad allontanarsi subito per vomitare. Le succedeva soprattutto con donne che ammirava e riteneva attraenti.

La paziente raccontò di essere cresciuta in un ambiente familiare dove i rapporti erano regolati in modo superficiale. Il padre era un uomo riservato, cordiale, sottomesso alla madre. Con lui aveva costruito una buona relazione affettiva. Nelle situazioni conflittuali, soprattutto con la madre, non si era mai schierato apertamente dalla sua parte, piuttosto l’aveva aiutata di nascosto e in segreto quando la madre la puniva. Quest’ultima era una donna molto dominante, impositiva e assertiva. Il padre aveva sempre esaudito i suoi desideri e non aveva mai preso posizione contro di lei.

Circa un anno prima della nascita di A., suo fratello, più grande di lei di quattro anni, era morto in un incidente stradale. I nonni materni l’avevano portato a fare una passeggiata con la bicicletta. In fondo al parco c’era una strada e, sebbene i nonni gli avessero intimato di fermarsi, il bambino aveva attraversato ed era stato travolto da un’auto che sopraggiungeva ad alta velocità. La morte del fratello fu così traumatizzante per i nonni che non riuscirono più a riprendersi; probabilmente, la madre stessa li aveva incolpati della morte del fìglioletto. Da alcuni racconti, la paziente aveva appreso che tra la madre e i suoi genitori si erano create delle tensioni sempre più forti. Poco tempo dopo, i nonni si suicidarono. Successivamente, la madre, afflitta dai sensi di colpa, tentò a sua volta di togliersi la vita con dei sonniferi: in quel momento era incinta di A. Il padre l’aveva trovata priva di sensi e l’aveva portata in ospedale.

Durante l’infanzia, la paziente era andata regolarmente al cimitero con la madre, per visitare la tomba del fratello e dei nonni. Si ricordava bene quanto la madre piangesse, però non aveva mai osato chiederle che cosa fosse davvero successo. Soltanto in età scolare venne a sapere dell’incidente e della morte dei nonni, però le parlarono del loro suicidio solo quando fu adulta.

La famiglia viveva in un piccolo appartamento di due stanze e mezza nel seminterrato di un grande palazzo situato in un elegante quartiere dove sorgevano numerose ville. A scuola, la paziente si sentiva spesso esclusa perché non era invitata alle feste di compleanno delle compagne di classe, essendo “figlia di semplici operai”. Ricordò che spesso si era vergognata dei suoi vestiti lisi e questo sentimento l’aveva accompagnata per tutti gli anni di scuola.

I suoi genitori frequentavano la chiesa, perciò aveva cominciato molto presto ad andare a messa; più tardi era entrata in contatto con i gruppi giovanili parrocchiali. A scuola cercò di cancellare la macchia delle sue modeste origini ottenendo buoni voti, ma questo non fece che isolarla ancora di più. Al liceo fu bollata come la “solita secchiona”. Dopo la maturità studiò tedesco e religione e diventò insegnante di liceo.

All'università, in un primo periodo ebbe diverse brevi relazioni ma, siccome non arrivava mai a un contatto intimo con l’altro, gli uomini la lasciavano dopo pochi mesi. A causa dell’educazione religiosa ricevuta immaginava di vivere la sessualità soltanto all’interno del matrimonio. Ma non avendo mai conosciuto nessuno che la accettasse come partner nel lungo termine, alla fine era rimasta sola.

La paziente aveva continuato a essere attiva in parrocchia, ma gli uomini conosciuti in quell’ambiente non erano nulla di più che amici. Relazionarsi con le donne era difficile, soprattutto se avevano un partner, una famiglia o dei figli, situazioni per lei assolutamente intollerabili. Quando aveva iniziato la terapia si stava avvicinando ai quarant’anni, un’età in cui non era quasi più possibile formare una famiglia.

