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I corpi semplici - Estratto da "La Magia Naturale"

di Giovanni Battista Della Porta 6 mesi fa


I corpi semplici - Estratto da "La Magia Naturale"

Leggi un estratto dal libro di Giovanni Battista Della Porta e impara tutti i segreti di uno dei più importanti libri di magia rinascimentale

Dopo aver trattato della nascita, della forma sostanziale e dell’ordine delle cose, ci sforzeremo di far conoscere le cose nascoste e le loro diverse proprietà.

Ma, per non turbare l’ordine dell’esposizione, cominceremo a parlare degli elementi, detti anche corpi semplici, che sono la semente prima di ogni cosa, il principio materiale dei corpi naturali soggetti a continui cambiamenti e agitazioni e che riempiono tutto questo mondo sublunare.

Indice dei contenuti:

Degli elementi e delle loro virtù

Il fuoco, il più leggero e il più puro degli elementi, per la sua stessa leggerezza tende a elevarsi e si raccoglie verso il sommo dei cieli. L’elemento che più gli assomiglia, l’aria, è un po’ più pesante e riempie di sé tutto lo spazio. L’aria si condensa talora in nuvole e precipita sotto forma di pioggia. Viene in seguito l’acqua e infine l’ultimo elemento, nutrito dalle sostanze degli altri, la terra, che si stende sotto gli altri elementi, spaziosa, impenetrabile e solidissima. In modo tale che non vi è nulla di solido che non abbia tracce di materia terrestre e nulla di vuoto senza fuoco. E la terra è circondata da tutti gli altri elementi e sola è immutabile, mentre gli altri elementi sono trascinati qua e là da un moto rotatorio.

Tuttavia, e pur avendo qualità contrarie, sono allacciati l’uno all’altro da legami comuni, perché la saggia natura, in modo mirabile, ha presieduto alla struttura di una macchina così complessa. Infatti, considerando che in ciascun elemento vi è una doppia qualità e in certi affinità governate da leggi comuni e in altri qualità discordanti, essa ha fatto sì che ciascuno abbia Luna delle qualità così costituita, che gli permetta aderire all’una delle qualità dell’altro elemento.

Così l’aria, che è secca e umida, aderisce al fuoco, che è caldo, appunto per mezzo del calore; così la terra, che è secca e fredda, e l’acqua, che è umida e fredda, sebbene contrarie Luna all’altra per le qualità antagoniste del secco e dell’umido, possono unirsi in alleanza tra loro; così, a poco a poco, il fuoco si può convertire in aria per mezzo del calore, o l’aria in acqua grazie all’umidità, l’acqua in terra per il freddo e la terra in fuoco con la secchezza. E, in modo contrario, possono trasformarsi ancora l’uno nell’altro, in modo facile quando abbiano una qualità comune, come il fuoco e l’aria per il calore, e più difficilmente quando abbiano qualità contrarie, come il fuoco e l’acqua.

Queste premesse debbono essere considerate come le fondamenta di ogni altra nozione e da esse procedono tutte le altre operazioni.

Delle qualità degli elementi e dei loro effetti

I quattro corpi già descritti possiedono quattro qualità elementari, facilmente scambiabili l'una con l’altra, e attraverso cui tutto quanto ha conoscenza e sentimento, principio e fine, nascita e morte, deve passare: il caldo, il freddo, l'umido e il secco.

Queste qualità vengono chiamate principali, perché derivano in primo luogo dagli elementi e perché danno origine a effetti secondari, come rammollire, maturare, risolvere ecc. Così il calore, operando su qualche miscela, ne estrae le materie impure e rammollisce la materia; così il freddo indurisce i corpi e li congela; così il secco divora l'umore che impregna la superficie di un corpo e rende aspro ciò che non può divorare; così l'umido eccessivo corrompe e produce cose simili alle prime, come l'urina, i mestrui, il latte, il sudore, effetti questi che i medici chiamano terze qualità, riferibili alle seconde, nello stesso modo che queste si riferiscono alle prime.

Talora queste terze qualità operano su date parti, rinforzando per esempio la testa o fortificando le reni, dando origine a qualità di quarto ordine.

