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Il nazismo tecnocratico - Estratto da "Dittatura Finanziaria"

di Francesco Toscano 4 mesi fa


Il nazismo tecnocratico - Estratto da "Dittatura Finanziaria"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Francesco Toscano e scopri cosa si nasconde dietro i grandi mali che affliggono la società moderna

Il nazismo tecnocratico non è la prosecuzione del nazismo classico, non è l’esasperazione del mito ariano e non è neppure l’esaltazione della forza dello Stato che annulla al proprio interno differenze e individualità. Il nazismo tecnocratico - niente affatto sovrapponibile con l’esperienza hitleriana - è un fatto nuovo. Conserva con il nazismo originale solo la stessa furia distruttiva, applicando metodi molto diversi nel tentativo di raggiungere però simili obiettivi. Tale fenomeno, in perfetta continuità ideale con il nazismo originale, persegue surrettiziamente il mito del “miglioramento della specie”, agevola e costruisce cioè un sistema di regole che impone e permette la permanenza in vita solo di chi è funzionale alla realizzazione finale del progetto.

I nazisti classici indirizzavano la loro furia contro le “razze” ritenute inferiori, destinate per nascita e stirpe a porsi al servizio dei padroni. I nazisti tecnocratici invece, abbandonato il relitto razziale, puntano ora a sublimare per altre vie i sempreverdi concetti di sopraffazione e oppressione.

La furia dei moderni torturatori è molto più estesa rispetto al passato; i seguaci di Hitler infatti concentravano i loro infami sforzi contro alcune specifiche categorie messe ignobilmente all’indice; gli epigoni odierni del Fuhrer puntano adesso allo sterminio indistinto di tutte le categorie sociali considerate inferiori. Ai nazisti tecnocratici non interessa cioè inserire nei “forni virtuali” dell’esclusione sociale una specifica categoria umana tenuta insieme dalla condivisione di alcuni precisi elementi di matrice culturale e identitaria. Niente affatto, a costoro interessa fucilare in maniera capillare e risoluta “il mondo di sotto”, costringendo infine i deboli ad accettare, in preda alla disperazione, una sostanziale schiavitù al servizio di una nuova élite del denaro e dello spirito.

Una delle caratteristiche principali che sostiene la permanenza in vita del nazismo tecnocratico è rappresentata dalla sofisticata capacità del sistema mediatico di manipolare la realtà. Come aveva per tempo compreso un genio del calibro di George Orwell, sarebbe arrivato il tempo nel quale una élite senza scrupoli sarebbe riuscita a imporre e spacciare come vere e credibili versioni assolutamente false e incredibili. Ricordate cosa c’era scritto sulla facciata del “Ministero della Verità” immaginato dallo scrittore inglese? “L’ignoranza è forza, la guerra è pace, la ricchezza è povertà”.

Si tratta di palesi ossimori, somiglianti perlopiù a provocazioni che in apparenza nessun uomo razionale potrebbe prendere sul serio. Ne siete davvero sicuri? Se oggi Orwell vivesse in mezzo a noi cosa farebbe scrivere a un ipotetico impiegato al servizio del Grande Fratello in prossimità di un edificio governativo? Io credo frasi del tipo: “L’austerità è crescita, la guerra [in Siria e altrove] è per la pace”, confermando poi in pieno il motto originale “L’ignoranza, è forza”.

Siete certi di essere immuni rispetto ai raggiri quotidiani veicolati dal circuito informativo mainstream? Tutti discutiamo sulle cose che i giornali e le televisioni scrivono e dicono, nessuno però si sofferma a riflettere su come i giornali e le televisioni scelgano le notizie da dare e quelle da non dare, o in base a quali priorità predispongano il relativo “taglio” da offrire.

