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Il messia scomparso - Estratto da "La Creazione di Gesù e del Nuovo Testamento"

di Giuseppe Verdi (Docente) 9 mesi fa


Il messia scomparso - Estratto da "La Creazione di Gesù e del Nuovo Testamento"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Giuseppe Verdi e scopri la verità dietro la storia raccontata per millenni dai Vangeli

Ben pochi si documentano circa il contesto sociopolitico della Palestina a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., vale a dire i decenni di Gesù e quelli immediatamente precedenti.

Indice dei contenuti:

Un quadro politico tutt'altro che rassicurante

In genere, infatti, credenti e non credenti conoscono un Gesù dai contorni assolutamente vaghi, fatto nascere in un Israele quasi sospeso nella favola e fatto agire in una sfuggente realtà avulsa dalla storia, fatti salvi i riferimenti evangelici a Ponzio Pilato, ai farisei, ecc., che, però, dicono ben poco riguardo al quadro sociopolitico dell’epoca.

In particolare, chiunque legga i vangeli non si rende conto di come, negli anni della presunta missione terrena di Gesù, la Palestina fosse un’autentica polveriera, terreno fertile per le rivolte antiromane e non certo per un predicatore di pace e di perdono, che, in quel clima, non solo non avrebbe avuto seguaci, ma avrebbe rischiato di essere preso per collaborazionista degli odiati Romani.

Al termine dell’Atto I del primo volume di questa “Commedia Divina”, dedicato alla storia degli Israeliti, avevamo lasciato il regno di Giuda prossimo a cadere nelle mani dell’ennesima potenza straniera, vale a dire Roma, che intorno al 64 a.C. aveva annesso al proprio impero la Siria, facendone una sua provincia e così aprendo le porte all’intervento di Pompeo e all'occupazione romana della Palestina.

Il regno di Giuda fu smantellato e diviso in cinque distretti, di cui il più importante, facente capo a Gerusalemme, prese il nome latino di Giudea.

Nel 47 a.C., Cesare nominò procuratore della Giudea l’idumeo Antipatro, suo sostenitore, il quale affidò la Giudea al figlio maggiore Fasael e la Galilea al giovanissimo secondogenito, Erode, già divenuto cittadino romano e che nel 37 fu nominato da Marco Antonio re dei Giudei, diventando quello che è passato alla storia come Erode il Grande.

Quelli del suo regno non furono anni facili. Se, infatti, da un lato egli ingrandì Gerusalemme e fece restaurare il tempio rendendolo imponente, dall’altro introdusse le gare di atletica e il teatro e collocò immagini all'interno del tempio: una serie di costumi pagani che gli alienarono le simpatie del popolo. La gente, inoltre, lo considerava un fantoccio nelle mani dei Romani, nonché, per le sue origini straniere, un usurpatore del legittimo trono d’Israele, che si riteneva dovesse ritornare nelle mani della casa di Davide.

Non per niente, il timore che qualche discendente davidico rivendicasse il proprio ruolo di legittimo Re dei Giudei assillò Erode per l’intera durata del suo regno, destabilizzandolo al punto da fargli sospettare di cospirazione anche i propri figli Alessandro e Aristobulo, da lui fatti giustiziare nel 7 a.C.

A dispetto di congiure e intrighi di corte, Erode rimase comunque sul trono ben trentacinque anni. Quando morì, nel 4 a.C., il regno venne suddiviso fra tre dei suoi numerosi figli (nati da svariate mogli).

  • Erode Antipa ebbe la Galilea e la Perea con il titolo di etnarca. Sovrano assai astuto, insieme ai fratelli chiese udienza all’imperatore per lamentarsi di Pilato, donde l’inimicizia tra i due (a cui accenna il vangelo di Luca). Antipa ripudiò la figlia del re nabateo Areta e iniziò una relazione con Erodiade, moglie del fratellastro Erode Filippo; di conseguenza. Areta gli dichiarò guerra e lo sconfisse. Antipa morì in Gallia, dove Caligola lo aveva confinato.
  • Erode Filippo ottenne le regioni di Batanea, Traconitide, Gaulanitide, Batanea e Auranitide con il titolo di tetrarca. A differenza dei fratelli, Filippo fu un re giusto e pacifico e rimase in carica fino al 34 d.C.
  • Archelao ottenne la Giudea, la Samaria e l’Idumea (a parte alcune città, che furono annesse alla provincia di Siria), anche se il suo titolo di re fu sostituito con quello di etnarca. Come vedremo, i Romani lo avrebbero destituito da lì a pochi anni.

