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Introduzione - Il Libro Digitale dei Morti - Libro di Giovanni Ziccardi

di Giovanni Ziccardi 5 mesi fa


Introduzione - Il Libro Digitale dei Morti - Libro di Giovanni Ziccardi

Leggi un estratto dal libro di Giovanni Ziccardi "Il Libro Digitale dei Morti"

Indice dei contenuti:

Morte

L'annuncio più clamoroso è dato dalla BBC nel marzo del 2016. Sulle pagine del sito web, in un tipico e asciutto stile inglese, è apparso il seguente titolo: «Presto, su Facebook, ci saranno più morti che vivi. Il social network ha già preso la forma di un cimitero digitale in costante e inarrestabile crescita».

Subito dopo è iniziata, com'era prevedibile, la corsa alle cifre e alle statistiche, come se si potesse in qualche modo “misurare” con precisione la presenza (e l'assenza) dell'uomo nel mondo digitale. In definitiva sarebbero, in tutto il mondo, 30 milioni i profili di persone scomparse, cifra che cresce a un ritmo di 8 000 decessi digitali al giorno. Quasi un milione solo negli Stati Uniti d'America. Non solo: nel 2065 si registrerà il sorpasso, e gli account dei defunti supereranno quelli dei vivi.

Anche in Italia qualcuno si è lanciato in previsioni che lasciano (è proprio il caso di dire) il tempo che trovano: abbiamo 240 000 morti digitali in un anno, con un ritmo di 650 bacheche lasciate, ogni giorno, abbandonate a loro stesse, su un “parco utenti” che ammonterebbe a circa 24 milioni di nostri concittadini.

Ora, pur prendendo questi numeri con molta cautela – chi si occupa di tecnologia sa bene che fare previsioni nel digitale è come cercare di indovinare il tempo in montagna – è indiscutibile che il fenomeno della “morte digitale” (e della sua eredità) stia diventando argomento di grandissimo interesse.

Il primo problema riguarda il comprendere lucidamente cosa sarà dei dati digitali di una persona dopo la morte e, soprattutto, chi potrà decidere cosa farne. Rimarranno per sempre visibili a tutti? Saranno aggiornati costantemente da parenti o amici? O, al contrario, saranno eliminati per sempre dopo un periodo d'inattività o, pur rimanendo in rete, saranno inaccessibili per chiunque?

Sembrano essere due le categorie, oltre ai singoli utenti, più interessate alla morte digitale: i gestori delle piattaforme di social network e i notai.

I primi cercano, ogni giorno, di mediare tra le esigenze di privacy del defunto (si pensi, ad esempio, ai milioni di messaggi privati che oggi circolano nei profili e che dovrebbero rimanere segreti) e le esigenze di parenti e amici. Lo fanno, di solito, cercando di “anticipare” la volontà dell'utente, dandogli la possibilità di nominare degli eredi digitali o cristallizzando un profilo facendolo diventare commemorativo e immodificabile. In poche parole, una sorta di lapide digitale.

Com'è noto, però, le liti più violente tra parenti sono quelle che avvengono attorno alla cassa del morto (spesso ancora caldo), quindi non è facile, anche nell'ambiente digitale, conciliare le esigenze di tutti. Come si può riuscire ad accedere ai dati del parente defunto se l'azienda che li gestisce non collabora e, magari, ha sede all'estero? È proprio indispensabile nominare un avvocato che viaggi oltreoceano, con relativi costi, semplicemente per accedere alla posta elettronica di un defunto di cui non si hanno i codici?

Dal punto di vista tecnico-informatico, le piattaforme di social network stanno operando alacremente. Sin dal 2011 Facebook, ad esempio, prevede le funzioni del “profilo commemorativo” e del “contatto erede”, per consentire soltanto agli amici più stretti del defunto di aggiornare il profilo.

Al contempo, però, ci può essere chi non vuole “rimanere visibile” ma desidera, invece, cancellare tutti i suoi dati e disattivare account e profilo. Twitter ha deciso di cancellare le informazioni di un utente dopo sei mesi d'inattività. Google, dal canto suo, consente a ogni utente di impostare volontariamente l'account come “inattivo” (una specie di morte digitale apparente) per un periodo di 18 mesi.

