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Il caso del giubbotto del tizio ubriaco

di Eve Rodsky 12 mesi fa


Il caso del giubbotto del tizio ubriaco

Leggi un estratto dal libro "Come ho convinto Mio Marito a Lavare i Piatti" di Eve Rodsky

Un giorno, proprio nel periodo in cui lavoravo alla creazione di un sistema - o di un gioco, se preferite - che ci permettesse di redistribuire carichi e responsabilità, stavo andando a Seattle per lavoro. Dovevo stare via solo un giorno, e stavo giusto accostando al marciapiede davanti alle Partenze quando mi è arrivato il seguente messaggio di Seth:

«Un tizio ha lasciato il suo giubbotto e una bottiglia di birra sul nostro prato».

Oddio, che schifo. E, ancora più pregnante, cosa dovrei farci io, che sono già in viaggio?

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Come ho convinto Mio Marito a Lavare i Piatti

Il metodo che risolve per sempre la divisione dei lavori domestici e che riporta la gioia in famiglia

Eve Rodsky

Eve Rodsky, madre, moglie e donna in carriera, si è resa conto che il suo matrimonio stava andando male, contro ogni previsione: suo marito, benché istruito, educato e rispettoso, aveva cominciato a dare per scontato che fosse lei a occuparsi di...

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Indice dei contenuti:

Regola 1: il tempo è uguale per tutti

Quando sono tornata a casa, 16 ore più tardi, ben oltre il tramonto, il messaggio mi era ormai passato di mente. Poi sono entrata nel vialetto e sul prato, al buio, ho intravisto la sagoma di un giubbotto e di una bottiglia di birra. Ma scherziamo? Fumavo di rabbia. E mentre aprivo la porta d’ingresso mi sono chiesta perché.

Mi sono ricordata delle innumerevoli amiche che mi avevano parlato del famigerato «messaggino», o di sua cugina, «l'e-mail inoltrata», come una causa di frustrazione nei loro matrimoni: un’e-mail arriva sia a voi che al vostro partner dalla scuola dei bambini, dal loro allenatore, insegnante di musica, pediatra, o dalla motorizzazione, e il vostro partner ve la re-inoltra. Il messaggio implicito è: Puoi occupartene tu?

Ho trascinato la valigia al piano di sopra, dove ho trovato Seth comodamente sdraiato sul letto, col cellulare in mano. Mentre io passavo l’intera giornata a lavorare in un’altra città, mio marito era sì andato a sua volta in ufficio, ma poi aveva avuto quattro ore libere dopo che i bambini erano andati a letto, durante le quali aveva fatto un po’ di sport, aveva guardato la TV e controllato Instagram. Si trattava di un arco di tempo piuttosto lungo per rilassarsi dopo una dura giornata, eppure, apparentemente, non lungo abbastanza per levare di mezzo la roba che un tizio ubriaco aveva lasciato sul prato e di cui lui si era accorto 16 ore prima. Il suo messaggio mattutino non significava: «Ci crederesti?», ma piuttosto: Non ho tempo, occupatene tu.

Quella notte, in piedi sulla soglia della nostra camera da letto, mi sono resa conto che mio marito si aspettava che poggiassi la valigia, prendessi un sacco della spazzatura e un paio di guanti di gomma, che andassi fuori, raccogliessi giubbotto e bottiglia, li buttassi nel sacco, camminassi con quel bottino fino al cassonetto e tornassi a casa. L’ho fatto, in effetti, e ho anche calcolato quanto tempo mi ci era voluto: 12 minuti.

Erano 12 minuti del mio tempo. Che non avrei mai più avuto indietro. Ho calcolato rapidamente a quanto ammontassero 12 minuti moltiplicati per le migliaia di «occupatene tu» necessari ad arrivare alla fine di ogni mia giornata, e ho cominciato a capire con sempre maggiore chiarezza perché le donne come me e voi passano la vita a combattere contro l’orologio dal momento in cui si svegliano.

Perché tocca proprio a me?

Ciò che forse non vi risulterà molto chiaro, perché di certo non era chiaro a me quella notte, è: perché toccava proprio a me?

Era perché i nostri ruoli non erano chiaramente definiti? E, in assenza di istruzioni specifiche, il compito di risolvere «questioni bizzarre/disgustose» ricadeva di default su di me?

All’epoca io e Seth stavamo ancora sistemando alcuni dettagli del sistema Fair Play, ed ero ancora io a tenere la maggior parte delle carte (dopo aver lanciato l’intero mazzo in faccia a Seth, mi era sembrato il caso di sospendere per un po’ ogni ulteriore offerta). Però... perché aveva lasciato lì quella roba? Per tutto il giorno? Avevamo semplicemente idee diverse di cosa rendesse un prato presentabile? Oppure un conflitto ideologico su cosa costituisse arte all’aperto e cosa fosse spazzatura?

