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Il toro alato

di Dion Fortune 1 mese fa


Il toro alato

Leggi un estratto dal libro di Dion Fortune

La foschia avvolgeva il centro di Londra facendo assomigliare il cielo a metallo sporco e i lampioni per strada erano già accesi alle tre di pomeriggio. Il British Museum, filtrato dalla nebbia che permeava il cortile esterno, sembrava l’ingresso per gli inferi.

Ted Murchison non aveva alcuna voglia di tornare da suo fratello ad Acton prima di cena. Detestava sua cognata e la casa era piena di marmocchi che si meritavano una bella sculacciata, ma non la prendevano mai.

Attraversò un cancello con le inferriate grondanti rugiada mista a fuliggine e si avviò sull’ampio viale coperto di ghiaia nell’oscurità incipiente.

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Il Toro Alato

Dion Fortune

Una sera di nebbia cupa e oscura davanti al British Museum diventa il portale attraverso cui il protagonista entrerà in contatto con i culti arcani del dio Pan e del Toro alato. L’ultimo imperdibile romanzo esoterico di Dion Fortune. Dion Fortune...

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Mentre saliva i gradini verso il portico, realizzò improvvisamente che se la nebbia si fosse infittita, avrebbe dovuto riattraversare l’immenso piazzale senza punti di riferimento. Ma non gli interessava. Non se ne sarebbe tornato ad Acton per annoiarsi fino all’ora di cena. Il museo sarebbe stato caldo e illuminato, dandogli qualcosa a cui pensare e con cui distrarre la mente dal ricordo del colloquio appena sostenuto. Ci era andato su raccomandazione personale di suo fratello, ma non aveva ottenuto il lavoro. Ora gli toccava tornare ad Acton, raccontare tutto al fratello e sorbirsi i commenti sul suo fallimento. Per non parlare di quelli di sua cognata, convinta che il modo migliore per motivare qualcuno fosse maltrattarlo.

Un’ondata di aria calda lo colpì in faccia, mentre entrava nell’edificio. Era caldo, come si aspettava, e fu grato di quel tepore perché sotto al vecchio trench non indossava un soprabito. Un vecchio cimelio di guerra, a tempo debito aveva svolto a dovere la sua funzione resistendo molto più a lungo di altri cappotti a buon mercato. Ormai di modelli così non se ne producevano più. Suo padre era stato un colonnello degli Old Contemptibles [veterani del Corpo di spedizione britannico, N.d.T.] e uno dei primi a cadere. Finita la scuola anche Murchison si era arruolato, ma al momento del congedo non aveva né le risorse economiche necessarie per cominciare una nuova vita né qualcuno che se ne interessasse. Così accettò il primo lavoro offerto, ma quando si rivelò un vicolo cielo passò a un altro; e poiché si trattava di un’agenzia di impiego che curava affari loschi, prima che potesse volare verso nuovi lidi rischiò perfino di finire in gattabuia.

Gli anni trascorsero così, a fare l’impiegato senza competenze di stenografìa, l’agente di vendita o qualsiasi altra mansione gli permettesse di consegnare trenta scellini a settimana alla cognata di Acton. In tempi normali se ne sarebbe andato in uno dei dominion, ma durante la depressione postbellica non prendevano gente senza capitale. Suo fratello non gli aveva mai offerto prestiti e nella casa di un pastore obbligato a sfornare un figlio all’anno, a prescindere che sapesse dove crescerlo, quei trenta scellini a settimana erano particolarmente ambiti.

Con la smobilitazione finirono i tempi d’oro di Ted Murchison. Era stato un ufficiale e un gentiluomo, nonostante la giovane età. Tirare fuori il vecchio trench per coprirsi dalla pioggerellina della nebbia l’aveva fatto tornare a quei giorni. Aveva avuto la fortuna di avere un colonnello egregio e durante l’anno trascorso nell’esercito aveva appreso cose che nemmeno la chiesa e l’università messe assieme insegnano. Mentre consegnava il cappello e il cappotto al custode dell’afoso museo, cominciò a domandarsi che fine avessero fatto i suoi compagni di ventura. Qualcuno di loro aveva perso il treno come lui o si erano tutti ritagliati una posizione nel mondo, mettendo su famiglia prima di combattere la prossima guerra? Il matrimonio per lui era stato fuori discussione e di conseguenza anche il resto della sua vita non era stato granché.

