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Il potere della profezia - Estratto da "I Sentieri del Potere Sciamanico"

di Josè Luis Stevens 1 anno fa


Il potere della profezia - Estratto da "I Sentieri del Potere Sciamanico"

Leggi un estratto dal libro di José Luis Stevens e apprendi dalle sue parole come trovare il tuo potere spirituale

A luglio del 1976 lasciai il mio incarico di assistente sociale psichiatrico presso l’Ospedale statale di Napa, nella California del Nord, una funesta sequela di edifici istituzionali con poche finestre. Avevo fatto i miei due anni di praticantato postlaurea per accumulare un numero di ore sufficiente a ottenere la licenza di libero professionista nello stato della California.

Poiché lavoravo come assistente dell’amministratore di un reparto appartenente a un’unità di isolamento per adolescenti, portavo sempre con me un pesante mazzo di chiavi che usavo per rinchiudermi nel reparto, come se entrassi in prigione ogni giorno. L’unità includeva sia adolescenti psicotici sia giovani gravemente sociopatici, ricoverati in ospedale per incendio doloso, prostituzione, violenza e spaccio di stupefacenti, per l’assassinio dei genitori e per averli poi bruciati nel barbecue in giardino, per l’uccisione di fratelli o sorelle e per aver dirottato un aereo di linea.

Quando era governatore, durante il suo mandato Ronald Reagan aveva disposto il congelamento delle assunzioni statali, tagliando il budget riservato alla salute mentale e gettando sulla strada migliaia di persone mentalmente instabili, con uno spregiudicato atto di riduzione della spesa che fu poi abilmente dimenticato durante il periodo della sua presidenza. Le ripercussioni sul mio reparto furono tali che, quando qualche impiegato lasciava il lavoro per logoramento, non veniva sostituito.

Secondo le prassi di quell’ospedale, un componente maschile dello staff doveva essere sempre presente in reparto per tenere sotto controllo i pazienti violenti. Alla fine quel compito fu attribuito a me, sebbene non avessi mai ricevuto una formazione specifica. Non ero un tecnico psichiatrico, bensì una figura di contatto fra ragazzi, genitori, scuole, addetti alla concessione della libertà vigilata e il sistema giudiziario. Un membro del personale era già diventato disabile per aver subito danni irreversibili da parte di un diciottenne violento, grande e grosso, che l’aveva mandato all’ospedale. Io pensavo che sarebbe stata solo questione di giorni prima che ci mandassero anche me.

A un certo punto il direttore dell’ospedale riassegnò il personale e mi mandò a lavorare in un reparto che ospitava bambini con gravi problemi di sviluppo. Non sopportavo quell’incarico, perciò alla fine dei miei due anni di tirocinio seguii i consigli del mio supervisore e abbandonai. «Entra, fai il tuo tirocinio ed esci», mi aveva detto, «altrimenti diventerai un “ergastolano”». Gli “ergastolani” erano quegli impiegati distinguibili a fatica dai pazienti, se non per il fatto di possedere un mazzo di chiavi e di ricevere uno stipendio.

Il giorno in cui lasciai l’impiego mi sentii molto sollevato, come se mi avessero tolto dalle spalle un vecchio fardello. Ero un uomo libero ed ero determinato a trarne il massimo vantaggio. Il mio rapporto con Lena si era evoluto, passando da coinquilini a fidanzatini, ma con una mossa coraggiosa e rischiosa io misi tutte le mie cose in un deposito e prenotai un volo per Hong Kong. Mi sarei imbarcato da solo in quell’avventura, senza fissare una data di ritorno. Avevo 28 anni, avevo Saturno nella mia posizione alla nascita, e per anni avevo desiderato visitare l’Asia, l’India e il Nepal. Dopo una breve visita a Hong Kong e una settimana travolgente in Tailandia, mi diressi verso la mia principale destinazione, l’India, dove la spiritualità si mescolava alla vita di tutti i giorni.

Non vedevo l’ora di arrivare. Tuttavia, quell’autunno niente avrebbe mai potuto prepararmi all’esperienza dell’atterraggio all'aeroporto di Nuova Delhi, nell’India settentrionale, dopo il mio ventottesimo compleanno.

La guerra del Vietnam era finita da poco e i miei pensieri erano rattristati da tutti gli eventi che aveva causato, proprio a est del punto che stavo sorvolando. Pensai agli amici che vi erano periti e a Jerry, che era ritornato senza più avere un volto. Ero andato a trovarlo all’ospedale dei veterani di guerra a San Diego e sarei poi stato male per sempre al ricordo di quello che avevo visto. Un uomo che conoscevo e che trovavo simpatico ora era disteso su un letto di ospedale, con un tubicino che gli spuntava in viso da un foro laterale che prima era stato una bocca. I suoi occhi e il suo naso non c’erano più. Sul suo volto non era rimasto alcun segno della sua vecchia fisionomia. Il suo corpo era coperto da orrende ferite rossastre dalle quali i chirurghi avevano rimosso le schegge di proiettile.

