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Il cambiamento emozionale correttivo

di Giorgio Nardone, Roberta Milanese 10 mesi fa


Il cambiamento emozionale correttivo

Leggi un estratto dal libro "Il Cambiamento Strategico" di Giorgio Nardone e Roberta Milanese

Per quanto numerose siano le teorie sul cambiamento e sul modo in cui questo possa essere realizzato, come vedremo in dettaglio nei capitoli successivi, c'è un costrutto comune a tutte le prospettive: quello di «esperienza emozionale correttiva».

Sia gli studiosi e i ricercatori sia i terapeuti e i problem solver concordano nel ritenere indispensabile, per un effettivo cambiamento nel sentire e nell'agire, il fatto che il soggetto viva concretamente un'esperienza che gli faccia scoprire qualcosa che va a sconvolgere il suo modo di vedere le cose. In altri termini, la realizzazione di aver assunto un diverso punto di vista fa trasformare completamente la realtà sotto osservazione.

Questo non solo permette cambiamenti terapeutici in persone sofferenti, ma è anche ciò che consente allo scienziato di fare importanti scoperte. Si pensi alla mela di Newton e a come un fatto apparentemente banale, cioè il frutto che cade addosso al grande scienziato, abbia prodotto in lui un'intuizione fino a quel momento cercata ma non trovata.

Quando William James dichiara, a proposito dei geni, che la loro caratteristica essenziale è «la capacità di percepire le cose da prospettive non ordinarie», fa riferimento proprio alla facoltà di cambiare punti di vista e, così, scoprire ciò che rimane nascosto se si resta ancorati a posizioni rigide. Ma, se il genio ha questo dono o questa capacità acquisita, l'uomo comune ha molta difficoltà a scostarsi anche di poco dal proprio modo di pensare e dalle proprie convinzioni, e vi si aggrappa costantemente perché sono il fondamento della sua identità e stabilità personale.

Tuttavia, benché possa apparire strano, scarsa intelligenza o poco sapere non sono direttamente proporzionali alla resistenza al cambiamento. Anzi, sono proprio le persone più capaci e che hanno avuto maggior successo a essere più rigidamente legate ai propri schemi poiché, in virtù del nostro funzionamento mentale, tutti noi tendiamo a riproporre i copioni di azione dimostratisi vincenti che, il più delle volte, agiscono al di sotto della coscienza e sono quindi ben poco controllabili dalla ragione (Nardone, 2017).

Questo è il motivo per cui anche veri e propri geni hanno realizzato disastrosi insuccessi. Come il lettore può ben capire, parlare di cambiamento conduce, inevitabilmente, anche a prendere in considerazione le resistenze nei suoi confronti.

Ma torniamo al costrutto di esperienza emozionale correttiva e domandiamoci: qual è la differenza, in termini di dinamica, tra la scoperta della legge di gravitazione universale di Newton, o quella «casuale» della penicillina da parte di Alexander Fleming, e una taumaturgica guarigione da un disturbo mentale?

Direi ben poco, se non il fatto che, per usare le parole dello stesso Fleming, «il caso aiuta la mente preparata». Vale a dire: i due scienziati, grazie alla loro preparazione come ricercatori, hanno colto qualcosa che la maggioranza degli esseri umani non riesce nemmeno lontanamente a intravedere.

Il soggetto affetto da una patologia psichica, invece, o è travolto casualmente e inconsapevolmente da un evento sconvolgente, che lo porta a cambiare le sue percezioni e il suo modo di agire, oppure deve essere guidato da un esperto terapeuta a sperimentare una serie di esperienze emozionali correttive in grado di farlo uscire dalla trappola mentale del suo disturbo. Ma la dinamica di «effetto scoperta» che induce il cambiamento è isomorfa in entrambi i casi.

