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Introduzione - Populismo - Libro di Alain De Benoist

di Alain De Benoist 3 settimane fa


Introduzione - Populismo - Libro di Alain De Benoist

Leggi un estratto dal libro "Populismo" di Alain De Benoist

Nel settembre del 2016, un sondaggio rivelava che per l’85% dei francesi l’elezione presidenziale del maggio 2017 sarà “deludente”, qualunque sia il risultato. È una cifra che dice tutto.

La straordinaria diffidenza di fasce di popolazione sempre più vaste verso i “partiti di governo” e la classe politica in generale a vantaggio di movimenti di tipo nuovo, definiti “populisti”, è senza alcun dubbio il fatto più ragguardevole delle trasformazioni del panorama politico avvenute da almeno due decenni a questa parte.

Questo fenomeno, che ha riguardato inizialmente l’Europa del Sud e dell’Ovest (Syriza, Podemos, Front national, Movimento cinque stelle, Lega nord, Partito della libertà) prima di estendersi all’Europa centrale, alla Germania (AfD), all’Europa del Nord (Partito dei democratici svedesi) e ai Paesi anglosassoni (“Brexit”), coinvolge ormai anche gli Stati Uniti (fenomeni Trump e Sanders). Si conferma dappertutto l’ampiezza del fossato che separa il popolo dalla classe politica al potere. Ovunque emergono nuove divisioni, che rendono obsoleta la vecchia divisione destra-sinistra.

In Francia, sotto la V Repubblica, la vita politica si è a lungo risolta in una regolare alternanza tra due blocchi, dominati ciascuno da un grande partito. Questo sistema era garantito da uno scrutinio maggioritario a due turni che, favorendo una chiara distinzione tra la maggioranza e l’opposizione (con la maggioranza parlamentare che si sovrapponeva alla maggioranza governativa), sembrava escludere l’arrivo al potere di un terzo pretendente. Ma questo sistema non funziona più, dal momento in cui un terzo partito conquista costantemente oltre il 25% dell’elettorato.

Ci siamo. Al primo turno delle ultime elezioni dipartimentali, il Front national (FN), che riporta il grosso dei suoi successi tra i giovani, le classi popolari e la frazione inferiore delle classi medie, ha ottenuto più di 5 milioni di voti, contro i 3,3 milioni del PS e i 3,2 milioni dell’UMP. Al secondo turno, nei 1109 cantoni in cui era presente, ha fatto in media il 35%, posizionandosi persino tra il 45 e il 50% in 99 cantoni. Al primo turno delle elezioni regionali del 6 dicembre 2015, con il 27,7% dei voti, è divenuto il primo partito di Francia. Si può dunque ritenere che circa un elettore su tre voti oggi in favore del FN, il che conferma che siamo entrati in una nuova forma di tripartizione elettorale: il sistema politico si struttura ormai intorno a tre formazioni principali, ciascuna delle quali attrae da un quarto a un terzo degli elettori.

In Italia, la Democrazia cristiana e il Partito comunista sono praticamente spariti. Lo stesso dicasi dei vecchi partiti di governo greci. In Spagna, negli ultimi anni, il PSOE e Alleanza popolare si sono continuamente indeboliti a vantaggio di Podemos e Ciudadanos. Anche in Gran Bretagna, dove il bipartitismo è stato una costante per tre secoli (con un unico mutamento: la sostituzione dei liberali con i laburisti) e dove lo scrutinio uninominale a un turno attribuisce un premio ai grandi partiti tradizionali, abbiamo assistito all’ascesa dell’UKIP. In Austria, i due partiti di governo – socialdemocratico e cristiano-sociale – hanno raccolto solo il 22% dei voti all’elezione presidenziale del 2016.

Anno dopo anno, il movimento si accelera. Nel 2016, una rappresentante del Movimento cinque stelle è stata eletta alla testa del Comune di Roma, l’Inghilterra è uscita dall’Unione europea come desiderava Nigel Farage, l’FPÖ austriaco ha fallito di poco l’elezione di uno dei suoi rappresentanti alla presidenza della Repubblica, il Front national ha superato il 40% in certe elezioni locali, Podemos si è impadronito dei comuni di Madrid, Barcellona, Saragozza, La Coruña e Cadice. Il 4 settembre 2016, alle elezioni regionali del Meclemburgo-Pomerania occidentale, feudo di Angela Merkel, l’Alternative für Deutschland (AfD), movimento creato solo tre anni prima, ha surclassato la CDU con il 21% dei voti (dopo aver raggiunto il 24,2% dei voti in Sassonia-Anhalt). Infine, in dicembre Matteo Renzi ha perso, in Italia, il referendum che aveva organizzato.

