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Il falso mito delle persecuzioni

di Laura Fezia 3 mesi fa


Il falso mito delle persecuzioni

Leggi un estratto dal libro "Chiesa Criminale" di Laura Fezia

La letteratura, da cui Hollywood ha abbondantemente attinto, è ricca di mielosi romanzi dedicati alle persecuzioni contro i cristiani: La tunica, Fabiola, Quo vadis?, tanto per citare tre fra le decine di titoli, non solo hanno divulgato un’immagine stereotipata dei cosiddetti martiri in nome della fede, ma sono responsabili di innumerevoli falsi storici.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Chiesa Criminale

Una scia di sangue in nome di Dio lunga 2000 anni

Laura Fezia

(1)

La storia della Chiesa cattolica è costellata di crimini: milioni di esseri umani sono stati massacrati in nome di Dio, sotto la furia distruttrice di un potere che per sopravvivere e prosperare ha fatto ricorso...

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Ne La tunica per esempio, il “cattivo” è rappresentato dall’imperatore Caligola, che manda a morte il tribuno Marcello Gallio, reo di essersi convertito al cristianesimo per amore della bella Diana. C’è un piccolo dettaglio che stride: Caligola non perseguitò mai i cristiani, che all’epoca del suo regno non esistevano ancora, in quanto Paolo non aveva nemmeno iniziato a diffondere la propria personale dottrina. Ebbe a che fare, invece, con gli ebrei di Gerusalemme, che nel 40 rifiutarono di collocare una sua statua nel Tempio e di venerala come una divinità: il Sinedrio insorse contro l’ordine imperiale invocando la Legge mosaica che vietava non solo l’esposizione, ma perfino la riproduzione dell’immagine dello stesso «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (Esodo 3, 6), rispondendo a Caligola, attraverso il legato di Siria, che Roma, prima di perpetrare un simile sacrilegio, avrebbe dovuto passare sui cadaveri dell’intero popolo ebraico.

Per loro fortuna, l’imperatore morì l’anno successivo e la carneficina fu evitata. Le prime persecuzioni di cui si ha notizia porterebbero la firma di Nerone e risalgono al 64: secondo quella che è nulla più di una leggenda, in quell’anno furono martirizzati anche Pietro e Paolo, che l’agiografia si ostina a presentarci come amici fraterni uniti dalla fede in Cristo, mentre invece si odiarono cordialmente e - sembra - vennero perfino alle mani.

Non è storicamente accertato che quest’ultimo particolare risponda a verità, ma di sicuro i due furono divisi da diversi intenti: i seguaci di Yehoshua, capitanati da Pietro e testimoni diretti dei fatti, erano ben determinati a circoscrivere il messaggio del rabbi a coloro cui era stato indirizzato, ossia le ormai celebri «pecore perdute della casa di Israele» e mal sopportavano Paolo e le sue pretese di estenderlo oltre quel confine. L’Apostolo delle genti, addirittura, per evitare di perdere la faccia si vide costretto a correre ai ripari affermando, nella seconda lettera ai Calati: «A me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi» (Gal 2, 7).

La stessa presenza a Roma dei due appartiene all’agiografia: l’ultima immagine che abbiamo di Paolo negli Atti degli Apostoli ce lo mostra vivo e vegeto, prigioniero dei romani, ma in una casa «che aveva preso a pigione», libero di ricevere gente e continuare la propria predicazione. Gli Atti, infatti, si concludono con le parole:

«Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28, 30-31).

Come finì martirizzato a Roma, dunque? Le scarse notizie sulla sua morte provengono da autori cristiani come Clemente I, vescovo di Roma, che in una lettera risalente alla metà degli anni 90 indirizzata alla comunità di Corinto, affermò che Paolo «sostenne il martirio davanti ai governanti», senza però specificare quali e di quale città. Ben più tardi, anche Eusebio di Cesarea, noto falsario per sua stessa ammissione, accennò all’esecuzione dell’apostolo, collocandola al tempo di Nerone, mentre nell’apocrifo del V secolo - Atti di Pietro e Paolo - attribuiti allo Pseudo-Marcello, si legge di due prodigi avvenuti al momento della decapitazione: non appena il boia ebbe vibrato il fendente, dal collo del condannato uscì del latte, mentre la sua testa, rimbalzando per tre volte, provocò lo sgorgare di altrettante sorgenti. Da quel momento il luogo, che precedentemente si chiamava Aquae Salvine, prese il nome di “Tre Fontane”.

Le stesse incertezze avvolgono la presenza di Pietro a Roma: la storia della sua crocifissione a testa in giù appartiene alla più spudorata agiografia e ad autori di parte, quali Tertulliano, l’immancabile Eusebio di Cesarea, Origene e san Girolamo, il quale, nel suo De viris illustribus, scritto alla fine del IV secolo, afferma:

«[Pietro] si spostò a Roma nel secondo anno di Claudio per spodestare Simon Mago e vi mantenne il seggio sacerdotale per venticinque anni fino all’ultimo, ovvero il quattordicesimo anno di Nerone».

