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Il Karma e la Reincarnazione

di Daniel Meurois 24 giorni fa


Il Karma e la Reincarnazione

Leggi un estratto da "Il Labirinto del Karma" di Daniel Meurois

Quando si comincia a comprendere a quale livello si situano e si dispongono secondo logica i motori e i motivi che fanno delle nostre vite ciò che sono, diventa progressivamente evidente che la parola «caso» non trova più posto nel nostro vocabolario, perché è un nonsenso.

In effetti, le circostanze in cui ci troviamo non possono più essere percepite come le conseguenze di un azzardo, di qualche getto di dadi la cui origine rimane per sempre indefinibile.

Ci sono le semine e il raccolto che ne segue o, se si preferisce, la dinamica del boomerang e ciò che ci può insegnare... Poi c'è l'Anima da cui deriviamo attraverso le molteplici personalità e i cui veli cadono al ritmo dei nostri apprendimenti.

D'altronde, la parola «caso», o «azzardo», deriva dal termine arabo antico yasara che significava «giocatore di dadi», in altre parole «fare appello alla fortuna».

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Il Labirinto del Karma

Daniel Meurois

Il Karma testualmente significa azione, e per estensione definisce la legge di causa ed effetto secondo cui ogni essere umano raccoglie, da una vita all'altra, i frutti delle sue azioni, siano esse costruttive, neutre o nefaste. Al giorno d'oggi, chi...

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Indice dei contenuti:

L'illusione del caso

Evidentemente, alla luce di questa comprensione, diremo spontaneamente che una gioia o ciò che chiamiamo fortuna sono frutto di un raccolto... Tuttavia un raccolto può diventare l'humus per una prova, mentre una prova o quella che può sembrare una fortuna possono servire da punto di partenza per bei raccolti futuri.

Starà sempre a noi —al ruolo che assumiamo— decidere che cosa fare di un guadagno o di una perdita, di una «mano tesa» o di ciò che può avere l'apparenza di un vicolo cieco. Quelli che chiamiamo Bene e Male sono generalmente complici, nella misura in cui hanno la funzione di andarci a «cercare» là dove abbiamo bisogno di essere «trovati», cioè nel cuore dei nostri potenziali come delle nostre mancanze.

Per chi apprezza i simboli, possiamo dire che cause e conseguenze disegnano nell'Infinito uno dei numerosi aspetti del mitico serpente Uroboro che, cercando di mordersi la coda, traduce la dinamica della vita. Il «meno» richiama il «più», il «più» accetta il ruolo del «meno» rispondendo al suo appello... e viceversa, all'infinito... o quasi.

O quasi? Sì, nel senso che la meccanica del karma non deve essere considerata come quella di un girotondo senza fine. La sua è una funzione educativa, e il fatto di associarla a una sorta di interminabile fatalità universale significherebbe non comprenderne i fondamenti né la finalità.

Anche se rare, esistono delle versioni figurate dell'Uroboro in cui il cerchio tradizionalmente descritto dal serpente non è completamente chiuso, ma lascia spazio a una piccola apertura. Questa apertura è quella del libero arbitrio e della volontà. Ed è proprio quella che sta nel cuore di quest'opera.

La ruota descritta dall'Uroboro può girare nei due sensi. Se ogni causa genera delle conseguenze, queste conseguenze prima o poi andranno alla ricerca della loro causa. I due poli si appellano l'uno all'altro per generare il movimento evolutivo della vita. E così dunque, non c'è Creatore senza Creazione... Spirito e Materia si chiamano e si rivelano reciprocamente.

Perché tornare?

La domanda ha già parzialmente trovato risposta attraverso i concetti di Giustezza, Esattezza, Equità e quindi di Evoluzione che abbiamo evocato in precedenza, ma ciò non toglie che a questo punto rimanga ancora una moltitudine di interrogativi.

Questi sono i primi: la reincarnazione è un obbligo? Una necessità ineludibile? E ci lascia un minimo margine di scelta?

Un obbligo?

Utilizzare questo termine in un simile contesto non sarebbe appropriato. È molto più giusto parlare di un fenomeno di attrazione o di magnetizzazione sistematica perché —l'ho constatato innumerevoli volte durante le mie esperienze extracorporee— in quel nostro spazio che ci accoglie tra una vita e l'altra nessuno ci viene a dire esplicitamente e in maniera autoritaria: «Adesso devi andare, e ci vai...».

È piuttosto qualcosa in noi che sa dal di dentro che «dobbiamo», e che quindi «andiamo»... In certe sfere di coscienza questo fenomeno d'attrazione viene chiamato «spirito di ferro» per la densità che traduce e che ne è all'origine.

