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I due Messia - Estratto da "Il Cristo Illegittimo"

di Francesco Esposito 5 mesi fa


I due Messia - Estratto da "Il Cristo Illegittimo"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Francesco Esposito e scopri chi si nasconde realmente dietro la figura del Cristo

Appurata la situazione politico-religiosa dei primi decenni del I secolo d.C., compresa la nascita e la conseguente evoluzione del partito dissidente ebraico - trasformatosi poi in quel partito zelatore descritto da Giuseppe Flavio con specifici appellativi - tanto da identificarne gli appartenenti indistintamente come i nemici di Roma, sarà doveroso tracciare un identikit di due personaggi estremamente importanti per quella che sarà la futura tradizione cristiana.

Sebbene si consideri solo Gesù il Nazareno come unica stella polare e fulcro di quella spinta di tradizioni e interpretazioni nate nei seguaci prima e in Paolo dopo (rispettivamente la comunità gerosolimitana e la prima, vera, interpretazione cristiana), è con Giovanni il Battista che lo stesso Gesù ebbe modo di tentare concretamente quel progetto di rivalsa politico-sociale che lo avrebbe portato poi alla morte.

Indice dei contenuti:

Giovanni il "Battezzatore"

Il personaggio di Giovanni il Battista è forse la figura-chiave per la vita pubblica di Gesù e il suo ministero di rabbi messianista itinerante. Se fino a ora le maggiori informazioni sul “Battezzatore” le si potevano ricavare dai Vangeli e da un passo delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, con la scoperta dei rotoli di Qumran e di un’ampia letteratura specialistica relativa, si è finalmente potuto disvelare quello che fino a sessantanni fa era un mistero: il suo background, la sua formazione, il perché della sua attività pubblica e il significato della sua dottrina e delle sue azioni.

Ma sarà meglio procedere con ordine, così da tentare di svelare il più possibile su questo personaggio estremamente importante. Queste sono le informazioni che ci vengono fornite dai Vangeli canonici seguendo la loro redazione a livello cronologico:

«Apparve Giovanni il “Battezzatore” nel deserto, predicando un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati. Andavano da lui tutti gli abitanti della regione della Giudea e di Gerusalemme e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, mentre confessavano i loro peccati» (Mc 1,4-5).

«In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, poiché vicino è il Regno dei cieli!”. Di lui parla il profeta Isaia che dice: Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. [...] A lui accorrevano da Gerusalemme, da tutta la Giudea e da tutta la zona adiacente al Giordano, e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati» (Mt 3, 1-3; 5-6).

«Ora, questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli mandarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti per domandargli: [...] “Chi sei? Che possiamo dare una risposta a chi ci ha inviati! Cosa dici di te stesso?”. Affermò: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: raddrizzate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”» (Gv 1,19; 22-23).

Sostanzialmente i Vangeli canonici non differiscono da una tale presentazione sommaria del Battista, ma si è escluso volutamente il Vangelo di Luca, perché proprio quest’ultimo offre ulteriori informazioni sulla sua figura. Se difatti Marco, Matteo e Giovanni lo fanno entrare in scena con una vita pubblica già ben avviata, Luca va a ritroso nel tempo fino all’annuncio della sua stessa nascita, svelando nuovi particolari; molti dei quali, anche alla luce della riscoperta dei documenti della comunità essena di Qumran, risplendono di un significato nuovo ed estremamente coerente. Introducendo la storia con un breve proemio, il Vangelo di Luca apre con l’annuncio della nascita di Giovanni in un preciso quadro storico:

«Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva per moglie una donna discendente da Aronne, chiamata Elisabetta. Ambedue erano giusti agli occhi di Dio, osservando in modo irreprensibile tutti i comandamenti e i precetti del Signore, ma non avevano figli: Elisabetta infatti era sterile e tutti e due erano di età avanzata» (Lc 1, 5-7).

La famiglia di Giovanni era di discendenza sacerdotale, il padre della casta sacerdotale di Abia, mentre la madre era membro di una famiglia di grande rilievo in quanto discendente di Aronne. La coppia formava dunque una famiglia facoltosa, che seguiva retta-mente i precetti della Legge, con Zaccaria che addirittura officiava culti particolari nel Tempio.