Le sue spoglie, sempre secondo varie leggende prive di documentazione, vissero alterne vicende, finché furono traslate sul colle Vaticano, dove Costantino avrebbe costruito la basilica poi trasformata in San Pietro. La Chiesa, in seguito, fissò abusivamente la data della sua morte al 29 giugno, insieme a quella del martirio di Paolo, ma si trattò di una delle tante operazioni di sostituzione di una festa pagana con una cristiana: nello stesso giorno infatti, l’Urbe celebrava Romolo e Remo, così Leone Magno, tra la fine del IV e la prima metà del V secolo, rimpiazzò le fastidiose figure pagane con due «gemelli di Roma» nuovi di zecca. Nella puntata del 27 dicembre 2018 della trasmissione Freedom - oltre il confine, condotta da Roberto Giacobbo, emigrato da Rai 2 a Rete 4 - si è parlato di un misterioso ritrovamento in un sotterraneo del rione Monti, a poca distanza dalla stazione Termini: si tratterebbe dei resti di una casa nella quale avrebbero vissuto per anni Pietro e Paolo durante il loro soggiorno romano. Data la criticità dei rapporti tra i due — storicamente accertata - possiamo ben immaginare l’eventuale qualità di una tale coabitazione e i piatti che poterono volare.

Vale la pena di aprire una parentesi sulla storia del presunto ritrovamento delle spoglie di Pietro, che è molto interessante e - benché la maggior parte dei cattolici lo ignori - risale “solo” ai tempi di Pio XII: infatti l’annuncio della straordinaria scoperta fu data dallo stesso pontefice nel 1950. Per accogliere degnamente il sarcofago del predecessore Pio XI, Pacelli aveva ordinato il restyling delle grotte vaticane, che da alcuni secoli ospitavano le sepolture dei papi. Il lavoro era stato affidato a eminenti esperti (tra i quali due gesuiti), sotto la direzione di monsignor Ludwig Kaas. Dagli scavi emersero le vestigia di un’antica necropoli e in particolare, in un piccolo campo ricco di tombe interrate, fu rinvenuto un muro dipinto in rosso databile al ii secolo, che recava un graffito incompleto, ormai quasi illeggibile. Ciò nonostante, si gridò al miracoloso ritrovamento delle reliquie di quello che - arbitrariamente - era considerato il primo papa, ma ricerche successive chiarirono che la tomba era risultata priva di resti umani e su di essi cadde un imbarazzato silenzio.

I preziosi reperti (che peraltro nessuno aveva ritrovato nel loculo), chiusi in una cassetta, saltarono curiosamente fuori a distanza di anni da un magazzino della Reverenda Fabbrica della Basilica di San Pietro grazie alle ricerche della storica ed epigrafista di provata fede cattolica Margherita Guarducci, seccamente contestata da padre Antonio Ferma, uno dei gesuiti che avevano partecipato allo scavo. La notizia, però, era troppo golosa per poter essere archiviata e le polemiche vennero messe a tacere da Paolo vi, che sposò la tesi della Guarducci. I resti conservati nella cassetta della discordia furono sottoposti ad analisi, dalle quali risultò che appartenevano a un uomo robusto, della probabile età di sessanta/ settantanni, il cui corpo, prima dell'inumazione, era stato avvolto in un drappo porpora intessuto d’oro. Insomma: si trattava certamente delle ossa di un anziano benestante del i o ii secolo, ma nulla più. Margherita Guarducci, però, rispolverò la questione di quel graffito incompleto inciso sul muro rosso, lo completò a modo suo e concluse che la scritta recitava, forse: «Petros eni» (Pietro è qui). Bingo! Ciò consentì a Paolo VI di dichiarare candidamente, durante l’udienza generale del 26 giugno 1968, parlando della ricerca della tomba di Pietro:

«Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono [...] eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo titenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica».

Finalmente il Vaticano poteva sventolare le prove “scientifiche” del proprio primato fondato sulla successione apostolica, una questione che andava avanti da oltre un millennio e fino a quel momento aveva appoggiato le proprie traballanti basi sulla Donazione di Costantino, riconosciuta falsa da Lorenzo Valla già all’inizio del XV secolo: il fatto che Pietro avesse scelto Roma, vi fosse stato martirizzato e l'Urbe conservasse i suoi resti, tappava la bocca a chiunque ancora mettesse in dubbio la leadership di santaromanachiesa come unica custode della parola di Cristo. Insomma, a Paolo vi fu servita su un piatto d’argento la possibilità di sostituire un falso con un altro falso e certamente non se la lasciò sfuggire: così ancora oggi milioni di fedeli - sapientemente educati al redditizio culto delle reliquie - vanno a rendere omaggio alle spoglie di quell’anziano, anonimo benestante del I/II secolo, che “forse” si chiamava Petros e magari era un greco convertito al cristianesimo.

