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Il contesto

di Stefano Fais 1 mese fa


Il contesto

Leggi un estratto dal libro "La Terapia Antiacida per la Cura dei Tumori" del dottor Stefano Fais

Io leggo molto, praticamente sempre, e leggo tutto, senza mai mettere da parte un libro solo perché nelle prime pagine non mi convince. La mia selezione la faccio alla fine, c’è quello di cui ricordarsi e quello per cui non vale la pena.

E devo dire che molto spesso trovo anche solo una frase o un episodio che mi tengo dentro o anche mi appunto.

A volte ho anche peccato di presunzione pensando di ricordarmi senza problemi una frase che poi mi ha evocato un pensiero per poi accorgermi che mi ero dimenticato tutto, frase e pensiero. Per cui da molto tempo ormai cerco di appuntarmi qualsiasi cosa su diari o quaderni che sono un po’ il mio patrimonio personale.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

La Terapia Antiacida per la Cura dei Tumori

Stefano Fais

(1)

La terapia antiacida è molto efficace nel bloccare la crescita tumorale. Un metodo di cura dei tumori basato su tantissime evidenze scientifiche raccolte dal 2004 dal dott. Stefano Fais e dal suo gruppo di ricerca. In questo libro l’autore...

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Indice dei contenuti:

Un fallimento oggi molto evidente

Certo è che sia i romanzi che i saggi possono o no essere contestualizzati. A un periodo storico, a una biografia o a un’autobiografia. Non di rado le vicende di un libro o di un racconto possono rimanere sospese nell’aria e ricadere sulla terra di tanto in tanto.

Penso al Giovane Holden scritto da J.D. Salinger nel 1951. In inglese si intitolava The Catcher in the Rye, di difficile traduzione, praticamente impossibile, se non assumendo che rye in inglese è segale (ma anche possibilmente il rye whiskey, un distillato che, secondo le leggi degli Stati Uniti deve essere prodotto impiegando almeno il 51 % di segale) e che catcher è il giocatore di baseball che raccoglie le palle dietro il battitore. Quindi è universale e perso nel tempo, ma sempre così attuale. Forse veramente potrebbe essere un romanzo iniziatico per i giovani di tutto il mondo... per l’eternità.

Ma io con il libro che avete davanti devo necessariamente essere contestualizzato, perché devo e voglio parlare di quello che sta succedendo da cinquantanni a oggi. Mi serve per stare con i piedi ben piantati a terra e scrivere guardando la gente negli occhi.

Quello che più mi ha colpito è l’aver realizzato di essere di fronte a un fallimento dell’industria farmacologica. Nel mio libro del 2016 ho commentato un articolo pubblicato sul «Financial Times» nel 2008 (vedi figura 1, pag. 14) nel quale questo argomento era trattato in maniera diretta, mettendo il lettore di fronte al dato di fatto che negli ultimi decenni i farmaci che erano entrati in commercio con la promessa di curare le malattie maggiori, compreso il cancro, avevano in realtà completamente disilluso tutte le attese.

Oggi mi rendo conto che quell’articolo scritto ormai dieci anni fa era visionario e le evidenze che già c’erano sono ormai di fronte agli occhi di tutti.

Nel 2017 sono stati pubblicati sul «British Medicai Journal» i risultati di uno studio retrospettivo che ha dimostrato che tutti i nuovi farmaci antitumorali testati per la loro efficacia clinica fra il 2009 e il 2013 non hanno funzionato (Davis et al, 2017) (vedi figura 2, pag. 15).

Per dirla con le parole dei ricercatori: «Per la maggior parte i farmaci sono entrati nel mercato senza evidenza di benefici sia per la sopravvivenza che per la qualità di vita dei pazienti. Dopo un minimo di 33 anni dall’immissione sul mercato, non vi era alcuna evidenza conclusiva che questi farmaci avessero sia aumentato che migliorato la vita per la gran parte dei pazienti con tumore. Anche in caso di lievi incrementi della sopravvivenza l’influenza di questi farmaci rispetto sia a trattamenti pre-esistenti che al placebo era del tutto marginale».