La vera democrazia non consiste tanto nel cimentarsi sulle dicotomie fasulle proposte da chi controlla la comunicazione, quanto nel rigettarle in radice. Un bel romanzo scritto da Umberto Eco, Numero Zero, offre alcuni spunti di riflessione utili per farsi qualche salutare domanda. Nelle pieghe del libro, a un certo punto, l’immaginario direttore di un giornale prossimo all’uscita offre con fare concreto a un aspirante giornalista un ragionamento illuminante:

D: “Se accadono due incidenti simili, uno a Bergamo e uno a Messina, quale dei due andrebbe rilanciato in prima pagina?”.

R: “Non so”, risponde giustamente il giovane redattore.

D: “Bene, ora avrai compreso che non sono le notizie a fare il giornale, ma il giornale a fare le notizie”.

Ecco che, sotto la parvenza di un pluralismo di facciata, il sistema mediatico prevalente presenta fondamentalmente chiavi di lettura pressoché identiche, creando le condizioni per l’imposizione erga omnes di un sistema di valori dominante che sfocia nel pensiero unico. Formalmente tutti conservano il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma in realtà chi rifiuta di accettare le verità pre-confezionate offerte dal circuito finisce con l’essere sempre isolato, demonizzato e colpito.

Ma un’altra domanda sarebbe utile porsi nell’affrontare simili argomenti: chi è che contribuisce alla formazione del pensiero prevalente?

I vari direttori di giornali o proprietari di televisioni sono liberi? Un bel libro di Cereghino e Fasanella, Colonia Italia, svela il funzionamento occulto dei grandi media, tutti in un modo o nell'altro influenzati e manipolati da centrali di intelligence che perseguono obiettivi particolari. I due autori, ad esempio, nel ricordare il taglio di alcune inchieste giornalistiche del passato - tipo quelle promosse dal «Corriere della Sera» contro Enrico Mattei - non possono fare a meno di notare come il flusso delle informazioni utili per colpire il grande imprenditore italiano morto in circostanze “misteriose” provenisse in parte dal servizio segreto inglese, interessato a difendere gli interessi economici delle grandi compagnie petrolifere anglosassoni disturbate dall’attivismo del capo dell’Eni. E bene sotto-lineare come gli autori di Colonia Italia non basino i propri convincimenti in relazione a un mero procedimento logico e astratto, pur nell’insieme credibile e coerente. Fasanella e Cereghino si sono infatti presi la briga di leggere e studiare i documenti desecretati dal governo inglese, che testimoniano senza paura di smentita quale sia stato storicamente il rapporto incestuoso intercorso fra “barbe fìnte” al servizio di Sua Maestà e alcune prestigiose e influenti testate italiane.

Sul passato abbiamo le prove. Sul presente, in mancanza di documenti, non resta che affidarsi al buon senso, osservando però come nulla faccia pensare che alcune dinamiche così bene cristallizzate nel libro siano oggi definitivamente scomparse. Questo tipo di approccio, dubitativo e poco propenso ad accogliere in maniera acritica le ricostruzioni fornite dall’informazione ufficiale, viene in genere bollato come “visionario” e “complottista” da tutti i sacerdoti con la penna al servizio dell’ortodossia; a partire da Paolo Mieli, figlio di Renato, ovvero il "capitano Meryll" al centro di mille trame descritto nel libro in questione.

L’informazione funziona nella misura in cui mette in discussione le ricostruzioni interessate fornite dal potere. Quando invece si limita a fare all’unisono da gran cassa a vantaggio della stabilità delle classi padronali ha ancora senso chiamarla “informazione”? Non sarebbe più giusto usare il più adatto termine “propaganda”?

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un netto peggioramento delle condizioni di vita degli uomini e delle donne che vivono in Occidente. La classe media è pressoché scomparsa mentre dilagano miseria e povertà. Se oggi chiedessimo a un cittadino qualsiasi quali siano le cause di una così grave regressione sul piano della qualità della vita, cosa risponderebbe il nostro ipotetico interpellato? I più colti farfuglierebbero probabilmente qualche frase tesa a puntare il dito contro una crisi che ancora produce i suoi effetti, gli altri verosimilmente non risponderebbero affatto.