Se ci spostiamo dalla scienza e dalla terapia al campo dell'economia, vediamo che anche qui si possono osservare dinamiche di cambiamento non dissimili. Richard Thaler, premio Nobel per l'economia nel 2017, mostra chiaramente come il comportamento economico risponda molto di più a strategie che indirettamente conducono il soggetto a «scoprire» la cosa migliore da fare rispetto a «spiegazioni razionali» riguardo alla scelta da intraprendere.

Nel suo libro Nudge (Thaler, Sunstein, 2009), egli espone persuasivamente la strategia del cambiamento che avviene attraverso piccoli scossoni dati a un sistema in modo tale che questo risponda innescando una reazione a catena che ne sovvertirà completamente l'equilibrio. Peccato che si sia dimenticato di menzionare sia Kurt Lewin che, quasi cent'anni prima, aveva trattato brillantemente questo tema, sia Watzlawick e Weakland (1977) che, oltre quarant'anni fa, avevano già formulato il modello del piccolo cambiamento che, qualora sia introdotto in un sistema complesso, innesca la reazione a catena del grande cambiamento. Tuttavia, l'indiscusso merito di Thaler è aver applicato questo concetto all'economia.

Tra i suoi esempi più illuminanti c'è quello dell'«architettura della scelta» (choice architecture), che si riferisce a come, variando il modo in cui vengono presentate le varie opzioni di scelta alle persone, si possa influenzarne pesantemente i processi decisionali. Per esempio, per far cambiare le abitudini alimentari ai ragazzi delle scuole inferiori, è sufficiente disporre i cibi nella mensa scolastica in una determinata maniera, ottenendo così di ridurre il consumo di alcuni alimenti (per esempio, cibi «spazzatura») e incrementare quello di altri (per esempio, cibi sani) senza bisogno di un'esplicita prescrizione.

Anche questo esperimento sociale rimanda a studi precedenti come quelli di Mayo e Zimbardo, ossia a un'epoca in cui le scienze sociali erano ben poco influenzate dagli algoritmi statistici, che invece, negli ultimi tempi, hanno preso a dominare la metodologia della ricerca, limitando parecchio l'effettiva capacità di scoperta del ricercatore, sempre più dedito al controllo statistico delle procedure (Nardone, 2017).

Daniel Kahneman, altro psicologo insignito del premio Nobel per l'economia, mette in evidenza, ancor più di Thaler, come scelte e cambiamenti si realizzino molto più sotto la spinta delle emozioni che della ragione. Nel suo Pensieri lenti e veloci (2012), dice con grande chiarezza in che modo le dinamiche incoscienti influenzino quelle coscienti molto più del contrario, perfino nel freddo e cinico campo dell'economia.

Se, come dovrebbe apparire evidente da quanto esposto sin qui, il cambiamento avviene, il più delle volte, in maniera incosciente, e in un secondo momento a livello cognitivo, viene da chiedersi perché la maggioranza delle teorie più accreditate sul cambiamento asseriscano il contrario. In queste teorie, infatti, al cambiamento inconsapevole viene tutt'al più attribuito il potere di superficiali modifiche e non di un reale mutamento qualitativo, poiché di nuovo si ritiene che questo sia possibile solo tramite un processo cosciente.

Nonostante sia continuamente smentita dai fatti, come sarà chiarito più avanti, l'idea preconcetta di platonica memoria che siano il pensiero cosciente e la consapevolezza cristallina a influenzare primariamente il nostro agire continua a imperare. Si potrebbe sostenere, ironicamente, che sia proprio chi lo studia a resistere al cambiamento!

Di recente, poi, anche le neuroscienze hanno dimostrato come la «mente antica» influenzi la «mente moderna» molto più del contrario; tuttavia, nemmeno questo pare scalfire la fede nella ragione e nel pensiero razionale come unica e autentica fonte di cambiamenti profondi (Nardone, 2013).