È un’affermazione letteralmente impressionante perché dietro a questo fallimento ci sono investimenti quasi senza limiti delle grosse holding farmaceutiche.

A dare ancora più rilevanza a quanto messo in evidenza nell’articolo del «Financial Times» è recente; la notizia che un colosso farmaceutico come la Pfeizer ha sospeso la ricerca su nuovi farmaci da utilizzare nella terapia del morbo di Alzheimer, per la ragione che «A grandi investimenti hanno corrisposto esiti deludenti». L’articolo comparso sul Wall Street Journal commenta: « Una scelta che costerà nei prossimi mesi 300 posti di lavoro. Lo stesso destino toccherà anche ai farmaci contro il Parkinson» (vedi figura 3, pag. 15).

Direi che in questa panoramica c’è tutto quello che sto cercando di dire ormai da dieci anni. La ricerca in medicina non può essere improvvisata da gente che non sa nulla di medicina, ma ancora di più sostengo di nuovo che la Medicina non è una scienza, ma un’attività molto complicata e tra le più difficili fra quelle umane che non può essere appaiata a nulla, perché ha lo scopo di curare ogni singolo essere umano e non la si può rinchiudere in nessuna definizione o parametro, se non quello di un atteggiamento estremamente attento e consapevole.

Innescare il processo

Tuttavia, la domanda sorge spontanea: cosa si può fare?

Partirei da una considerazione: sbagliare contesto può comportare il perdere una battaglia da subito. E il contesto non è quello morale, etico, scientifico o tecnico. Nella maniera più assoluta non è niente di tutto questo.

Il contesto vero è quello del confronto con il potere economico.

Tutto il resto va preservato come un tesoro ed è la vera ragione per cui ci si batte, ma nessuna delle argomentazioni che ho elencato rappresenta un’arma efficace. Io da giovane e di sinistra ho partecipato a molte battaglie in ambito sociale, il divorzio e l’aborto per prime.

Ma quando la battaglia sociale ha confinato con interessi economici forti è sempre miseramente fallita. Quante marce per la pace (ma come si possono continuare a vendere le armi?), quante manifestazioni antinquinamento (ma come si possono fare soldi facili se non vendendo petrolio o gas?) e potrei andare avanti.

Ma la soluzione a tutto ciò è difficile e manca quasi tutto per portarla avanti. Ho sentito dire a Oscar Farinetti, creatore di Eataly, che quando si parla di business, e quindi di un modo di fare tanti soldi e possibilmente in modo non troppo complicato, l’unico modo per farne finire uno che comporta disastri per l’umanità è proporre di sostituirlo con un altro altrettanto, se non più, remunerativo. Lui faceva l’esempio dell’inquinamento da uso di fonti di energia non rinnovabile. Beh, se vuoi dargli un taglio devi far diventare il “disinquinamento” un business.

Ma senza l’aiuto di uomini di vertice politici e non, la gente comune come mai potrà fare? Ed è vero, si ha l’impressione che il potere economico in questo momento sia straordinariamente forte e quello politico straordinariamente debole. Si ha l’impressione di una forza crescente delle lobby e della massoneria. Tutto ora sembra rendere l’impresa impossibile. Ma, come scrivevo ne L'approccio antiacido per la prevenzione e la cura delle malattie, sarebbe sciocco pensare alla mia età di vedere realizzato un processo di questo tipo all’interno della propria vita; tuttavia bisogna innescarlo. Bisogna prendere al volo tutte le occasioni che si presentano... confidando nel fatto che poi qualcuno lo possa continuare!

