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Gli ebrei di Germania - Estratto da "Biografia Non Autorizzata della Seconda Guerra Mondiale"

di Marco Pizzuti 11 mesi fa


Gli ebrei di Germania - Estratto da "Biografia Non Autorizzata della Seconda Guerra Mondiale"

Leggi un estratto dal libro di Marco Pizzuti e scopri le vicende storiche rimaste in ombra in uno dei più controversi capitoli della nostra storia

Contrariamente a quanto divulgato dalla propaganda nazista, la minoranza più integrata nella Germania del XX secolo era costituita proprio dagli ebrei tedeschi. Durante la prima guerra mondiale, infatti, molti ebrei dimostrarono di essere degli straordinari patrioti, offrendo la propria vita per difendere la nazione.

Gli ebrei nazionalisti tedeschi nel XX secolo

Nel 1914 l'Associazione dei cittadini tedeschi di fede ebraica dichiarò solermemente: «In questo momento decisivo della nostra storia, la madrepatria chiama tutti i suoi figli alla difesa della bandiera. È cosa scontata che ogni ebreo tedesco sia pronto a dare la vita per la Germania e a fare il proprio dovere. Camerati religiosi! Vi incitiamo ad andare oltre alla chiamata al dovere nel consacrare la vostra forza alla madrepatria. Affrettatevi ed arruolatevi volontari. Ognuno di voi, uomo o dorma, faccia il possibile per sostenere la madrepatria, sia con i fatti, sia con il denaro».

Tale dichiarazione non era un mero proclama di circostanza perché, come confermato dai fatti storici, molti ebrei tedeschi perirono o ritornarono mutilati dai campi di battaglia, mentre altri ancora si guadagnarono le massime onorificenze militari per atti di eroismo al fronte.

Il concetto di patriottismo era così radicato nelle loro coscienze che molti esponenti di spicco della comunità ebraica arrivarono a promettere il proprio sostegno al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler come prova di fedeltà assoluta alla Germania. Questo nuovo tipo di ebraismo ebbe molti leader di diverso orientamento politico, tra cui un ex ufficiale reduce della prima guerra mondiale, l'ebreo tedesco Max Naumann, noto per avere fondato un'organizzazione militante di ebrei tedeschi nazionalisti.

Naumann era il principale fautore dell'assimilazione di tutti gli ebrei nella nazione tedesca e tra i suoi nemici dichiarati c'erano altri correligionari come gli Ostjuden (gli ebrei provenienti dall'Est, privi di una lunga tradizione culturale germanica) e gli ebrei sionisti, che non ammettevano l'integrazione. I primi erano accusati da Naumann di fomentare l'antisemitismo con la loro indifferenza nei confronti dei gentili (i non ebrei), mentre i secondi venivano ritenuti responsabili della diffusione di un'ideologia razzista contraria all'integrazione e ai matrimoni misti.® Il 20 marzo 1935 Naumann scrisse a Hitler una lettera in cui sosteneva che lui e i suoi seguaci avevano lottato per tenere gli Ostjuden fuori dai confini della Germania e assicurava che gli ebrei tedeschi avrebbero dimostrato di valere quanto gli ariani, se il Fùhrer avesse dato loro la possibilità di servire nelle forze armate come avevano fatto durante la prima guerra mondiale. Per tutta risposta, Hitler ordinò lo scioglimento dell'organizzazione di Naumann e fece rinchiudere quest'ultimo in carcere, dove morì nel 1939 per un tumore.

Lettere di tenore analogo giunsero a Hitler dagli altri leader nazionalisti di diversa estrazione politica, che nel loro insieme rappresentavano la maggioranza degli ebrei tedeschi. Tra questi possiamo citare Hans-Joachim Schoeps, il capo degli studenti universitari della Deutsche Vortrupp (Avanguardia tedesca), e Leo Lòwenstein, fondatore del Reichsbund judischer Frontsoldaten (Lega dei soldati ebrei combattenti al fronte).