Ma torniamo a Nerone e iniziamo a domandarci come mai dal mondo romano non siano giunte notizie di persecuzioni contro esponenti di altre religioni. Ci viene in aiuto il capitolo 28, versetto 22, degli Atti degli Apostoli, dove gli interlocutori di Paolo parlano dei cristiani definendoli una «setta [...] che trova dovunque opposizione». I primi a perseguitare i cristiani furono gli ebrei: non dimentichiamo che quando Paolo di Tarso ebbe la celebre folgorazione si stava recando a Damasco per ordine del Sommo sacerdote con il compito di stanare gli adepti di Yehoshua e che il protomartire Stefano fu lapidato a Gerusalemme per ordine del Sinedrio, ma la Storia ci ha soprattutto tramandato le mattanze volute dagli imperatori romani illustrandoci gli orribili supplizi cui i martiri andarono eroicamente incontro pur di non abiurare la loro religione e fornendoci l’immagine di un esecrabile, cruento, contrasto tra perfidi pagani adoratori di falsi dèi e sant’uomini/sante donne incrollabilmente fedeli all’unico vero Dio.

Insomma, sembra che i cristiani dei primordi riuscissero a irritare chiunque, al punto da provocare reazioni violente, e infatti potremmo assimilarli a una di quelle sette - purtroppo attive ancora oggi - i cui adepti sono votati al proselitismo selvaggio al quale si dedicano con petulanza, invadenza e furore mistico. Questo è certamente uno dei motivi per cui si resero da subito invisi al popolo; mentre gli imperatori romani, impegnati ad amministrare un territorio immenso, a mantenere l’ordine interno minacciato da tradimenti e congiure, a sostenere un assetto economico complesso, a difendere i confini contro le invasioni dei barbari, impiegarono un po’ di tempo prima di occuparsi di un gruppo di invasati che — erroneamente - ritenevano relativamente ristretto e non era certamente al centro dei loro pensieri.

Secondo una leggenda tristemente accreditata dai libri di scuola e da Hollywood, nella notte tra il 18 e il 19 luglio dell’anno 64, Nerone fece dare alle fiamme Roma allo scopo di trarre ispirazione per comporre un poema sull’incendio di Troia: accusato da più parti dell’insensato gesto, pensò bene di accollarne ai cristiani la responsabilità. In realtà il rogo, che durò più di sei giorni e risultò molto difficile da domare, fu innescato (forse) dolosamente in una zona periferica di Roma da alcuni facinorosi, ma la prima versione servi alla Chiesa per rinforzare l’immagine esecranda di un pagano scatenato contro i miti seguaci di Cristo, dediti solo alla preghiera e alla missione per la salvezza delle anime.

Esistono due interpretazioni alternative del fatto: una afferma che fu la comunità ebraica ortodossa di Roma - protetta da Poppea - a fomentare la repressione contro coloro che riteneva eretici traditori della Legge mosaica e convinse la moglie dell’imperatore a suggerire al marito di incolpare dell’incendio gli aborriti nemici, molti dei quali vennero arrestati e assassinati; l’altra racconta che una volta spento il rogo, se ne cercarono i colpevoli, che furono individuati e messi a morte: tra loro v’erano anche dei cristiani, condannati non in quanto tali, ma come incendiari.

A questo punto, però, sorge una legittima domanda: per quale motivo Pietro e Paolo avrebbero dovuto essere martirizzati a Roma nel 64, come vuole la tradizione, se Nerone non fu l’artefice della massa di persecuzioni che gli viene attribuita? I resoconti sui quali si fonda la versione più accreditata dei supplizi, quella che ispirò la letteratura e il cinema, giunge, come sempre, dagli autori cristiani dei primi secoli: Policarpo, Giustino, Cipriano, Tertulliano, Lattanzio e soprattutto Eusebio di Cesarea, la cui attendibilità come storico fa acqua da tutte le parti.

Ma se - almeno parzialmente - possiamo assolvere Nerone come aguzzino dei miti seguaci di Cristo, non si può dire altrettanto di altri imperatori, le cui persecuzioni scaturirono da motivi politici, poiché i cristiani, ostinandosi nel loro monoteismo e rifiutando di riconoscere la divinità dei Cesari, si collocarono automaticamente tra i nemici di Roma e ne subirono le conseguenze. Inoltre, con il tempo la Chiesa cristiana si era andata espandendo non solo numericamente, ma soprattutto economicamente, coinvolgendo sia gli strati più poveri della popolazione, sia molti appartenenti alle ricche classi patrizie, la confisca dei cui beni iniziò a costituire un goloso motivo di attenzione.

Roma, inoltre, incominciò a preoccuparsi anche per un’altra ragione: una così vasta comunità, provvista di ingenti ricchezze, presente in ogni angolo del vasto territorio imperiale, avrebbe potuto facilmente arruolare un esercito e muoverle contro. Schiava della propria mentalità bellica, non immaginava come questa fosse l'ultima intenzione della Chiesa cristiana, ormai ragionevolmente certa del successo di quella strategia partita intorno al 70 e destinata a conquistare il potere silenziosamente, corrodendo l’impero dal suo interno.

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Laura Fezia

Laura Fezia è nata a Torino, dove vive e lavora. Studiosa di antropologia, psicologia, storia, religioni, criminologia e del “mistero” in tutti i suoi molteplici aspetti, appassionata di animali e della sua città, fa la scrittrice e la ricercatrice. Ama definirsi...
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