Il Vangelo ci presenta la madre di Giovanni come sterile, con l’annuncio di Gabriele della nascita di un figlio che avrebbe riportato gli ebrei al patto con il proprio dio. Fatto circoncidere dopo otto giorni secondo le usanze della Legge, il bambino venne chiamato Giovanni dalla stessa coppia di sposi. E proprio in questo punto del racconto che il Vangelo di Luca ci offre un primo elemento curioso da analizzare. Con la decisione del nome, Zaccaria iniziò a lodare e benedire il proprio dio, e:

«Tutti i loro vicini furono presi da timore e in tutta la regione montagnosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le sentivano le tenevano in cuor loro e si domandavano: “Che sarà mai di questo bambino?”. La mano del Signore infatti era con lui. [...] Il fanciullo intanto cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte, fino al giorno in cui doveva manifestarsi ad Israele» (Lc 1, 65-66: 1, 80).

Il Vangelo ci spinge a porci due domande estremamente interessanti:

  • Perché, con la nascita del bambino, i conoscenti di Zaccaria vennero presi da timore? Addirittura si domandavano fra loro quale sarebbe stato il suo destino. Perché una tale preoccupazione? Quali pericoli correva il neonato?
  • Presentandoci un Giovanni Battista fanciullo, perché il Vangelo ci dice che visse nel deserto? Per quale motivo la sua formazione si concentrò nelle regioni desertiche e non nella propria casa?

È indubbio che tali domande nascono da particolari che il Vangelo di Luca ci offre senza però volerci dare una risposta. E di sicuro non l’avremo mai se rimarremo fermi al solo dato evangelico. L’autore, difatti, come già scritto, apre con un proemio, affermando che: «molti hanno già cercato di mettere insieme un racconto degli avvenimenti verificatisi tra noi» (Lc 1, 1).

Quindi già prima di Luca esistevano tradizioni di tali racconti, e lo stesso autore del Vangelo ha compiuto una propria indagine personale, scrivendo un suo personalissimo racconto dei fatti, magari censurando informazioni utili alla nostra indagine.

Perché i conoscenti della famiglia di Zaccaria erano in apprensione per il bambino? E perché venne portato nel deserto? A queste due domande potrà rispondere un documento del II secolo, considerato apocrifo dalla tradizione cristiana successiva al Concilio di Nicea (IV secolo d.C.) e non indispensabile per la dottrina dal Decreto Gelasiano del VI secolo, ma di grande importanza nei primi tre secoli della storia cristiana.

Il Protovangelo di Giacomo, conosciuto anche come Natività di Maria, è un testo apocrifo del Nuovo Testamento, di grande interesse per gli studiosi, e, nonostante la sua natura apocrifa, per la tradizione cattolica divenne una fonte necessaria per ricavare determinati proto-dogmi mariani quali la verginità perpetua di Maria, tanto da rendere questo Vangelo un testo dal dogmatismo selettivo.

I codici relativi a tale Vangelo sono numerosi, ma uno in particolare susciterà il nostro interesse. Il Codice Arundel, considerato dal prof Luigi Moraldi come il più antico e vicino all’originale e magari, forse, l’ispiratore dei racconti della natività presenti nei due canonici, ci offre un quadro narrativo molto simile alla strage degli innocenti narrata in Matteo. È opinione di chi scrive, che il racconto dell'infanzia in Matteo non ha alcuna valenza storica, ma il testo del Protovangelo ci offre informazioni interessanti proprio su Giovanni che vanno a completare il quadro di Luca.

Nel testo vi è scritto che un non ancora identificato Erode (il Grande o uno dei suoi figli, Archelao o Antipa?), timoroso che il regno gli potesse essere sottratto dal futuro Messia d’Israele, decise di cercare tutti i bambini sotto i due anni.

«Elisabetta, udendo che Giovanni era ricercato dai sicari per ucciderlo, lo prese, salì su di un monte altissimo, e cercò con lo sguardo tutt’intorno il luogo ove poterlo nascondere. [...] Erode cercava, difatti, Giovanni e mandò i suoi servi da Zaccaria, dicendo: “Dove hai nascosto tuo figlio?”. Zaccaria rispose loro: “Io sono un ministro di Dio e dimoro nel suo tempio. Non so dove sia mio figlio”. I ministri, ritornati, riferirono a Erode. Erode, dunque, adirato, disse a coloro che gli avevano riferito questo: “Zaccaria si beffa di noi perché suo figlio sta per regnare in Israele con il Cristo”» (A98, A99).

Il quadro è abbastanza chiaro, e i turbamenti descritti in Luca e la fuga nel deserto del bambino sono finalmente spiegati: Giovanni era ricercato perché poteva divenire un ostacolo per il trono di Erode.

