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Il fallimento della teoria etica tradizionale - Estratto da "La Terza Via dell'Empatia"

di Lori Gruen 9 mesi fa


Il fallimento della teoria etica tradizionale - Estratto da "La Terza Via dell'Empatia"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Lori Gruen

Il fallimento della teoria etica è stato oggetto di molti dibattiti filosofici, in ambito antispecista e tra attivisti in cerca di una bussola. A volte, la teoria etica è vista con ironico scetticismo.

I suoi detrattori hanno insinuato che è diventata il campo dei moralizzatori bigotti, che solo di rado mettono in pratica ciò che predicano o, se mai lo fanno, è quasi impossibile seguirne l’esempio.

Nelle mani dei filosofi accademici, la teoria etica è diventata una questione irrilevante agli occhi delle persone vere, che affrontano dilemmi morali veri. Anche i filosofi accademici tendono a chiamarsi fuori dalla mischia morale tra lotta e compromesso, e stabiliscono un tipo di azione senza capire fino in fondo la complessità dei problemi morali che le loro teorie hanno lo scopo di illuminare e ' potenzialmente risolvere.

Una strategia diffusa, usata dai filosofi che operano nel campo dell’etica, è lasciar perdere la complessità, poiché «macchia» la forza degli argomenti filosofici, che si basano su principi astratti e universali dedotti mediante un ragionare attento ma distaccato.

Vi do un paio di esempi significativi.

Il primo viene da un noto articolo che Peter Singer pubblicò nel 1972, Carestia, ricchezza e morale:

  1. La sofferenza e la morte, causate da povertà assoluta e mancanza di cibo, riparo e assistenza medica, sono una cosa brutta.
  2. Se è in nostro potere evitare che accada qualcosa di brutto, senza sacrificare nulla che abbia una equiparabile importanza morale, dobbiamo farlo.
  3. Dato il nostro livello di ricchezza, possiamo fare molto di più senza sacrificarci troppo.
  4. Dobbiamo fare molto più quanto facciamo ora. 

Una volta stabilito cos'è un sacrificio, come paragonare l'importanza morale di varie azioni e a quanto ammonta, nello specifico, «fare molto di più», è difficile trovare una pecca nel ragionamento.

È altresì difficile criticare il suo argomento, poiché non in dica come agire. Certo che può farlo, dopo aver affinato i dettagli. Ecco un altro esempio, più recente, da Jeff McMahan:

  1. La produzione e la distruzione di massa degli animali per poterli mangiare causa sofferenze enormi e ingiustificate.
  2. I cosiddetti «metodi di allevamento umani» possono magari ridurre al minimo alcune sofferenze legate alla produzione industriale, ma gli animali continuano a soffrire quando vengono macellati. Così facendo, vengono privati di piacevoli esperienze future che potrebbero vivere, se non finissero ammazzati prematuramente per finire nei nostri piatti.
  3. Entrambe queste forme di produzione animale non sono eticamente giustificabili, perché stiamo causando dolore inutile e stiamo privando gli animali di piacevoli esperienze future.
  4. Supponiamo di poter creare una razza di animali geneticamente programmata per morire a un’età relativamente giovane, quando la loro carne ha un sapore migliore.
  5. Supponiamo inoltre di poterli produrre, allevandoli in condizioni piacevoli e rispettose, prima che muoiano di una morte indolore.
  6. Se i punti 4 e 5. si avverano, non stiamo causando dolore inutile e non stiamo privando gli animali di piacevoli esperienze future, che altrimenti potrebbero vivere.
  7. Ne segue che non c’è nulla di male nel prenderne i corpi e mangiarli «con le buone».

Nutro enorme rispetto per Peter Singer e per Jeff McMahan. Entrambi ci hanno significativamente aiutato a riflettere in maniera diversa sulle nostre responsabilità nei confronti delle crisi morali scaturite dall’ineguaglianza e dalla violenza.