Ormai nelle farmacie i farmaci chimici sono un servizio. Quello che le mantiene in vita sono integratori, cosmetici, rimedi omeopatici e vaccini. Tutto questo rappresenta un business di portata quasi indefinibile, perché tutto quello che ho elencato viene o somministrato a persone sane o le persone sane se lo autosomministrano. A questi si aggiungono pazienti con una enorme varietà di malattie, quindi potenzialmente tutti. Questa potrebbe essere una grande occasione per sedersi al tavolo delle trattative e cominciare a parlarne. Cioè a parlare di una nuova tendenza rispetto alla gestione della salute, per il futuro nostro, dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Diritto alla vita e diritto alla salute

«Pensò che Davuth era molto più profondo di lui perché avevo vissuto uno vita molto più pericolosa. Il dono di una vita pericolosa: rapidità di pensiero e una perfetta capacità di odiare. Non incontravi più quel tipo di persona nelle zone sviluppate. Forse nell'Italia meridionale rurale, girando per le strade. Forse in Serbia o nelle cittadine francesi più sperdute, dove ancora affioravano per un istante strani personaggi militari, veterani di guerre che non volevano ammettere. Forse ne trovavi uno che riparava le reti in una delle isole greche più povere.

Ma Davuth, anche se Robert non lo sapeva, veniva da una guerra recente, ed era una guerra indigena. L'aveva superata e aveva imparato come funzionano gli esseri umani internamente. Guardava diritto dentro Robert fino al vuoto e non sembrava sorpreso da quanto un uomo istruito potesse essere trasparente, docile, primitivo e ignorante.

Non c'era nessun rispetto nel suo atteggiamento. Aveva visto persone istruite chiedere pietà a bambini analfabeti armati sul ciglio di strade in fiamme, e non si era dimenticato le loro espressioni, né come cercavano di spiegare perché non avevano calli sulle mani.

Era una di quelle cose patetiche che non si dimenticano più. I bambini ascoltavano, senza capire, poi gli sparavano in testa coi kalashnikov e ridevano quando i corpi avevano le convulsioni. Quanta istruzione e educazione per niente. Un bambino pazzo può far saltare in aria tutta la tua musica classica, il tuo Marx e la tua matematica solo perché si diverte a vedere le tue convulsioni. Datti da fare per la tua salvezza disse il Buddha. Non si occupava lui di salvarti: c'eri solo tu, la tua bussola interiore e la capacità di prevedere».

- Lawrence Osborne, Cacciatori nel buio (Adelphi)

«A quell'epoca, la morte non viveva ancora nell'anonimato e la si poteva vedere e annusare dappertutto mentre divorava anime che ancora non avevano avuto nemmeno il tempo di peccare».

- Carlos Ruiz Zafón, Il gioco dell'angelo (Mondadori)

Perché queste citazioni e perché ora?

Credo di non dire nulla di eccezionale affermando che il diritto alla vita è la più grande conquista dell’umanità. Ma direi anche che insieme al diritto alla vita si può mettere il diritto alla salute.

Questo che ho appena scritto, e che sembra addirittura banale alle nostre latitudini, non lo è per niente in altre parti del mondo nello stesso momento in cui sto scrivendo. Nel senso che un giorno ci si può addormentare nel nostro letto sicuri che questi diritti siano difesi e preservati, e svegliarsi invece in Cambogia dove ancora le cose non sono proprio così o addirittura in molte parti dell’Africa, ormai non solo sud-sahariana, dove la vita non vale nulla e figuriamoci il diritto alla salute. E infatti ancora il contesto che al giorno d’oggi determina l’applicazione di diritti fondamentali, e trovo sconvolgente che le cose negli ultimi cinquant’anni non sono migliorate neanche un po’, anzi direi peggiorate con i flussi migratori determinati dalle inadeguate condizioni di vita o peggio dalle guerre.

Quando le condizioni di vita scadono e si ritorna alla sopravvivenza, beh, la solidarietà di cui tanto ci si riempie le bocche diventa un fastidioso rumore lontano perché addirittura non ci si può fidare di nessuno, perché non c’è nessuno che difende i più deboli.

In tutto questo le organizzazioni umanitarie e gli organi ufficiali fanno quello che possono, ma nulla basta più.

La guerra al cancro

«C'è sempre sfata gente che vuole far paura, chissà da quanti anni parlano di guerra.

Ho letto le loro esternazioni e non ho detto una parola, ma adesso, per Dio, alzerò la mia debole voce.

Voglio morire sulle mie gambe prima di andare sotto terra.

Se avessi rubini e ricchezze e corone comprerei il mondo intero e cambierei le cose.

Carri armati e cannoni li butterei a mare come errori di una storia passata.