Quel qualcosa in noi che proviene dalle vette della nostra anima interviene in effetti per fare in modo che ci ricordiamo la verità secondo la quale è il confronto con se stessi che fa crescere. E qual è il terreno ideale per un simile confronto, se non quello di un mondo di materia densa? Un mondo in cui abbiamo lasciato storie non portate a termine, progetti in sospeso e spesso relazioni incompiute; un mondo, infine, in cui dolori e sofferenze ricevute e inflitte attendono di essere placate.

Una necessità?

Effettivamente è così... e s'impone da sé, anche se l'ego si irrigidisce e poi guarda con apprensione il momento e le circostanze di un ritorno, quando quest'ultimo è diventato inevitabile perché «lo spirito di ferro» comincia ad agire in lui.

Nell'intervallo extratemporale che separa una vita dall'altra, l'evidenza di questa necessità si sviluppa quindi progressivamente e fa il suo lavoro, in funzione del livello di maturità dell'essere che si reincarna.

Una possibilità di scelta?

La risposta è variabile, perché dipende dall'altitudine dalla quale siamo in grado di considerarla. Chi dice scelta dice libertà, e chi dice libertà sottintende maturità. Così la scelta delle circostanze di ogni reincarnazione è funzione della qualità dello sguardo e della lucidità dell'essere che si appresta a indossare nuovamente un abito di carne.

Questo essere è consapevole di ciò che c'è da migliorare in lui, delle sue precedenti mancanze, dei potenziali che gli spetta sviluppare? O invece è ancora paragonabile a un bambino che bisogna prendere per mano per fargli attraversare la strada e condurlo fino a scuola?

Lo sanno tutti, difficilmente il bambino riesce a padroneggiare le proprie scelte e spesso ha una vista a breve termine; l'adolescente si vede facilmente adulto prima del tempo e sopravvaluta la sua capacità di giudizio e le sue forze; l'adulto, poi, generalmente pensa di essere più adulto di quanto non lo sia in realtà e allora si mostra incline a «raccontarsi delle storie» senza farsi troppi problemi...

Visto che nel nostro mondo di densità succede questo, perché dovrebbe essere diverso nelle sfere di esistenza che lo precedono e gli succedono? I mondi del «prima» e del «dopo» sono lo specchio esatto del nostro, e viceversa.

Pertanto si comprenderà che il nostro margine di scelta o di manovra di fronte alla necessità di reincarnarci è proporzionale alla nostra solidità interiore, alla nostra volontà e, per dirla tutta, allo sguardo di verità, di lucidità con cui siamo in grado di guardare noi stessi e ciò che resta da compiere per il dispiegamento della vita.

Quando e come? I gradi di lucidità

Mi hanno spesso chiesto se un essere che è deceduto sia sempre cosciente —nel mondo che ha raggiunto— del fatto che a un certo momento dovrà lasciarlo per reincarnarsi. La risposta è no. È facile comprenderlo, perché la transizione che l'istante della morte costituisce non implica automaticamente una lacerazione del velo della coscienza di colui che vive il Passaggio.

L'ho detto di frequente: paragonando l'universo a un'immensa dimora, non è perché si varca la soglia di una delle sue stanze per andare in un'altra che non si rimane se stessi. Forse in quel momento si può beneficiare di una luce diversa, di una luminosità maggiore, forse si gode di una vista migliore sull'«esterno», forse vi si trovano degli abiti nuovi e di qualità più alta...

Certamente... ma non per questo si riesce a farsi un'idea del piano generale della dimora, o si ha immediatamente accesso ai piani superiori né si coglie l'intenzione dell'architetto... 

Tutto si scopre progressivamente, stanza dopo stanza, vita dopo vita... e ci sono degli «spazi tra una vita e l'altra» in cui non si esce dalla stanza in cui ci si trova perché non si sospetta l'esistenza di altre camere, e ci si mostra incapaci di immaginarne almeno una che sia diversa.

E quindi, fino a un certo grado di risveglio della coscienza la necessità di doversi «un giorno» reincarnare non viene percepita; non è per niente un'evidenza con cui si sa di doversi confrontare una volta arrivato il momento... tranne se si è vissuti in una cultura o con una fede secondo cui i principi del karma e della reincarnazione sono scontati.

Il nostro bagaglio viaggia con noi... Le nostre credenze e le nostre esperienze ci definiscono da un lato e dall'altro della «linea di demarcazione».

