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I Vangeli nascosti

di Alfredo Lissoni 2 mesi fa


I Vangeli nascosti

Leggi l'introduzione del libro "UFO: La Bibbia Segreta" di Alfredo Lissoni

È possibile che i nostri Testi Sacri nascondano, celati tra le pieghe delle storie narrate, il resoconto di una colonizzazione aliena nella notte dei tempi? E di incontri ravvicinati con extratertestri, all’alba dell’umanità?

Decine di studiosi, ufologi, ricercatori e scienziati se lo chiedono da anni e per questo hanno passato a setaccio la Bibbia, traendone spesso risultati contrastanti. E questo perché del Libro Sacro dei cristiani noi abbiamo oramai una versione molto edulcorata, per tacere poi delle parti che sono state bellamente eliminate!

Stai leggendo un estratto da questo libro:

UFO: La Bibbia Segreta

La verità che la Chiesa nasconde sulla presenza extraterrestre sul nostro pianeta

Alfredo Lissoni

(1)

In questo libro scoprirai: Il segreto che la Chiesa ci ha tenuto nascosto sulla presenza extraterrestre sul nostro pianeta Il Vangelo di Giuda, il discepolo più amato di Gesù Il piano occulto di spartizione aliena della...

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Il cristiano che si avvicina per la prima volta alla Bibbia generalmente ignora:

  • che di quest’ultima esistano ben ottantamila diverse traduzioni e manipolazioni (il Codex Vaticanus, vale a dire il Nuovo Testamento in uso nelle comunità cristiane a Roma, tradotto in greco e scoperto nel 1844 nel monastero di S. Caterina sul Sinai contiene non meno di sedicimila correzioni, dovute ad almeno sette correttori; oggi i teologi ritengono che contenga ben 400.000 errori!);
  • che papa Giovanni XXIII in passato denunziò pubblicamente l’enorme confusione nata da tutte queste manipolazioni; che già nel VII d.C. il teologo inglese Venerabile Beda attestasse che il biblico Esdra aveva interpolato e censurato le Scritture;
  • che persino S. Paolo era sospettato di avere modificato l’insegnamento di Gesù, per creare una religione più “guerriera” (tale lui era), maggiormente a uso e consumo di un potere politico che stava lentamente infiltrandosi nella sin troppo tollerante società romana (la setta giudeo-cristiana degli ebioniti o “poveri”, autori di un omonimo Vangelo e vissuti nei primi secoli dopo Cristo, non a caso lo consideravano un apostata ed è indiscutibile che i suoi scritti siano stati fondamentali per la formazione del cristianesimo e il distacco dal giudaismo);
  • che non esiste il testo originale della Bibbia (di nessuno dei 45 libri dell’Antico Testamento e dei 27 del Nuovo si possiede il manoscritto originale), ma se ne hanno solo versioni “di seconda mano”, peraltro assai diverse dal corpus religioso ebraico (basato principalmente sulla Torah)\ o che la divisione in capitoli e versetti che trovate nei Testi Sacri risalga al cardinale inglese Stephan Langton, che se la inventò nel XII secolo, basandosi sulla traduzione latina della Bibbia greca a opera di S. Gerolamo (la Volgata del 406, rivista mille anni dopo dai benedettini);
  • che l’Apocalisse, tanto sventolata dai movimenti messianici, sia stata riconosciuta come canonica solo nel 1545 dal Concilio di Trento, dopo moltissime diatribe e che tuttora numerose Chiese orientali autonome e indipendenti da Roma continuino a rifiutarla. Essa, secondo quanto non può fare a meno di ammettere la “Sacra Bibbia” nella versione di padre Bonaventura Mariani (Garzanti, 1964) «si presentava sotto la forma di un messaggio epistolare indirizzato alle Chiese dell’Asia per premunire i fedeli di fronte alle minacce di una persecuzione imminente», ovvero l’aggressione romana, che da Occidente si stava spostando a Oriente. Fu S. Agostino, secoli dopo, a spacciarla come una profezia degli anni a venire. Altro che fine del mondo!