Anche la psicologia, nata proprio dagli studi sulla percezione e su come questa, con le sue distorsioni e ambiguità, sia in grado di influenzare il nostro sentire e agire, negli ultimi decenni si è sbilanciata in direzione degli aspetti cognitivi del funzionamento della mente. Questo spostamento di focus, decisamente arbitrario ma predominante nell'attuale cultura psicologica, induce, in maniera indiretta e raramente esplicitata, a considerare i processi cognitivi come i massimi responsabili del cambiamento.  Vale a dire: è il conoscere che fa cambiare.

Si rende pertanto necessario prendere le distanze da questa convinzione dogmatica, oltretutto empiricamente smentita, e studiare il cambiamento mediante una metodologia calzante al suo effettivo funzionamento.

In pratica, significa studiarlo attraverso la sua stessa applicazione e verificare così, dagli esiti, i meccanismi che lo muovono.

Nelle parole di Kurt Lewin, «se vuoi conoscere come funziona un sistema cerca di cambiarne il funzionamento» (1951,2005).

Su questa scia, da oltre trent'anni, abbiamo cominciato a sperimentare il metodo alternativo del «cambiare per conoscere», ossia mettere a punto strategie e stratagemmi per ottenere specifici cambiamenti che, se si dimostrano efficaci e sono replicabili per gli stessi problemi, permettono di capire come tali realtà persistono nel loro equilibrio e come possono essere modificate.

Si tratta della metodologia nota come «ricerca-intervento», secondo la quale si conosce come un problema funziona grazie alla sua soluzione anziché cercare prima di conoscere una realtà per poi introdurvi il cambiamento (Watzlawick, Nardone, 1997; Nardone, Portelli, 2005, 2005a; Nardone, Watzlawick, 2005; Wittezaele, Nardone, 2016).

Applicando sistematicamente questo metodo di ricerca-intervento empirico-sperimentale a decine di migliaia di situazioni umane che necessitavano di un cambiamento terapeutico, relazionale e organizzativo strategico, le soluzioni adottate con successo e replicate hanno evidenziato come gli esseri umani tendano ad applicare alla propria esistenza schemi di percezione e reazione ridondanti.

Si tratta di veri e propri copioni di azione attivati da modalità ridondanti di percezione della realtà, che abbiamo definito «sistemi percettivo-reattivi», i quali funzionano come i sistemi biologici autopoietici scoperti da Humberto Maturana, ossia quelle dinamiche, all'interno di un sistema vivente, che alimentano se stesse in virtù del loro funzionamento.

In termini più comprensibili anche ai non esperti in materia, si tratta di modalità di percepire la realtà, sia esterna sia interna, mediante il filtro di uno schema irrigidito e chiuso su se stesso che attiva risposte psico-biologiche ridondanti non mediate dalla coscienza né attivate dalla volontà, bensì determinate automaticamente.

Da un punto di vista osservativo, il sistema percettivo-reattivo si esprime nelle modalità ridondanti che un individuo mette in atto nella gestione della sua realtà personale, interpersonale e sociale. Per esempio, colui che cerca costantemente di avere tutto sotto controllo, oppure la persona sempre alla ricerca di protezione e rassicurazione, o chi necessita di costante conferma sociale, o ancora il soggetto regolarmente in cerca di sensazioni forti, per citare alcuni casi tra i tanti rilevanti (Nardone, 1993, 2000, 2003a, 2013, 2016a; Nardone, Portelli, 2013).

A questi si devono aggiungere anche quei sistemi percettivo-reattivi maggiormente complessi, perché costruiti da più di una modalità costante di sentire e agire, che si combinano, creando una struttura ancora più persistente e resistente al cambiamento.

