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Introduzione di "La Tratta degli Schiavi"

In giro per il globo, gli immigrati svolgono di solito i lavori che gli Americani chiamano le "3 D":

dirty (sporchi),

dangerous (pericolosi) 

demeaning (degradanti).

Le aziende che si basano sugli immigrati sono uguali dappertutto.

La gran parte delle aziende, delle fattorie, degli ospedali, delle case di riposo e delle ditte edili sparse per il mondo sarebbe costretta a chiudere, senza il lavoro degli stranieri. Lo stesso vale per gli alberghi e i ristoranti, per le aziende manifatturiere, dai turni massacranti, e per quelle basate su mansioni non specialistiche.

Esistono eserciti di domestici, di badanti e di infermieri migranti; alcuni di essi sono vittime di trafficanti senza scrupoli e lavorano al servizio di padroni che li tengono in condizioni da servi della gleba.

Anche se i migranti sono la maggioranza tra coloro che svolgono lavori poco retribuiti e non specialistici, dalla parte opposta dello spettro delle abilità le industrie globalizzate sono in competizione per assicurarsi i professionisti più capaci.

Viste tutte assieme, le promesse di trovare lavoro, la volontà dei datori di lavoro di assumere immigrati e l'idea di questi ultimi che partire sia meglio che restare in patria, rappresentano tutti potenti incentivi a varcare le frontiere, legalmente o no.

I soldi dei migranti servono a "lubrificare" l'enorme schiera di "caporali", di trafficanti e di contrabbandieri che li portano a destinazione.
L'industria fa affidamento sui miliardi che i migranti mandano nei Paesi di origine.

Si tratta del meccanismo interconnesso grazie al quale il mercato attuale del lavoro consiste in una industria complessa e globale della migrazione.

A fronte di queste forze, i tentativi volti a elaborare delle scelte razionali e a rendere coerenti e umane le politiche migratorie si sono dimostrati vani.

Benjamin E. Johnson, direttore dell'organizzazione a sostegno dei migranti Immigration Policy Center, durante un congresso ha eloquentemente riassunto la questione così:

«Inviamo due messaggi contrastanti ai nostri confinanti:
"Si cercano lavoratori"
e "State fuori"».

Johnson ha definito "schizofrenico" il fallimentare approccio ufficiale.

Formulare delle politiche efficaci richiede dei legislatori in grado di bilanciare interessi contrastanti, ma le domande di fondo sono semplici: è possibile formulare delle politiche migratorie, che bilancino il bisogno di lavoratori del mondo economico e finanziario con il bisogno di tutela dei diritti dei lavoratori migranti?
Oppure questi ultimi sono da considerare solo come parti intercambiabili, risorse da utilizzare, le cui importazioni ed esportazioni devono essere calibrate e tarate unicamente in base alle nostre esigenze?

Da queste domande, poi, derivano altri interrogativi.

  • Ovviamente, le nazioni importatrici confidano d'integrare i migranti nella loro forza lavoro, ma cosa dovrebbero dare, in cambio?
    Un sistema commerciale, o finanziario, dipendente dagli immigrati, ha degli obblighi nei confronti delle famiglie, delle comunità e dei Paesi lasciati alle spalle?
  • Le nazioni e le imprese sviluppate adottano spesso delle politiche - sia interne che globali - che hanno l'effetto di promuovere la migrazione. Si dovrebbero eseguire delle valutazioni su queste strategie?
  • Allo stesso tempo, anche i Paesi meno ricchi attualmente incoraggiano i propri cittadini ad andarsene, per motivi sia politici che economici. Si dovrebbe fare di più per favorire una economia sostenibile, non basata sui sacrifici che molto spesso i migranti devono affrontare?
  • Sempre più spesso il mondo economico stringe alleanze e collabora con i gruppi in difesa dei migranti. Chi ne trae vantaggio quando questi "strani compagni di letto", con interessi contrastanti, lavorano assieme?

Molti Paesi occidentali affermano che adesso gli immigranti sono davvero troppi.

Siamo abituati a concentrarci sugli steccati che erigiamo o sui numeri di permessi di soggiorno, ma forse dovremmo chiederci se non dovremmo fare più attenzione alle persone che importano gli immigrati.

Parliamo dei contrabbandieri di esseri umani, ma cosa dire degli altri intermediari, i "caporali" legalizzati?

Così come cerchiamo di monitorare le importazioni di cibo o di giocattoli dall'estero, allo stesso modo non dovremmo guardare più attentamente coloro che gestiscono il mercato intemo e considerarli maggiormente responsabili dei loro trasporti di esseri umani?

L'immigrazione è un fenomeno globale.

Data per assodata questa considerazione, quanto è ragionevole il fatto che i politici adottino delle politiche locali come se fossero dei guardiani locali che devono rassicurare i padroni di casa del loro quartiere secondo la logica "basta che non avvenga nel mio giardino", sintetizzata dalla sigla americana NIMBY (not in my hook yard)!

I legislatori devono accertare non solo che gli interessi economici non prevarichino i diritti umani, ma anche che la migrazione non avvenga in un vuoto normativo a più ampio raggio.

Oltre a considerare il contesto internazionale, devono anche rigettare il modello fallimentare d'immigrazione che cerca d'isolare tale fenomeno dalle sue cause originarie. Tenendo conto anche delle ragioni dei migranti, saranno in grado di elaborare delle politiche per una immigrazione razionale e umana.

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