Ma il Protovangelo ci informa di un particolare di estremo interesse. Difatti il bambino non doveva essere ucciso perché, come raccontato dalla strage degli innocenti di Matteo poteva essere il possibile Cristo che avrebbe dominato su Israele, ma perché era destinato a regnare in Israele con il Cristo. La differenza è sostanziale, e apre scenari del tutto nuovi: la fonte a cui il Codice Arundel ha attinto parla chiaramente del dominio non del solo Cristo, Messia d’Israele, come unico regnante, ma di una coppia di futuri regnanti. Perché due, se la tradizione che tutti noi conosciamo racconta di un solo Messia?

Torniamo per un attimo al racconto di Luca. Questi scrive come il neonato, divenuto oramai un fanciullo, visse nelle regioni del deserto fino al tempo di quello che sarà poi il suo esercizio pubblico descritto da tutti i canonici e presentando il Battista come il precursore del Messia.

Ma perché proprio il deserto? Che significato aveva? Era utile solo per fuggire e far perdere le proprie tracce, o aveva una particolare valenza geografica?

Quanto riporta M. Hengel è interessante:

«lo zelo per la Legge richiedeva quindi non solo la fuga nel deserto ma anche il sacrificio degli averi e dei beni, unicamente a privazioni estreme. Di per sé tale fuga sui monti del deserto era in Giudea - come pure in Egitto - un diffuso fenomeno sociale. Con l’anacoresi ci si sottraeva alle grinfie del potere statale. Per effetto della tribolazione religiosa, il fenomeno acquisì una connotazione della stessa natura. [...] La migrazione nel deserto acquistò un’importanza decisiva nella letteratura essena [...] Il deserto divenne il luogo della conversione; anche la rinuncia alla proprietà personale era legata a tale ritiro».

Non era perciò una semplice fuga dall'autorità statale, ma questo allontanamento era visto dagli stessi Esseni come un modo per allontanarsi dalla depravazione di quel mondo civilizzato e ritirarsi in una comunità monastica. Sono numerosi gli studiosi che interpretano il periodo trascorso nel deserto di Giovanni Battista, descritto in Luca, come una vera e propria preparazione secondo gli usi della comunità essena di Qumran^®. Se consideriamo, inoltre, che per gli stessi Esseni era del tutto normale accogliere adolescenti e figli altrui^^, è facilmente comprensibile cosa il futuro “Battez-zatore” apprese dai loro insegnamenti.

Dai Vangeli apprendiamo che Giovanni indossava vesti di peli di cammello, una cintura di cuoio intorno ai fianchi adottando uno stile di vita frugale, tanto da essere considerato quasi vegetariano, nutrendosi solo di locuste (o cavallette) e miele selvatico. I Vangeli, infatti, non si limitano a informarci genericamente sui pasti vegetariani di Giovanni, ma entrano volutamente nel dettaglio. Ciò trova un primo parallelismo con quanto scritto nel Documento di Damasco della comunità essena, che recita:

«Nessuno si contamini con un qualsiasi animale ed essere strisciante mangiandone, dalle larve delle api a tutti gli esseri viventi che strisciano nell’acqua. Non si mangeranno pesci se non sono stati aperti vivi e versato il loro sangue. Tutte le specie di cavallette saranno messe nel fuoco o nell’acqua mentre sono vive» (CD XII, 12-15).

Lo stesso stato sociale di Giovanni è un indizio importante. Se per un ebreo praticante il matrimonio al fine di procreare e offrire una discendenza alla propria famiglia era una tappa obbligata della propria vita sociale, il celibato del Battista era invece un altro punto in comune con la setta di Qumran, che vedeva di buon occhio l’astenersi dal matrimonio, a differenza degli altri membri della comunità essena, sposati che vivevano nei centri abitati.

Anche parte della dottrina di Giovanni trova un esclusivo parallelismo con i Qumraniani: leggiamo nei Vangeli come egli battezzasse con acqua, ma anche che era il battesimo per mezzo dello Spirito che avrebbe definitivamente mondato i convertiti; si legge nella Regola della Comunità:

«Con la sua verità, Dio allora vaglierà tutte le azioni dell'uomo e si monderà alcuni figli dell’uomo eliminando ogni spirito di ingiustizia dalle viscere della loro carne e purificandoli nello spirito santo da tutte le opere empie» (IQS IV, 21).