Quando certi sistemi percettivo-reattivi vengono reiterati e irrigiditi, si strutturano in vere e proprio psicopatologie. È il caso, per esempio, del tipico sistema percettivo-reattivo del fobico, costituito dall'evitamento sistematico di ciò che spaventa, dalla ricerca costante di rassicurazione e protezione e dal tentativo fallimentare di controllare le proprie reazioni fisiologiche; oppure il sistema percettivo-reattivo dell'insicuro, connotato dal delegare costantemente le responsabilità e dal procrastinare le proprie azioni; o quello del paranoico, che tende alla difesa preventiva e al ritiro sociale difensivo; o ancora la messa in pratica di rituali per la fobia da parte dell'ossessivo-compulsivo, associata all'evitamento e alla ricerca di rassicurazione da parte degli altri; o il costante bisogno di verificare l'eventuale presenza di malattie dell'ipocondriaco, combinato con la ricerca di conforto diagnostico-specialistico e con il parlare continuamente di salute e patologie.

Come abbiamo chiarito in precedenza, negli anni abbiamo formalizzato i sistemi percettivo-reattivi alla base delle più importanti psicopatologie proprio grazie alle strategie terapeutiche dimostratesi efficaci nel risolverle.

Cioran afferma: «Ogni problema profana un mistero che a sua volta è profanato dalla sua soluzione».

Tutte le soluzioni terapeutiche, elaborate specificamente per le differenti forme di disturbo, sono basate su stratagemmi volti a provocare esperienze emozionali correttive in grado di cambiare le percezioni del soggetto e, in virtù di ciò, le sue reazioni. Questo avviene, il più delle volte, senza che il soggetto ne sia lucidamente consapevole - né prima, né durante l'esperienza - in modo tale da aggirare le sue naturali resistenze al cambiamento.

Paul Watzlawick, con la sua straordinaria sagacia, ha definito questa modalità per indurre il cambiamento «eventi casuali pianificati», ossia eventi che appaiono «casuali» al paziente (che non ne prevede l'effetto), ma sono in realtà «pianificati» dal terapeuta, che mette in atto le strategie atte a provocare l'esperienza emozionale correttiva. Pertanto, l'agire dello specialista mira a innescare, con precisione chirurgica, una nuova dinamica tra il soggetto e la sua realtà, rompendo la rigidità e la reiterazione dei copioni disfunzionali, divenuti meccanismi automatici, in modo tale da far scoprire invece che capire alla persona, attraverso la concreta esperienza di cambiamento vissuta, che è in condizione di superare il suo disagio e disturbo.

Solo dopo che il cambiamento è stato realizzato, vengono offerte tutte le spiegazioni, a questo punto necessarie per rafforzare l'effetto e farlo divenire consapevole e replicabile.

Nel 1999, l'American Psychological Association ha pubblicato uno studio relativo al cambiamento terapeutico, dove si vede come il 75% delle persone che chiede aiuto psicologico possa risolvere i propri disturbi in un tempo non superiore a sei-otto mesi, mediante interventi terapeutici focalizzati sull'effettiva soluzione dei problemi e su concrete esperienze di cambiamento (Hubble et al., 1999).

Ciononostante, tutt'oggi persiste, nell'ambito delle teorie e delle prassi del cambiamento terapeutico, l'idea che tutto ciò avvenga spontaneamente e imprevedibilmente, per effetto di una relazione empatica tra terapeuta e paziente che sollecita sempre più elevati livelli di coscienza (Stern, 2004).

Non si può di certo negare il fatto che, talvolta, le persone cambino il loro sentire e agire in conseguenza di eventi del tutto casuali e imprevisti, ma, in ambito terapeutico, è ragionevole aspettarsi che lo specialista metta in atto delle strategie sperimentate come efficaci per indurre i cambiamenti desiderati, anziché ritenere che il cambiamento debba emergere come risultato imprevedibile, nei tempi e nei modi, di un'empatica relazione terapeutica.