La risposta mi è giunta forte e chiara 12 minuti dopo, quando sono rientrata in camera con i guanti ancora addosso e ho visto Seth sdraiato a letto. Non solo pulire il giardino gli sembrava una grossa perdita di tempo, ma lasciando a me il compito di farlo, anche dopo una giornata lavorativa che si era rivelata addirittura più lunga della sua, mio marito mi aveva comunicato un messaggio inequivocabile: se ero io a perdere il mio, di tempo, a lui andava benissimo. O, riassumendo: Seth non pensava che il mio tempo avesse lo stesso valore del suo.

È stato un momento illuminante, e non in senso buono. Se Seth riteneva i 12 minuti necessari a lui per fare pulizia più preziosi dei 12 minuti richiesti a me per fare la stessa cosa, come potevo aspettarmi che si facesse volontariamente carico di un maggior numero di compiti in casa? E a quanto pare mio marito non è l’unico a vedere le cose in quel modo. Dalle oltre 500 conversazioni e interviste realizzate per questo libro è emerso che sia uomini che donne nutrono una convinzione simile: ovvero che il tempo degli uomini sia limitato, e quello delle donne illimitato. E nel loro tempo limitato, gli uomini non vogliono darsi il disturbo di recuperare il giubbotto e la bottiglia che un tizio ubriaco ha lasciato sul loro prato.

Questa discrepanza temporale, che prevede che le ore a disposizione degli uomini siano salvaguardate in quanto risorsa esauribile (come i diamanti) e quelle delle donne siano spendibili perché infinite (come sabbia) peggiora decisamente dopo la nascita dei figli.

Secondo uno studio recente, dopo l’arrivo dei bambini gli uomini si ritrovano a lavorare per 40 minuti in più al giorno, mentre per le donne quel tempo ammonta a due ore (in cui si occupano dei figli, e che si aggiungono ai lavori già svolti in casa e al regolare lavoro retribuito). Queste ore si accumulano trasformandosi in 2,6 settimane addizionali alla fine dell’anno, ciascuna fatta di giornate di 24 ore. Ore, giorni, settimane trascorsi a svolgere compiti non riconosciuti e non apprezzati dal partner, che pure servono al benessere dell’intera famiglia.

Non sarebbe meglio, invece, usare quel tempo per occuparvi di voi, della vostra carriera o delle vostre passioni? Oppure, e che cavolo, per trascorrere un’ora in pace sulla spiaggia mettendo da parte la lista delle cose da fare?

È ora di cambiare

Pretendere la parità e la scelta nella gestione del tempo è un aspetto del femminismo di cui non ci siamo mai preoccupate, ed è ora di chiedere che sia socialmente riconosciuta questa semplice verità: il tempo è uguale per tutti.

Non abbiamo problemi ad arrabbiarci quando il tempo non viene valutato equamente sul posto di lavoro (le donne guadagnano 80,5 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, e da loro ci si aspetta anche che assolvano compiti che richiedono ore extra, come ordinare la torta per il compleanno del capo), ma quando si tratta di far notare le stesse mancanze tra le mura domestiche diventiamo più reticenti.

Questa «time tax», ovvero il fardello supplementare di faccende domestiche e legate alla cura dei figli da cui le donne sono gravate, influenza negativamente ogni aspetto della nostra vita: le relazioni, la carriera, il senso di identità, la salute fisica e mentale. L’idea che il tempo degli uomini sia limitato e quello delle donne illimitato, o che comunque i due abbiano un peso specifico diverso, deve essere scardinata se vogliamo conquistare la vera libertà. (Ok, ho finito il comizio, giuro.)

Se volete davvero godere dei risultati di Fair Play, cambiando radicalmente matrimonio e vita, dovrete (assieme al vostro compagno) fare vostra la Regola #1: Il tempo è uguale per tutti. Questo significa che entrambi dovrete rivalutare il modo in cui considerate il tempo e impegnarvi a redistribuire i lavori domestici equamente.

Ma prima di chiedere al vostro compagno di rivedere il modo m cui considera il tempo, prendetevi un minuto per farlo voi stesse. Provate, ad esempio, a considerare le seguenti domande:

Le due ore di conference cali telefonica di mio marito hanno più valore delle due ore che io passo nello studio del pediatra a tenere la mano a mio figlio? In altre parole, il sostegno offerto alla nostra famiglia «dietro le quinte» equivale davvero, in termini di tempo, alle attività retribuite che godono delle luci della ribalta?

Come rispondete? E come risponderebbe vostro marito?

