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Il principio dell'incertezza

di Francesca Corrado 6 mesi fa


Il principio dell'incertezza

Leggi l'introduzione del libro "Elogio del Fallimento" di Francesca Corrado

il principio dell'incertezza dice: «Si può essere sicuri che qualcosa è andato male solo dopo una lunga serie di errori». O, com'è successo a me, di fallimenti.

Fino al 2014 ero vicepresidente di una startup innovativa, avevo un contratto di docenza di Storia del pensiero economico presso il dipartimento di Economia dell'Università di Modena e Reggio Emilia, avevo un fidanzato, una casa, una famiglia su cui contare.

Il mio annus horribilis è stato il 2015, anno in cui in poco tempo ho perso tutto.

Le startup, per loro natura, sono imprese ad alto tasso di fallimento. Più del 40% fallisce nei primi due anni di attività perché il prodotto o servizio offerto non ha un mercato di sbocco e non soddisfa alcun bisogno remunerativo. La seconda causa, e questo era il mio caso, è dovuta alla composizione del team: soci con scarsa ambizione e passione per il business, poco tempo da dedicare e competenze non complementari.

La mia azienda, dopo cinque anni di energie, tempo e soldi spesi per vederla nascere e crescere, è stata liquidata a causa delle divergenti visioni dei fondatori sull'apporto di tempo e forze da dedicare e sugli obiettivi da raggiungere.

Allo stesso tempo il mio contratto di docenza non venne più rinnovato per mancanza di fondi. Dopo essermi laureata in Economia, avevo scelto di inseguire la carriera accademica frequentando un dottorato di ricerca internazionale. Nel 2011, trascorso un periodo di studio negli Stati Uniti, tornai in Italia con grigissime prospettive.

Nel nostro Paese il titolo di PhD (dottore di ricerca) è una qualifica di alta formazione che apre le porte solo ed esclusivamente a un lavoro universitario. Per un giovane ricercatore era (e oggi continua a essere) molto difficile intraprendere la carriera accademica, a causa della ormai cronica carenza di investimenti e di trasparenza. La grigia prospettiva ci mise poco a trasformarsi in nera realtà.

Ma «quando non può andare peggio di così, lo farà», afferma il primo corollario alla seconda legge di Chisholm. Nello stesso momento in cui la mia sfera professionale stava subendo duri colpi, la mia storia sentimentale terminò, dopo sette anni, in modo inaspettato. Con la fine della convivenza arrivò l'inizio della ricerca di una nuova casa in cui vivere.

La seconda legge di Sodd avrebbe, a questo punto, dovuto mettermi in allarme: «Prima o poi, la peggiore combinazione possibile di circostanze è destinata a prodursi».

Le condizioni di mio padre, malato di Alzheimer, all'improvviso degenerarono, e cominciò un calvario fatto di pressione fisica, psicologica ed economica che stava lentamente minando le basi della mia famiglia, che credevo solide.

Il mio proverbiale ottimismo e il mio tanto apprezzato buonumore subirono una battuta d'arresto, sostituiti dal mantra quotidiano: perché a me, e perché deve accadere tutto nello stesso istante?

Da quel momento la mia mente cominciò a rimuginare senza sosta, alla ricerca dei «Perché» e per colpa di chi non avevo più nulla.

Dopo settimane passate da nomade tra un appartamento e l'altro, grazie al supporto di amici, decisi di tornare a casa dei miei genitori, in Calabria. E lì, pur continuando a congetturare su errori e torti, iniziai a focalizzare l'attenzione su mio padre: i suoi cambiamenti e gli sbagli che io, mia madre e mia sorella stavamo facendo nel tentativo di prenderci cura di lui.

Il desiderio di capire la sua mente e di cercare le soluzioni migliori per aiutarlo mi spinse a leggere libri che mai avrei pensato di aprire, a partecipare a convegni e a incontrare geriatri e neuroscienziati, a confrontarmi con associazioni e realtà che offrivano supporto a chi si trova a dover accudire un famigliare malato. In questo percorso ho riscoperto la funzione del gioco come strumento per comunicare con mio padre e per allenare la sua memoria.