Non è un caso che il numero dei «drop-out», cioè dei pazienti che abbandonano la terapia per insoddisfazione, sia sempre più elevato. A questo riguardo, un noto studioso del cambiamento terapeutico (Bloom, 1991) faceva notare come la durata media dei trattamenti fosse di otto sedute, ma non perché questi si concludessero in fretta con esito positivo, quanto piuttosto perché i pazienti, nella maggioranza dei casi, abbandonavano le terapie. Al contrario, nel caso di trattamenti strutturati per realizzare principalmente, e pertanto anche rapidamente, le esperienze emozionali correttive, il numero degli abbandoni si riduce drasticamente (Nardone, Watzlawick, 1990; Watzlawick, Nardone 1997; Nardone, Balbi, 2008; Nardone, Salvini, 2013).

Come il lettore può ben capire, ciò che fa la differenza è se l'esperienza emozionale correttiva, che per la maggioranza degli studiosi, come già detto, rappresenta la fonte essenziale del cambiamento, sia un effetto casuale o invece venga deliberatamente prodotta mediante specifiche metodiche.

È evidente che noi ci riconosciamo nella seconda prospettiva e che ci sembra davvero fuori dal tempo sostenere la prima, per non dire che la riteniamo scorretta anche da un punto di vista etico e professionale.

Ma l'assurdo è che proprio i fautori di quella prassi accusano chi opera strategicamente di essere anti-etici manipolatori dei propri pazienti, come se l'utilizzo di specifiche tecniche di colloquio clinico e di prescrizioni fosse una forzatura manipolatoria e, invece, fosse eticamente rispettoso della persona parlare dei suoi vissuti, con il relativo indottrinamento rispetto alla propria teoria, senza dargli alcuna diretta indicazione di come realizzare il cambiamento desiderato. Oltretutto, quest'ottica appare decisamente smentita dalle ricerche che mostrano in maniera indiscutibile come le terapie specifiche, ossia messe a punto sulla base delle differenti tipologie di disturbo, siano decisamente più efficaci ed efficienti di quelle non specifiche, quelle cioè in cui si utilizzano le medesime tecniche per tutte le differenti forme di disturbo (Castelnuovo et al., 2013).

Allo stesso modo non ha senso la disputa relativa alla presunta «manipolazione», nata dal fatto che, per indurre il cambiamento, si utilizzano tecniche che fanno ricorso alla persuasione o al convincimento: entrambe modalità di comunicazione che non forzano il soggetto, ma lo inducono semmai a superare le sue resistenze e i suoi limiti, permettendogli così di risolvere anche il suo disagio (Nardone, 2015).

Ancora ben radicata all'interno delle prassi volte a realizzare il cambiamento è anche la convinzione che questo, per essere effettivo, debba basarsi sulla cosciente rimozione delle cause che hanno generato il problema. A nulla pare essere servita la dimostrazione, da parte della scienza del secolo scorso, del fatto che è l'uomo ad attribuire una causalità lineare a eventi e fenomeni evolutivi che invece si reggono su una causalità circolare, come la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso, gli altri e il mondo (von Foerster, 1973; Watzlawick, 1981, von Glasersfeld, 1995).

Difatti, ammesso che si possano ricostruire le cause nel passato dei disagi presenti, queste non potranno comunque essere modificate e il loro svelamento e comprensione non condurrà, come indicava già Alexander, al catartico cambiamento: «La precedente credenza che il paziente soffra di reminiscenze è penetrata così profondamente nella mente degli analisti che persino oggi per molti è difficile riconoscere che il paziente soffre non tanto per le sue reminiscenze quanto per l'incapacità di far fronte ai problemi reali del momento. Gli eventi passati hanno naturalmente preparato la strada alle sue difficoltà attuali, ma se è per questo tutte le nostre reazioni dipendono da comportamenti passati. Il semplice ricordo che un evento intimidatorio è demoralizzante non cambia l'effetto di tale esperienza. Solo un'esperienza correttiva può annullare l'effetto di quella vecchia. Questa nuova esperienza correttiva può essere fornita dalla relazione transferale, da nuove esperienze di vita, o da entrambe» (Alexander, French, 1946).