La verità è che il grosso dei lavori domestici continuerà a ricadere su di voi, il genitore o partner di default, ovvero la femmina, finché tutti e due non vi renderete conto che il tempo è un bene limitato. Una risorsa esauribile. Entrambi siete diamanti. Entrambi avete giornate di 24 ore. Solo quando vi convincerete che il tempo andrebbe misurato più equamente sarete in grado di modificare la distribuzione dei compiti raggiungendo una vera parità.

Un cambio di prospettiva

Non possiamo certo modificare il tempo, però possiamo cambiare prospettiva.

Certo, farlo richiede impegno e consapevolezza, ma si può fare. Mia madre, donna intelligente e professoressa di scienze, del servizio sociale, dice sempre ai suoi studenti che il primo passo per cambiare prospettiva è la consapevolezza: bisogna cioè diventare consapevoli del modo in cui si pensa.

Le mie ricerche mi hanno dimostrato che se alle coppie, e agli uomini in particolare, viene chiesto di considerare le faccende domestiche in termini di corretta suddivisione temporale, indipendentemente dalle preferenze del singolo o dall’avversione per un compito specifico, la prospettiva cambia in modo significativo. Quando ragionano in termini di ore impiegate, gli uomini si assumono la responsabilità di un maggior numero di carte, e lo fanno più volentieri.

Divenuti consapevoli di quanto tempo richieda, ad esempio, preparare un pranzo veloce (dieci minuti), spalmare la crema solare a un bambino urlante (tre minuti), svuotare la lavastoviglie (nove minuti), o affrontare compiti più duraturi come essere di turno per consolare i bambini di notte dopo un brutto sogno (da una a tre ore) e riempire moduli per la scuola (fino a tre giorni), la loro riluttanza a svolgere quei compiti si rivela per quello che è: una fonte di inevitabile squilibrio nella relazione.

La morale è semplice: ogni faccenda domestica richiede tempo, e i minuti si accumulano con estrema facilità. Quando il vostro partner accetta l’idea che il vostro tempo è prezioso e che vale la pena alleviare almeno in parte il vostro fardello (perché ci saranno meno rotture di scatole, delusioni e risentimento) allora lui (o lei) sarà molto più disponibile a collaborare. Ecco cosa significa equità.

Preparatevi a incontrare resistenza

La Regola #1: Il tempo è uguale per tutti, richiede un cambio di prospettiva (a volte una vera rivoluzione) da parte di entrambi i giocatori.

Preparatevi ad affrontare eventuali resistenze quando inviterete il vostro partner a rivalutare il modo in cui considera il tempo di ciascuno.

Dopo l'episodio del giubbotto sul prato, ho deciso di iniziare a raccogliere dati (intervistando coppie via telefono, social media e di persona) sulla suddivisione dei tempo basata sul genere. Ed è stato allora che mi sono accorta dell'esistenza (e dell'ampia diffusione) dei cosiddetti Messaggi Nocivi sul valore del tempo.

Quante di queste frasi avete sentito (o ripetuto a voi stesse)?

  • Le ore che io passo in ufficio valgono di più di quelle che tu passi a casa, perché mi pagano.
  • Non vale la pena che tu ricominci a lavorare.
  • Che hai fatto tutto il giorno?
  • Perché ci perdi tempo?
  • Sei proprio fortunata a non dover andare a lavorare.
  • Se il tempo non ti basta, fatti aiutare da qualcuno!
  • lo non ho tempo... puoi farlo tu?
  • Sono più brava col multitasking, è meglio che lo faccia io.
  • Il mio compagno viaggia per lavoro / si sveglia presto per andare in ufficio, quindi tocca a me.
  • Nel tempo che mi serve per spiegargli come si fa, l'ho già fatto da sola.
  • Certo, sarebbe bello avere più tempo per me stessa, ma devo proprio sbrinare il freezer.

Se avete spuntato almeno una di queste frasi, la vostra visione del tempo è compromessa. E per rivendicarne una corretta, dobbiamo impegnarci, tutti quanti, a respingere questi Messaggi Nocivi.

Come ho convinto Mio Marito a Lavare i Piatti

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Eve Rodsky

Eve Rodsky, madre, moglie e donna in carriera, si è resa conto che il suo matrimonio stava andando male, contro ogni previsione: suo marito, benché istruito, educato e rispettoso, aveva cominciato a dare per scontato che fosse lei a occuparsi di...

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Eve Rodsky

Eve Rodsky si è laureata in giurisprudenza ad Harvard e lavora da anni come consulente per compagnie e aziende di successo, aiutandole nella gestione dei fondi destinati a operazioni filantropiche. È proprio dal suo lavoro di mediatrice che ha tratto l’ispirazione per il...
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