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I miei primi tentativi - Estratto da "Le Mie Invenzioni"

di Nikola Tesla 1 mese fa


I miei primi tentativi - Estratto da "Le Mie Invenzioni"

Leggi in anteprima un estratto dall'autobiografia di Nikola Tesla e scopri la vita e le invenzioni di uno dei più grandi geni del XX secolo

Mi soffermerò brevemente su queste straordinarie esperienze, sia per l'eventuale interesse che potrebbero costituire per gli studenti di psicologia e di fisiologia, sia perché questo periodo tormentato è stato cruciale per il mio sviluppo mentale e per i miei successivi contributi. È pertanto indispensabile comprendere prima di tutto le circostanze e le condizioni che li precedettero e nelle quali si potrebbe trovare una loro parziale spiegazione.

Fin dall'infanzia sono stato costretto a concentrare l'attenzione su me stesso. Questo fatto mi provocava una grande sofferenza ma, dal mio attuale punto di vista, si trattava di una benedizione in incognito poiché mi ha insegnato ad apprezzare l'immenso valore dell'introspezione nella vita, e si è rivelato uno strumento per il successo.

L'ansia di trovare un impiego e il continuo flusso di impressioni che si riversa sulle nostre coscienze attraverso tutte le vie del sapere rendono l'esistenza moderna rischiosa sotto vari punti di vista. La maggior parte delle persone è così presa dalla contemplazione del mondo esterno da ignorare completamente ciò che avviene dentro di sé.

La morte prematura di milioni di persone è in primo luogo riconducibile a questo. Anche tra coloro che procedono con cura è un errore comune quello di evitare l'immaginario e ignorare i pericoli reali. E ciò che è vero per il singolo, in linea di massima vale per la comunità nel suo insieme. Lo testimonia, per esempio, il proibizionismo.

In questo Paese è appena stata introdotta una soluzione drastica, se non incostituzionale, per prevenire il consumo di alcol, quando è un dato di fatto che caffè, tè, tabacco, gomma da masticare e altri stimolanti, liberamente concessi anche in tenera età, siano largamente più nocivi per la salute nazionale, a giudicare dal numero delle persone che ne muoiono. Infatti, ad esempio, negli anni in cui studiavo ho dedotto dai necrologi pubblicati a Vienna, patria dei consumatori di caffè, che le morti causate da problemi cardiaci alle volte raggiungevano il 67 percento.

Probabilmente dovrebbero condurre indagini simili in città dove vi è un eccessivo consumo di tè. Queste deliziose bevande sovreccitano e logorano gradualmente le sottili fibre del cervello. Inoltre interferiscono seriamente con la circolazione arteriosa e, dal momento che i loro effetti deleteri sono lenti e impercettibili, si dovrebbero assumere con maggiore moderazione.

Il tabacco, d'altra parte, favorisce semplici e piacevoli riflessioni e distoglie dalla profondità e dalla concentrazione necessarie a qualsiasi sforzo intellettuale originale e vigoroso. La gomma da masticare per un po' è utile ma in breve tempo drena il sistema endocrino e arreca danni irreparabili, per non parlare del disgusto che provoca.

A piccole dosi l'alcol è un tonico eccellente, ma ha un'azione tossica quando se ne assimilano quantità maggiori - piuttosto irrilevante che venga assunto come whiskey o prodotto nello stomaco dallo zucchero. Ad ogni modo non si dovrebbe sottovalutare che stiamo parlando di potenti elementi distruttivi che, agendo come fanno, aiutano la natura nella sua severa ma giusta legge di sopravvivenza del più forte. I zelanti riformatori dovrebbero inoltre essere consapevoli dell'assoluta perversione umana che considera l'incurante laissez faire di gran lunga preferibile al rigido controllo.

La verità è che abbiamo bisogno di stimolanti per lavorare al meglio nelle condizioni di vita di oggi, e che dobbiamo moderare e controllare i nostri appetiti e le nostre inclinazioni in ogni dove. È quello che ho fatto per anni, e in questo modo mi sono mantenuto giovane nel corpo e nello spirito. Non ho mai gradito l'astinenza ma trovo una grande soddisfazione nelle piacevoli esperienze che sto facendo adesso. Ne evocherò un paio, nella speranza di persuadere qualcuno dei miei precetti e delle mie convinzioni.