I notai, dal canto loro, già si stanno interessando all'eredità digitale, soprattutto quando i beni digitali sono simili, come valore, ai beni fisici. E anche loro cercano di anticipare le volontà o di suggerire un mandatario post mortem per il digitale: una persona cui consegnare tutti i nostri codici e cui impartire istruzioni sui limiti d'azione. C'è, infatti, chi vuole che i dati siano tutti cancellati, chi li vorrebbe trasferire ai parenti, e così via.

I giuristi nordamericani, che in quanto a fantasia definitoria non sono secondi a nessuno, hanno già coniato, a fianco del reputation manager, la figura del death manager: un becchino digitale, in pratica.

L'unica cosa certa è che, dopo la morte, un profilo continua a vivere, a esistere, a ricevere notifiche a commenti, ad avere foto taggate.

Non solo sembra essere molto più difficile morire digitalmente che fisicamente, ma stanno fiorendo i servizi, come Legacy Locker, che si propongono di gestire la vita digitale dopo la morte. Alcuni di questi servizi inviano una e-mail al giorno (se rispondi vuol dire che sei vivo) e se non ricevono un feedback azionano la procedura scelta dall'utente (contattano gli eredi, inviano i codici di accesso a una persona ben specificata oppure avviano un processo di distruzione-cremazione di tutti i dati per far sì che i dati digitali seguano, nella tomba, l'utente).

Se, invece, l'utente ha intenzioni diverse e, anche dopo morto, vuole esserci e apparire nella vita dei parenti, servizi come World Without Me permettono di inviare messaggi ai vivi, condividere video e canzoni e continuare il dialogo anche dopo la dipartita. I servizi funebri digitali, in particolare, sono già visti come il business del futuro, accanto allo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale per il dialogo con i vivi.

La privacy, su questo tema, è essenziale. Molti utenti non vogliono che vi sia possibilità di accesso ai propri account o dispositivi dopo la morte. Comprendere come conciliare simili volontà con l'insicurezza congenita della rete sarà un punto di analisi molto importante.

Un secondo tema, anch'esso suggestivo, riguarda la morte in diretta e la condivisione online del fine vita, della malattia e del lutto.

Océane, la ragazza francese che si è suicidata a diciannove anni in diretta su Periscope, filmandosi nell'atto di buttarsi sotto a un treno, ha aperto il dibattito e ha evidenziato aspetti assai spinosi. Sono molti gli adolescenti che filmano il proprio suicidio, anche aizzati dai follower e da un pubblico di fan che, spesso, ha molto più potere di convincimento rispetto ad alcuni parenti o amici cari che cercano di dissuaderli.

Analizzare che cosa spinga, sul digitale, la condivisione della morte, della malattia e del lutto apre nuove prospettive che stanno anch'esse caratterizzando la nostra epoca.

È tradizione, in alcuni paesi del Sud d'Italia, cercare un bar aperto dopo aver partecipato a un funerale. Serve per “disperdere il lutto”: per lasciarlo in un locale pubblico dove sarà disperso col tempo tra gli avventori e nell'aria, per non portarselo dietro nella vita quotidiana. Anche la morte si è cercato di confinarla nei cimiteri, separati dalle città, con qualche eccezione per fiori o per ricordi lasciati, ad esempio, ai margini di una strada in memoria delle vittime di un incidente.

Anche in questo ambito, come è chiaro, generalizzare è impossibile, perché la reazione al lutto, alla malattia, alla morte, è diversa per ogni individuo anche nel suo rapporto con il digitale. Del resto, come scriveva Tolstoj nell'incipit di Anna Karenina, le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo.

Di certo è sempre più comune, oggi, l'esposizione della morte, che non è più un tabù. Analizzare – e si cercherà di farlo con molto pudore – casi di questo tipo ci darà nuove prospettive sul mondo digitale e sul suo legame ormai inscindibile con la vita dell'essere umano.

Immortalità

Il rovescio della stessa medaglia, per alcuni versi, è l'immortalità digitale. Il far sì che tutto ciò che è online continui a rimanere sul web, anche dopo la morte. Siano documenti, tracce, ricordi, articoli, fino alla persona digitale stessa, che continua a vivere al di là della morte fisica del suo “titolare”.