E proprio la figura dello Spirito Santo, estranea all’ebraismo del Secondo Tempio (a parte i rotoli del Mar Morto), e considerato un tratto esclusivo del cristianesimo, a giocare un altro ruolo determinante nell’identificazione della formazione del Battista. Lo stesso passo di Isaia, tanto citato da tutti i Vangeli, che riporta di “una voce che grida nel deserto” era un passo in cui gli stessi Esseni si identificavano, menzionandolo numerose volte nel loro testo fondamentale quale è la Regola della Comunità:

«Quando in Israele si realizzeranno queste cose per la comunità, in base a queste norme saranno separati di mezzo al soggiorno degli uomini dell’ingiustizia per andare nel deserto a prepararvi la via di lui, come sta scritto: “Nel deserto, preparate la via... appianate nella steppa una strada per il nostro Dio»;

e ancora:

«Questo è il tempo di preparare la via verso il deserto, di istruirli in tutto ciò che è stato trovato da compiere in questo tempo, e di separarsi da ogni uomo che non ha distolto la propria via da qualsiasi ingiustizia» (IQS VIII, 12-14; IX, 20).

La geografia del luogo in cui operava il Battista, partendo dal deserto di Giuda fino all’intera regione del Giordano, lascia supporre come fosse sempre vicino alla comunità essena d’origine. Inoltre lo stesso rito battesimale che gli valse l’appellativo di “Battista” poteva avere dei tratti in comune con una simile pratica essena. Sebbene molti autori vedano nel battesimo di Giovanni una differenza sostanziale con il bagno rituale esseno (quest’ultimo solo un rito che permetteva ai nuovi adepti di entrare formalmente nella setta), nel prossimo capitolo si vedrà come anche per Giovanni il battesimo nel Giordano non fosse solo una cancellazione delle “colpe sociali” di chi si presentava a lui, ma un vero e proprio ingresso nel suo gruppo.

Ma se molte cose accomunano gli Esseni di Qumran a Giovanni, altre li allontanano: mentre i primi mantenevano il proprio carattere settario e di completa lontananza dalla realtà che li circondava, considerandosi gli unici puri d’Israele, il secondo si rivolgeva a rutti gli ebrei visti come peccatori, tentando di convertirli alla sua causa, immergendosi completamente nel vasto tessuto sociale del tempo.

Inoltre gli Esseni di Qumran erano nella costante attesa dei due Messia (quello di Aronne e quello di Israele), mentre Giovanni era conscio di essere l'importante strumento per un progetto politico-sociale ben definito e pronto per essere attuato, che lo avrebbe coinvolto assieme a un altro personaggio: per lui i tempi erano maturi, il Messia d’Israele era arrivato e doveva palesarsi.

Tutto ciò potrebbe giustificare il successivo distacco di Giovanni dalla comunità del Mar Morto, che durante la gioventù lo aveva formato. Come scrive lo stesso Jean Daniélou:

«Bisogna allora dire che Giovanni non è che un grande profeta esseno? È possibile che sia stato un esseno, ma, più verosimilmente, fu solamente nella scia dell’essenismo. Ciò che è in ogni caso sicuro, è che egli ebbe una vocazione personale».

Giovanni il Battista non ebbe solo una vocazione personale, ma un vero e proprio progetto sociale e politico. Fatti suoi i preziosi insegnamenti della scuola essena, visti di buon occhio anche dai futuri storici antichi che non avrebbero perso invece occasione di accusare quel messianismo intransigente, violento e pericoloso degli Zeloti, decise di intraprendere una propria strada.

Aveva sì in mente una rivalsa politico-sociale, visto il clima teso di quel preciso periodo storico, ma sapeva di dover assolvere alla profezia dell’attesa dei due Messia. Sapeva di non poter agire da solo. Era conscio di aver bisogno di un aiuto prezioso, da una persona che seguiva fedelmente i suoi passi e che gli stava vicino a livello personale e familiare.

Quanto c’è di storico nel personaggio di Gesù?

Tanta è stata l’influenza dei Vangeli canonici e dell’intera letteratura neotestamentaria, assieme a un sempre più incessante indottrinamento da parte della Chiesa nel corso dei secoli, che con la nascita dell’indagine storico-critica e con la scoperta dei Rotoli del Mar Morto e degli scritti di Nag Hammadi (una nuova serie di Vangeli di cui si credevano perse le tracce nelle testimonianze degli apologeti cristiani), si è diventati consapevoli di un dato sconcertante: sappiamo veramente poco sulla figura storica di Gesù.