A. era cresciuta in un nucleo segnato emotivamente dalla morte del fratello e dal suicidio dei nonni. Sua madre le aveva confidato fin da piccola che era venuta al mondo solo per “rimpiazzare” il fratellino e che quindi non aveva nessun valore come persona in sé. Inoltre aveva l’impressione che, dopo la sua nascita, i genitori non avessero più avuto alcun contatto fisico; si ricordava, infatti, che il padre dormiva in camera e la madre sul divano-letto in soggiorno.

Con la madre aveva un rapporto ambivalente: da un lato le aveva sempre dimostrato di essere felice che esistesse. Perciò aveva sempre soddisfatto tutte le sue aspettative, impegnandosi e svolgendo il lavoro che la madre aveva desiderato per lei. La donna ripeteva spesso che, se avesse potuto, avrebbe proseguito gli studi dopo la guerra, diventando insegnante. Dall’altro lato odiava quella donna: da bambina e poi da ragazza ne sognava la morte per rimanere sola con il padre. Molto presto ebbe la sensazione che per lui sarebbe stata una compagna migliore di sua madre e che insieme sarebbero stati felici. Lui però non si schierava mai dalla sua parte.

Nei conflitti famigliari, A. si sentiva sempre la terza incomoda e, in ogni caso, escludeva la madre da sogni e fantasie. Fin da piccolissima invidiava i suoi coetanei per diversi motivi: le pareva che quello che avevano fosse migliore e più prezioso di ciò che le apparteneva. All’inizio era l’abbigliamento, poi i contatti sociali e la sensazione di potervi accedere. Si ricordò che l’invidia non era rivolta tanto a oggetti, quanto piuttosto al fatto che gli altri avessero relazioni appaganti. Lei non aveva mai potuto fare quest’esperienza, per il vuoto relazionale e il senso di esclusione di cui aveva sofferto.

Inoltre, già da bambina, soprattutto quando andava al cimitero, aveva provato un sentimento di invidia nei confronti del fratello morto, che aveva ricevuto tanta attenzione e considerazione dalla madre, anche se non c’era più. Questo la portò più volte a ferirsi e a simulare incidenti, come cadere dalla bicicletta, in modo da attirare l’attenzione materna. Si ricordò di aver temuto che la madre la invidiasse, se avesse ottenuto buoni risultati a scuola. In seguito, durante gli studi, provò invidia per tutte le donne che, dall’esterno, le sembravano felici.

Questo sentimento aveva giocato un ruolo determinante nella sua vita, perché se ne vergognava molto e perché, per l’educazione religiosa che aveva ricevuto, covava un profondo senso di colpa. La colpa era collegata all’invidia, per la quale condannava se stessa e di cui non riusciva a liberarsi. Quando in parrocchia si confrontava con persone che considerava più fragili o che avevano qualche handicap, invidiava anch’esse per l’attenzione che ricevevano a causa della loro debolezza. Spesso sognava di morire in modo violento e di vedere la madre piangere sulla sua tomba: così si sentiva alla pari del fratello.

Per la psicologia dello sviluppo, sul piano dei conflitti si devono citare tre aspetti: in primo luogo, il conflitto con la propria autostima, perché doveva al fratello morto la sua esistenza e il suo essere nel mondo e perché per questo non si sentiva accettata e amata per com’era. Questo le provocava un forte sentimento di vergogna, dal momento che occupava il posto di un altro. Di conseguenza svalutava le persone, isolandosi emotivamente e non ritenendo nessuno degno di relazionarsi con lei.

In secondo luogo non riusciva mai a capire che cosa voleva, perché si metteva in una posizione di dipendenza, in particolare rispetto alla madre, e cercava di soddisfare esclusiva-mente i suoi desideri. In terzo luogo manifestava un elevato bisogno di controllo nei confronti degli altri, chiedendosi di continuo che cosa pensassero di lei; questo la faceva sentire sotto pressione e le provocava scatti d’ira, che la spingevano a distruggere oggetti che trovava in casa, facendole provare di nuovo vergogna. La sensazione di dover controllare tutto, in fondo, nasceva dall’invidia verso gli altri e le loro relazioni.