E mentre cercavo di assisterlo, cominciavo a capire che quel viaggio stava facendo bene soprattutto a me. Grazie a lui e alla sua malattia è nato il desiderio di rimettere in discussione le mie certezze e i miei errori, ma soprattutto ho compreso che ci sono cose che devo accettare e cose che devo cambiare, anche se farlo comporta dolore e sofferenza. E che ci sono cose che si perdono per sempre, come la sua memoria, e cose che si possono riconquistare.

Per molti mesi mi sono sentita una fallita e ho pensato di star attraversando i momenti peggiori della mia vita. Ma oggi, dopo tre anni, credo che quegli stessi eventi siano stati la cosa migliore che mi sia capitata, perché mi hanno costretto a riflettere su chi ero e che cosa volevo davvero.

Oggi sono presidente di una startup no profit, ho nuovi soci, faccio ricerca su temi che mi piacciono, ho un nuovo compagno e una casa mia.

Mio padre è morto a dicembre. A lui, ai suoi occhi e ai suoi silenzi, al suo progressivo dimenticare parole, cose e persone, devo quello che sto costruendo oggi e quello che sono diventata.

«Accetta quello che non puoi cambiare» è una frase che diamo per scontata, rassicurante quanto «Sbagliando si impara»: uno di quei proverbi che non riusciamo mai ad applicare nel momento del bisogno. Finché tutto va bene ne comprendiamo il senso, ma quando le cose deviano dalle nostre aspettative, allora dimentichiamo il suo insegnamento prezioso.

Indice dei contenuti:

La Scuola di fallimento

Un giorno mi sono imbattuta in un'intervista a Christine Gallagher, l'autrice di The Divorce Party Planner (2006), e le sue parole mi sono rimaste in testa per giorni: «Abbiamo bisogno di cerimonie per marcare i grandi eventi. La festa di divorzio è un modo per ripresentarsi alla società, per fare i conti con la nuova identità».

Quella frase mi ha fatto pensare che anche io avrei dovuto esorcizzare le mie paure e la sensazione di essere inadeguata e incapace. E così ho organizzato una festa per onorare i miei fallimenti e il nuovo inizio, anche se i contorni del mio futuro erano ancora sfumati.

Festeggiare mi ha aiutato ad attuare una sorta di separazione psicologica dal mio tracollo e dalle sue cause, permettendomi di accettare tutto quello che mi aveva ferito e di iniziare a costruire un nuovo progetto di vita personale e professionale.

Mi sono rimessa quasi subito in gioco, fondando Play Res con altri quattro soci, e ho iniziato a chiedermi se la mia esperienza potesse essere di aiuto agli altri: se ci fosse un modo per apprendere non soltanto dagli errori altrui, ma anche dai propri. Da questo desiderio, nel 2017 è nato il progetto Scuola di fallimento, la cui mission è racchiusa nella frase: «Osa perdere per vincere».

Il mio obiettivo è di costruire in Italia una sana cultura del fallimento, una cultura in cui l'insuccesso non sia vissuto come marchio indelebile e l'errore non sia considerato uno stigma sociale invalidante, ma diventi un viaggio di scoperta di sé, dei propri limiti e dei propri talenti.

Nel corso dell'ultimo anno ho ricevuto moltissime mail da parte di persone che hanno voluto condividere come me la loro storia di cantonate e rovesci, e lo fanno perché hanno trovato nella Scuola la possibilità di non tenersi dentro frustrazioni e ansie e la libertà di fare outing, di raccontarsi senza temere di essere percepiti come sfigati o incompetenti: noi infatti non siamo lì a giudicare le loro scelte, ma ad applaudirne il coraggio di riprovarci di nuovo.

Ognuno di noi ha un piano che, prima o poi, funzionerà

Nel tempo ho fatto mia l'affermazione di Samuel Beckett: «Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio». Questa frase è contenuta in una novella di non facile lettura, Worstward Ho (1983), titolo intraducibile che in un'edizione italiana è stato reso con Peggio tutta.

Tentare certamente espone a due rischi: il fiasco e la critica. Ho smesso di avere paura degli errori, dei pareri e dei giudizi altrui che in passato mi avevano spinto all'immobilismo e avevano alimentato la mia insicurezza. Infatti sono stati proprio gli eventi negativi, gli sbagli e le critiche a offrirmi l'opportunità di crescere e di apprendere.