Da ciò procedono diverse esperienze che saranno esposte nel corso di quest’opera; ma non era fuor di proposito parlarne subito, affinché il buon artefice potesse conoscere le virtù di queste qualità e il metodo di lavoro da seguire.

Delle proprietà delle cose nascoste derivate dalla forma

Alcune proprietà e virtù occulte delle cose non procedono dalle qualità degli elementi, ma dalla forma, in modo tale che poca materia può produrre un grande effetto e perfino un effetto contrario alla materia stessa. Tali proprietà si chiamano occulte o nascoste, perché non possono esser rivelate con dimostrazione e appunto perciò i saggi antichi stabilirono un certo limite, oltre il quale non si potrebbe procedere nella ricerca delle ragioni dei fenomeni, dato che in natura ci sono parecchie cose nascoste e piene d’energia, di cui l’intelletto umano non potrebbe scrutare le cause, né comprenderle.

Perché esse giacciono sepolte dentro gli arcani della natura e bisogna ammirarle piuttosto che scandagliarle e Teofrasto saggiamente ha sentenziato: «Chi cerca la ragione di ogni cosa, con la scienza annulla la ragione». Dice inoltre Alessandro che vi sono molte cose incomprensibili, perché oltrepassano la capacità dell’intelletto umano e sono conosciute solo da Dio, che è il creatore di tutte le cose. Queste cose non possono essere costrette dentro il cerchio di una dimostrazione qualsiasi e perciò il filosofo deve rinunziare a spiegarne la ragione e limitarsi ad accettarne gli effetti cosi come essi si presentano.

Noi vogliamo qui citare alcuni esempi che riusciranno certo graditi al lettore.

Il toro, feroce e furioso, legato a un albero di fico, diventa d’un tratto docile e mansueto e se gli si ungono le narici con olio di rose, si mette a girare in cerchio sino a cadere spossato, come afferma Zoroastro, che ha scritto un trattato di ordinanze scelte degli antichi, chiamato Geoponica. Anche il gallo si placa, se legato allo stesso albero. L’avvoltoio e la lumaca, al dire di Aristotele, sono uccisi dal profumo della rosa. Afferrando per la barba una capra nel bel mezzo di un branco, tutto il gregge smetterà di brucare l’erba e se ne starà fermo a guardare, sinché non abbiate allentato la vostra stretta. Lo dice Aristotele, benché parecchi autori attribuiscano l’effetto all’erba chiamata eryngium. Io credo che l’equivoco debba attribuirsi alla somiglianza con la parola latina aruncus, che significa barba di capra.

Quando la iena s’imbatte in un uomo o in un cane che dormono, essa allunga il suo corpo accanto a quello del dormiente e se esso risulta più lungo, l’uomo o il cane ne sono resi insensati e di più la iena rode loro le mani, o le zampe, così che non possano tenerle testa. Ma se invece è della stessa lunghezza, essa fugge, come racconta Nestore nei discorsi della sua Panacea. Se una iena furiosa vi assale, badate a non lasciarla accostare sul vostro lato destro, perché vi incuterebbe tanto terrore da non poterle più resistere. Ma se raccosterete con il fianco sinistro, la renderete impotente e potrete ucciderla facilmente. L’ombra della iena rende muti i cani e impotenti ad abbaiare; ciò sapendo, se inseguita, essa fugge in modo da restare contr’ombra rispetto al sole e da proiettarla sui cani inseguitori.

Il leone febbricitante si guarisce divorando una scimmia. Le capre e i caproni sono nocivi all’agricoltura, perché rendono sterili gli ulivi e le viti. A buon diritto si soleva immolare il caprone a Bacco e la capra a Minerva. L’oliva piantata e colta da una vergine sarà più saporosa, la mano di una donna di cattivi costumi riesce invece a isterilirne la pianta. Un serpente percosso con una canna cade in

Sospendendo un virgulto attorto in cerchio al collo di un gallo, gli si impedisce di cantare. La stella marina ha tal forza digestiva da potersi nutrire di conchiglie. C ’è un piccolo pesce, chiamato echeneis dai Greci e remora o remiligo dai Latini, il quale, attaccandosi al timone di una nave, finisce per arrestarla, agendo su di essa come un freno poderoso. La torpedine^ ha tal potere da stordire il pescatore solo toccando l’amo innescato immerso da costui nell’acqua e stordisce ugualmente tutti gli altri pesci, di cui così può nutrirsi a tutto suo agio. Di più ha la virtù, se applicata sul capo, di calmare i dolori, virtù confermata dalle esperienze di Platone, di Aristotele e di Galeno.