Perché? Perché nonostante l’apparente varietà di offerta informativa, il sistema non spiega nulla, limitandosi a ripetere in maniera ossessiva alcuni pensierini che vengono infine metabolizzati e accettati dai più solo perché veicolati all’infìnito.

Si tratta di una tecnica messa a punto per primo dal famigerato nazista Goebbels, bravo e geniale nel comprendere come una qualsiasi bugia sostenuta all'infinito diventi per forza una (mezza) verità. Provate ora ad applicare tale insegnamento ai nostri giorni. Sfogliate quindi i principali giornali italiani dal 2008, anno di inizio di una crisi confezionata a tavolino, fino a oggi. Noterete che i concetti prevalenti, simili ai tre slogan di Orwell prima richiamati, sono ripetuti di continuo in astratto per quanto continuamente smentiti in concreto: “L’Italia è quasi uscita dalla crisi”; “Le riforme strutturali produrranno effetti positivi nel 2009, anzi no nel 2010, nel 2011, nel 2012, nel 2013” e così via all'infìnito”. Le solite firme del giornalismo italiano, dopo avere per anni proposto e difeso soluzioni sbagliate, continuano serenamente a mentire. Chi deve il consolidamento della propria posizione economica prevalentemente al fatto di non farsi scrupoli nel raccontare storie artefatte - magari finendo pure con l'autoconvincersi circa la bontà delle cose raccontate - difficilmente tornerà sui propri passi.

Oltre alla comunicazione mediatica calibrata intorno agli insegnamenti goebbelsiani, i nazisti tecnocratici condividono con i nazisti originali lo stesso disprezzo per la dignità umana. In un sistema “normale” l’Uomo è sempre un fine. In un sistema totalitario, di tipo nazista o di altra natura altrettanto infame, l’Uomo invece viene sempre mercificato e ridotto a strumento posto al servizio di altre priorità. Nel mondo contemporaneo, quello per l’appunto dominato dai nazisti tecnocratici, il fine non è l’Uomo ma la “competitività sui mercati”.

Cosa intendono i “nazisti tecnocratici” alla Schaeuble per “competitività”? Intendono la subordinazione delle aspettative di vita dei cittadini, da sacrificare in ossequio al raggiungimento di obiettivi astratti che possono essere centrati solo privando uomini e donne in carne e ossa di diritti basilari. Metaforicamente la competitività somiglia a una divinità pagana da blandire attraverso continui sacrifici umani che, per quanto spiacevoli, appaiono però inevitabili. Non è forse in questi termini che viene spiegato il continuo abbattimento dei salari? Tutti i principali pappagalli che condizionano le scelte dei governi non predicano come in “tempi di globalizzazione”, per resistere sui mercati, sia indispensabile limitare i diritti e le retribuzioni? Questo tipo di modello economico, che definisce virtuoso un sistema in misura direttamente proporzionale al grado di sfruttamento delle classi sottoposte, appare oggi inarrestabile. Molti studi, a partire da quelli di Stigltiz", dimostrano come negli ultimi decenni le disuguaglianze siano esplose in maniera virulenta. Sempre Stiglitz, già al vertice della Banca Mondiale, dimostra pure in maniera inoppugnabile come l’eccesso di disparità economiche finisca sempre nel complesso con il danneggiare l’intera società. Paradossalmente, è quindi interesse anche delle classi ricche quello di non tirare troppo la corda, perché comprimendo del tutto la capacità di spesa delle masse finiranno col rimetterci tutti indistintamente, miliardari compresi.

La semplice osservazione della situazione odierna non conferma tale tesi? Non è oramai chiaro come le politiche di austerità finiscano con il danneggiare non solo i proletari ma anche i commercianti e la piccola e media industria, piegata da una crisi della “domanda” senza precedenti?