Tendo a sottolineare la parola “storica”, perché il Gesù descritto nei Vangeli è solo frutto di una lunga serie di elaborazioni, rielaborazioni, rimaneggiamenti, e tradizioni su tradizioni del vasto panorama teologico, apologetico e anche politico. Il Gesù della storia, quel Yehoshua/Yeshua ben Youssef (Gesù/Giosuè figlio di Giuseppe) che ha esercitato il suo compito di rabbi messianista itinerante da uno a tre anni della sua breve vita, è stato fatto sparire in una fitta coltre di incenso.

Come un prezioso reperto archeologico, anche la figura storica di Gesù è stata seppellita da una serie di strati ben definiti. Solo per rendersi conto di cosa stiamo parlando sarà necessaria una piccola parentesi, che mostrerà sommariamente la successione degli eventi che hanno portato a un allontanamento sempre più concentrato dalla sfera storica del personaggio conosciuto come Gesù:

  • Poco dopo l’anno 30 d.C. ebbe inizio il ministero pubblico di un ebreo chiamato Yeshua (un anno se diamo fede ai sinottici; circa tre anni se diamo fede al Vangelo di Giovanni). Va da sé che una qualsiasi cronaca riportata per iscritto o comunque trasmessa all’inizio oralmente da qualcuno vicino a questo predicatore messianista, può essere cominciata solamente quando Gesù si affacciò alla vita pubblica. Tutte le altre informazioni sulla sua infanzia e la sua giovinezza, e riportate tanto fedelmente da Matteo e Luca (con le dovute differenze), sono solo frutto di precise elaborazioni successive. Ma questo lo si vedrà dopo;
  • Morte di Gesù tra il 33 e il 35 d.C. Dopo la sua morte, ha inizio la prima interpretazione del suo messaggio da parte dei suoi seguaci. Fa la sua comparsa in scena Paolo di Tarso, con una sua personalissima interpretazione sul Gesù della Resurrezione, entrando in netto contrasto con la comunità apostolica;
  • Nel 72 d.C. cessa la prima guerra giudaica, con la scomparsa della comunità di Gerusalemme, lasciando moltiplicare in diverse scuole le interpretazioni sul messaggio di Gesù e sulla sua figura celeste e divina, che prende sempre di più il sopravvento su quella terrena e storica;
  • II-III secolo d.C. Si ha la nascita e lo sviluppo della Apologetica cristiana, con una letteratura fortemente polemica, con gli ebrei-cristiani da una parte che vedevano in Gesù solo un uomo e un grande profeta, e dall'altra i cristiani gnostici che davano una propria interpretazione tout court sull’intera vita di Gesù. Gli apologeti (cristiani cattolici), giudeo-cristiani e cristiani gnostici formarono tre macro-aree distinte, dove all'interno si mossero incessantemente tantissime scuole di pensiero in netto contrasto fra di loro, e che si presentarono come le uniche depositarie della verità sul messaggio di Gesù;
  • Dal IV secolo, con il primo concilio della cristianità svoltosi a Nicea nel 325 d.C. ebbe inizio l’imposizione di un’unica e sola verità storico-dottrinale decisa per votazione, con tutte le altre dottrine considerate eretiche. Il Concilio non si limitò a bollare le dottrine eterodosse come false, ma, ratificato dall’Editto di Tessalonica nel 380 d.C., spinse a una lenta e inesorabile esclusione dalla vita sociale tutti quelli che non si conformarono a quanto lo stesso Concilio aveva deciso, distruggendo inoltre qualsiasi testo non allineato.

Va da sé che una tale disamina riassuntiva elencata per punti non può essere di certo esaustiva, ma ha come unico e preciso scopo far rendere conto al lettore di come siano molteplici le stratificazioni sopra la figura appena accennata del Gesù storico che, a malapena, conosciamo.

