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Gli strumenti del clown esencial

di Alain Vigneau 1 anno fa


Gli strumenti del clown esencial

Leggi un estratto dal libro "Clown Esencial" di Alain Vigneau

Esiste in ogni persona, che con rispetto mette la sua faccia dietro un naso di pagliaccio, un luogo dove convergono tre forze: la goffaggine umana, la pazzia divina e lo sguardo del mondo.

Quando si percepisce questo incrocio e vi si rimane con fiducia, protetti da questa minuscola maschera simbolo dell'ingenuità del cuore, per qualche istante si torna in mezzo alla pista del circo della condizione umana, là dove la forza creativa, l’umorismo universale del pagliaccio e la comunione con il pubblico si incontrano e si fondono come la forza di tre fiumi che si riuniscono per formare un’unica cascata.

E ciò, inesplicabilmente, è tanto spaventoso quanto meraviglioso.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Clown Esencial

L’arte di ridere di se stessi

Alain Vigneau

(1)

Un libro per riscoprire l’immenso potenziale curativo della risata, nel quale l’arte di ridere di sé si traduce nella capacità di guarire se stessi imparando ad affrontare la tragicommedia della vita e a sanare le proprie ferite – antiche e...

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Credo sia stata la dipendenza da tale ebbrezza a farmi recitare tanto e, infine, a voler condividere questa esperienza con gli altri. Durante questo lungo pellegrinaggio, mentre procedevo avanzando nel mio personale processo terapeutico, ho gradualmente creato un metodo di esplorazione per contemplare la ricerca personale di felicità dal caleidoscopio del naso di clown.

Un metodo che potesse permettere a qualsiasi persona, quali che fossero le sue circostanze, obiettivi o percorso di vita, di addentrarsi nell’esperienza rivelatrice, di celebrare amorevolmente la tragicomicità del vivere e delle sue molteplici faccende.

Un metodo che le permettesse di illuminare lo scenario della sua percezione quotidiana con la tanto speciale luce aggiunta del proiettore di questa piccola maschera rossa, ben al di là di qualsiasi meta professionalmente scenica. Il punto non era quello di arrivare a recitare come un clown, ma di fare in modo che l’arte della comicità impregnasse ogni parte dell’essere.

Devo sottolineare che durante il mio percorso fu particolarmente significativo l’incontro con Rosine Rochette, attrice veterana del Théàtre Du Soldi di Ariane Mnouchkine e gran signora del clown a Parigi. Il nostro mutuo riconoscimento e l’amicizia spontanea che ne seguì, incoraggiarono dentro di me la certezza di uno stile che, a poco a poco, andava lasciando le sue impronte sul mio cammino.

Con il passare del tempo e delle esperienze questa ricerca ha preso il nome di Clown Esencial, in modo semplice e naturale. È vero che non mi soddisfacevano altre definizioni usate per denominare questo campo di ricerca, come per esempio “clown terapeutico”, anche se questo lavoro porta a profondi cambiamenti nella persona; né mi piaceva quello di "clown Gestalt" anche se gli strumenti del qui e ora sono presenti come pilastri basilari dell’esperienza. Qualcosa dentro di me diceva che quello che percepivo durante le mie sessioni, questa miscela di gioco scenico del clown, di cuori liberati e misteri svelati, di ferite antiche cullate e sguardi sospesi, di musica ispiratrice e sostegno di guarigioni interiori, tutto questo processo apparteneva a un altro tipo di esplorazione, a un’avventura speciale.

Tale alchimia era qualcosa di più misterioso. Quello che vi accadeva rispondeva ad altri concetti, spesso tanto esilaranti quanto commoventi, sfacciatamente poetici, tanto grotteschi quanto sottili, a volte quasi sciamanici; e l’insieme delle sessioni e delle dinamiche nelle quali ci immergevamo, sia io che i partecipanti, aveva un altro sapore. Vi emergevano innocenza, ingenuità e amorevolezza (componenti abituali del gioco clown), ma sgorgavano anche dolore, vergogna e rabbia. Un’intensa e sottile relazione diventava evidente con il desiderio di contatto e la paura di mostrarsi, con l’ansia di trovare un posto nel mondo, nel gruppo, con il dolore dello sguardo altrui, con la dignità ritrovata, con i propri limiti, con il male delle lacerazioni aperte quando eravamo piccoli e il lungo seguito di tormenti interiori.

