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Il mondo sarà ciò che ne farete - Estratto dal libro "Ribellatevi!"

di Dalai Lama (Bhiksu Tenzin Gyatso) 16 giorni fa


Il mondo sarà ciò che ne farete - Estratto dal libro "Ribellatevi!"

Leggi il primo capitolo dell'accorato appello del Dalai Lama ai giovani del XXI secolo a mettere in atto un mondo migliore di quello in cui attualmente viviamo

Miei cari fratelli e sorelle, miei giovani amici, siete nati all’inizio del terzo millennio. Siete la gioventù del mondo. Questo secolo non ha nemmeno vent’anni. È ancora molto giovane, proprio come voi. Ed è con voi che crescerà il mondo: sarà ciò che ne farete.

Indice dei contenuti:

Confido in voi

Vi lancio quest’appello perché ho avuto modo di osservarvi e confido in voi. Negli ultimi anni ho dato priorità agli incontri con i giovani, sia in India sia nel corso dei miei viaggi in paesi lontani, in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in Giappone. E da questi scambi ho tratto la certezza che la vostra generazione farà del secolo che sta nascendo un secolo di pace e di dialogo. Voi saprete riconciliare, con sé stessa e con l’ambiente naturale, questa umanità lacerata.

Il rinnovamento che incarnate è accerchiato dalle tenebre del vecchio mondo, un caos di nerume, dolore e lacrime. Vi ergete dunque sul limitare di una notte perigliosa in cui l’odio, l'egoismo, la violenza, l’avidità e il fanatismo minacciano la vita sulla Terra. Ma la vostra gioventù possiede il vigore implacabile del domani, un vigore che permette di fare tabula rasa del retaggio oscurantista del passato.

Miei giovani amici, voi siete la mia speranza per l’umanità. Voglio dirvelo forte e chiaro perché udiate il mio messaggio e ne prendiate atto. Confido nel futuro perché sono certo che grazie a voi andrà verso la fratellanza, la giustizia e la solidarietà.

Vi parlo sulla base di un’esperienza lunga ottantadue anni.

All’età di sedici anni, il 17 novembre 1950, ho perduto la libertà salendo sul trono dorato di Lhasa per assumere la suprema carica, temporale e religiosa, del Tibet. A venticinque anni, nel marzo del 1959, ho perduto il mio paese, annesso con la forza alla Repubblica popolare cinese.

Nato nel 1935, ho vissuto i tormenti del Novecento, ovvero il secolo dei più grandi bagni di sangue della storia. E questo perché, invece di servire, curare e proteggere la vita, quella meraviglia che è pur sempre l’intelligenza umana si è ingegnata ad annientarla, ricorrendo alla forza da cui il sole trae la sua potenza. Voi siete arrivati in un mondo in cui gli arsenali nucleari delle varie potenze potrebbero distruggere il pianeta decine di volte.

I vostri nonni e i vostri genitori hanno conosciuto guerre mondiali e diversi conflitti che nel secolo scorso hanno messo a ferro e fuoco il pianeta, provocando la morte di duecentotrentuno milioni di persone. Uno tsunami d’inaudita violenza ha travolto l’umanità, alimentandosi di nazionalismi esasperati, di razzismo, di antisemitismo e di indottrinamento ideologico. Sono stato contemporaneo dell’Olocausto nazista in Europa, dell’incendio nucleare in Giappone, della guerra fredda, delle carneficine ai danni delle popolazioni civili in Corea, Vietnam e Cambogia, della rivoluzione culturale e delle carestie che hanno mietuto settanta milioni di vittime in Cina e in Tibet.

Voi e io abbiamo visto l’Afghanistan e il Medio Oriente infiammarsi in conflitti che hanno devastato quelle che un tempo erano state le culle dell’umanità. Oggi, dal Mediterraneo ci arrivano le immagini dei flutti che restituiscono i corpi senza vita di bambini, adolescenti, donne e uomini annegati nella traversata che per loro e per i familiari rappresentava l’ultima occasione, l’ultima speranza di sopravvivenza.

Voi e io siamo testimoni del collasso dell’ecosistema Terra, dell’allarmante riduzione della biodiversità, con una specie vegetale o animale che scompare ogni venti minuti. Assistiamo a una massiccia deforestazione dell’Amazzonia - al saccheggio, cioè, dell’ultimo grande polmone verde del pianeta. Osserviamo l’acidificazione di tutti gli oceani, lo sbiancamento della Grande barriera corallina, la fusione della banchisa artica e antartica. Quanto al cosiddetto terzo polo, il Tibet, il ritiro dei quarantaseimila ghiacciai himalayani minaccia di prosciugare i grandi fiumi asiatici, da cui dipende la vita di un miliardo e mezzo di persone.