Questo tipo di argomentazione, però, mi piace sempre meno. Malgrado la chiarezza, tali tesi, esempi perfetti del tipo di argomenti dell’etica, ci costringono a restringere lo sguardo e appiattiscono, o cancellano, la complessità dei problemi morali veri.

La tesi di Singer non riconosce adeguatamente le preoccupazioni specifiche, gli interessi, i comportamenti, le affinità e le sensibilità delle persone vere, che devono decidere cosa fare alla luce delle sofferenze e della morte causate, per fare un esempio, dalla povertà. Né prende nella giusta considerazione le esperienze di chi .soffre e muore. Questo tipo di argomentazione non tiene conto di genesi, qualità, contesto e importanza di particolari preoccupazioni, interessi, comportamenti, sensibilità ecc., e non può che fare così, per via del divario tra teoria e pratica.

La tesi di McMahan si concentra su un caso ipotetico piuttosto azzardato e non riesce a passare in rassegna i motivi per cui mantenere gli animali nella categoria delle cose «edibili» distorce le relazioni che intratteniamo con loro.

Questo tipo di ragionamento astratto sottolinea inoltre la natura distaccata e meccanica dell’argomentazione etica tradizionale. Un software di ultima generazione o un robot potrebbe individuare dove si stanno verificando le sofferenze dovute alla povertà assoluta, calcolerebbe se un individuo intenzionato ad agire, tutto considerato, farebbe bene o male, e stamperebbe un comando d’azione.

Ragionamenti come questo non solo riducono gli agenti morali a calcolatori, ma stereotipizzano gli individui che soffrono, riducendoli a oggetti da aiutare. Sono senza nome, intercambiabili: noi ci limitiamo a riconoscerli in quanto vittime di povertà assoluta o, nel caso degli animali, di cibo trattato in maniera gentile o crudele. Non prestiamo attenzione alle particolarità delle loro vite in comunità e delle relazioni che intrattengono, e possiamo tranquillamente eludere queste domande, formulando il nostro proposito etico in chiave astratta.

Spesso però è proprio la ricchezza delle esperienze e delle relazioni degli individui ad aiutarci a capire cosa rende la loro vita colma di significato, interessante e preziosa, e quindi cosa perdono o guadagnano nel caso in cui agiamo o non agiamo. Fare attenzione ai particolari può inoltre aiutarci a riconoscere subito atteggiamenti arroganti, valutazioni di stampo imperialistico e altre forme deleterie di antropocentrismo.

I ragionamenti etici di questo tipo richiedono ciò che l’ecofemminista Marti Kheel ha chiamato «narrativa tronca». La forma standard di argomentazione etica non ha una vera e propria struttura: strappa «un problema etico dal contesto originario» e in tal modo «sradica il problema». Per esempio, se vedessi una senzatetto col cane per strada, usando la formula di Singer mi chiederei se dar loro dei soldi potrebbe prevenire un evento negativo e se questo gesto rappresenterebbe un danno equiparabile per me. Risponderei sì alla prima domanda e no alla seconda. Quindi, la scelta etica sarebbe darle gli spiccioli che ho in tasca. Forse, se nei pressi ci fosse un Bancomat, potrei persino dare qualcosa di più.

Ma analizzare così la situazione ci fa ignorare domande più ampie; c’è un centro per senzatetto dove lei e il cane possono andare? Perché mai lei e il suo compagno canino si trovano sul marciapiede? Forse perché il centro per sole donne non accetta i cani e lei non ha intenzione di abbandonarlo? Quali sono le forze sociali e culturali che hanno scatenato questa situazione, e il mio metterle 20 dollari nel cappello può davvero farle del bene, o mi farà solo sentire un’eroina? Kheel sostiene che la narrativa tronca tende a creare una situazione binaria con una vittima e un eroe, il che esclude la possibilità che quest’ultimo possa aver contribuito alla nascita del problema più grande.