Durante il regno di Erode, dunque, per la prima volta nella storia dei Giudei uno straniero aveva occupato il trono che era stato di Davide e di Salomone e tutti si chiedevano se dal popolo eletto sarebbe emerso qualcuno in grado di restituire la nazione agli antichi splendori.

Secondo la promessa di Yahweh, infatti, un discendente di Davide doveva instaurare su Israele il tanto atteso Regno di Dio e mai i tempi sembravano maturi come in quel momento storico che vedeva la Palestina sotto il giogo romano.

L’atteso liberatore di stirpe davidica era indicato con un nome ben preciso: il messia.

Su questo termine si è prodotto un immane fraintendimento, anzi una deliberata alterazione della verità, di cui ancora oggi cade vittima la stragrande maggioranza di credenti e non credenti. Per i Giudei, infatti, messia non indicava affatto quello che la tradizione cristiana vuole far credere, vale a dire il figlio di Dio sceso tra i mortali per farsi carico dei loro peccati. Lungi da questa successiva distorsione del termine, il masiah (in aramaico meshihd) era colui che doveva rovesciare lo straniero e instaurare quel Regno di Dio conforme alla legge mosaica, agendo quale rappresentante umano di Yahweh (in questo senso, sì, figlio di Dio, com’era stato definito lo stesso re Davide).

Il termine messia significa letteralmente “unto” (kristos nella traduzione greca), a rappresentare colui che attraverso una cerimonia ufficiale di unzione veniva eletto re di Israele. Mille anni prima di Gesù Cristo, il pastorello Davide era stato cosparso di olio profumato dal profeta Samuele e, in tal modo, investito re.

Siamo in presenza di un concetto fondamentale, volutamente equivocato da duemila anni di propaganda cristiana affinché il termine messia scivolasse gradualmente verso un più rassicurante significato spirituale. Occorre ricordare che questo leader di stampo squisitamente politico era stato annunciato fin dai tempi della dominazione assira, quando i profeti avevano vaticinato la venuta dell’Unto del Signore, che avrebbe liberato il paese dagli usurpatori pagani e avrebbe ricostruito il regno di Yahweh, cacciando i nemici e ricostruendo l’unità nazionale.

La principale e più ricca fonte di informazioni sugli eventi storici e sul clima di tensione che caratterizzarono la Palestina durante il regno di Erode e nei primi decenni del I secolo d.C. è rappresentata dallo storico giudeo Giuseppe Flavio. Non si sorprenda il lettore se non ha mai sentito pronunciare il nome di questo personaggio di straordinaria importanza per la nostra conoscenza di quell’agitato periodo storico.

Giuseppe, infatti, è stato letteralmente cancellato dai libri di storia, né è probabile sentirlo nominare da qualche esponente della chiesa, per ragioni che, nel seguito, si potranno intuire.

Giuseppe Flavio

Nato a Gerusalemme nel 37 d.C., Matthia ben Joseph apparteneva a una famiglia dell’alta nobiltà sacerdotale, il che gli consentì di approfondire i propri studi, in primo luogo quello della Legge. Allo scoppio della guerra contro Roma, nel 66 d.C., Giuseppe fu uno dei capi della resistenza giudaica. Quando, tuttavia, le truppe di Vespasiano presero la città di Sefforis, arresasi senza opporre resistenza, Giuseppe fu abbandonato dalla maggior parte dei suoi uomini e si ritirò verso l’interno, chiedendo a Gerusalemme di fargli giungere rinforzi o di trattare la resa. Quando, però, i Romani si accinsero ad attaccare lotapata, egli raggiunse la città e assunse il comando della difesa; dopo un mese e mezzo di assedio, lotapata fii espugnata e Giuseppe, rifugiatosi con altri in una cisterna, a differenza dei compagni preferì consegnarsi ai Romani.

Nei due anni che seguirono alla sua cattura, Giuseppe fu utilizzato come interprete e strumento di propaganda dei Romani. La fortuna volle che, in quel periodo, egli profetizzasse a Vespasiano la sua ascesa al trono. La “profezia” si realizzò nel 69; Vespasiano si ricordò allora di quel giudeo e ordinò che fosse liberato.

Negli anni successivi, Giuseppe ottenne anche la cittadinanza romana (acquisendo così il nome della famiglia di Vespasiano, la gens Flavia), ricevette in dono vaste terre in Giudea e si vide assegnare una pensione annua.