Durante il college Jerry viveva proprio in fondo al corridoio del mio dormitorio, era un ragazzo affabile e di bell’aspetto, pieno di energia e vitalità. Sapevamo tutti che aveva un padre militare che l’aveva spronato a “essere uomo”, unendosi ai Marines come aveva fatto lui stesso, e ad andare a combattere contro i nemici degli Stati Uniti in Vietnam. Era il 1966 quando la guerra si stava intensificando. Noi studenti sapevamo già che in gioco c’erano il petrolio, la concorrenza e le ideologie, il che rappresentava un grave spreco di vite e di denaro.

Tutti parlavamo sempre di come quella guerra fosse sbagliata, perciò fummo scioccati il giorno in cui Jerry se ne andò per unirsi ai Marines. Le pressioni di suo padre alla fine avevano avuto la meglio su di lui, che ci teneva realmente a dimostrargli la sua forza. Fummo colti da orrore e da una profonda preoccupazione. Tre mesi dopo fu ridotto in brandelli da un colpo di mortaio che gli esplose in faccia e io andai a trovarlo in ospedale. Pensai che forse suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui, ora che Jerry era diventato un veterano gravemente invalido.

Mentre volavo verso l’India, ripensai a Richard Nixon che annunciava la fine delle esenzioni dalla chiamata militare per gli studenti iscritti al college, e a quando i miei compagni di studio e io guardavamo la lotteria delle chiamate alla TV. La mia data di nascita era al venticinquesimo posto, talmente in cima da rendermi certo che sarei stato chiamato entro un paio di mesi. Quella notte ci ubriacammo tutti. Due mesi dopo ero al Centro di arruolamento di Oakland, nudo, in piedi in una lunga fila di giovani che avevano ricevuto la chiamata alle armi. Nel frattempo il Vietnam si era trasformato in una carneficina. Migliaia di giovani stavano morendo laggiù e la guerra si stava solo inasprendo. Per noi non c’erano dubbi che la guerra rappresentasse un grave errore di valutazione e uno sbaglio di folli proporzioni, e che soltanto il governo non riuscisse ancora a capirlo.

Avevo progettato di andarmene in Canada, se avessi superato lo screening medico. In tutta coscienza non potevo andare ad ammazzare gente in una guerra in cui non credevo. In effetti, essendo stato un soldato in molte delle mie vite passate, ne avevo avuto abbastanza di combattere. Sapevo di aver mandato molti uomini incontro alla morte in un altro tempo e luogo, quando ero un’anima più immatura. La guerra non aveva mai risolto nulla, e uccidere non era più nella mia natura. Fortunatamente, grazie a un grande aiuto ricevuto dallo Spirito, non passai l’esame medico e mi fu assegnato lo status permanente di Y-1, il che significava che sarei stato arruolato solo in caso di emergenza nazionale.

Alla fine venne fuori che non volevano qualcuno come me, con un’anamnesi di eczema infantile, in giro per la giungla vietnamita. Quindi non fu necessario andare in Canada e potei dedicarmi a imprese più produttive. Mentre uscivo da quel centro di arruolamento in una rumorosa strada di Oakland provai un enorme, commosso senso di sollievo. Avevo 20 anni ed ero molto felice di essere ancora vivo.

Otto anni dopo, mentre volavo verso l’esotica destinazione dell’India, mi resi conto del motivo per cui non ero andato in Vietnam. C’erano altre cose importanti che avrei dovuto realizzare nella vita. Avevo un destino che si stava aprendo davanti ai miei occhi.

Apparve all’orizzonte un paesaggio coperto da uno spesso strato di aria marrone e sentii salire in me un’ondata di euforia. Mentre sbarcavo dall’aereo all’imbrunire, quell’aria calda e marrone mi colpì come un muro, un forno pieno di fumo e di fuliggine. Zaffate di carbone e di sterco infuocati riempivano copiosamente l’aria, evocando in me un remoto ricordo. Era tutto così familiare. Presi un taxi che si lanciò in una corsa selvaggia fra incessanti suoni di claxon, carri di buoi, biciclette, scooter, donne dalla pelle olivastra vestite di sari con vasi di ottone in equilibrio sul capo, e camion rumorosi. Un elefante dipinto diede una qualità surreale all’antico caos rappresentato dall’India. Appena reduce dai misteri della Tailandia, stavo per intraprendere un’avventura che avrebbe fatto schizzare la mia crescita al punto di rottura.