Il nostro cristiano medio non sa che i moderni teologi considerano inventato l’episodio dell’adultera salvata dalla lapidazione da Gesù: non c’è nei testi più antichi del Vangelo di Giovanni, che la cita al verso (7, 53) usando però un linguaggio più moderno, come se il brano fosse stato inserito a posteriori (per modificare le leggi ebraiche, ritenute troppo sanguinarie per i neoconvertiti Romani); e non c’è la resurrezione di Cristo nella versione di Marco (16, 9-20): anche lì il linguaggio usato è posteriore alla parlata originaria.

Il cristiano medio non sa che Matteo non si considerava un apostolo, e chiamava “loro” i discepoli che erano stati realmente con Gesù, parlandone in terza persona (Mt 9, 9): il che lascia supporre che la sua testimonianza sul Messia non si particolarmente attendibile. Non sa inoltre che gli Atti degli Apostoli, nella versione greca, definiscono agràmmatoi, illetterati, S. Pietro e S. Giovanni, la qual cosa getta un’ombra sulla reale paternità delle lettere del primo e sul Vangelo del secondo; non sa che Mosè chiamava il suo Dio con il nome di Yahweh (“Egli è”), quando questi, secondo la Bibbia, gli avrebbe detto «Io sono colui che sono» (e dunque, a logica, andava chiamato “Io Sono”, e non “Egli è”); ma il suo vero nome, secondo la traduzione biblica non manipolata, era YiHYeH, «Io sono colui che sarà» (il che prefigura, in previsione della venuta di Gesù, scenari inimmaginabili; noi continueremo ugualmente a chiamarlo Yahweh, per comodità) e che comunque le quattro consonanti (gli ebrei non usavano mettere le vocali) che formavano il suo nome, Y, H, W, H, corrispondevano ad altrettante parole ebraiche, dal significato di “mano, foro, chiodo, foro”.

Ancora, ben pochi sanno che gli ebrei, ai quali noi ci ispiriamo, non utilizzano, non ritenendoli validi, parte dei libri dell’Antico Testamento (e nessuno del Nuovo, ovviamente, non avendo riconosciuto Gesù come Messia), ma del resto persino i protestanti, che si rifanno al canone ebraico, escludono i due libri dei Maccabei, Tobia, Giuditta, Sapienza, Baruch, Siracide (o Ecclesiastico, ove parla un profeta a nome Gesù, che non è il Messia).

Assai poche persone si rendono conto di quanto sia mutato il messaggio “divino” presente nell’Antico Testamento (e ricalcato sugli usi e costumi del popolo ebraico) rispetto a quello presente nel Nuovo Testamento (che è poi la base del cristianesimo; la stessa Chiesa non manca di sottolineare come Gesù sia venuto per: «abolire le leggi di Mosè»).

E infine, ben pochi sanno che, in base a quanto ribadito da un’enciclica papale (la Dei Verbum del 18 novembre 1965, articolo 9), alla base della dottrina cristiana non sta solo la Bibbia ma anche la “Tradizione”, ovvero tutto quell’insieme (a tratti assai discutibile) di credenze, rituali e usanze promosse dalla Chiesa nel corso dei secoli che, pur non essendo contemplate in alcuna parte del Vangelo (e anzi essendone spesso in palese contrasto), vengono dogmaticamente imposte. E questo spesso accade anche con tradizioni “storiche” ufficialmente accettate. Non è un segreto che i papi Giovanni XXIII e Paolo VI abbiano radiato dal calendario ventotto nomi di Santi e Sante che non erano mai esistiti.

La Tradizione affonda le radici nelle usanze delle sette giudeo-cristiane dei primi secoli; e il maggior numero di informazioni liturgiche sul cristianesimo dei primissimi tempi ci è trasmesso in un’opera intitolata Didaché, che in greco significa dottrina o insegnamento (dei dodici apostoli), scoperta per caso poco più di un secolo fa dal Metropolita Filoteo Bryennios in un codice greco di Costantinopoli (ora a Gerusalemme). Sfortunatamente la Didaché si basa solo su alcuni di discepoli di Gesù, rinnegandone completamente altri (spesso autori di “Vangeli” che la Chiesa definisce apocrifi e bolla come non validi, sebbene un’élite di moderni storici laici internazionali tenda a dare al 90% degli stessi una credibilità pari a quella degli scritti ufficiali). E le contraddizioni presenti non sono di poco conto: nella Epistola di Barnaba — uno scritto anonimo della fine del I d.C. o degli inizi del II d.C., forse di ambiente siriaco come la Didaché e che pare non sia da attribuire a Barnaba compagno di S. Paolo - l’autore afferma che l’unico modo esatto di leggere l’Antico Testamento consista nell’individuazione del significato spirituale, non semplicemente carnale, del testo. Questa è l’impostazione che è prevalsa in seno al cattolicesimo, rifiutata però da molte sette millenaristiche dell’Otto-Nove-cento. E non è finita.