Il grande avvenimento dell’elezione presidenziale americana nello stesso 2016 è stato il crollo del Partito repubblicano vecchio stile, che è stato costretto ad abbandonare la sua filosofia politica in sintonia con il mondo degli affari sotto i violenti colpi della protesta populista e i cui candidati più emblematici – Jeb Busch, Marco Rubio e Scott Walker – sono tutti franati.

Qui non è la persona di Donald Trump a dover attirare l’attenzione, ma il fenomeno Trump, che bisogna immediatamente accostare al fenomeno Bernie Sanders fra i democratici. Trump (che è un anti-Reagan tanto quanto un anti-Clinton) durante tutta la sua campagna ha capitalizzato su ciò che i suoi concorrenti, così come gli strateghi repubblicani, non erano stati capaci di vedere: la crescita di una potente protesta popolare anti-élite, di un rifiuto dell’establishment di cui la classe politica americana dovrà d’ora innanzi tenere conto. Dal canto suo, Sanders ha prevalso in ventidue Stati, contro ventotto in favore di Hillary Clinton, pressappoco per le stesse ragioni, a cominciare dalla sua denuncia dell’influenza di Wall Street. Alla fine è stato eletto Donald Trump.

Di fronte a questa spinta populista, ci si è inizialmente rassicurati parlando di “fuoco di paglia”. Poi, poiché l’ondata continuava a crescere, ci si è persi in inutili discorsi su un voto puramente di “protesta” mobilitato da partiti presentati come “pigliatutto” (catch-all parties), che si limiterebbero a sfruttare ogni genere di malcontento e di collera. In seguito, ci si è ulteriormente rassicurati accennando a un “tetto” che, nei fatti, ha continuato a salire, passando dal 15 al 20%, poi al 25%, poi al 30 o al 35%, con punte oltre il 45%

Per arginare il fenomeno, ci si è affidati alle metafore biomediche ed epidemiologiche (“patologia”, “diagnosi”, “rimedio”). Si sono moltiplicate le invettive rituali, invocati gli “anni più foschi” e il “ritorno degli anni Trenta”, accumulati i “punti Godwin” assimilando il populismo alla “estrema destra” o al “fascismo”, praticando così un amalgama apertamente condannato in altri campi. Concretamente, questo si è tradotto nel tentativo di instaurare un “cordone sanitario” che permettesse di separare nelle menti (e nei seggi elettorali) i partiti “perbene” e quelli “infrequentabili”. Ma la demonizzazione ha fatto cilecca.

Poiché questa strategia delle “dighe morali”, necessariamente morali, non è servita a granché, ci si è affidati al “patto repubblicano”, consistente, per i partiti dominanti, nel desistere, gli uni in favore degli altri, in nome della «difesa dei valori repubblicani che abbiamo in comune», anche a rischio di produrre così la prova della fondatezza del discorso populista, che tende a rigettarli in blocco (il “sistema UMPS”) per il fatto che niente li separa veramente, e con la conseguenza, per uno dei due grandi partiti, ridotto al ruolo di forza integrativa del suo avversario del giorno prima, di non essere più affatto rappresentato. Diversi politici, infine, si sono sforzati di recuperare certi temi populisti integrandoli nel proprio discorso, col rischio di legittimarli “banalizzandoli” senza che, per questo, l’elettore sia convinto ad abbandonare l’originale a vantaggio della copia.

Si è a lungo detto che i movimenti populisti scompigliavano il gioco ma non avrebbero mai potuto entrare nella stanza dei bottoni e che, ad ogni modo, sarebbero stati proprio incapaci di governare. Ma questo non è più vero.

Oggi Syriza governa la Grecia come Podemos governerà forse un giorno la Spagna, Viktor Orbán guida l’Ungheria, la Lega nord ha già partecipato a tre riprese a una coalizione governativa, l’FPÖ è stato associato al governo austriaco sin dagli anni Ottanta, mentre in Svizzera l’UDC ha ugualmente responsabilità governative. Altre formazioni populiste partecipano alla maggioranza parlamentare in Danimarca e al governo in Finlandia.

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Alain De Benoist, scrittore e saggista, è direttore delle riviste Nouvelle Ecole e Krisis. Tra i suoi numerosi saggi tradotti in italiano, ricordiamo L’eclisse del sacro; L'Impero interiore; Oltre l'Occidente; Ripensare la guerra; Oltre i diritti dell’uomo. Per difendere le libertà;...
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