Se avessi saputo cosa mi aspettava, forse non avrei avuto il coraggio di andare in India, ma l’innocenza è il carburante dell’avventura. Poco dopo il mio arrivo mi ammalai tanto gravemente da rischiare di morire. Ero alloggiato in una guesthouse governativa situata di fianco a una stazione ferroviaria, in un paesino sconosciuto. Solo e febbricitante in una stanza rovente, buia e senza finestre, munita di un ventilatore da soffitto, la sola cosa che potevo fare era starmene lì sdraiato in preda alle allucinazioni. Per quattro giorni, indebolito dalla febbre alta, dalla dissenteria e dal vomito, non riuscii ad alzarmi dal letto. Nessuno sapeva dove fossi, non potevo contattare anima viva e nemmeno andare dal medico, perché ero troppo malato per lasciare la mia stanza. Alla fine la febbre cessò e per vari giorni vomitai una spessa porcheria verdognola, prima di poter riprendere il viaggio.

Mi avventurai lentamente verso Varanasi, nota anche come Benares, situata sulle rive del Gange. Varanasi è la più santa fra le città dell'India ed è il luogo sacro dove gli indù portano i loro morti e le persone morenti. Sul bordo del fiume vi erano i ghat, le scalinate di pietra che portano al fiume, sui quali torreggiavano le pire di fuoco nelle quali i cadaveri erano ridotti in cenere. Mentre esploravo i vicoli contorti, il mio sguardo si posò su una scena indimenticabile: un risciò a pedali con un cadavere seduto sul sedile del passeggero, il cui corpo era avvolto in bende di cotone come quelle di una mummia. L’indifferente guidatore del mezzo pedalava con calma, dirigendosi verso i ghat infuocati.

Seguendo il risciò mi feci strada fino alla riva del fiume per osservare la folla di persone che si bagnavano a fianco dei templi affacciati sull’acqua. Osservai i rituali dei sacerdoti indù e i falò che consumavano i cadaveri. Giorno dopo giorno visitai quel luogo affascinante, stupefatto da quello scenario colorito ma macabro. Osservai uomini appartenenti alla classe degli intoccabili gettarsi in acqua alla ricerca di otturazioni dentarie, monete e frammenti di oggetti di valore da carpire dalle ceneri gettate nelle acque salmastre del Gange. Teschi, mani, piedi e casse toraciche risplendevano fra le braci delle pire mentre i sacerdoti cantavano, le campanelle suonavano e nuvole di incenso si libravano in alto. Molti anni dopo ho appreso che osservare la cremazione dei morti rappresentava una pratica indù del più alto ordine.

Prima di lasciare gli Stati Uniti, un amico psichiatra mi aveva dato il nome di un docente di medicina ayurvedica presso la rinomata Università indù di Benares, a Varanasi. Avrei dovuto cercare il collega dello psichiatra, Harish Shukla, per portargli i suoi saluti. Rintracciai il professore, un gentiluomo anziano dal contegno serio, che mi invitò immediatamente a casa sua, in un bel fabbricato a due piani situato su una delle strade principali. Parlammo per ore di filosofia, della natura della realtà e di credenze indù, poi mi invitò a tornare il giorno seguente per continuare la conversazione. Lo feci e tornammo a impegnarci in un’animata discussione per gran parte della giornata.

Il professore si diede la pena di dire che i nostri pensieri e intenzioni manipolano la realtà attimo dopo attimo. Spiegò dettagliatamente che in tal modo creiamo la nostra realtà personale e che è nostra responsabilità individuale controllare i nostri pensieri e fantasie, per non creare inavvertitamente le nostre peggiori paure anziché ciò che desideriamo veramente. Trovavo le sue spiegazioni in linea con gli eventi naturali ai quali avevo assistito durante la mia recente visita in Tailandia, ma erano drammaticamente diversi dagli insegnamenti sulla natura della realtà che mi erano stati impartiti durante la mia educazione cattolica.

Quelle chiacchierate erano magiche e mi meravigliavo della fortuna di poterle fare. Riflettei sul fatto di aver creato tutto quel viaggio col mio intento, e che non si trattava solo di una serie casuale di eventi a cui stavo reagendo.

Giocherellai con l’idea di essere stato destinato a incontrare quel professore, e che forse fra noi esisteva un rapporto più profondo di quanto non avessi creduto all’inizio. Di sicuro egli esercitò un impatto su tutta la mia visione della vita.

I Sentieri del Potere Sciamanico

Include esperienze di cerimonie con il peyote e con l'ayahuasca

Josè Luis Stevens

(1)

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Josè Luis Stevens

José Luis Stevens è un conferenziere internazionale, insegnante, consulente psicologo e formatore. È co-fondatore della Power Path School of Shamanism e del Center for Shamanic Education and Exchangee. Ha completato un apprendistato di dieci anni con uno sciamano della tribù Huichol e ha...
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