Qualcosa quindi non torna. Se la crisi attuale fosse soltanto il risultato di una impetuosa riscossa liberal-capitalista, pronta nello sfruttare il reflusso delle istanze democratiche conseguenti al definitivo crollo della distopia comunista di marca sovietica, gli industriali non dovrebbero uscirne rafforzati e garantiti? Provate invece a contare il numero delle aziende e dei negozi che, nell’Italia del “rigore” e della “responsabilità”, hanno chiuso definitivamente i battenti. Affrontare il nazismo tecnocratico contemporaneo soltanto con le armi ottocentesche e spuntate della vecchia lotta fra capitalisti e lavoratori è riduttivo e sbagliato. Per carità, alcuni grandissimi industriali, penso ai leader del comparto automobilistico tedesco, sono sicuramente parte attiva del progetto criminale dominante, ma lo sono non in virtù di una appartenenza alla troppo generica e indistinta classe degli “imprenditori”, altrove severamente bastonata. Non potendo e non volendo ridurre marxianamente il tutto a mero interesse materiale, non resta che provare a scovare quale tipo di filosofia possa sottendere il perseguimento così cinico e testardo di obiettivi oltremodo meschini. Certo, i propositi di comando di una sparuta élite passano anche per l’esasperazione di disuguaglianze economiche che diventano poi sociali e politiche; certo, per dirla con Victor Hugo, «E dell’inferno dei poveri che è fatto il paradiso dei ricchi»...

Ma siamo sicuri che dietro la pervicacia di alcune scelte irrazionali pure agli occhi dell’economista liberista più classista e reazionario non si nasconda nienf altro?

Prendiamo il caso Grecia, che analizzeremo nel dettaglio nel prossimo capitolo, cavia da laboratorio dove i nuovi “Mengele” della troika hanno condotto e conducono esperimenti aberranti spacciati per necessità non rinviabili né eludibili. Tutti sanno che, costringendo il governo di Atene a continuare a proporre tagli al welfare e ai salari, con una disoccupazione giovanile che ha oramai raggiunto il 50%, non si risolverà mai il problema. Anzi, è vero l’esatto contrario. Le politiche di austerità hanno grandemente peggiorato la situazione, generando rabbia e sofferenza sociale e aumentando contestualmente pure il livello del debito pubblico.

Non c’è da stupirsi, anche l’Italia del “provvidenziale” Mario Monti ha conosciuto una parabola sovrapponibile. Il professore di Varese, arrivato con i gradi del salvatore sbarcato con il compito di contenere la “montagna del debito che spaventa i mercati”, se n’è andato lasciandoci un Paese non solo più triste e disperato ma anche “afflitto” da un debito pubblico più alto di quello che aveva trovato. Simili evidenze fattuali, purtroppo così oggettive da non poter essere smentite neppure da giornalisti alla Federico Fubini, dimostrano che la retorica sull'abbattimento del debito è decisamente strumentale al raggiungimento di altri obiettivi che non possono essere soltanto di natura economica. A questo punto è lecito chiedersi: ma se il fine ultimo dell’austerità non può essere colto né attraverso una lettura esclusivamente marxista (“anche i proprietari di mezzi di produzione”, come dimostra il numero delle imprese che chiudono, “sono vittime dell’opera dei nazisti tecnocratici”), né accettando come vere le menzogne sulla presunta insostenibilità di debito e deficit per come raccontate dal mainstre-am (“il debito cresce anche quando governa Monti”), qual è la vera ragione di tanta inutile barbarie?

Chi indaga non dovrebbe mai escludere nessuna ipotesi a priori, battendo anche strade in genere poco “illuminate”. Un bel libro di Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico, sviluppa in maniera documentata e accorta le convinzioni esoteriche del regime hitleriano fornendo un quadro d’insieme suggestivo e interessante. Quando si prova a spiegare la storia attraverso le lenti di discipline “occulte” e “nascoste” si entra sempre dentro un campo particolarmente minato. Gli intellettuali cosiddetti “seri”, quelli cioè che con alto sprezzo del ridicolo parlano di “austerità espansiva” (ogni riferimento all’economista Alberto Alesina è puramente voluto), mal sopportano la presentazione di una ermeneutica alternativa subito derubricata alla voce “cospirazionismo”.

