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Incapacità di spiegare - Estratto da "Non è Colpa Tua!"

di Mark Wolynn 11 giorni fa


Incapacità di spiegare - Estratto da "Non è Colpa Tua!"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Mark Wolynn e scopri come liberarti dei traumi familiari che inconsciamente stanno rovinando la tua vita

Una caratteristica ben documentata del trauma, nota a molti, consiste nella nostra incapacità di spiegare cosa ci succede. Non solo perdiamo le parole per dirlo, ma avviene anche qualcosa alla nostra memoria.

Indice dei contenuti:

Un caso di studio

Durante un evento traumatico i nostri processi mentali possono diventare talmente dispersivi e disorganizzati da non permetterci più di riconoscere determinati ricordi come facenti parte dell’evento originale. Al contrario, frammenti di memoria, dispersi sotto forma di immagini, sensazioni corporee e parole, sono archiviati nel nostro subconscio e possono essere attivati successivamente da qualunque cosa sia anche lontanamente collegata all’esperienza originale.

Una volta risvegliati, è come se fosse stato premuto un invisibile pulsante di riavvolgimento, che ci induce a mettere nuovamente in atto nella nostra vita quotidiana alcuni aspetti del trauma originario. Potremmo ritrovarci inconsciamente a reagire a determinate persone, eventi o situazioni in modi abituali e familiari, che echeggiano il passato.

Sigmund Freud ha identificato questo schema più di un secolo fa. La ripetizione traumatica, o “coazione a ripetere” come lui la definiva, è un tentativo dell’inconscio di riprodurre ciò che è irrisolto, per riuscire a “farlo nel modo giusto”. Questa spinta inconscia a rivivere gli eventi del passato potrebbe essere uno dei meccanismi in atto quando le famiglie tramandano i traumi irrisolti alle generazioni successive. Anche Carl Gustav Jung, contemporaneo di Freud, credeva che ciò che resta a livello inconscio non si dissolva ma, piuttosto, ritorni a galla nelle nostre vite sotto forma di destino o fortuna. In altre parole, probabilmente ripetiamo i nostri modelli inconsci finché non li portiamo alla luce della consapevolezza.

Sia Jung che Freud hanno notato che qualsiasi cosa sia troppo difficile da elaborare non si esautora da sola ma viene immagazzinata nel nostro inconscio. Entrambi osservarono che i frammenti di esperienze precedentemente bloccati, soppressi o repressi si palesavano nelle parole, nei gesti e nei comportamenti dei loro pazienti.

Nei decenni successivi gli psicoterapeuti hanno concepito indizi quali i lapsus, le dinamiche degli incidenti o le immagini oniriche, alla stregua di messaggeri che gettavano luce su regioni inesprimibili e impensabili delle vite dei loro clienti. I recenti progressi della tecnologia dell’imaging hanno permesso ai ricercatori di distinguere le funzioni cerebrali e fisiologiche che “fanno cilecca” o si guastano durante gli eventi estremi.

Bessel van der Kolk è uno psichiatra olandese noto per le sue ricerche sullo stress post-traumatico. Egli spiega che durante un trauma il centro del linguaggio si spegne, al pari della corteccia prefrontale mediale, quella parte del cervello che sovrintende all’esperienza del momento presente. Lo studioso descrive il terrore inesprimibile del trauma come l’esperienza di essere a corto di parole, una situazione comune nella quale le vie cerebrali preposte al ricordare si bloccano durante i momenti di minaccia o pericolo.

«Quando le persone rivivono le loro esperienze traumatiche», afferma, «i loro lobi frontali compromessi si bloccano e di conseguenza hanno difficoltà a pensare e a parlare. Non sono più capaci di comunicare né a se stesse né ad altri cosa stia esattamente succedendo».

Tuttavia, non tutto è silente: parole, immagini e impulsi che si frammentano dopo un evento traumatico riemergono per formare il linguaggio segreto della nostra sofferenza, che portiamo sempre con noi. Nulla è perduto. I tasselli sono stati solo dirottati altrove.

Alcune nuove tendenze di ricerca nel settore della psicoterapia stanno cominciando a studiare i territori situati al di là dei traumi individuali, fino a includere gli eventi traumatici presenti nella storia familiare e sociale, ritenendoli una parte integrante del quadro generale. Alcune tragedie di vario tipo e intensità, quali l’abbandono, il suicidio e la guerra, oppure la morte precoce di un figlio, di un genitore, di un fratello o sorella, possono sprigionare onde d’urto di dolore che si ripercuotono da una generazione all’altra.