Ecco perché dobbiamo sforzarci il più possibile di vivere la vita nel modo più aperto che ci sia e, malgrado gli ostacoli, renderla bella, cioè abitata dalla speranza di un «qualcosa di più vasto» futuro.

L'accesso alle prospettive

Anche quest'altra domanda mi viene posta spesso: «Prima di tornare, e se abbiamo capito di dover tornare, abbiamo un'idea della traiettoria e delle condizioni che ci attendono?».

La risposta è semplice ma sottintende molte cose. Ci mette inevitabilmente di fronte a quello che chiamo il nostro capitale di forza interiore, cioè alla nostra capacità di saper guardare le cose in faccia.

Saremo pronti a intravedere tutte le probabili sinuosità del percorso che si sta progettando di fronte a noi? Questa è la domanda! Senza dimenticare che la bozza di un simile percorso è sempre la conseguenza, la logica continuità di ciò che abbiamo generato noi stessi... Questo richiede stabilità e maturità, anche se la traiettoria —la cui trama ha già i fili stesi— si annuncia piuttosto gradevole perché, lo abbiamo visto, ogni successo è prima di tutto un test per la personalità che si incarna.

Un'anima è sempre esigente nei confronti degli ego successivi che essa infonde nella Materia. Non si esprime in termini di ricompense e punizioni, ma secondo la legge dell'Equilibrio universale.

Riassumendo, quando un essere entra nel movimento del suo ritorno gli è concesso di dare un'occhiata unicamente a quello che non soltanto è capace di vedere, ma anche unicamente a quello che è opportuno che sappia e che imprimerà in sé come «foglio di viaggio». 

Cerchiamo di comprendere bene che un simile foglio di viaggio è prima di tutto uno schema con il suo scenario e i suoi incontri, le sue intersezioni più o meno inevitabili ma anche con la sua dose di libero arbitrio.

Che cosa ne fa la persona che si incarna? In questo consiste il suo lavoro di decodifica, perché per forza di cose ogni foglio di viaggio è scritto in trasparenza e criptato per non falsare il gioco istruttivo della Vita.

Se le grandi linee del nostro itinerario sono inscritte in fondo a noi stessi, con i nostri appuntamenti, le nostre promesse da mantenere e le nostre sfide, ciò avviene in via precauzionale perché non è tanto lo scopo ideale di un'incarnazione a prevalere quanto il modo in cui il suo viaggio viene compiuto.

In breve, quale tipo di amore vi svilupperemo? Lo dimenticheremo strada facendo? E soprattutto... sarà veramente amore?

La scelta del rifiuto

Possiamo rifiutare di reincarnarci? In altri termini, è ipotizzabile dire di no al nostro foglio di viaggio se, prosaicamente, «non ci piace»?

In realtà succede spesso, e si manifesta in diversi modi. Ogni resistenza mentale ed emotiva è suscettibile di perturbare o persino di bloccare il processo armonioso di un'incarnazione. 

L'essere che viene invitato a ri-nascere è prima di tutto una realtà di ordine vibratorio. Questo significa che genera delle serie di onde e delle masse energetiche che possono agire, secondo i casi, come dei parassiti, dei commutatori o persino dei cortocircuiti nel meccanismo del suo ritorno.

Da questo derivano le nascite difficili, i parti podalici o con il cordone ombelicale intorno al collo, certi aborti e certamente, alcuni decessi inspiegabili che sopravvengono poco dopo la nascita.

Bisogna realizzare che, per chi si reincarna, la nascita viene generalmente vissuta come una morte. L'anima riprende lo «zaino» che aveva posato per un po' di tempo e si addormenta, eventualmente controvoglia, rispetto al tipo di realtà che l'aveva accolta.

Evidentemente esistono molti ritorni che avvengono nell'accettazione e nella gioia, proprio come ci sono delle morti che vengono vissute in uno stato di rilassamento, di lasciare la presa e di speranza. Tutto avviene sempre a immagine del nostro spazio interiore, nel modo in cui alla fin fine lo abbiamo nutrito, malgrado le nostre debolezze e le sinuosità del nostro cammino.

Ecco perché non è inutile occuparsi del mistero di ciò che ci fa venire al mondo, della responsabilità di tentare di costruirvi qualcosa —anche di molto umile— e infine della sana necessità di imparare a lasciarlo nel miglior modo possibile quando sarà venuto il momento.

Un messaggio traccia un cammino ma non i suoi bordi. Questi ultimi sono pensati, disegnati e scolpiti da coloro che lo imboccano con la totalità di ciò che sono. E così ci sono infiniti modi per andare verso uno stesso punto.

Il Labirinto del Karma

Daniel Meurois

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