Egli si ritirò infine a Roma, ospite di Vespasiano nella casa che questi abitava prima di trasferirsi nei palazzi imperiali. A quel punto, l’accusa di tradimento fu per lui inevitabile. Nelle sue opere, tuttavia, Giuseppe se ne difende in più occasioni, indicando nei rivoluzionari la causa della rovina della patria e sostenendo che lui, al contrario, aveva fatto il possibile per rendere meno drammatica la sconfitta, appellandosi alla clemenza di Tito.

Fu durante gli anni trascorsi a Roma con la famiglia che Giuseppe scrisse le sue opere, tra le quali due rivestono particolare interesse: la Guerra Giudaica, scritta dal 75 al 79 d.C., che rappresenta la cronaca del conflitto tra Giudei e Romani cui lo stesso Giuseppe aveva preso parte; le Antichità Giudaiche, scritte dal 93 al 94 d.C., una storia degli Ebrei dalle origini fino alla guerra giudaica.

La rivolta del censimento

Le cronache di Giuseppe Flavio attestano che, in quegli anni, diversi aspiranti alla corona regale calcarono la scena palestinese.

Il più celebre fu senza dubbio Giuda il Galileo, leader del movimento di opposizione a Roma noto come “Zeloti”. Egli apparve sulla scena tra il 3 e il 2 a.G., poco dopo la morte di Erode, quando assaltò il palazzo reale di Sefforis, prendendo armi e denaro e armando in tal modo i suoi uomini fino ai denti. L’impresa fece di Giuda il primo nemico di Roma in terra palestinese; è quindi scontato che, dopo quell’azione, egli dovette vivere praticamente da latitante, sempre pronto a una rapida fuga.

E molto probabile che in quel periodo, dopo avere sconfitto altri pretendenti al trono. Giuda sia stato incoronato re; non v’è dubbio, infatti, che già allora egli nutrisse aperte ambizioni messianiche:

«Divenuto ormai lo spavento di tutti, derubava quanti incontrava, aspirava a cose sempre più grandi e la sua ambizione erano ormai gli onori reali, premio che egli si aspettava di ottenere non con la pratica della virtù, ma con la prepotenza che usava verso tutti».

La Guerra Giudaica specifica per di più che Giuda «attaccava gli altri aspiranti al potere».

A fare precipitare gli eventi concorse in maniera decisiva un evento nel quale furono coinvolti tutti i Giudei: il censimento fiscale, svolto nel 6 d.G., lo stesso periodo nel quale il vangelo di Luca colloca la nascita di Gesù. Perché i Romani vollero quel censimento?

Come sappiamo, alla morte di Erode il regno era stato diviso tra i suoi figli e la regione più importante, la Giudea, era andata ad Archelao. Sovrano violento e dispotico, costui nominava e deponeva i sommi sacerdoti a suo capriccio, tanto che, a un certo punto, una delegazione dell'aristocrazia espresse le proprie rimostranze all'imperatore Augusto, il quale, dopo averlo interrogato, nel 6 d.C. lo depose e lo confinò in Gallia.

Con l’uscita di scena di Archelao, la Giudea fu annessa alla provincia romana di Siria e il suo territorio passò sotto il diretto controllo di un praefectus (carica ricoperta, tra gli altri, da Ponzio Pilato), soggetto al legato imperiale di Siria. A quel punto, Roma poteva imporre alla Giudea il pagamento delle tasse; di conseguenza, era necessario procedere al censimento delle proprietà di tutti i residenti.

Nel 6 d.C. Roma inviò pertanto sul posto Quirinio, legato imperiale di Siria, perché desse inizio all’accertamento fiscale insieme al praefectus, Coponio. Per la Giudea, la tassazione andava ben al di là dell’aspetto economico: era la rinuncia alla sovranità nazionale; in sostanza, pagare le tasse a Roma equivaleva ad accettare la schiavitù. Di questo parere era senza dubbio Giuda il Galileo; egli predicava che l’unico padrone del paese era Dio e che il popolo non doveva piegarsi a quella tassazione.

La rivolta del censimento ebbe tuttavia esiti disastrosi: la repressione romana fu durissima e un elevato numero di giudei finì sulla croce. Tra le vittime ci fu anche Giuda il Galileo? Non lo sappiamo. Dopo avere narrato del censimento, infatti, Giuseppe Flavio non nomina più Giuda, un silenzio dal quale gli studiosi deducono pressoché unanimemente che egli abbia trovato la morte durante la repressione romana.

