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Il problema dell’odio di sé - Estratto da "Il Cuore Saggio"

di Jack Kornfield 2 mesi fa


Il problema dell’odio di sé - Estratto da "Il Cuore Saggio"

Leggi un estratto dal libro di Jack Kornfield e impara gli insegnamenti fondamentali della psicologia buddhista

Nel 1989, durante uno dei primi incontri internazionali di maestri buddhisti, noi insegnanti occidentali portammo all’attenzione di tutti l’enorme problema del senso di inferiorità, dell’autocritica, della vergogna e dell’odio di sé che tanto spesso emerge nella pratica degli studenti occidentali. Il Dalai Lama e altri maestri orientali erano stupefatti: non riuscivano quasi a comprendere l’espressione «odio di sé».

Al Dalai Lama ci vollero dieci minuti buoni di confabulazioni con il suo traduttore Gheshe Thubten Jinpa solo per capirla; poi si voltò verso di noi e ci chiese quanti di noi avevano fatto esperienza di questo problema in se stessi e nei propri studenti. Ci vide annuire tutti affermativamente. Sembrava sinceramente sorpreso: «Ma è un errore!» disse, «ogni essere è prezioso!»

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Il Cuore Saggio

Una guida agli insegnamenti fondamentali della psicologia buddhista

Jack Kornfield

In noi c’è un’illimitata capacità di provare amore, gioia, comunione con la vita e felicità Il Cuore saggio è una guida accessibile e al tempo stesso illuminante alla psicologia buddhista che spiega come risvegliare...

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Eppure molti di coloro che si avvicinavano alla pratica buddhista si giudicavano male o si vergognavano di se stessi; di certo erano cose che avevo vissuto anch’io in prima persona.

Per sopravvivere a periodi di conflitto estremo nella mia famiglia nascondevo la sofferenza che provavo ed ero diventato un paciere e un bravo ragazzo. Quando i miei si davano battaglia io tentavo di calmarli (senza molto successo). A scuola cercavo di mettermi al sicuro compiacendo gli insegnanti; invidiavo in segreto «i ragazzi cattivi», quelli che marinavano le lezioni, che fumavano sul retro della scuola, che si cacciavano in qualche rissa: mi sembrava che si divertissero di più. Oggi, naturalmente, so che anche molti di loro lottavano e facevano i duri per venire a patti con le proprie paure.

Anche se cercavo di fare il bravo, sotto sotto avevo la sensazione di non essere amato, di cercare sempre di farmi accettare. La meditazione e una terapia psicofisica mi fecero conoscere più pienamente questi sentimenti che si manifestavano in me con tanta frequenza. Imparai a mettermi le mani sulla pancia e sul cuore per contenere il dolore e il senso di vuoto che a volte mi davano l’impressione di una fame insaziabile, altre volte mi facevano sentire molto giovane. Mia madre mi aveva raccontato che ero ancora piccolissimo quando loro, i miei genitori, litigavano orribilmente, e che piangevo e piangevo. Per buona parte della nostra infanzia il mio gemello e io, e anche il fratellino che nacque un anno dopo, fummo alleati per la sopravvivenza, mentre i nostri genitori erano tre volte sopraffatti. A quanto pare, non mi bastava il biberon che ricevevo a orari fissi; ecco perché mi sentivo dentro un buco nella pancia e nel cuore e avevo la sensazione che nessuno mi potesse amare. Mi arrotolavo come una palla, poi mi veniva in mente l’immagine - in cui mi identificavo - di un bambino etiope che moriva di fame, che avevo visto alla televisione. Chiamai quel bambino Ethy. Sì, voleva cibo, ma più di tutto voleva amore. Era quello il cibo della cui mancanza moriva; negli anni di pratica, a poco a poco, ho imparato a procurarglielo. La mia simpatia per Ethy mi ha ispirato fortemente a sostenere organizzazioni che forniscono cibo ai bambini affamati.

Ognuno di noi ha la propria misura di dolore. A volte il dolore che soffriamo è grande ed evidente, altre volte è sottile. Il nostro dolore può riflettere la freddezza della famiglia da cui proveniamo, i traumi ricevuti dai genitori, l’influenza istupidente di molta della cultura di oggi e dei media, la difficoltà di essere uomini, di essere donne. Il risultato è che ci sentiamo cacciati o esclusi e per sopravvivere dobbiamo mascherare il nostro cuore, ricoprirci di uno strato di argilla e difenderci.

Perdiamo la convinzione di essere degni di amore, dunque; la mistica Simone Weil ci dice: «Il pericolo non è che l’anima dubiti che ci sia pane; il pericolo è che qualcuno, mentendo, la convinca di non avere fame». La compassione ci ricorda che invece noi « apparteniamo », è certo, quant’è certo che ci eravamo perduti. Leggendo questo libro, la psicologia buddhista vi potrà sembrare a volte arida, piena di elenchi e di pratiche: ricordate sempre di confidare nella compassione. Le esperienze dei praticanti qui narrate descrivono, tutte, il recupero della compassione e dell’amore per se stessi; da quel recupero nasce uno spostamento d’identità, una liberazione dallo strato di argilla, un ritorno alla nostra bontà originaria.