Una tale presa di coscienza farà nascere due precise domande a cui si dovranno dare delle risposte:

  • Gesù, in quanto ebreo messianista itinerante è davvero esistito? La risposta non può che essere positiva: è esistito, forse, un ebreo di nome Gesù che ha camminato per le terre della Galilea, della Samaria e della Giudea attorno gli anni 30 d.C., tentando di veicolare un certo tipo di messaggio, e che fu crocifisso per sedizione politica per ordine del procuratore Ponzio Pilato. Ma sulla storicità di Gesù rimando il lettore al relativo paragrafo di approfondimento. Tale lavoro parte dall’assunto che Gesù sia veramente esistito e che, vittima del suo stesso tempo, si sia imposto un certo tipo di missione, fallendo e trovando poi la morte;
  • Com’è possibile ricavare informazioni utili sulla figura del Gesù storico, vista l’ampia e complessa stratificazione appena descritta? Va premesso che gli stessi Vangeli canonici, scritti da autori sconosciuti e convenzionalmente identificati con il nome di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, furono figli di redazioni scritte e orali molto più antiche e molto più vicine alla figura del Gesù storico. Il primo Vangelo, quello di Marco, redatto attorno al 70 d.C. in ambiente romano, attinse a determinate informazioni da una fonte più antica, che aveva raccolto i detti di Gesù in maniera sparsa e disordinata senza legarli ad alcun artificio narrativo. Matteo e Luca, che scrissero rispettivamente una decina di anni dopo Marco, nella redazione del loro Vangelo mostrarono una forte dipendenza da quest’ultimo; ma allo stesso tempo attinsero in comune da una fonte diversa (la famosa Fonte Q), e parallelamente utilizzarono un proprio materiale redazionale completamente differente da quello di Marco e della Fonte Q, che gli storici decisero di chiamare Fonte M e Fonte L. Il Vangelo di Giovanni, scritto a cavallo tra il I e il II secolo, si mostrò completamente diverso dai primi tre, tanto da uscire dalla sfera sinottica, riportando quasi completamente un materiale esclusivo e dipingendo in maniera palese e del tutto chiara la divinità di Gesù, a malapena accennata in Marco e dipinta a tinte pallide in Matteo e Luca. Infine, con la scoperta degli scritti di Nag Hammadi in Egitto nel 1945, fra i tanti papiri venne rinvenuto il Vangelo di Tommaso, un’importante testo proto-gnostico scritto in copto attorno al IV secolo, ma la cui redazione originale venne retrodatata addirittura a cavallo tra il I ed il II secolo. Tale Vangelo, considerato come “il quinto canonico” dalla maggior parte degli studiosi, andò a confermare quella che prima era l’ipotesi della Fonte Q, mostrandosi come un insieme di centoquattordici detti sparsi, con materiali di Matteo e Luca, e materiali redazionali esclusivi, molti dei quali lasciarono supporre una redazione del Vangelo di Giovanni per contrastare la scuola proto-gnostica che scrisse il Vangelo di Tommaso. È perciò possibile ricavare micro-informazioni sul Gesù storico, quasi come fossero dei pezzi di un vastissimo puzzle, attraverso il riconoscimento delle evidenti costruzioni teologiche presenti nei testi; con l’accordo della maggior parte dei Vangeli di determinati detti e descrizioni di fatti e luoghi (la concordanza di testi disomogenei può essere indice di veridicità di un dato fatto); e un’analisi incrociata fra i testi come i Vangeli canonici con la letteratura extra-canonica.

Ciò che apparirà nella lettura e analisi di tutti i testi in nostro possesso sarà, a modestissimo parere di chi sta scrivendo, un rendere onore a un personaggio storico violentato da tutte quelle dottrine successive alla sua morte.

Si scoprirà quanto le emozioni, il tormento, le speranze, la convinzione e il tradimento legati a un singolo uomo possano creare una forte empatia emotiva, anche se egli viene spogliato di tutta la sua gloriosa veste teologica.

Volendo concludere con una dovuta precisazione: solo perché si tenterà di narrare la semplice storia di un uomo sconfitto dalla storia, non significa rendere tale racconto meno importante, meno interessante, meno affascinante o meno vero.

Il Cristo Illegittimo

La delegittimazione storica di un uomo sconfitto che è stato fatto diventare Dio

Francesco Esposito

Apparso nella storia come uno dei tanti predicatori messianici, Gesù sperimentò sulla sua stessa pelle la dura realtà di essere umano, con le sue debolezze, i suoi sbagli e le sue sconfitte. Le delegittimazioni che subì...

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Francesco Esposito

Francesco Esposito, Lamezia Terme (CZ) classe 1986, laurea magistrale in Scienze Filosofiche e Master in Editoria Digitale. Il principale interesse si basa sugli studi personali, per oltre dieci anni, dedicati al cristianesimo primitivo e pre-conciliare, presentando una tesi magistrale sul De...
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