Schoeps auspicava un'integrazione totale con il popolo tedesco ed era assolutamente convinto che si dovesse porre fine ai vecchi contrasti tra ebrei e gentili. A tal fine rilasciò una dichiarazione dove accusava gli stessi correligionari di comportamenti che favorivano reazioni antisemite: «Le tradizioni religiose ebraiche incoraggiano un'immagine di sé narcisista, una tendenza all'autoisolamento e all'indifferenza rispetto alla sensibilità dei gentili»/ Molti ebrei nazionalisti assimilazionisti giunsero addirittura a falsificare i propri documenti, pur di potersi arruolare nelle forze armate tedesche e nei suoi corpi d'élite, SS comprese.

Secondo le approfondite ricerche svolte da Bryan Mark Rigg, docente di storia all'American Military University, oltre 150.000 soldati tedeschi di origine ebraica (tra cui veterani decorati e molti alti ufficiali come generali e ammiragli) combatterono nelle forze armate naziste che, prima della promulgazione delle leggi razziali, non avevano dato alcun peso al loro albero genealogico.

I rapporti tra ebraismo e fascismo prima del 1938

La realtà storica è sempre molto più complessa di come viene presentata dai libri di scuola e, a volte, le semplificazioni eccessive hanno in realtà come unico scopo quello di raccontare ai posteri solo mezze verità di comodo. In questo modo vengono creati dei luoghi comuni difficili poi da sradicare, che finiscono per nascondere efficacemente più di quanto pretendano di rivelare. Uno di questi luoghi comuni riguarda i rapporti tra ebraismo e fascismo italiano che, contrariamente a quanto si crede, fino al 1938 furono tutt'altro che ostili.

L'antifascismo ebraico, infatti, iniziò a manifestarsi nella sua pienezza solo dopo la promulgazione delle infami leggi razziali del 1938 e, anche successivamente a tale data, la componente ebraica che aderiva al movimento sionista (sostenuto dalla grande finanza, ma con scarso consenso popolare) rimase in buoni rapporti con il fascismo. Ciò è dimostrato dal fatto che, prima del 1938, molti esponenti del regime e alcuni dei più convinti attivisti in camicia nera provenivano proprio dalla comunità israelita.

Lo stesso Mussolini dichiarò addirittura di essere un fervente sostenitore del progetto politico sionista, appoggiando pubblicamente la minoranza ebraica che rifiutava qualsiasi tipo di assimilazione con il popolo italiano: «Voi dovete creare uno stato ebraico. Io sono sionista, io. L'ho già detto al dottor Weizmann. Voi dovete avere un vero stato e non il ridicolo focolare nazionale che vi hanno offerto gli inglesi. Io vi aiuterò a creare uno stato ebraico».

Tale situazione di attiva collaborazione tra ebrei e fascisti non può sorprendere più di tanto, poiché gli ebrei italiani dei primi anni del Novecento, al pari di quelli residenti in molte altre nazioni europee (fatta eccezione per le minoranze costituite da ebrei ortodossi e sionisti), si erano perfettamente integrati nella cultura e nella società del paese in cui vivevano.

In tali condizioni era difficile resistere al fascino dell'ultranazionalismo fascista, un movimento che prometteva la rinascita dell'Italia come degna erede dell'antica Roma imperiale. Mussolini, da parte sua, non aveva alcuna ragione per dubitare della lealtà degli ebrei italiani, dal momento che molti di loro avevano combattuto valorosamente come volontari sia durante le lotte risorgimentali per l'unità d'Italia sia nella successiva prima guerra mondiale. La celebre breccia di Porta Pia, ad esempio, venne aperta dai cannoni del capitano ebreo Giacomo Segre, mentre un gran numero di ebrei con la divisa dell'esercito italiano morì coraggiosamente in battaglia per redimere le terre di Trento e Trieste. Anche l'impresa di Fiume del 1919, guidata da Gabriele d'Annunzio, venne compiuta da un gruppo di militari che comprendeva 79 soldati ebrei (si trattava di un numero decisamente elevato, considerando che gli ebrei costituivano circa lo 0,1 per cento della popolazione italiana).