Nelle sue forme abituali, la teoria etica ci distacca dalle nostre esperienze morali pratiche mediante ragionamenti astratti; evita le complesse strutture e ideologie che sono sempre all’opera; mette inoltre da parte le nostre particolari preoccupazioni, le nostre relazioni e le altre cose che rendono la vita degna di essere vissuta. Il tutto sembra piuttosto alienante, e una teoria alienante non ci aiuterà mai a iniziare a risolvere la miriade di problemi per la quale in teoria è stata costruita.

Se abbiamo requisiti morali tali per cui le nostre decisioni morali e le nostre azioni ci separano dalle cose che rendono la vita degna di essere vissuta, allora è probabile che la maggior parte delle persone non ne terrà conto. Le teorie morali alienanti sarebbero quindi autodistruttive. Se l’obiettivo dell’etica è fornire un orientamento alle azioni morali, ma le azioni verso cui si indirizzano gli individui sono contrarie alla condotta di una vita soddisfacente e carica di significato, allora le teorie non stimoleranno alcuna azione. Anche se la teoria morale ci guida solo verso azioni che ci costringono di tanto in tanto a rinunciare alle cose importanti della vita, il problema resta.

C’è un altro modo in cui le teorie etiche tradizionali possono condurre a una forma problematica di alienazione. Dal momento che ci costringono a concentrarci su determinati aspetti di una situazione, restringendo il campo, questa ottica limitata appiattisce o cancella la complessità dei problemi morali veri.

Ne consegue che non riescono a cogliere la ricchezza dell’esperienza morale; si limitano a inquadrare i problemi, lasciando fuori campo alcuni elementi che contano. Questo appiattamento o eliminazione ci aliena dalle nostre condizioni ambientali, o almeno da aspetti importanti di tali condizioni. Così facendo, ci aliena anche da possibili interpretazioni del contesto in cui ci troviamo, interpretazioni che potrebbero condurre a una comprensione maggiore non solo della situazione allarmante, ma anche del nostro ruolo al suo interno.

Quando diamo per scontato alcuni aspetti di una situazione, quando ignoriamo le condizioni di partenza che hanno portato al problema morale, ecco che alcune soluzioni potenziali si «eclissano». La stessa capacità di immaginazione morale viene limitata, e questa limitazione può impedirci di vedere la via d’uscita dal dilemma. Il fatto che le teorie morali rischino di alienarci da possibili soluzioni è, in sé, una forma di alienazione a dir poco allarmante.

Un elemento centrale dell'ambiente in cui ci muoviamo sono le relazioni con gli altri altri umani, altri animali, le reti che formiamo e che ci formano. Le teorie etiche tradizionali tendono a ignorare queste relazioni fondamentali, spesso presupponendo che stiamo al mondo come pensatori e attori, senza aver imparato a pensare e agire con l’aiuto di una comunità di pensatori e attori. Questa mancanza di contestualizzazione conduce alla bizzarra idea che siamo soli, soli nel nostro agire. Le teorie tradizionali tendono a ignorare o sottovalutare non solo il significato delle relazioni in cui ci troviamo, ma anche il modo in cui tali relazioni modellano chi siamo.

Finché le teorie etiche tradizionali alieneranno le persone sia dai dilemmi morali che ci troviamo di fronte, sia dal comprendere in profondità le vite di coloro che hanno bisogno, delle altre persone e degli altri animali che amiamo, delle comunità e delle pratiche che danno senso e valore alla nostra esistenza, dalla possibilità cioè di sintonizzarci quanto più possibile con la ricchezza e la complessità del mondo in cui viviamo, esse sono destinate a fallire.

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Lori Gruen

Lori Gruen è docente di Filosofia, di Studi femministi, di genere e di sessualità e di Scienze ambientali presso la Wesleyan University, dove coordina anche i Wesleyan Animal Studies. Membro del Center for Bioethics di Hastings, ha pubblicato numerosi lavori sull’etica...
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