Grazie a essi ho compreso che non bisogna nascondere la nostra vulnerabilità e il nostro dolore, che non serve reagire con rabbia rispetto alle situazioni sulle quali non abbiamo potere e che un evento che sembra per noi terribile o indesiderabile può diventare accettabile.

I miei fallimenti personali e professionali mi hanno fatto capire che il giudizio cattivo degli altri è solo un rumore di sottofondo che non fa musica. Che l'unica vergogna che dobbiamo accettare è quella che ci fa arrossire dolcemente, e mai, invece, quella che ci impedisce di essere ciò che siamo e vorremmo essere; mai quella che assottiglia la nostra identità e toglie forza alla nostra autostima.

La vita in fondo è un'altalena di emozioni e io ho imparato, col tempo, ad accettare e a ringraziare le sue ombre e le sue luci, il bianco e il nero, il bello e il brutto, e a vivere ogni cambiamento come un'opportunità di crescita personale e di superamento dei miei limiti.

C'è sempre qualcosa per cui sorridere e dire grazie, per quello che si è avuto, si è perso e per quello che possiamo abbracciare ancora.

Per chi è questo libro?

Questo progetto nasce dal desiderio, condiviso con l'editore, di mettere a disposizione delle persone e delle imprese idee, risorse e strumenti per guardare l'errore e il fallimento da una prospettiva diversa.

In questi anni, infatti, ho rielaborato molte delle discipline che insegno da tempo e le ho combinate in modo unico e innovativo. Il percorso prende spunto dalla mia esperienza personale e dal mio itinerario professionale e formativo, attingendo alle ultime ricerche nel campo delle neuroscienze e della psicologia, del gioco, del teatro e dello sport.

La combinazione di prospettive, che è alla base della Scuola di fallimento, porta a utilizzare entrambi gli emisferi del cervello in modo sinergico, a risvegliare la capacità di pensiero innovativo, creativo, di problem solving e di problem finder.

Questo libro è pensato in particolare per tutti coloro, donne e uomini, che hanno intrapreso un percorso, ma hanno deciso di non proseguirlo per paura di non ultimarlo; per quelli che, pur consapevoli che sbagliando si impara, sono avversi al rischio e timorosi dei cambiamenti; per chi non riesce a mettersi in gioco perché teme il giudizio altrui. Ed è pensato per le persone curiose.

Si definisce «curiosa» una persona che si prende cura di qualcosa, che vuole sapere, indagare, conoscere. È una parola che amo particolarmente, perché curiosità è anche stranezza, bizzarria, singolarità, cosa fuori dalla norma: proprio come consideriamo fuori dall'ordinario gli errori e i fallimenti.

Leggendo le pagine che seguono ciascuno può trovare suggestioni e risorse da mettere in pratica nella propria vita personale e professionale, scoprendo gli errori sistematici e una diversa prospettiva attraverso la quale guardare se stessi e il mondo.

Il libro ha una colonna sonora, una canzone dei Florence + The Machine dal titolo Dog Days Are Over.

Dog days significa letteralmente «giorni da cane», ed è un'espressione inglese che indica i giorni più caldi dell'anno ma anche, metaforicamente, i periodi più fallimentari della nostra vita. Quando sembra che nulla cambi e tutto pare andare male, la felicità può però sorprenderci all'improvviso. E allora, anche se la ripartenza sarà dolorosa, quello è il momento giusto per ricominciare il momento giusto per riprendere in mano la vostra vita e correre più velocemente di prima.

Mi auguro che questo libro possa aiutarvi a vivere la vita e affrontare i vostri dog days e le cadute senza alcun timore della perdita e della sconfitta, ma con la certezza che, prima o poi, ci sarà ad aspettarvi una nuova conquista, una nuova opportunità, un nuovo inizio.

Elogio del Fallimento

Perchè sbagliare fa bene

Francesca Corrado

«La Scuola di Fallimento insegna a perdere per poi tornare a vincere.» - La Stampa Sbagliando, s'impara. Quante volte ce l'hanno ripetuto da bambini? È cosi che abbiamo mosso i primi passi, che abbiamo iniziato a parlare e...

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Francesca Corrado

Francesca Corrado è economista ricercatrice e formatrice. È presidente di Play Res, una startup no profit che si occupa di gioco e edutainment, ed è ideatrice della prima Scuola di Fallimento, il cui obiettivo è divulgare una sana cultura del fallimento e dell'errore,...
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