Voglio morire sulle mie gambe prima di andare sotto terra».

- Bob Dylan, Let me die in my footstep

Prendendo spunto da questo passaggio di una canzone di Bob Dylan, mi sembra arrivato il momento di fare una piccola speculazione. Ripeto quello che ho appena detto: “quando si parla di salute non si può prescindere dal diritto alla vita” e quando ci sono guerre in corso ahimè il diritto alla vita scompare, anzi direi che la vita vale poco o nulla, anche quella dei bambini.

Beh, ormai sono alcuni decenni che si sente parlare di guerra al cancro. E come tutti sanno in guerra ogni mezzo è lecito; si passa sulla vita degli esseri umani con i carri armati e con le bombe di ogni genere - e quindi si perde il concetto di diritto alla vita.

Con i tumori purtroppo si è arrivati a questo: per distruggere quei “mostri” ogni mezzo è lecito; e sono i pazienti stessi che te lo chiedono, pronti ad affrontare eroicamente ogni tipo di sofferenza, per sconfiggere quell’orribile nemico che alberga dentro loro stessi.

Quando una guerra è in atto, inevitabilmente si aprono spazi infiniti per chi dalla guerra vuol trarne profitti: dalle lobby finanziarie, agli avventurieri senza scrupoli, ai militari di carriera, ai ladruncoli, agli arringatoci di folle, in una specie di psicopatologia narcisistica che appare a tutti ormai assoluta normalità e che nasconde completamente i sentieri che invece bisognerebbe percorrere; che non sono alternativi, attenzione, spesso possono rappresentare l’inizio di una vera strada maestra.

Devo dire che in questa psicopatologia narcisistica rientrano alla grande, purtroppo i ricercatori. Il mondo della ricerca, e in particolare quella biomedica, è diventato infatti una consacrazione quotidiana al compiacimento narcisistico e al perseguimento degli obiettivi dei progetti di ricerca.

Un mondo in cui gli editorial boards dei top journals sono costituiti non più dai coriacei editors che spesso si sobbarcavano scelte difficili anche in disaccordo con quelle dei revieivers perché erano pronti a rischiare su un articolo anche se non perfetto, ma che conteneva in realtà una scoperta vera; qualcosa che aveva le potenzialità per contribuire ad un cambiamento epocale.

Ora gli Editors, anche di giornali prestigiosi come «Nature e Science», sono ricercatori dal curriculum scientifico discutibile che seguono protocolli precisi e che basano la loro decisione finale quasi esclusivamente su un giro di consultazioni esterne, e quindi di base estremamente condizionabili da personaggi autorevoli che, se possibile, tirano sempre l'acqua al loro mulino. Tra l’altro molto spesso blanditi da ricercatori di chiara fama che li convincono che il loro articolo è irrinunciabile.

Senza entrare nel merito dei convegni scientifici che dovrebbero essere un momento di confronto interattivo, ma che sono diventati per lo più un modo di fare un altro tipo di turismo, magari sui fondi di ricerca. Così è da molto tempo che non si scopre nulla di rilevante in medicina. Chi ne fa le spese è l’essere umano senza distinzioni di età o genere, o di colore della pelle. Cavalli Sforza è morto nel 2018, consapevole che la sua idea di identificare i movimenti dei popoli attraverso l’analisi dei geni, che lo ha reso famoso nel mondo, era in realtà fallita.

Allora ci si chiede perché e il perché drammaticamente è ancora lo strapotere del business. L’irrefrenabile avanzata del cinismo del potere economico; e diciamolo che gli uomini politici non sono adeguati in Italia come altrove, per fronteggiare il potere economico.

Dico sempre ai miei giovani compagni d’avventura che nel nostro mestiere bisogna smetterla di agire come studenti universitari e quindi i libri di testo non esistono, perché siamo noi che li dobbiamo scrivere con quello che produciamo. Consiglio sempre di leggere romanzi perché mantengono la mente aperta e più adatta ad accorgersi di qualcosa di cui gli altri non si accorgono e a elaborarlo in modo da farlo passare da un’idea a un esperimento e poi a una evidenza sperimentale.