Poco tempo fa stavo facendo ritorno al mio hotel. Era una notte con un freddo pungente, il terreno era scivoloso e non c'erano taxi. Mezzo isolato dietro di me c'era un uomo che mi seguiva, chiaramente impaziente di infilarsi sotto le coperte come me. All'improvviso mi ritrovai gambe all'aria. Nello stesso istante un lampo mi attraversò la testa, i nervi reagirono, i muscoli si contrassero, feci un giro di 180 gradi e atterrai sulle mani. Ripresi a camminare come se non fosse accaduto nulla quando lo sconosciuto mi raggiunse. «Quanti anni ha?» mi chiese, scrutandomi con sguardo indagatore. «Oh, cinquantanove,» replicai. «E con ciò?». «Be', - disse lui, - lo avevo visto fare a un gatto, ma a un uomo mai».

Circa un mese prima volevo ordinare dei nuovi occhiali e andai da un oculista che mi sottopose ai soliti esami. Quando lessi con scioltezza i caratteri più piccoli da una distanza notevole mi guardò incredulo. Ma quando gli dissi di avere più di sessant'anni restò a bocca aperta dallo stupore. I miei amici osservano spesso che i completi che indosso mi calzano a pennello, ma non sanno che tutti i miei vestiti sono fatti su misure prese circa trentacinque anni fa e che non sono mai cambiate. In questo lasso di tempo il mio peso non è variato neppure di mezzo chilo.

A questo proposito potrei raccontare una storia divertente. Una sera, era l'inverno del 1885, il signor Edison, Edward H. Johnson, Presidente della Edison Illuminating Company, il signor Batchellor, Direttore dei lavori, e io, entrammo in un piccolo locale di fronte al 65 della Fifth Avenue dove si trovavano gli uffici della Società. Qualcuno suggerì di indovinare il peso di ognuno e io fui invitato a salire su una bilancia. Edison mi tastò qua e là e disse: «Tesla pesa 69 chili», ed era proprio così. Senza vestiti pesavo 65 chili, che è ancora il mio peso. Sussurrai al signor Johnson: «Come ha fatto Edison a indovinare esattamente il mio peso?». «Be'», disse abbassando la voce «te lo dirò in via confidenziale, ma non devi dire nulla. Ha lavorato a lungo in un macello di Chicago dove pesava un migliaio di maiali al giorno! Ecco come ha fatto».

Ho un amico, l'onorevole Chauncey M. Depew, che racconta di un inglese a cui egli rivelò uno dei suoi singolari aneddoti, quello lo ascoltava con un'espressione perplessa, e - un anno dopo - ne rideva di gusto. Ammetto onestamente che mi ci volle più di un anno per cogliere lo scherzo di Johnson.

Ora, il mio benessere è semplicemente il risultato di uno stile di vita attento e misurato e, forse, la cosa più sorprendente è che per tre volte durante la mia giovinezza la malattia mi ha reso un relitto umano che i medici davano per spacciato. Tra l'altro, per ignoranza e frivolezza, mi sono trovato in ogni tipo di difficoltà, di pericolo e di guaio e ne sono uscito come per incanto.

Ho rischiato di annegare una dozzina di volte; sono stato quasi bollito vivo e per poco non sono stato incenerito. Mi sono trovato seppellito, disperso, congelato. Sono riuscito a fuggire per un pelo da cani rabbiosi, cinghiali e altri animali feroci. Ho superato terribili malattie e sono andato incontro agli incidenti più insoliti e, a oggi, essere vivo e vegeto mi sembra un miracolo. Ma nel rievocare questi episodi mi convinco che la mia salvezza non è stata del tutto accidentale.

Il compito di un inventore consiste fondamentalmente nel preservare la vita degli uomini. Che sfrutti le forze, sviluppi congegni, o procuri comodità e servizi, egli è addetto alla sicurezza della nostra esistenza. È anche più qualificato di un individuo medio per difendersi dal pericolo, poiché è coscienzioso e intraprendente. Se non avessi avuto la certezza di possedere una certa dose di queste qualità, l'avrei certamente acquisita grazie ad alcune esperienze personali. Se riporto uno o due episodi il lettore sarà in grado di giudicare da sé.

Una volta, quando avevo circa quattordici anni, volevo spaventare alcuni amici con cui facevo il bagno. Il piano consisteva nell'andare in immersione sotto una lunga struttura galleggiante fuoriuscendo tranquillamente dall'altra parte. Andavo sott'acqua e nuotavo con la naturalezza di un pesce ed ero certo di poter compiere l'impresa. Perciò mi tuffai e, quando non fui più visibile, mi voltai e avanzai velocemente verso il lato opposto.

Pensando di essere di sicuro oltre la struttura, riemersi, ma con mio sgomento sbattei contro una trave. Ovviamente, mi reimmersi subito e proseguii in avanti con rapide bracciate finché non iniziò a mancarmi il respiro. Quando risalii una seconda volta, la mia testa venne di nuovo a contatto con una trave.