Dopo quegli eventi, il termine galileo perse ogni connotazione geografica, passando a indicare i membri di quella setta i cui leader erano originari appunto della Galilea; galileo, in pratica, era ormai divenuto sinonimo di sovversivo. Morto o no che fosse Giuda, per di più, il movimento zelota e il messaggio da esso veicolato si erano diffusi a macchia d’olio. Lo conferma il fatto che nei decenni successivi i discendenti di Giuda tentarono ripetutamente di seguire le sue orme e di opporsi all’occupazione romana.

Comprensibilmente, Giuseppe Flavio non vedeva di buon occhio Giuda il Galileo né il movimento zelota. Un uomo come lui, proveniente dalla classe più ricca e agiata della società giudaica, oltre che filo-romano, non poteva parlare in termini positivi del movimento che, ai suoi occhi, aveva portato il Paese allo scontro armato con Roma e, inevitabilmente, alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). Per lui, gli aneliti rivoluzionari dei predoni erano finalizzati in realtà a riempirne le tasche; ecco perché, per definire Giuda e i suoi, Giuseppe Flavio utilizzava il termine “briganti”.

Con il censimento, la Giudea divenne parte integrante dell’impero romano, ritrovandosi sotto la diretta giurisdizione di un praefectus, sistema che Roma adottava quando era necessario mantenere la stabilità di territori caratterizzati da una particolare cultura o religione, difficile da integrare con gli usi e i costumi romani. In questo modo, la Giudea godeva di una certa autonomia.

I Romani si occupavano delle questioni finanziarie, giudiziarie e militari, lasciando al Sinedrio buona parte del potere legislativo ed esecutivo. Il praefectus, tuttavia, aveva il diritto di pronunciarsi riguardo a casi particolari, come i crimini di natura politica.

Il Sinedrio

Protagonista nel processo di Gesù, il Sinedrio era il supremo tribunale nazionale dei Giudei. Formato da settantuno membri, la maggior parte dei quali Sadducei, secondo il Nuovo Testamento esso era composto di tre classi: grandi sacerdoti, dottori della legge e altri notabili, detti consiglieri o anziani, mentre fonti ebraiche affermano che esso fosse costituito solo da dottori della legge. Quel che è certo, in ogni caso, è che il Sinedrio era presieduto dal nasi (in ebraico “principe”), al cui fianco sedeva Xabh-bet-din (“padre del tribunale”).

Non sono noti i limiti della giurisdizione del Sinedrio, ma sembra che in un determinato periodo gli spettassero le decisioni supreme di vita o morte. Esso scomparve con la distruzione di Gerusalemme messa in atto dai Romani nel 70 d.C.

Quanto al culto, la religione giudaica godeva del pieno riconoscimento da parte dei Romani, anch’essi tenuti a rispettare alcune leggi fondamentali del giudaismo (quali il divieto di entrare nei cortili interni del tempio). I Giudei, inoltre, erano esonerati da ogni espressione del culto imperiale e non potevano essere obbligati ad apparire davanti a un magistrato nel giorno di sabato o in altri giorni festivi. Le monete coniate in Giudea non recavano impressa l’effìgie dell’imperatore e le truppe imperiali evitavano di esibirne gli stendardi quando entravano in Gerusalemme.

Ebbene, stando al racconto dei vangeli, proprio nel quadro di tensione politica e sociale appena delineato e, in particolare, negli anni in cui la carica di praefectus fu ricoperta da Ponzio Pilato, avrebbe avuto luogo il ministero terreno di Gesù.

L’evanescente Gesù

Intorno all’anno 30, dunque, sarebbe salito alla ribalta palestinese un uomo di circa trent’anni, nato a Betlemme, figlio di un falegname e di una giovane donna. Costui avrebbe iniziato a predicare con forza l’imminente regno di Dio, operando ogni sorta di miracoli e di guarigioni e lanciando un messaggio di pace e di fratellanza che avrebbe letteralmente conquistato le folle.

La sua fama si sarebbe diffusa per l’intera Palestina in maniera così rapida da mettere alle corde le autorità religiose giudaiche, irritate da quell’uomo la cui impudenza arrivava al punto da autoproclamarsi figlio di Dio. Arrestato grazie al tradimento di uno dei suoi discepoli, Gesù sarebbe stato processato dal Sinedrio e, quantunque lo stesso Pilato non avesse trovato in lui alcuna colpa, le autorità locali avrebbero convinto il praefiectus a farlo ugualmente condannare alla crocifissione.