Io credo invece che non sia possibile cogliere la vera essenza del nazismo tecnocratico moderno senza provare a scorgere la sulfurea fonte di “sapienza” (confinante con la scemenza) che discretamente lo sorregge e lo alimenta. Possibile che la violenza di Wolfang Schaueble contro i Paesi mediterranei (in particolare la Grecia) sia spiegabile solo in termini di ottusità macroeconomica? Non si intravede in realtà nella furia impassibile e cieca del ministro delle Finanze tedesco un qualcosa di diverso e sottaciuto? Come si fa a credere alla buona fede di chi, nonostante il disastro provocato, continui imperterrito nell’errore?

Schaueble, Draghi, Merkel e compagnia sono evidentemente mossi e guidati da motivazioni che superano di gran lunga il limitato campo della tecnica; sono cioè emissari ed esecutori di un progetto involutivo che, con la scusa della crisi, impone una nuovo equilibrio relazionale - fra le genti e fra le nazioni - coerente con la perversa impostazione culturale che essi stessi hanno assorbito e metabolizzato.

In questa ottica è evidente che bisognerà concentrare i nostri sforzi nella direzione di una maggiore comprensione di fenomeni come la massoneria, istituzione sempre evocata e quasi mai né capita né spiegata.

Un affascinante libro di Gioele Magaldi, Massoni, apre uno scenario inesplorato e propone una lettura della contemporaneità interamente modellata - in maniera davvero totalizzante e asfissiante - dal continuo lavorio di alcune Ur-Lodges (“superlogge”). Effettivamente il limite del lavoro di Magaldi consiste nella mancata pubblicazione (anche parziale) dei relativi documenti. In ogni caso l’affresco proposto è nel suo complesso logico e interessante, lasciando però troppo spesso sospese le questioni più complesse (spesso rinviate alle “puntate successive”), spiegate sempre e comunque all’interno della cornice massonica. La penna di Magaldi trasmette in estrema sintesi due messaggi principali: il primo dei quali rivendica come giusto e imprescindibile il ruolo di guida del globo terracqueo in capo alle élite massoniche sovranazionali, presuntivamente eredi di una tradizione che ha costruito la modernità a partire dalla Rivoluzione francese liberté, egalìté, fraternité è un motto massonico tracimato dal mondo latomistico con il fine di modellare e cambiare per sempre il corso di quello profano”); il secondo invece, ma questo aspetto ci appare meno verosimile e ci interessa meno, addebita più specificatamente alla corrente massonica “progressista” il ruolo di faro di civiltà, insidiato non solo dalla “profanità passatista” nel suo insieme, ma anche dalle manovre “luciferine” dei cosiddetti confratelli “controiniziati”, “elitari” e “reazionari”. Il primo punto è meritevole di serio approfondimento, essendo tantissimi, convergenti e logici gli spunti che l’autore offre per rendere accattivante la propria ipotesi. Il secondo invece, quello riguardante la supposta lotta “manichea” interna alla massoneria (“progressisti buoni contro conservatori cattivi”) ci appare in questa sede trascurabile.

Il nazismo tecnocratico attuale, così come quello originale, è realmente il risultato degli allegri esperimenti e delle alchimie di alcuni apprendisti stregoni in grembiulino e guanti bianchi.

Dittatura Finanziaria

Il piano segreto delle elite dietro la crisi economica per conquistare il potere

Francesco Toscano

Il lavoro intende offrire uno sguardo smaliziato sulla contemporaneità in grado di demistificare il racconto prevalente, che tende a ridurre la “crisi” a mero fatto ecomicistico quasi indipendente dalla volontà degli...

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Francesco Toscano

Francesco Maria Toscano nasce a Gioia Tauro il 28 maggio del 1979. Dopo aver conseguito la maturità classica presso il liceo N. Pizi di Palmi, si iscrive alla facoltà di legge dell’Università degli studi Alma Mater di Bologna, dove si laurea nel marzo del 2004. È...
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