Il progetto Eterni.me, collegato alla vita digitale oltre la morte, è molto significativo. Un software si propone di ricreare la personalità dei soggetti scomparsi partendo dalle loro tracce sul web e immaginando, attraverso l'intelligenza artificiale, come avrebbero reagito a situazioni nuove. Proprio come nell'episodio Be Right Back della serie televisiva Black Mirror.

Un programmatore rumeno, Marius Ursache, ha avuto l'idea di una creatura artificiale che conservi tutte le capacità e le caratteristiche di un essere realmente esistito anche dopo la morte dell'“originale”. L'obiettivo è quello di essere ricordati per sempre, di superare il limite dei pochi ricordi che si possono lasciare e che un computer possa aggiungere e rinnovare ricordi. Come Facebook, oggi, va a ripescare nei ricordi del nostro profilo, così un software li crea, li rinnova e li mixa. E, anno dopo anno, questo nuovo essere digitale cresce, si perfeziona, diventa sempre più reale.

Tutti noi, oggi, abbiamo almeno un paio di amici su Facebook che non ci sono più ma i cui profili spesso sono ancora attivi, o riceviamo suggerimenti di amicizia con defunti. Si rimane immortali, poi, anche con molteplici identità digitali a volte sconosciute agli amici. Si rimane immortali nei videogiochi, con profili-persone che si sono sviluppati per anni.

Kevin Ho, dirigente di Huawei, ha parlato di recente di “immortalità spirituale”: in futuro potremo vivere in mondi digitali paralleli senza il bisogno del nostro corpo, mondi con defunti in grado di parlare con i vivi attraverso gli smartphone. Il corpo continuerà a vivere nel digitale, il cervello sarà presto copiato integralmente su un supporto magnetico, mentre per la coscienza ancora stanno lavorando.

Si è diffuso rapidamente il concetto di “lutto perpetuo” nei social network, alimentando in molti casi una persistente confusione tra la vita e la morte, tra lo spazio dei vivi e lo spazio dei morti, tra cimiteri visibili e separati da dove abitiamo e nuove tombe digitali sui dispositivi che teniamo in tasca. Dai “cimiteri diffusi” si è passati ai “cimiteri connessi”. Tutti questi esperimenti di immortalità digitale portano con loro il fascino della possibilità per l'uomo di perpetuarsi, di registrare la sua vita online e di lasciare un'eredità eterna, anche dinamica.

L'uomo del futuro potrà conoscere ogni singolo aspetto della vita e della natura altrui, connettendo generazioni e preservando memorie ed esperienze per sempre. Sarà così soddisfatto il desiderio personale di non essere mai dimenticati.

Oblio

Infine, l'oblio. Come può operare, al contempo, chi non vuole essere immortale, chi vuole cancellare le informazioni che lo riguardano anche quando è in vita, e non solo dopo la morte?

L'oblio può anche essere involontario: un incidente informatico che cancella automaticamente dal server progetti, fotografie, opere d'arte.

Qui il problema è comprendere se il diritto all'oblio è attuabile e reale, se veramente i dati si possono rimuovere, soprattutto in contesti critici. Il diritto sta procedendo spedito, le piattaforme cercano di adeguarsi, ma la convinzione che tecnicamente sia impossibile rimuovere il dato digitale, una volta che sia iniziato a circolare, rimane molto solida.

L'oblio è, a sua volta, un lato della medaglia dell'immortalità digitale, e si lega a doppio filo, in questo equilibrio che si sta creando tra la morte digitale e l'immortalità, al problema dei diritti che sono coinvolti.

Tratto dal libro:

Il Libro Digitale dei Morti

Fine della vita, immortalità e oblio all’epoca di internet

Giovanni Ziccardi

Ogni giorno passiamo in media oltre 7 ore connessi a internet: ma cosa resta di tutta questa vita digitale?

Che fine fanno i nostri commenti, foto, acquisti, visualizzazioni, delle email e delle conversazioni in chat? Cosa sarà di tutti i nostri dati dopo la morte?

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Giovanni Ziccardi, avvocato, giornalista ed ex hacker, insegna Informatica giuridica all'Università Statale di Milano. È autore di alcuni libri di diritto digitale, fra cui Internet, controllo e libertà (Raffaello Cortina 2015), L'odio online (Raffaello Cortina 2016), e del romanzo L'ultimo...
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