Andrew, un veterano della prima guerra del Golfo, divorziato, arrivò alla meditazione in cerca di sollievo. Aveva perso il cuore nel deserto. Con la sua pattuglia si era imbattuto in un bunker in cui c’erano alcuni soldati iracheni; avevano sparato e poi vi avevano lanciato dentro granate; in seguito avevano trovato il bunker pieno di cadaveri di soldati giovanissimi, ragazzi, che reggevano una bandiera bianca ma non erano stati capaci di segnalare la propria resa. Andrew aveva ancora addosso il peso di essere stato chiamato a uccidere a solo vent’anni; si portava dentro anche il dispiacere per molti suoi commilitoni ancora preda dei postumi dolorosi della guerra. Venendo al ritiro, Andrew non sapeva che cosa volesse di preciso ma io sentivo in lui un profondo desiderio inespresso di perdono, di guarigione e di ristabilire il proprio legame con il mondo. In parole semplici, aveva bisogno delle acque guaritrici della compassione.

All’inizio, ciò che Andrew doveva imparare a fare era, in sostanza, limitarsi a respirare con delicatezza e a fare spazio alle ondate di dolore dentro di sé. Temeva quell’apertura, convinto che sarebbe stato travolto dai ricordi tragici e dal senso di colpa. Nel corso del ritiro, con il sostegno degli altri praticanti, imparò a poco a poco a trattare con delicatezza il suo corpo maltrattato e gradualmente fece più spazio nel proprio cuore, aprendolo alla sofferenza di entrambi i popoli, quello iracheno e quello americano. Quando gli venivano alla mente immagini dolorose e sensi di colpa cominciava a fare esperienza della propria compassione innata, quella forza dell’anima che aveva considerato ormai perduta. Fu l’inizio del suo ritorno alla vita.

Quando perdiamo il contatto con quella tenerezza forse non ci rendiamo conto che può essere risvegliata in un modo molto semplice e diretto: la compassione si trova solo pochi respiri più in là.

Rose, una praticante, era venuta a un piccolo incontro di gruppo con me, durante un ritiro; quando toccò a lei parlare non desiderava altro che starsene seduta in pace, immersa in se stessa, in silenzio, timida per natura com’era. «E tutto molto più difficile quando mi metto in relazione con le persone», disse. «So che una parte di quella difficoltà è dovuta semplicemente alla mia natura, ma un’altra è fatta del dolore per la mia storia familiare. Non sopporto di avere gli occhi di qualcuno su di me.» Mentre parlavamo chiuse gli occhi per sentirsi più al sicuro: parlare nel gruppo era terrificante, per lei. Quando le chiesi da quanto tempo si sentiva così, mi rispose: «Che mi ricordi, da sempre». «I miei genitori stavano sempre a osservarmi, seccati e pieni di rimproveri, arrabbiati, giudicanti. Non ricordo di essere mai stata in altro modo.»

Mentre continuava a prestare attenzione alla propria esperienza, Rose piangeva; le chiesi se riusciva a trovare un luogo sicuro nel proprio corpo. Non ce n’erano, rispose. Riusciva a ricordare un solo singolo istante di benessere, nella sua infanzia? Ci mise un bel po’. Infine aprì gli occhi, si strofinò il palmo della mano destra e disse: «Pastelli». Sorrise. Era riuscita a ricordarsi a cinque anni, piena di gioia, mentre teneva fra le mani una scatola di pastelli. Le suggerii che con quelli avrebbe potuto disegnare. «No, no!» rispose, «tutto quello che disegno lo criticano; mi sento al sicuro solo tenendoli in mano.»

Il Buddha ha insegnato che possiamo sviluppare la gentilezza amorevole visualizzando una madre che tiene in braccio il suo amato bambino. Dissi a Rose di richiudere gli occhi e immaginare di reggere fra le braccia quella bambina con la sua scatola di pastelli; poi le chiesi: «Se non ci fosse nessuno a guardarti, che cosa succederebbe dopo?» Con gli occhi ancora chiusi, le si illuminò il viso; spalancò le braccia e disse: «Mi metterei a danzare, con la scatola di pastelli. Come una principessa delle fate. E quello che avevo sempre desiderato essere».

Una volta terminata l'attività di gruppo andai al mercato e le comprai una scatola di pastelli. Quel giorno Rose uscì nel bosco e danzò; poi fece un disegno a colori, il primo che faceva dall’infanzia. Me lo mostrò. Quando tornò a meditare aveva il cuore pieno di gioia e la mente aperta, e il benessere riempiva il suo corpo sessantaquattrenne.

La compassione per la nostra paura e vergogna personale ci apre agli altri. Dopo che Rose ebbe imparato a disegnare a colori e a praticare la compassione verso se stessa cominciò a includere nel suo cuore tutte le bambine dolenti come lei, vicine e lontane, che erano state tradite, perdute, isolate: riusciva a sentirle come sorelle, sapeva di non essere sola. A quel punto non si trattava più solo del dolore di Rose: nel cuore lei accoglieva le pene di tutte le donne del mondo.

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Jack Kornfield

Jack Kornfield è un Maestro di meditazione di fama internazionale che ha avuto un ruolo di primo piano nella diffusione della pratica e della psicologia buddhista in Occidente. Dopo il diploma in Studi Orientalistici al Dartmouth College si è arruolato nei Corpi di Pace. In seguito ha ricevuto...
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