Gli sviluppi recenti nei campi della biologia cellulare, della neuroscienza, dell’epigenetica e della psicologia dell’età evolutiva sottolineano l’importanza di esplorare almeno 3 generazioni di storia familiare per poter comprendere il meccanismo che soggiace ai modelli di reiterazione dei traumi e del dolore. La seguente storia ne è un chiaro esempio.

La storia di Jesse

Quando incontrai Jesse per la prima volta, da più di un anno non riusciva a dormire per una notte intera. L’insonnia si leggeva sulle sue occhiaie scure, ma la vacuità del suo sguardo indicava la presenza di una storia più nascosta. Sebbene avesse solo 20 anni, Jesse ne dimostrava almeno 10 di più. Sprofondò sul mio divano come se le gambe non riuscissero più a sostenerlo.

Jesse mi spiegò che era stato un atleta famoso e che a scuola era il primo della classe, ma che la sua persistente insonnia aveva innescato in lui una spirale discendente di depressione e disperazione. Di conseguenza aveva abbandonato gli studi universitari e aveva dovuto rinunciare alla borsa di studio per il baseball che si era guadagnato con tanta fatica. Era alla ricerca disperata di un aiuto per riportare la sua vita sul binario giusto.

Nell’anno appena trascorso aveva consultato tre medici, due psicologi, una clinica del sonno e un medico naturopata. Nessuno di loro, mi disse con voce monocorde, era stato in grado di offrire una rivelazione o un vero aiuto.

Tenendo lo sguardo quasi sempre basso mentre mi raccontava la sua storia, Jesse mi confessò di aver raggiunto il suo punto di rottura. Quando gli chiesi se avesse qualche idea su cosa aveva innescato la sua insonnia, scosse il capo.

Il sonno per lui non aveva mai rappresentato un problema. Poi una sera, subito dopo aver compiuto 19 anni, si svegliò all’improvviso alle 3:30 di notte. Sentiva molto freddo, tremava, era incapace di riscaldarsi a prescindere da ogni tentativo. Tre ore dopo, sepolto sotto una pila di coperte, Jesse era ancora ben sveglio. Non solo aveva freddo ed era stanco, ma era in preda a una strana paura che non aveva mai provato prima, la paura che sarebbe potuto succedere qualcosa di terribile se si fosse concesso di riaddormentarsi. Se mi addormento non mi sveglierò più.

Ogni volta che cominciava ad appisolarsi, la paura lo scuoteva facendolo risvegliare. Lo schema si ripeté la notte successiva e quella dopo. Ben presto l’insonnia si trasformò in una tortura notturna. Jesse sapeva che la sua paura era irrazionale, tuttavia si sentiva incapace di porvi fine. Lo ascoltavo con attenzione.

Notai subito un dettaglio insolito: aveva patito un estremo senso di freddo, definendolo “glaciale”, poco prima del primo episodio d’insonnia.

Cominciai a esplorare questo dato con Jesse e gli chiesi se qualcuno dei suoi familiari da parte di madre o di padre avesse subito un trauma che coinvolgesse avere freddo, o essere addormentato, o avere 19 anni. Jesse mi rivelò che sua madre gli aveva recentemente rivelato la tragica morte del fratello maggiore di suo padre, uno zio che lui non aveva mai saputo di avere.

Lo zio Colin aveva solo 19 anni quando era morto di gelo mentre controllava delle linee elettriche durante una bufera di neve a nord di Yellowknife, nella regione dei Territori del Nord-Ovest del Canada. Le tracce sulla neve rivelarono che aveva lottato per sopravvivere. Alla fine lo trovarono a faccia in giù durante la bufera, senza vita a causa dell’ipotermia.

La sua morte rappresentò una perdita talmente tragica che la famiglia non lo nominò mai più.

Trent’anni dopo, Jesse stava inconsciamente rivivendo alcuni aspetti della morte di Colin, in particolare il terrore di abbandonarsi allo stato d’incoscienza. Per Colin, lasciarsi andare avrebbe significato morire. Per Jesse, l’atto di addormentarsi deve avergli suscitato la medesima sensazione. Stabilire quel collegamento rappresentò un punto di svolta per lui. Una volta compreso che la sua insonnia traeva origine da un evento accaduto trent’anni prima, finalmente disponeva di una spiegazione per la sua paura di addormentarsi. Il processo di guarigione poteva avere inizio.

Servendosi di strumenti che acquisì durante il tipo di lavoro che svolgemmo insieme, e che sarà descritto nel corso del libro, Jesse riuscì a staccarsi dal trauma vissuto da uno zio che non aveva mai incontrato, ma del cui terrore si era inconsciamente fatto carico in prima persona.

Non solo Jesse si sentì liberato dalla pesante nebbia dell’insonnia, ma acquisì anche un senso di maggiore connessione con la sua famiglia, presente e passata.