Allo stesso tempo riemergeva una connessione istintiva con la scintilla della vita, con il desiderio fondamentale di vivere ed essere, sgorgavano le acque limpide e generose dell’infanzia, così come gli stagni torbidi e dolorosi dei nostri segreti e del nostro panico nel mostrare agli altri ciò che veramente siamo.

Lasciai che lo sviluppo stesso del lavoro, lungo il corso di anni, paesi, culture e circostanze differenti, si andasse elaborando come un metodo sicuro e preciso, e che le centinaia di sessioni portate a termine disegnassero una mappa fedele e dettagliata. A questa mappa diedi il nome di Clown Esencial. Mentre passavo il tempo lasciandomi guidare e ispirare per trovare il nome appropriato alla ricerca, quando questo apparve seppi con certezza che era quello giusto.

"Clown” (parola inglese che in origine indicava un personaggio di farsa grottesco e rude) si doveva mantenere, a dispetto della designazione tradizionale del più astuto dei comici e per l’uso troppo denigrante del termine “pagliaccio” nel linguaggio comune, poiché sembra più un insulto che l’appellativo caratteristico di chi realizza un’arte, peraltro tanto antica quanto il mondo.

Ed “Esencial” per la sua origine latina di “esse” (essere), perché definisce in modo chiaro l’anima di un processo creativo che svela l’essenza della persona, arrivando al suo essere più puro e genuinamente denudato. Per chi si dedica a questa ricerca, Clown Esencial risulta essere qualcosa di analogo all’immersione in un bagno di liquido rivelatore, come si faceva una volta con i rullini fotografici. Anche qui il negativo, che finora sembrava bianco, a poco a poco lascia emergere una forma, un sentire, una maniera di essere, una pazzia propria.

La minuscola maschera del clown rivela allora, con un suo proprio ritmo, l'anima della persona. E quando questo avviene — per quanto lo si possa forse captare per non più di pochi secondi, in uno sguardo sospeso tra gli attori e il pubblico, in un silenzio sostenuto di fronte al gruppo, in un sorriso sotto il naso rosso - allora si percepisce con completa chiarezza lo splendore del momento.

Nello stesso modo si va delineando gradualmente una sagoma con una caratteristica propria, un tipo singolare di sguardo, dei suoni unici... Cosi nasce il nostro pagliaccio, all’interno di una mappa speciale che non pretende di portarci in alcun luogo se non, forse, di ritorno nella nostra casa interiore.

In un certo senso non cambia nulla, niente si trasforma; si rivela soltanto, a volte in un modo incredibilmente veloce e naturale, quello che già c’era: tutto un mondo quasi evidente e tuttavia bramoso di esprimersi. Ho visto persone cambiare, i loro volti trasformarsi in un lasso di tempo ridotto, semplicemente perché lasciavano cadere la menzogna dell’ego, la finzione del personaggio quotidiano, peraltro smettendo di impiegare energia per sostenere questo personaggio. Quando si sente che si può esistere così come si è, con quanto già si ha, con le proprie luci (tanto messe in evidenza) ma anche con le proprie ombre (tanto mantenute nell’oscurità del proprio intimo), allora impercettibilmente ci si rilassa abbastanza affinché l’energia fluisca di nuovo e la respirazione, per tanto tempo soffocata, rinasca con un sospiro leggero. Ci si sente liberi dal bisogno di nascondere, dal coprire con tanto sforzo i propri segreti.

Adesso non è più necessario. In qualche modo si recupera dignità e ci si impossessa della propria tragicommedia. È un processo lento, a volte doloroso; più di una volta ho visto i piccoli nasi di plastica trasformarsi in depositi di muco e lacrime. Perché la maschera rivela molto di noi, e lasciar entrare la luce della condivisione dove ha sempre regnato l’oscurità della vergogna è come fare un salto nel vuoto.

Nonostante ciò la persona ci offre il suo sorriso, sostenuto con lo sguardo aperto di chi porta la maschera dell’innocenza originale. Questo minuscolo travestimento che copre appena il mio viso affinché possa osare nel sentirmi un altro, è giusto il necessario perché io possa parlare di me stesso partendo da un’altra identità: «Guardate, non sono io! È lui, è lei quella che vi racconta ciò che mi è successo! Nel suo sguardo vi permetto di scoprirmi un po’ di più, nel suo gesto svelo qualcos’altro dei miei castelli, dei miei sogni e delle mie lotte».