Aveva ormai trentatré anni e stava cominciando ad abituarsi a quello status quo. C’erano volte in cui pensava di aver quasi raggiunto la pace dei sensi e altre in cui ne dubitava. La formazione ricevuta dal suo colonnello gli aveva fornito il supporto necessario durante quegli anni difficili, salvandolo da svariati guai.

Brangwyn, ecco come si chiamava. Chissà che ne era di lui. Nessuno sapeva da dove venisse quando si era arruolato, né dove fosse finito dopo la smobilitazione. Quell’uomo aveva tutto del militare, ma non era un soldato professionista. Sia negli alloggi che in campo aveva mostrato straordinarie qualità di leader e sotto il suo comando il numero di reati e vittime era stato il più basso di sempre. Da giovane, Murchison l’aveva adorato. Da adulto, con l’esperienza maturata, realizzava sempre più chiaramente lo straordinario calibro del suo vecchio capo.

Il museo, per quanto caldo, era illuminato a malapena per via della nebbia che, spiraleggiando nelle lunghe gallerie, avvolgeva le luci in nugoli dorati. Non era certo la condizione migliore per vedere gli oggetti in esposizione, cosi Murchison prese a passeggiare pigramente nel corridoio centrale, perdendosi nei pensieri e senza prestare la minima attenzione a quello che gli succedeva attorno.

Poi, improvvisamente, la vista di un volto che lo fissava dall’oscurità con un’espressione incuriosita e interrogativa, come fosse in procinto di parlargli, lo riportò in sé. Aveva uno sguardo cordiale, semmai vagamente cinico, e i suoi occhi sembravano scandagliargli l’anima. Si scrutarono reciprocamente, lui e il proprietario del volto, senza parlare. Le parole erano inutili, poiché tra loro il pensiero fluiva liberamente. Sapeva che il proprietario del volto lo considerava un perfetto idiota, ma tutto sommato simpatico. Il suo primo impulso fu di parlare allo sconosciuto, ma l’intuito gli diceva di trovarsi dinanzi a uno straniero che non capiva il linguaggio parlato. Poi di colpo realizzò che la faccia era più grande di un volto umano e troneggiava sulla sua testa; vide l’ombra di un’enorme ala allungarsi nel buio e un pesante zoccolo su un piedistallo, piantato proprio di fianco al suo ginocchio. Stava comunicando con uno dei tori alati con testa d’uomo che sorvegliavano i templi di Ninive!

Capirlo fu per lui una sorta di shock. Era certo che la bestia fosse viva e che avesse qualcosa di importante da comunicargli; qualcosa che, una volta appresa, avrebbe cambiato per sempre il corso della sua vita. Sollevò gli occhi sul volto dall’espressione inquisitoria e cinica, che ricambiava il suo sguardo con piglio sicuro, e gli sembrò dotato di una vita propria, definita, a dispetto della disillusione circa la sua natura. Provava la strana sensazione che fossero amici. Il toro alato l’aveva riconosciuto, come fanno le fiere allo zoo con i visitatori particolarmente inclini al mondo animale. Sapeva che di giorno il grande toro fissava lo spazio vuoto soprastante le teste dei turisti e che era solo un’illusione ottica causata dalle ombre a dargli l’impressione che lo stesse guardando. Tuttavia, era convinto che anche alla luce del giorno avrebbe ritrovato nel suo sguardo quel senso di riconoscimento. Decise che sarebbe tornato spesso a trovare il suo nuovo amico. Condivideva molte più cose con lui che con qualsiasi essere umano della sua dannatissima vita. E anche il toro lo sapeva; sapeva che Murchison avrebbe mantenuto fede alla sua promessa. Lo sapeva anche lui che avevano parecchie cose in comune.

Con riluttanza si girò e si allontanò, attraversando il corridoio; un addetto lo fissava come aveva fatto il toro, ma con uno sguardo molto meno affabile. Quindi si spostò nella galleria egizia, dove gli enigmatici dei sedevano sui loro piedistalli guardandolo in silenzio. Anch’essi, nella luce incerta della galleria avvolta dalla nebbia, erano imbevuti di uno strano spirito vitale. Tuttavia, non avevano la stessa energia del suo amico babilonese, né lui riusciva a connettersi con loro allo stesso modo, pur percependone la vitalità intrinseca. Finché non raggiunse un enorme braccio di granito rosa, che si estendeva dalla sua base con la mano chiusa a pugno. Considerate le sue dimensioni, era difficile indovinare a quale sorta di statua fosse appartenuto, ma terminava con quella che aveva l’aspetto di una mano di potere.