Sono cose che conoscete fin troppo bene, perché siete nati e cresciuti nella spirale di questa distruzione su scala planetaria causata dalle guerre, dal terrorismo e dal saccheggio delle risorse naturali.

L’Unione europea, modello di pace per il mondo

Non lasciatevi pervadere dalla «sindrome del mondo cattivo», per richiamare un’espressione utilizzata dai nostri amici anglosassoni. Rischiereste di sprofondare nella disperazione, senza rendervi conto che lo spirito della pace progredisce grazie all’educazione, alla democrazia e ai diritti umani.

Sì, la riconciliazione è possibile! Pensate alla Germania e alla Francia. Dal XVI secolo, una ventina di conflitti le ha viste impegnate l’una contro l’altra, fino al culmine di barbarie raggiunto durante le due guerre mondiali. Nel 1914 come nel 1939, a Parigi e a Berlino i convogli militari trasportano giovani soldati al fronte. Hanno la vostra età e non hanno la minima idea delle atrocità che li attendono sui campi di battaglia, nel fango delle trincee, né conoscono l’orrore dei campi di concentramento. Generazioni di giovani decimate, famiglie gettate nel lutto, milioni di orfani, interi paesi in rovina, una civiltà in ginocchio.

Tra i belligeranti di un tempo, però, il desiderio di pace ha finito per prevalere sul patriottismo guerrafondaio. Guidati da uno spirito di fraternità e solidarietà esemplari, Konrad Adenauer e Robert Schuman, due leader visionari, hanno contribuito all’edificazione dell’Unione europea. Altri politici hanno poi proseguito quest’opera di dialogo fino a sanare le ferite di due popoli profondamente lacerati.

L’Europa mi dà evidente motivo di sperare per la vostra generazione. La sua dinamica di pace va nella direzione della nuova realtà di questo secolo. Un movimento che l’insorgere di spinte nazionalistiche in alcuni degli stati membri non può arrestare.

Come sapete, in tutto il mondo esistono già numerose organizzazioni regionali improntate sul modello europeo. Fatele progredire verso una forma di integrazione più profonda, al fine di minimizzare i rischi di un conflitto e di promuovere quei valori democratici e quelle libertà fondamentali calpestati nelle aree di illegalità diffuse in tutti i continenti. Vi invito dunque a estendere lo spirito dell’Unione europea ovunque nel mondo.

Giovani dell’Africa, edificate un’Unione africana che metta insieme i paesi del vostro grande continente. Giovani canadesi e americani, costruite un’Unione nordamericana. Giovani dell’America Latina, create un’Unione latinoamericana; e voi, giovani dell’Asia, un’Unione asiatica. A livello internazionale, l’ONU avrà così una possibilità più concreta di dar vita alla bella formula che apre la sua Carta fondatrice: «Noi popoli delle Nazioni Unite...».

Berlino, novembre 1989: gioventù, pace, democrazia

Vorrei condividere con voi un ricordo indelebile che risale al novembre del 1989. Non è detto che ricordiate come all’epoca la Germania fosse divisa in due stati ostili, fisicamente separati da una struttura in cemento alta tre metri e lunga oltre un centinaio di chilometri. «Il Muro della vergogna»: così lo chiamavano. Disseminato di torri di guardia, tagliava in due un popolo intero e intere famiglie.

Mi trovavo a Berlino proprio nel momento esatto in cui, a mani nude, decine di migliaia di giovani manifestanti entusiasti hanno aperto la prima breccia nel Muro, per poi abbattere uno dopo l’altro - e senza violenza - i posti di frontiera. Il mondo intero tratteneva il fiato. La storia stava precipitando sotto l’impeto della gioventù.

All’Ovest come all’Est, la nuova generazione ripudiava lo scontro ideologico e affermava la volontà di riunire il popolo tedesco. A rendere possibile il riavvicinamento è stata la politica di trasparenza inaugurata nel 1986 dal mio amico Michail Gorbacév, a capo di quella che all’epoca era l’Unione Sovietica. Rifiutatosi di dare l’ordine di sparare sui giovani, avrebbe dichiarato in seguito che la caduta del Muro aveva evitato la terza guerra mondiale.