Il lettore deve inoltre sapere che la presunta indiscutibile teoria che per risolvere un problema si debbano conoscere le cause è smentita persino dalla pratica medica, in cui più dell'80% delle malattie viene affrontato con successo senza sapere esattamente che cosa le abbia causate. Difatti, per indurre un cambiamento devo intervenire sulla persistenza del disturbo nel presente e non sulla sua formazione nel passato, come la logica ci dice chiaramente.

Per riassumere quanto detto sin qui, si può affermare, prove alla mano, che:

  1. Il cambiamento emozionale correttivo, rispetto a un disturbo psichico e comportamentale o a una condizione di disagio che non permette la piena realizzazione degli obiettivi dell'individuo, richiede esperienze concrete che rompano i rigidi schemi di percezione e reazione che il soggetto attua in modo ridondante.
  2. Le esperienze concrete di cambiamento non sono, nella maggioranza dei casi, il frutto di ragionamenti coscienti e di atti consapevoli, bensì di eventi non previsti da chi li vive, che creano un effetto scoperta.
  3. Il cambiamento effettivo avviene per mezzo di avvenimenti ed esperienze nel presente e non attraverso reminiscenze e analisi del passato.
  4. Queste esperienze emozionali correttive possono accadere casualmente ma si trasformano nella realizzazione di effettivi cambiamenti solo se il soggetto riesce a fare sul serio tesoro di ciò che l'evento vissuto gli permette di scoprire.
  5. I cambiamenti emozionali correttivi possono essere realizzati mediante tecniche di intervento volte a far sperimentare al soggetto una differente percezione della sua realtà problematica, così come una diversa reazione nei confronti di questa.
  6. Le strategie costruite ad hoc per realizzare specifici cambiamenti funzionano molto meglio degli approcci in cui si utilizzano prassi generalizzate e aspecifiche.
  7. Infine, cosa da non sottovalutare, il cambiamento è un fenomeno costante della nostra esistenza che non può essere evitato; per usare le parole del Buddha, «l'unica costante della vita è il cambiamento». Se il cambiamento non è evitabile, allora deve essere cavalcato e reso strategico, ossia orientato alla realizzazione dei nostri scopi personali.

Come sostenuto da Ernst von Glasersfeld (1995), dobbiamo incrementare di continuo la nostra «consapevolezza operativa», ossia la nostra competenza in fatto di problem solving, che ci permette l'attiva gestione della nostra esistenza dal momento che comunque ne siamo responsabili, anche quando ci sentiamo vittime inermi.

Pensare di potersi non assumere la responsabilità di gestire noi stessi e la nostra relazione con gli altri e il mondo è una pura illusione: si tratta di un proposito che ci rende comunque artefici proprio di quella realtà di cui poi ci sentiremo vittime inermi. Che ci piaccia o no, come suggerisce brillantemente Ortega y Gasset, «siamo i narratori del romanzo della nostra vita, possiamo decidere se essere scrittori plagiari od originali, ma comunque condannati ad essere liberi di scegliere».

In termini analogici, possiamo decidere di comportarci come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia per non vedere il leone che sta per sbranarlo oppure possiamo assumerci la responsabilità di essere abili nocchieri del nostro vascello e, solcando l'oceano della nostra esistenza, diventare capaci di cavalcare le onde che inesorabilmente incontreremo nella traversata.

Il Cambiamento Strategico

Come far cambiare alle persone il loro sentire e il loro agire

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Giorgio Nardone

Giorgio Nardone, psicologo e psicoterapeuta è uno dei maggiori esperti al mondo dei disturbi fobico-ossessivi. Fondatore, insieme a Paul Watzlawick, e direttore del Centro di Terapia Strategica (C.T.S.), dove svolge la sua attività di psicologo e psicoterapeuta, dirige la Scuola di...
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Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta, è ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica. Vive e lavora a Milano. Ha pubblicato diversi libri.
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