A quel punto cominciai ad andare nel panico. Ciononostante, raccogliendo tutta la mia energia, feci un terzo disperato tentativo ma il risultato fu lo stesso. La tortura di trattenere il fiato stava diventando insostenibile, mi girava la testa e sentivo di affondare.

In quel momento, quando sembrò che non ci fosse più alcuna speranza, vidi uno di quei lampi di luce ed ebbi una visione della struttura sopra di me. Vidi, oppure immaginai, che c'era un piccolo spazio tra la superficie dell'acqua e le tavole poggiate sulle travi, allora quasi incosciente, tornai a galla, spinsi la mia bocca vicino alle assi e riuscii a inalare un po' d'aria, purtroppo mischiata con degli spruzzi d'acqua che quasi mi soffocarono.

Ripetei questa procedura più volte come fossi in un sogno finché il cuore, che mi batteva all'impazzata, si calmò e tornai in me. Dopodiché, avendo completamente perso il senso dell'orientamento, tentai un certo numero di immersioni senza successo, ma alla fine riuscii a liberarmi dalla trappola allorché i miei amici mi avevano già dato per spacciato ed erano alla ricerca del mio corpo.

Quella stagione balneare fu rovinata dalla mia incoscienza ma dimenticai presto la lezione e solo due anni dopo mi trovai in una situazione ancora più difficile. Vicino alla città in cui studiavo c'era un grande mulino a macina con una diga che attraversava il fiume.

Come di consueto, il livello dell'acqua era solo qualche centimetro al di sopra della diga e raggiungerla a nuoto era uno sport non così pericoloso che mi concedevo spesso. Un giorno andai al fiume da solo per divertirmi come al solito. Quando fui a breve distanza dalla parete della diga, però, rimasi terrorizzato nel notare che l'acqua era salita e mi stava trascinando via rapidamente. Cercai di allontanarmi ma era troppo tardi. Fortunatamente, comunque, riuscii a evitare di essere travolto aggrappandomi al muro con entrambe le mani.

La pressione contro il mio torace era forte e riuscivo a malapena a tenere la testa fuori dall'acqua. Non c'era un'anima e la mia voce era soffocata dal fragore della cascata. A poco a poco mi ritrovai senza forze e incapace di resistere più a lungo allo sforzo. Proprio quando ero sul punto di mollare e stavo per essere scaraventato sulle rocce in basso, vidi in un lampo di luce uno schema familiare che illustrava il principio idraulico secondo cui la pressione di un fluido in movimento è proporzionale all'area esposta, e automaticamente mi girai sul fianco sinistro.

Come per magia la pressione venne ridotta e in quella posizione trovai relativamente facile resistere alla forza della corrente. Tuttavia dovetti continuare a fronteggiare il pericolo. Sapevo che prima o poi sarei stato trasportato giù, perché anche se avessi attirato l'attenzione, non era possibile che qualcuno giungesse in tempo per aiutarmi. Ora sono ambidestro ma allora ero mancino e avevo relativamente poca forza nel braccio destro.

Per questo motivo non mi arrischiai a girarmi dall'altra parte per riposare e non mi rimase altro che trascinare il mio corpo lungo la diga. Dovevo allontanarmi dal mulino verso il quale ero rivolto dato che lì la corrente era molto più rapida e profonda.

Fu un calvario lungo e doloroso e verso la fine stavo quasi per non farcela perché dovetti superare una rientranza della parete. Riuscii ad arrivare dall'altra parte con l'ultimo briciolo delle mie forze e quando raggiunsi la sponda caddi svenuto nel punto in cui poi fui trovato. Mi si era praticamente scorticata tutta la pelle sul lato sinistro e ci vollero varie settimane prima che la febbre calasse e io mi riprendessi.

Questi sono solo due dei molti esempi ma dovrebbero bastare a mostrare che se non fosse stato per il mio istinto di inventore non sarei stato qui a raccontarli.

Le Mie Invenzioni

L'Autobiografia di un Genio

Nikola Tesla

L'autobiografia di Tesla, finalmente in Italiano! Ogni volta che si cita Tesla si accompagna il suo nome con un «genio!», «ha trasformato il mondo!», «un uomo in anticipo sui tempi». Ma pochi sanno quello che è stato...

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Nikola Tesla fu uno scienziato veramente geniale, sviluppò il concetto della rotazione del campo magnetico. Rese la corrente alternata uno strumento indispensabile per la fornitura di corrente elettrica.Nacque a Smiljan in Croazia, sotto l'impero austro-ungarico. Si laureò in ingegneria a...
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