La lepre di mare provoca il vomito in coloro che la guardino e fa abortire le donne incinte.

Il lauro e il fico non sono mai colpiti dalla folgore, proprio come le natiche del vitello marino, la pelle della iena e la brionia. Perciò i marinai usano guarnire di tali cose le vele delle loro navi, come ne faceva uso Ottavio per garantirsi dalle violenze della folgore. Anche Tiberio usava allo stesso scopo una corona di lauro, di cui si cingeva la fronte. E le piante indicate non solo sfuggono alle ire della folgore, ma sanno respingere ogni altra violenza. Il corpo privato di vita dalla folgore non si corrompe e perciò gli antichi non si curavano di bruciare i corpi fulminati, né l’interravano.

Giustamente quindi sono stati biasimati quei poeti che hanno descritto come l’audace Fetonte, fulminato per la sua insania, sia piombato a imputridire in fondo a una vallata. Lo sguardo di un uccelletto chiamato rupex guarisce l’uomo butterato dal vaiolo. La forza della Lysimachia è tanto grande che, collocata sul giogo dei buoi stizzosi, non tarda a frenare la loro impudenza. La buglossa posta nel vino aumenta l’ebbrezza, così da essersi meritata il nome di euphtonona. Il basilico, come afferma Teofrasto, irritato dalle ingiurie e dalle violenze, cresce e s’allunga quanto più lo si provochi. La ruta spezzata cresce ancor più e lo stesso avviene, al dire degli antichi, di quella che viene tenuta nascosta. Lo stesso è del prezzemolo calpestato. Il diamante indiano resiste a ogni attacco tanto è duro, ma annaffiato con il sangue del caprone diventa molle e facile da rompere. Il rabarbaro, tra tutti gli umori, purga la sola collera, il timo la melanconia e l’agarico''^ la flemma.

I rimedi trovati dai medici per guarire gli animali ammalati non sono meno interessanti.

Somministrando al cane certe erbe che provocano il vomito, gli si spurga il ventre, come fa da sé l’ibis egiziano. La capra di Candia sa liberarsi dalle frecce scagliatele contro e infìttesi nel suo corpo, mangiando l’erba dittamo. Gli uccelli marini si guariscono il becco ulcerato cibandosi di erba santoreggia. La tartaruga, che cade ammalata dopo aver mangiato un serpente, risana con l’origano. L’orso, dopo aver assaporato il frutto della mandragola, previene il male che questo gli causerebbe, ingurgitando formiche. Il cervo, che si accorge di aver ingerito erbe velenose, si purga subito con il carciofo. L’elefante che, per errore, ha divorato un camaleonte, invisibile tra le foglie degli alberi tra cui era appiattito, rimedia al danno che gliene verrebbe brucando le foglie dell’olivo selvatico. Le pantere, che si son cibate di carne avvelenata dai cacciatori, usano come contravveleno lo sterco umano.

Il colombo, la gazza e il merlo curano i loro mali con la foglia del lauro. I colombi e i galli si nutrono dell’erba parietaria, fornendo il guano all’agricoltura. Le rondini hanno dimostrato come il baleno sia salutare alla vista, esponendo alla sua azione i loro piccoli sofferenti con gli occhi. Certi animali si trasformano in animali d’altra specie. Così il bruco del fico diviene cantaride e il serpente d’acqua, al prosciugarsi degli stagni e delle paludi, si trasforma in un serpente perfetto. In certe stagioni lo sparviero, il falcone, l’upupa e il fenicottero mutano le loro piume. Il beccafico e il melancoriphos dei Greci si trasformano reciprocamente l’uno nell’altro. Così il frumento si cambia in loglio e da loglio diventa ancora frumento e, seminato, si trasforma in avena. Seminando frequentemente il basilico, come afferma Marziale, diverrà crescione o menta acquatica.

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