Un elemento altrettanto importante in questa avventura è l’uso della musica come "acceleratore di ioni". William Shakespeare, che prima di tutto era un uomo di teatro, disse: «La musica è l’alimento dell’anima, il resto è silenzio». Soltanto un gran conoscitore dello spirito umano come lui poteva capire tanto sul potere della musica. Allo stesso scopo noi la impieghiamo in Clown Esencial per far sì che, in modo fluido, conduca la persona ben al di là delle sue limitazioni mentali, ispirandola nella sua evoluzione scenica e alimentando in lei tutto il potenziale creativo.

Per chi apre la porta del cuore e permette alla musica di penetrare in ogni angolo della sua interiorità, diventa più facile cedere al sorgere di emozioni liberatrici, di una rinnovata corporeità sorprendentemente espressiva, e navigare ben oltre i registri abituali e le proibizioni inflitte dalla mente quotidiana. Da piccolo ho studiato violino e pianoforte e da sempre ho una particolare predilezione per la musica che non ha paura del silenzio: quella musica che anzi lo richiama con le sue note, affinché lo trasformino in un silenzio abitato, in uno spazio infinitamente delicato, dove i desideri più profondi della nostra vita possano incontrarsi in una risonanza di rispetto e quiete. Quando la musica dialoga direttamente con il corpo, la mente si calma e l’ispirazione bussa alla nostra porta.

Ciò che chiaramente distingue Clown Esencial da altre linee di lavoro nel mondo del clown, forse più puriste e tradizionali, è che qui la ricerca è globale e permette alla persona di svelarsi nel suo sentire più completo, alla ricerca di un’ampia integrazione di se stessa. Per questo il lavoro a volte si tinge di sapori cari al buffone, questo essere cosi libero, che non ha paura del grottesco e di dire la verità. Laddove altri metodi di esplorazione cercano di mettere in risalto l’innocenza e la vulnerabilità della persona attraverso il clown, qui l’invito è un altro.

Oltre alle componenti già ricordate, noi cerchiamo di celebrare la totalità dell’essere umano con tutto ciò che questo implica: luci e ombre, evidenze e segreti, polarità, sapori dolci e amari, castità, pudori e lussurie varie, virtù e misfatti in egual misura. Qui si parla di vestire con un naso rosso la nostra parte incapace, quella che - come tutto il mondo - vuole vivere bene, adattandosi alle regole sociali; non solo la nostra parte più ingenua o più candida, ma anche tutte quelle che formano la gamma dei nostri segreti interiori, tanto a lungo mantenuti nel profondo della nostra intimità, timorosa di vedersi sopraffatta da simili energie. Qui sono benvenuti i paurosi, i rigidi, i timidi, gli orgogliosi, i vergognosi, gli arrabbiati, i perturbatori, i confusi e gli invidiosi.

Tutti ospitano nella loro interiorità lo stesso meraviglioso potenziale comico, per quanto seri vedano se stessi nella loro vita quotidiana. Non ho mai incontrato una persona che non lo avesse. Si può perfino dire che quanto più seria è una persona, tanto più comico sarà il suo clown: dalla serietà e dal naso rosso nasce in modo sorprendente una fraterna complicità conciliatrice.

Lo stesso succede con le emozioni: in Clown Esencial un momento si piange per la risata e nell’istante successivo si ride per il pianto, in un’azione di pari benevolenza che dà spazio a quanto sorge nel nostro intimo, senza giudizio alcuno. Ricordo un giorno, quando una partecipante piangeva. Le diedi un fazzoletto di carta e lei continuò a piangere. Cominciai a far cadere sopra di lei la scatola intera in una neve di fazzoletti, così tanti che, non potendoli usare tutti, le si andavano accatastando intorno come lavori in sospeso, aspettando nuove lacrime. Lei si guardò tutto intorno e improvvisamente si mise a ridere. Aveva capito qualcosa in modo intuitivo e questa comprensione le permise di passare dalle lacrime al riso senza bisogno di alcuna parola o spiegazione, in una deliziosa libertà di espressione riconquistata sul suo rigido giudice interiore. In un paio di secondi era riuscita a sbarazzarsi della sua tristezza, per considerarla, senza mancarle in alcun modo di rispetto, da un altro punto di vista e riportarla probabilmente al suo giusto posto.