Agli occhi di chi crede in Gesù, tuttavia, quell’evento non era che l’inevitabile epilogo del disegno di Dio, che aveva pianificato l’invio di suo figlio tra gli uomini e il suo sacrificio finale, al preciso scopo di farsi carico non solo dei peccati del popolo eletto, ma addirittura dell’intero genere umano, in un’improvvisa quanto poco plausibile “universalizzazione” della religione giudaica.

L’atto finale di quella straordinaria vicenda sarebbe stata la resurrezione di Gesù, segno tangibile della sua vittoria sulla morte e, con essa, del potere salvifico del suo sacrificio.

Questa, per lo meno, la bella storia narrata dai vangeli. C’è, però, un pesantissimo interrogativo: come mai nessuno storico antico parla esplicitamente di Gesù? Come mai di Gesù nessuno conosce con esattezza la data di nascita, né ciò che egli fece negli anni dell’infanzia e della giovinezza, né, infine, in quale anno sia stato crocifisso? Come mai nessuno parla di lui, delle sue gesta e della sua resurrezione?

Tutto quello che sappiamo su di lui giunge dal Nuovo Testamento e in particolare dai vangeli, che, tuttavia, non essendo resoconti testimoniali diretti, quanto piuttosto strumenti di propaganda della nuova fede, si caratterizzano per una credibilità storica a dir poco discutibile, anche perché le contraddizioni tra l’uno e l’altro sono tante e tali da generare seri dubbi circa la veridicità dei fatti e dei personaggi descritti.

Al di fuori dei vangeli, non esiste alcun riscontro documentale o archeologico riguardante Gesù, sul quale la storia ci ha lasciato un fragoroso silenzio. Possibile che il figlio di Dio, trascinatore di folle e autore di prodigi di ogni sorta, sembri essere passato inosservato ai suoi contemporanei? Possibile che Gesù sia in realtà, come pensano alcuni studiosi, un mito? O, piuttosto, la vicenda che lo vide protagonista è stata successivamente distorta allo scopo di fare dell’uomo un dio incarnato?

Si è sempre trattato di un’autentica spina nel fianco della chiesa, che ha cercato in tutti i modi di minimizzare il problema. Eppure, chiunque si prenda la briga di documentarsi sulle fonti storiche del I secolo, alla ricerca di conferme dirette o indirette di quanto si legge nei vangeli, si ritrova di fronte all’assoluto silenzio su Gesù, Giuseppe e Maria, gli apostoli e chi, come san Paolo, sarebbe stato protagonista della diffusione della nuova fede.

Sembra incredibile, eppure l’uomo più famoso di tutti i tempi non viene degnato di una parola dagli scrittori del I secolo e di quelli successivi, a dispetto del fatto che proprio quel periodo della storia - giudaica e non - è tra i meglio documentati e ricchi di testimonianze.

Com’è possibile? Stando ai vangeli, la fama di Gesù si era sparsa per tutta la Palestina; fiumi di gente accorrevano ad ascoltare i suoi sermoni; decine di malati erano stati guariti da lui; cosa più importante, il suo ascendente sul popolo era divenuto tale da far sì che le autorità percepissero quell’uomo come un pericolo per l’ordine pubblico, con la conseguenza che era stato addirittura processato e condannato a morte. Come se non bastasse, al momento del suo decesso avrebbero avuto luogo cataclismi straordinari (terremoti, eclissi, ecc.) e, infine, un paio di giorni dopo, Gesù sarebbe stato visto andarsene in giro vivo e vegeto.

A dispetto di tutto questo, tuttavia, sembra proprio che nessuno abbia scritto una sola riga su di lui, nessuno abbia scolpito una sua statua, nessuno abbia coniato una moneta con la sua effigie. Le prime notizie sul suo conto, per di più, risalirebbero a non prima del 60-70, periodo al quale la chiesa fa risalire la composizione del più antico vangelo, quello di Marco, e che in ogni caso si collocherebbero a circa quarant’anni dopo la presunta morte e resurrezione. L’evidenza storico-documentale, in altre parole, appare talmente fragile da indurci a ritenere che il Gesù biblico non sia mai esistito.

Si badi bene, non stiamo dicendo che Gesù sia un personaggio di fantasia; stiamo affermando che il Gesù dei vangeli non è mai esistito; un concetto completamente diverso.

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Giuseppe Verdi, catanese nato nel 1962, ha conseguito la maturità classica, dedicandosi poi all'informatica fino a divenire docente nella formazione professionale, ambito nel quale, dal 2001, si occupa di progettazione e politiche attive del lavoro. Non credente, da oltre un decennio si...
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