L’attuale conflitto e l’aggravamento dei sintomi erano dovuti all’arrivo di una nuova coordinatrice al lavoro, più giovane di lei, e alla quale doveva sottostare. In A. si riattivò dunque la sensazione di doversi sottomettere ai genitori, in particolare alla madre, per essere apprezzata. L’invidia nutrita nei confronti della nuova direttrice, che apparentemente aveva una vita migliore della sua, le fece riprovare sentimenti di vergogna e colpa, che si tradussero in sintomi depressivi.

Da questa storia si evince che l’invidia non è un sentimento innato, come sostiene Melanie Klein, ma presuppone una distinzione tra individuo e mondo esterno. La sensazione che il fratello morto le fosse preferito e che in ragione del suo destino avesse diritto a maggiori attenzioni si era sviluppata nella paziente molto presto.

L’idea, spiacevole e dolorosa, che gli altri siano più felici di noi è oggetto di analisi già in alcuni teologi altomedievali. Per esempio, troviamo tali riflessioni nei Padri della Chiesa Basilio e Crisostomo; quest’ultimo, in particolare, afferma che l’invidia nasce soprattutto tra persone vicine. San Basilio ritiene che solo laddove regna la fiducia sorge l’invidia, che considera un male insanabile, estirpabile solo rinunciando all’amor proprio. Questo, però, nel nostro caso non era possibile, perché la signora A. aveva vissuto un’importante carenza di attenzione narcisistica e quindi non le era stata data la possibilità di sviluppare l’autostima.

La paziente aveva paura che qualcuno potesse percepire dall’esterno la sua invidia e questo scatenava in lei un senso di vergogna pressoché insuperabile. Non riuscendo a parlarne con nessuno, rifiutava qualsiasi relazione umana. La sensazione che gli altri potessero essere felici era per lei insopportabile e dolorosa. Alla pari di Francesco Bacone, Melanie Klein ha descritto l’invidia come una spiacevole circostanza della convivenza umana. Dal nostro esempio risulta, però, che non si tratta di una parte integrante dell’essere umano: l’invidia si fonda piuttosto su un deficit narcisistico che si sviluppa dalla vergogna di non rallegrarsi dei successi altrui e di non sopportare la felicità di chi ci circonda.

Nell’ambito del processo terapeutico, la signora A. è riuscita a confrontarsi con questo profondo sentimento di vergogna e con l’invidia provata per il fratello scomparso, arrivando a diventare più benevola con se stessa e scoprendo che cosa desiderava davvero per essere felice. La separazione dalla madre, morta nel processo psicoanalitico, si concretizzò nella decisione di lasciare il lavoro per coltivare i propri interessi, inerenti alla natura e agli animali. Grazie a una piccola eredità poté comprare una fattoria in una zona poco abitata, dove visse in compagnia degli animali, scrivendo libri di successo per bambini. A due anni dalla conclusione della terapia analitica incontrò un uomo più grande di lei di dieci anni con il quale tuttora convive.

Il Potere di Trasformazione delle Emozioni Negative

Anselm Grun, Bernd Deininger

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Bernd Deininger

Bernd Deininger, medico e teologo, è specialista in medicina psicosomatica, neurologia, psichiatria e psicoterapia. È primario della clinica di medicina psicosomatica e psicoterapia dell’ospedale Martha-Maria a Norimberga.
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Anselm Grun

Anselm Grün (1945) monaco benedettino, è uno dei più noti autori cristiani di spiritualità. Economo dell'abbazia di Münsterschwarzach, organizza esercizi spirituali per laici e consacrati che, sempre più numerosi, si rivolgono a lui come guida per la...
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