Perché, forse, nemmeno quello che io penso di me stesso è tanto importante. Forse è necessario lasciar andare qualcosa proprio di questo, perché mi incatena molto più dell’opinione che gli altri possono avere di me. È cosi stancante prendersi troppo sul serio, ci vuole cosi tanto sforzo per tenersi aggrappati a questa o quest altra immagine che abbiamo di noi stessi, con le unghie conficcate sul bordo del precipizio gridando all’eco: «Giuro su mia madre che sono cosi o cosà o in altro modo ancora, e penso cosi e dico cosà e giuro sui miei morti che difenderò questo castello fino alla fine!» Però mentre noi ci tratteniamo dentro, a dispetto di una certa legittimità nel farlo, il castello si è svuotato e le armate occupanti se ne sono andate già da molto tempo, verso battaglie più eccitanti. Ma uno rimane li congelato, guardiano inutile e stanco di un sogno di cartapesta, bloccato in un tempo senza valore né scadenza.

Ogni ego è una droga che ci tiene in schiavitù permanente finché un giorno, raccogliendo coraggio e umiltà, intraprendiamo il cammino alla ricerca di noi stessi. Perciò si può dire che Clown Esencial sia la comicità commovente di chi, utilizzando il naso del pagliaccio, torna a se stesso; e vedendo di un rosso vivo le ferite della propria intimità, i suoi desideri e incubi più segreti, svela al pubblico il suo universo interiore e riceve in cambio, per questa generosa offerta, l'amore incondizionato di un mondo che gli dice: «Sì! Hai diritto di essere come sei! Per noi sei già abbastanza. Per noi, cosi come sei, vai bene!» Questo è il punto di partenza per un nuovo cammino, perché al sentire queste parole, al percepire questa corrente di approvazione incondizionata, qualcosa si deposita dentro la persona e dona la condizione primaria per una vera trasformazione: accettarmi come sono perché il mondo mi ha visto e mi ha riconosciuto. Un proverbio popolare brasiliano avvisa: «Nella vita ci sono due sfide: la prima è conoscersi, la seconda è essere contenti di ciò che si è trovato».

Il percorso personale e intimo in Clown Esencial è sostenuto dalla presenza del gruppo e dalla sua attitudine aperta che offre, in modo generoso, le condizioni necessarie a un processo di vero cambiamento. Sono convinto che se piangere, gridare e scaricare aggressività sia spesso necessario e profondamente risanatore, lo è anche ridere con una risata cosciente e radiosa, forte e chiara, totalmente libera. Perché questa senza dubbio rompe corazze muscolari e fa entrare, attraverso le sue fenditure, una luce nuova, indimenticabile, un’energia rinnovatrice che rompe vecchi patti stabiliti nell’infanzia, giuramenti di silenzio, di apatia, di odio o di sofferenza, voti di assenza, durezza o insensibilità. Li dissolve alla luce del mondo, in una specie di cerimonia interiore che tuttavia si rafforza nella condivisione di gruppo, in un rituale comune dove ognuno si riconosce e trova in modo naturale il suo posto, arricchendosi tutti dell’esperienza di tutti.

Si può dire che Clown Esencial sia il sorriso del cuore quando questo, dopo il tanto combattere le battaglie del pianto e del riso, alla fine trova riposo in un luogo ben al di là di qualsiasi emozione e accetta con gioia la sua genuina appartenenza al poderoso fiume della vita.

Clown Esencial

L’arte di ridere di se stessi

Alain Vigneau

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Un libro per riscoprire l’immenso potenziale curativo della risata, nel quale l’arte di ridere di sé si traduce nella capacità di guarire se stessi imparando ad affrontare la tragicommedia della vita e a sanare le proprie ferite – antiche e...

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Alain Vigneau

Alain Vigneau

Alain Vigneau (Francia, 1959) è attore, clown e pedagogo, fondatore e direttore della compagnia teatrale La Stravagante, professore di Teatro e Clown nel Master di Arteterapia della AEC/UVIC, cofondatore del centro Coscienza e Arti Sceniche di Puebla de los Angeles (Messico), collaboratore...
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