Murchison rammentò la leggenda di Ingoldsby sulla mano di potere che apriva porte chiuse; ma quel sinistro reperto storico gli restituiva una sensazione del tutto differente. Era la sua benevolenza, che controllava il temibile potere in suo possesso, a colpirlo. Sembrava appartenere a un dio che, seppur completamente diverso da quello crocefisso della tradizione cristiana, era altrettanto amorevole e influente, a prescindere da quello che avrebbe potuto pensare un ortodosso.

Pigramente si spostò ancora, incrociando lo sguardo dell’ennesimo sorvegliante. Era meglio mostrarsi indifferente ai reperti per non destare sospetti di tentato furto, sebbene fuggire con quel braccio di sei metri fosse poco concepibile.

Prese a vagare senza destinazione, finché raggiunse l’ampia gradinata a scalini bassi e si ritrovò nella sala delle mummie, dove si soffermò a osservare i corpi profanati.

Un capannello di turisti avvolti dalla nebbia si raccoglieva attorno alla guida ufficiale e Murchison si unì a loro. Il modo in cui la guida parlava con condiscendenza di vivi e di morti lo spazientì. Perché pensare che gli antichi fossero così diversi da noi e attribuire loro una mentalità da imbecilli? In fondo dovevano saperne abbastanza, per essere riusciti a costruire le piramidi.

Il gruppetto si avvicinò all’individuo dall’aspetto coriaceo raggomitolato nella replica della sua tomba. La guida stava spiegando che i primi popoli seppellivano i loro morti in quel modo perché era cosi che dormivano, proprio come, per lo stesso motivo, quelli successivi seppellivano i defunti in posizione prona. Murchison provò a domandare se anche loro si girassero nel letto, come fa tanta gente, ma fu ignorato.

Abbandonò il gruppo e provò a entrare nella galleria di divinità aborigene, che gareggiavano a chi fosse la più terrificante, ma sulla soglia si fermò. Era davvero troppo. Anche loro avevano preso vita sotto l’influenza della nebbia e del crepuscolo, così si diede indietro, confuso. Quel luogo odorava di sangue.

Murchison si voltò e a grandi falcate attraversò 1 lunghi corridoi, in cerca dell’uscita. Era stufo di quelle presenze e voleva fumare. L’effetto che sortivano tutte assieme era assolutamente bizzarro. Qualcosa che nel corso degli anni si era assopito in lui, trasformandosi in un’insensibilità provvidenziale, stava cominciando a risvegliarsi assieme al dolore. Ripensò ai soldati in marcia e desiderò trovarsi in spazi aperti, spettinati da venti tempestosi. Murchison era un uomo a tutti gli effetti e voleva un incarico che gli rendesse onore, non di certo un misero lavoretto da segretario che l’avrebbe rinchiuso tra quattro squallide e ambigue mura. Murchison si sentì sopraffare da un’ondata di rabbia contro la vita; ma se ce l’hai con l’esistenza, e non disponi di mezzi privati, rischi di passare dalla padella nella brace.

Murchison si riprese il cappello e il cappotto, e si incamminò verso l’uscita. Mentre si avvicinava alla porta a vetri si accorse che fuori era piuttosto buio; ma quando uscì realizzò di trovarsi dinanzi a un muro di nebbia fitta, opaco quanto una tenda, che premeva contro il suo volto. Esitò per un istante. Quindi si immerse nell’oscurità appiccicosa e soffocante, che si chiuse alle sue spalle come fa l’acqua con un nuotatore.

In quell’oscurità impenetrabile non erano percepibili suoni di sorta. Non solo la nebbia attutiva ogni rumore, ma anche il traffico era bloccato. Murchison si domandò se finalmente fosse giunta la fine del mondo, dopo le innumerevoli profezie fallite, o se sotto l’influenza del suo nuovo amico, il toro dalle sembianze umane, lui non fosse tornato all’alba della creazione e quello era il vuoto senza forma prima che lo spirito di Dio aleggiasse sulle acque. Rimase immobile, fissando con occhi ciechi l’invisibile che gli volteggiava lentamente attorno. In qualsiasi momento poteva vedere lo spirito divino emergere e l’oscurità svanire, e grandi tori alati prendere vita nell’informe foschia.