La ricerca in medicina non è fatta per persone concentrate sulle proprie ambizioni, o sulla voglia di essere sempre benvoluti e apprezzati o anche per le prime o i primi della classe. E fatta semmai per persone intelligenti che abbiano una vera conoscenza della medicina presente e passata, che siano in connessione con le scoperte recenti ma sempre con la consapevolezza che si sta parlando di salute e non semplicemente di aumento del bagaglio delle conoscenze dell’umanità.

Rammento per l’ennesima volta che intelligenza deriva dal latino intelligere che si traduce con “leggere dentro” e che quindi non corrisponde alla furbizia di chi deve confrontarsi con la competizione. Dico sempre che quando si dice ad una persona che è furbo come una volpe, non gli si fa un complimento perché la volpe è un animale e da un essere umano ci si aspetta qualcosa di più. No?

Ci troviamo a vivere in un’epoca in cui la tecnologia ha di gran lunga soverchiato l’immaginazione. In cui addirittura il mercato è dettato dall’offerta e non dalla domanda. In cui la vita della gente è funestata da una continua aggressione diagnostica. In cui la chirurgia è entrata nella vita di tutti nell’illusione che il nostro corpo possa essere manipolato per rimanere sempre giovani.

Agli inizi degli anni Ottanta del Novecento era evidente nella nostra cultura il disagio di fronte alla dicotomia fra progresso tecnologico e umano.

Faccio un esempio molto semplice. Quando passiamo accanto a uno sfasciacarrozze vediamo relitti di automobili malridotte e accatastate Funa sull’altra in attesa di rottamazione. Per assurdo, ognuno di quei relitti può essere reso funzionante aggiungendo componenti nuove lì dove serve. Purtroppo un corpo umano quando è morto, quando si è definitivamente spento, non può essere riportato in vita, neanche sostituendo organi vitali con altrettanti artificiali o provenienti da altri esseri umani che siano. In altre parole, la ricerca del rimedio umano per ridare la vita non esiste e non esisterà mai. Capire ed elaborare fino in fondo questa realtà sarebbe un grande passo in avanti per ritornare alla medicina, il cui fine ultimo dovrebbe essere quello di aiutare ogni singolo essere umano a curarsi da solo.

L’approccio chirurgico è diventato dominante in medicina, ma la medicina è ben altro. A causa dell’impatto sociale che hanno i tumori, più di una volta ho sentito frasi del tipo «Vorrei che qualcuno mi strappasse questo mostro che ho dentro di me» oppure «Mi farei somministrare qualsiasi cosa per distruggere questa cosa orribile che sta crescendo dentro di me» e una serie di frasi molto simili. Ma questo si comprende e come, perché non c’è nulla di più facile che far leva sulla paura. La paura dell’umanità è il bottone che sta ogni giorno davanti agli occhi di chi gestisce il potere economico. E come ho scritto anche nel primo libro, la paura rende stupidi. Va da sé che quindi per essere veramente intelligenti, bisogna essere anche coraggiosi. Il coraggio non corrisponde però all’incoscienza di chi da giovane affronta i pericoli senza esserne consapevole. Il coraggio è nella piena coscienza che si sta facendo qualcosa di pericoloso o di potenzialmente pericoloso per se stessi.

Ma nessuno può essere lasciato da solo in questo e io proverò a mettere a nudo alcuni problemi proponendo anche soluzioni fattibili sia a livello sociale sia a livello di ogni singolo individuo.

La Terapia Antiacida per la Cura dei Tumori

Stefano Fais

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La terapia antiacida è molto efficace nel bloccare la crescita tumorale. Un metodo di cura dei tumori basato su tantissime evidenze scientifiche raccolte dal 2004 dal dott. Stefano Fais e dal suo gruppo di ricerca. In questo libro l’autore...

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Stefano Fais

Stefano Fais

Stefano Fais, si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1981. Per circa 15 anni ha condiviso l’attività di medico con l’attività di ricerca, nel 1994 decide di dedicarsi completamente ad essa. È attualmente Direttore del Reparto Farmaci Anti-Tumorali dell’Istituto Superiore di Sanità....
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