Tutta colpa del cortisolo

Nel tentativo di spiegare storie come quella di Jesse, gli scienziati oggi sono in grado di identificare i marcatori biologici: una prova che i traumi possono essere trasmessi da una generazione all’altra e che effettivamente lo sono.

Rachel Yehuda, docente di psichiatria e neuroscienze alla Mount Sinai School of Medicine di New York, è fra i più noti esperti mondiali di PTSD, una vera pioniera in questo campo. Nei suoi numerosi studi Yehuda ha esaminato la neurobiologia di tale disturbo nelle persone sopravvissute all’Olocausto e nei loro figli.

In particolare, la sua ricerca sul cortisolo (l’ormone dello stress che aiuta il nostro corpo a tornare alla normalità dopo aver vissuto un trauma) e i suoi effetti sulle funzioni cerebrali ha rivoluzionato la comprensione e il trattamento del PTSD a livello mondiale. (Le persone affette da PTSD rivivono emozioni e sensazioni associate a un trauma, nonostante esso sia avvenuto in passato. I sintomi includono depressione, ansia, torpore, insonnia, incubi, pensieri spaventosi e la propensione a trasalire facilmente o ad avere i nervi “a fior di pelle”).

Yehuda e colleghi hanno scoperto che i figli dei sopravvissuti all’Olocausto che soffrivano di quel disturbo nascevano con bassi livelli di cortisolo, simili a quelli dei loro genitori, e che ciò li predisponeva a rivivere i sintomi del PTSD della generazione che li aveva preceduti.

La sua scoperta della presenza di bassi livelli di cortisolo in persone che subiscono un grave evento traumatico è risultata controversa, poiché contraria al ben noto concetto che lo stress è associabile ad alti livelli di cortisolo. In particolare, in caso di PTSD cronico, la produzione di cortisolo può venire soppressa, influendo sui bassi livelli misurati sia nei sopravvissuti sia nella loro prole.

Yehuda ha scoperto bassi livelli di cortisolo simili nei veterani di guerra e anche nelle gestanti che avevano contratto il PTSD dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, e nei loro bambini. Non solo ha scoperto che i sopravvissuti considerati nel suo studio producevano meno cortisolo, e che questa è una caratteristica che possono trasmettere ai loro figli, ma fa anche rilevare che molti disordini psichiatrici connessi allo stress, incluso PTSD, sindrome del dolore cronico e sindrome da affaticamento cronico, sono associabili a bassi livelli di cortisolo nel sangue.

È interessante notare che il 50-70% dei pazienti di PTSD risponde anche al criterio diagnostico riferibile a una grave depressione o ad altro disordine inerente l’umore o l’ansia. Le ricerche di Yehuda dimostrano che noi tutti abbiamo una possibilità 3 volte maggiore di avere sintomi di PTSD, se uno dei nostri genitori ne era affetto; e che di conseguenza siamo più predisposti a soffrire di depressione o ansia.

La studiosa ritiene che questo tipo di PTSD generazionale sia ereditario, anziché derivarci dall’ascolto di storie di supplizi subiti raccontate dai nostri genitori. È stata fra i primi ricercatori a dimostrare che i discendenti dei sopravvissuti ai traumi portano in sé i sintomi fisici ed emotivi di traumi che non hanno vissuto personalmente. Quello era proprio il caso di Gretchen.

La storia di Gretchen

Dopo aver assunto antidepressivi per anni, aver frequentato sessioni di terapia individuale e di gruppo e aver provato vari approcci cognitivi rivolti a mitigare gli effetti dello stress, i suoi stati di depressione e di ansia erano rimasti invariati.

Gretchen mi aveva detto che era stanca di vivere. Per quanto riuscisse a ricordare, aveva sempre lottato con emozioni talmente intense da riuscire a malapena a contenerne gli accessi a livello fisico. Era stata ricoverata varie volte in un ospedale psichiatrico, dove le avevano diagnosticato il disturbo bipolare, accompagnato da un grave disturbo d’ansia. I farmaci le avevano dato un po’ di sollievo, ma non avevano mai influito sui potenti istinti suicidi che si dibattevano nel suo animo.

Da adolescente Gretchen si faceva del male provocandosi scottature con una sigaretta accesa. Ora, a 39 anni, ne aveva abbastanza. La depressione e l’ansia, mi disse, le avevano impedito di sposarsi e di avere figli.

Con un tono di voce sorprendentemente casuale, mi rivelò che aveva intenzione di suicidarsi prima del suo prossimo compleanno. Ascoltandola parlare avevo la forte sensazione che doveva esserci un grande dramma nella sua storia familiare. In casi simili per me è essenziale fare molta attenzione alle parole che vengono pronunciate, per rintracciarvi gli indizi dell’evento traumatico che si nasconde dietro ai sintomi del cliente.