Ricordo con emozione il mio arrivo ai piedi del Muro demolito, con una candela in mano. La folla festante mi ha issato sulle macerie. È stato un momento davvero speciale, in cui ho sentito lo spirito della pace e della libertà soffiare sul mondo. Sollecitato a rilasciare una dichiarazione ho affermato che, proprio come era diventata realtà la caduta del Muro, inimmaginabile soltanto il giorno prima, allo stesso modo anche il Tibet sarebbe tornato libero.

Ai miei occhi, l’evento ha assunto un valore simbolico tanto più forte per il fatto che, nel marzo dello stesso anno, avevo visto le immagini insostenibili della sanguinosa repressione delle manifestazioni pacifiche a Lhasa. Tre mesi dopo, nel mese di giugno, i carri armati schiacciavano gli studenti in piazza Tienanmen, a Pechino.

Nel novembre del 1989, però, il crollo del Muro di Berlino stava a dimostrare la possibilità di una vittoria della gioventù e della non violenza su una dittatura liberticida.

Quando ci ripenso, oggi, vedo in questo evento l’epilogo di tutte le tragedie del Novecento. Ha mandato in soffitta i postumi della seconda guerra mondiale, annunciando la fine imminente del comunismo nell’Europa orientale. Questo crollo dei regimi totalitari ha rafforzato la mia fede nell’adesione dei giovani ai valori universali della democrazia e della solidarietà. Le conseguenze della sanguinosa rivoluzione del 1917, che hanno fossilizzato le sorti dell'Unione Sovietica per sette decenni, sono state effettivamente spazzate via dall’insorgere di una gioventù pacifista, senza che fosse necessario spargere una sola goccia di sangue.

Abbattete gli ultimi Muri della vergogna

All’inizio di questo secolo, giovani di tutte le nazioni, abbattete gli ultimi Muri della vergogna, compresi quelli che si ergono nelle vostre coscienze! I Muri dell’egoismo, i Muri del ripiegamento identitario, dell’individualismo, dell’orgoglio e dell’avidità... Tutto ciò che divide appartiene al passato. Ciò che separa, ciò che esclude, non può resistere alla forza della pace incarnata dalla vostra generazione.

Su un piano puramente pratico, la violenza può sembrare a volte necessaria. Crediamo di risolvere più velocemente un problema ricorrendo all’uso della forza. Ma l’obiettivo si raggiunge a scapito dei diritti e del benessere degli altri. In tal modo il problema, che non è risolto bensì soffocato, finirà inevitabilmente per ripresentarsi. La storia sta a dimostrare che le vittorie e le sconfitte militari non hanno lunga durata. Un principio, questo, valido anche nella vita di tutti i giorni, sia in famiglia sia con gli amici. Senza argomentazioni valide, vi lasciate sopraffare dalla rabbia e dalla violenza, ambedue segni di debolezza.

Usate dunque l’intelligenza e osservate i moti del vostro animo. Nei momenti di rabbia, siete guidati da un’energia cieca che oscura la vostra meravigliosa facoltà di distinguere il vero dal falso. Un mio amico, lo psichiatra americano Aaron Beck, mi ha spiegato che tutta la negatività attribuita alla persona o all’oggetto su cui si focalizza la nostra rabbia è per il novanta per cento frutto delle nostre proiezioni mentali. Analizzate bene ciò che succede in voi e non sarete più sopraffatti da questo tipo di emozioni. Comprendere significa emanciparsi e fare la pace. Il ricorso al ragionamento consente di ridurre e quindi di escludere la rabbia e ciò che ne consegue, ovvero l’aggressività e la violenza.

E essenziale che esaminiate sempre le vostre motivazioni profonde e quelle della vostra controparte o del vostro avversario. A volte avrete difficoltà a scegliere tra violenza e non violenza. Non dimenticate che da una motivazione negativa scaturisce immancabilmente un’azione offensiva o distruttiva, anche se in forme e modi gentili. Al contrario, se la vostra motivazione è sincera e altruistica, produrrà un’azione non violenta e benevola. Solo la compassione illuminata può giustificare l’uso della forza come ultima risorsa.

Gli occidentali hanno un approccio diverso. Secondo loro, la non violenza e la resistenza pacifica sarebbero più conformi alla cultura orientale. Essendo più predisposti all’azione, vorrebbero ottenere risultati immediati e tangibili in qualsiasi circostanza. Il loro atteggiamento, efficace nel breve termine, è spesso controproducente nel lungo periodo, mentre la non violenza, che richiede pazienza e determinazione, è sempre costruttiva.