A quel punto fu travolto dall’improvviso terrore che la creazione fosse frutto delle terrificanti divinità inferiori che dimoravano nel fango, ma respinse quel pensiero. I reperti nella galleria degli aborigeni appartenevano a un periodo di decadenza della specie umana, non alle sue origini. No, gli oggetti che vedeva prendere forma nella nebbia erano nobili, sublimi e molto potenti.

Si ricordò della storia di Hans Andersen sui giocattoli che prendono vita di notte, facendo baldoria nella stanza di giochi illuminata dalla luna. Gli dèi che aveva visto al museo erano da sempre dotati di vita propria. Forse, quando l’edificio si svuotava, scendevano dal piedistallo per darsi anche loro alla pazza gioia. Il suo amico, il guardiano degli dei, sollevato dai propri oneri, avrebbe potuto raggiungerlo all’aperto, unirsi a lui per una chiacchierata e fumarsi una sigaretta nel cortile.

L’idea lo solleticava parecchio. Quella creatura lo attirava molto più di qualsiasi altro essere umano, fatta eccezione per il suo idolo adolescenziale, il colonnello del reggimento di cui aveva fatto parte per breve tempo.

Qualcuno lo superò nella caligine soffocante e, desiderando rimanere da solo con gli dèi, avanzò di qualche passo dall’altro lato dell’ampio portico, sentì lo spigolo degli scalini sotto ai piedi e si incamminò senza meta sull’ampio tratto di acciottolato ormai invisibile. Ebbe la strana sensazione di aver appena fatto qualcosa di irreversibile. Aveva abbandonato il sentiero segnalato, che l’avrebbe condotto all’uscita nonostante il buio fitto, per andarsene misteriosamente alla deriva. Aveva deviato dal percorso umano, illuminato e tracciato, per immergersi nell’oscurità primeva. E chi lo aspettava in quei luoghi oscuri? Forse le divinità dall’aspetto agghiacciante? Lo spirito dell’Antico dei Giorni dalla lunga barba e la corona dorata? O un braccio di potere rosa, che avrebbe scacciato le nuvole facendo spazio alla luce? La sua scelta ricadde su quest’ultimo. Era stufo marcio del Dio di suo fratello. Gli ricordava un vecchio detto scozzese circa un diavolaccio avido e autoreferenziale, saltatosene fuori dai libri di qualche religioso, folle tanto in cielo quanto agli inferi.

Una volta suo fratello gli aveva domandato se pensasse che sarebbe mai stato perdonato per la sua ostilità a Dio e Murchison gli aveva risposto che semmai era lui a dover perdonare Dio per il trattamento ricevuto. In ogni caso, se tutto quello che si diceva di Dio era vero, doveva essere una creatura violenta e malvagia; oltre che un pessimo giudice della natura umana, visto che faceva favoritismi a individui di bassissima levatura. Ted Murchison ne aveva le scatole piene, per quel che gli interessava poteva andarsene all’inferno e restarci.

Da solo nella nebbia compatta, provò a connettersi mentalmente al toro alato di Babilonia.

“È dalla tua parte che mi schiero!”, urlò ad alta voce nella sua immaginazione. “Vieni a me, oh essere alato. Guardiano della dimora divina. Aprimi le porte!”

Il suo inno si interruppe bruscamente. Come doveva chiamare il suo nuovo amico? Il nome è un elemento imprescindibile nelle invocazioni agli dèi. Quale espressione attribuirgli? Dio dalla testa d’uomo, Dio dalle ali d’aquila, Dio dal piede taurino? “Che il tuo piede taurino s’affretti, giungi a me!” Gli sovvennero parole di antiche reminiscenze scolastiche. “Evoè, lacco. Io Pan!”.

Nel buio del piazzale del British Museum avvolto dalla nebbia, invocò: “Evoè, lacco! Io Pan, Pan! Io Pan!”.

Un’eco rimandò: “Io Pan!”.

Poi un’altra voce si levò nell’aria: “Chi è che invoca il Grande Dio Pan?”.

Il Toro Alato

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