Non c’è l’Inferno, nella Bibbia (per la setta dei seleuciani, attivi in Galazia nei secoli III e IV, il vero Inferno era questa terra). Le sue più vivide rappresentazioni non si trovano nel Nuovo Testamento (accenni vaghi in Mt 8, 12-13 e 41-42; Le 16, 22-26; Ap 20, 15 e 21, 8) ma in alcune apocalissi apocrife (Pietro, Paolo, Madre di Dio); esso non esprimeva la prigionia in un luogo mitico, ma una condizione esistenziale consistente nella perdita di Dio e nel tormento che deriva dalla privazione del bene, pena che, dopo la resurrezione, diverrà definitiva.

Addirittura il biblico S. Giuda (fratello di Giacomo il Minore, apostolo e primo vescovo di Gerusalemme), nella sua biblica Lettera, al capoverso 6, precisa che l’Inferno è solo per gli abitanti di Sodoma e Gomorra e per gli angeli ribelli:

«Quanto agli angeli che non hanno conservato il loro principato, ma hanno abbandonato la loro residenza [perché scesero sulla Terra accoppiandosi con donne, come vedremo in seguito], Dio li ha imprigionati nelle tenebre con catene eterne per il giudizio del grande giorno».

Lo stesso fa Pietro nel suo secondo libro, al capoverso 2, 4. Ma quando la Chiesa si impose come religione di Stato, nel 325 d.C., Inferno e demonio divennero lo spauracchio per terrorizzare gli increduli e assoggettare i superstiziosi. Così, sino al III secolo, l’immagine del diavolo nelle icone era quella di un angelo di luce, poi sostituita con la terrificante raffigurazione dell’uomo caprone, copiata dalla mitologia greca del dio Pan, signore dei piaceri. Non solo, per due millenni la patristica cristiana ha continuato a identificare Lucifero in Satana, quasi ignorando che nel Nuovo Testamento (2Pt 1, 19; Ap 22, 16) era Cristo a essere definito “Lucifer” o “stella del mattino”, attributo che ritorna nell’antica preghiera dell’Extulet, nella liturgia della veglia pasquale; non solo, il «Lucifero» che cade dal cielo in Isaia 14, 10-15 non era il demonio, ma, in ebraico, LLelel ben Shashar, ovvero il pianeta Venere, in una metafora con la quale il profeta derideva il sovrano babilonese Nabucodonosor, di fatto caduto dalle stelle alle stalle. Fu Origine a collegare erroneamente questa allegoria alla caduta del diavolo, in relazione con il Vangelo di Luca (10, 18): «Gesù disse loro: Vedevo Satana precipitare dal cielo come folgore». «In realtà», commenta la stessa Bibbia, nell’edizione delle Paoline, «nel contesto di Isaia non vi è nulla che possa far pensare al demonio, ma solo alla strepitosa caduta del re di Babilonia».

Ma nella Bibbia non c’è neanche il Purgatorio, inventato nel IX secolo e accettato a pieno titolo nella dottrina cristiana solo nel Duecento (ma completamente rifiutato dai protestanti); e probabilmente non esiste nemmeno il Paradiso (dal persiano pani daeza, recinto alberato), termine che nel Nuovo Testamento appare una volta sola, in Luca 23, 43, mentre si parla in più occasioni del Regno di Dio che attende i giusti.

E a dirla tutta, vi è anche chi non crede nella sopravvivenza dell’anima. I Testimoni di Geova, ad esempio, citando Ezechiele 18, 4 («L’anima che pecca, morirà»), rigettano l’esistenza «di una qualche entità astratta che sopravvive alla nostra morte».

UFO: La Bibbia Segreta

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Alfredo Lissoni è giornalista, insegnante di religione e scrittore, socio del Centro Ufologico Nazionale, si occupa da molti anni di ufologia; milanese, già collaboratore del Nuovo Giornale di Bergamo, ha al suo attivo diverse collaborazioni per le principali riviste del settore: Notiziario...
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