Quando le chiesi come pensava di suicidarsi, Gretchen disse che intendeva vaporizzarsi. Per quanto ci possa sembrare inconcepibile, il suo piano consisteva nel saltare letteralmente dentro un calderone di acciaio fuso, situato nell’acciaieria in cui lavorava suo fratello. «Il mio corpo s’incenerirà in pochi secondi», disse guardandomi dritto negli occhi, «ancor prima di raggiungere il fondo».

Rimasi colpito dalla sua mancanza di emozioni mentre parlava. Qualunque emozione nascosta sembrava essere stata saldamente rinchiusa nel profondo del suo cuore. Allo stesso tempo, le parole vaporizzare e incenerire mi risuonavano dentro. Avendo lavorato con molti figli e nipoti di famiglie colpite dall’Olocausto, ho imparato a farmi guidare dalle loro parole. Volevo che Gretchen mi dicesse altro.

Le chiesi dunque se qualcuno nella sua famiglia fosse ebreo o fosse stato coinvolto nell’Olocausto. Gretchen cominciò a dire di no, ma poi s’interruppe, ricordando una storia su sua nonna, che era nata in una famiglia ebrea in Polonia ma si era convertita al cattolicesimo quando era venuta negli Stati Uniti nel 1946 e aveva sposato suo nonno. Due anni dopo, tutta la famiglia di sua nonna era perita nei forni crematori di Auschwitz. Li avevano letteralmente gassati (avvolti in vapori letali) e inceneriti.

Nessuno dei familiari più vicini a Gretchen parlava mai a sua nonna della guerra, o del destino dei suoi fratelli o genitori. Come spesso accade per i traumi così gravi, evitavano completamente l’argomento.

Gretchen conosceva i fatti principali della sua storia familiare, ma non l’aveva mai collegata ai propri stati d’ansia e depressione. Per me era evidente che le parole che aveva usato e le emozioni che aveva descritto non provenivano da lei, bensì traevano origine da sua nonna e dai parenti che avevano perso la vita. Mentre le illustravo quel collegamento, Gretchen mi ascoltava attentamente. Gli occhi le si spalancarono e le guance presero colore. Riuscivo a vedere che ciò che le dicevo trovava risonanza in lei.

Per la prima volta, Gretchen disponeva di una spiegazione della sua afflizione alla quale poter dare un senso.

Per aiutarla ad approfondire la sua nuova comprensione delle cose la invitai a immaginare di mettersi nei panni di sua nonna, rappresentandone la presenza con un paio di sagome di gomma a forma di orme, che deposi sul tappeto al centro del mio ufficio. Le chiesi di immaginare quali emozioni avesse potuto provare sua nonna dopo aver perso tutti i suoi cari.

Portando il processo un passo oltre, le chiesi se fosse capace di stare in piedi letteralmente sopra le orme di sua nonna, impersonando la nonna, e di percepire le emozioni della nonna nel proprio corpo. Gretchen disse di provare profonde sensazioni di lutto, dolore, solitudine e isolamento.

Inoltre avvertì un profondo senso di colpa, solitamente percepito da molti sopravvissuti per essere ancora vivi dopo l’uccisione dei propri cari. Per elaborare un trauma spesso i clienti trovano utile fare un’esperienza diretta delle emozioni e delle sensazioni che sono state sepolte nel loro corpo.

Quando Gretchen riuscì ad accedere a tali sensazioni, comprese che il suo desiderio di autoannullamento era profondamente collegato alla perdita dei suoi familiari. Comprese anche di aver fatto proprio qualche elemento del desiderio di morte provato da sua nonna. Mano a mano che assimilava tale conoscenza e iniziava a vedere la sua storia familiare sotto una nuova luce, il suo corpo cominciò a rilassarsi, come se qualcosa che per lungo tempo si era annidato nel suo animo ora potesse allentare la presa.

Analogamente al caso di Jesse, anche per Gretchen scoprire che il suo trauma era sepolto nella storia familiare segreta rappresentava solo il primo passo del processo di guarigione. La comprensione intellettuale basta raramente per determinare un cambiamento durevole. Spesso la consapevolezza dev’essere affiancata da un’esperienza sentita e profondamente viscerale.

Esploreremo più a fondo in che modo è possibile consentire alla guarigione di instaurarsi pienamente, per consentire finalmente il rilascio delle ferite delle generazioni precedenti.

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Mark Wolynn

Mark Wolynn è uno dei maggiori esperti di traumi familiari ereditari. Nel suo ruolo di direttore di The Family Constellation Institute di San Francisco (USA) ha istruito migliaia di medici specialisti e ha trattato migliaia di pazienti afflitti da depressione, ansia, attacchi di panico,...
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