La caduta del Muro di Berlino e i movimenti di liberazione dell’Europa orientale sono molto istruttivi a questo proposito. Eaccio inoltre notare che nella primavera del 1989 gli studenti cinesi, nati e cresciuti sotto il giogo del regime comunista, hanno spontaneamente messo in pratica la strategia di resistenza pacifica tanto cara al Mahatma Gandhi, evitando reazioni violente nonostante la brutalità della repressione. In barba a qualunque indottrinamento, i giovani preferiscono la via della non violenza.

La guerra, un anacronismo assoluto

La non violenza offre una soluzione pragmatica ai conflitti del nostro tempo. Benché io abbia conosciuto la guerra nel mio paese dove, da più di sessant’anni, la Polizia armata del popolo agli ordini di Pechino fa regnare il terrore, soffocando sempre di più le libertà e la dignità dei tibetani, rimango un convinto portavoce della pace nel mondo. In qualsiasi dibattito mi trovi a intervenire, spiego come creare le occasioni e le condizioni per la pace, in noi e intorno a noi. Se non ritenessi possibile la pace, non terrei discorsi di questo genere.

Oggi la guerra è diventata un anacronismo assoluto; da un punto di vista giuridico non si usa più nemmeno dichiararla, e alcuni paesi richiedono una votazione parlamentare per autorizzare operazioni militari. Le vecchie ideologie belligeranti sono quindi obsolete, e ogni conflitto armato provoca manifestazioni per la pace nelle principali capitali di tutto il mondo.

Per me è motivo di gioia vedervi riuniti a migliaia in nome della riconciliazione, della fraternità e dei diritti umani. Le campagne di solidarietà, nelle quali vi mobilitate in gran numero per cause umanitarie, mi scaldano il cuore. La vostra è la prima generazione globalizzata dalle tecnologie dell’informazione.

Fate un uso giudizioso dei social network, che vi danno l’opportunità di risvegliare più rapidamente le coscienze, senza lasciare che la navigazione su Internet e i giochi online diventino una droga di cui non poter più fare a meno! Diffondete un’informazione indipendente e di qualità, che sia al servizio della verità e dell’etica! Vigilate per non correre il rischio di divulgare fake news!

In quanto «nativi digitali», siete nati cittadini del mondo perché la cultura digitale non ha confini. In cuor vostro, i giovani di altri paesi non vi sono forse amici, compagni e sodali, piuttosto che concorrenti, nemici o avversari? Certo, la guerra è connaturata al temperamento umano. Ma i genocidi del secolo scorso hanno portato a una presa di coscienza da parte della generazione che vi precede. I vostri genitori hanno detto: «Mai più!». E hanno dimostrato che, in seno alla grande famiglia umana, è possibile risolvere i conflitti attraverso il dialogo e la non violenza.

Potreste obiettare che, anche se siamo entrati nel XXI secolo, stiamo tuttora assistendo a una quantità di conflitti che le grandi potenze si ostinano a voler risolvere con la forza. Dal momento che l’istituzione militare è legale, vi è ancora chi considera accettabile la guerra e non si rende conto che si tratta invece di un’impresa criminale. Un vero e proprio lavaggio del cervello impedisce a queste persone di comprendere che qualsiasi guerra è mostruosa.

Un paradosso del nostro tempo: benché la guerra sia giuridicamente sparita, crisi e carneficine si moltiplicano. Siete stati obiettivi di attacchi assassini. Parigi nel novembre del 2015, Manchester il 22 maggio 2017... Questi ultimi avvenimenti mi hanno profondamente ferito. Mi hanno straziato il cuore. Giovani che massacrano altri giovani... è inconcepibile! Insopportabile!

Coloro che vi hanno aggrediti non sono nati terroristi; lo sono diventati, manipolati in nome di un fanatismo arcaico e brutale che li ha spinti a credere che si possa raggiungere la gloria distruggendo, punendo e terrorizzando. Questo non deve scoraggiarvi!

La vostra missione è trarre lezioni dagli errori del passato e alimentare intorno a voi il dialogo, la tolleranza e la comunicazione non violenta. Di fronte alla violenza cieca, non seguite la paura che produce risentimento, rabbia e sete di vendetta. Ispiratevi al primo ministro norvegese che, all’indomani di una serie di attacchi sanguinosi,'' dichiarò che il suo governo avrebbe risposto al terrore con più democrazia, più apertura e più tolleranza.

È guardandovi dall’odio fratricida che potrete farvi artefici di pace. È ormai vicino il giorno in cui la vostra generazione consegnerà la guerra alla pattumiera della storia. Forse, allora, vi tornerà in mente quello che vi sto dicendo.

Ribellatevi!

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