Inizialmente Mussolini non nutriva alcun tipo di pregiudizio contro la comunità israelita, tanto che Margherita Sarfatti - sua amante e autrice di una delle prime biografie agiografiche del Duce - proveniva proprio da una nota e ricca famiglia ebraica.

Visto l'alto grado di assimilazione che la caratterizzava, anche la comunità ebraica venne travolta dall'entusiasmo per la rinascita del nazionalismo italiano e molti ebrei finirono per appoggiare le idee di Mussolini. Tra i sostenitori della prima ora figuravano diversi membri della comunità israelita, 5 dei 119 fondatori del Partito fascista erano ebrei e la sala in cui si tenne la storica riunione del 1919 di piazza San Sepolcro, a Milano, venne messa a disposizione del Duce dall'ebreo Cesare Goldmann. Secondo le stesse fonti ebraiche, uno dei maggiori finanziatori del Partito fascista fu proprio il banchiere ebreo Giuseppe Toeplitz, noto per aver fondato la Banca commerciale italiana. Così come non vi è alcun dubbio sul fatto che alcuni ebrei sostennero attivamente il fascismo e gli squadristi di Italo Balbo. L'avvocato ebreo Renzo Ravenna, squadrista ferrarese, ricoprì per oltre quindici anni la carica di podestà, mentre tre ebrei triestini, i fratelli Forti, fondarono il Fascio giuliano. Anche tra i martiri della rivoluzione fascista che perirono durante gli scontri con i socialisti (1919-22) spiccano i nomi di tre ebrei, Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo.

Inoltre, secondo il noto scrittore e giornalista Giuseppe Antonio Borgese, Mussolini fu profondamente influenzato da due donne ebree per cui aveva un debole, la già citata Margherita Sarfatti (soprarmominata «Notre Dame du regime») e Angelica Balabanoff. Nei giorni che precedettero la marcia su Roma, Mussolini mantenne stretti contatti con gli attivisti ebrei Aldo Finzi e Gino Olivetti, e i membri della comunità israelita che parteciparono ufficialmente alla spedizione furono 230. Nel 1933 gli ebrei iscritti al Partito fascista erano 5800, pari al 4,1 per mille del totale; una percentuale proporzionalmente assai alta, data la presenza in Italia di un solo ebreo ogni circa mille abitanti. Nel 1938 il totale degli ebrei con la tessera del PNF salì a circa 8000, inclusi ben 9 rabbini. Fra le cariche pubbliche decise direttamente dai gerarchi fascisti, alcvme delle più importanti e delicate furono attribuite a ebrei, come nel caso di Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni e poi vicecommissario alla polizia e all'aeronautica; Dante Almansi, vicecapo della polizia, e Maurizio Rava, governatore della Somalia nonché vicegovernatore della Libia e generale della Milizia fascista.

Con l'avvento del fascismo, il numero di ebrei tra i docenti universitari continuò a essere molto elevato, come pure tra i generali e gli ammiragli. Guido Jung, dopo essere stato ministro delle Finanze, divenne membro del Gran Consiglio fascista, mentre Alberto Liuzzi fu nominato console generale della Milizia ed Enrico Paolo Salem divenne podestà di Trieste.  Margherita Sarfatti fu, come detto, la prima biografa ufficiale del Duce, oltreché co-direttrice del mensile fascista «Gerarchia». Gino Arias fu il principale teorico dello Stato corporativo e assiduo collaboratore di «Gerarchia» e del «Popolo d'Italia», insieme all'eminente fisiologo Carlo Foà. Giorgio Del Vecchio fu il primo rettore fascista delTUniversità di Roma. Mussolini in persona menzionò pubblicamente i nomi di numerosi intellettuali ebrei che, come amici o semplici ispiratori, avevano dato il loro prezioso contributo all'edificazione dello Stato fascista. Tra questi ultimi possiamo ricordare Dino Philipson, Riccardo Luzzatti, Riccardo Bachi, Salvatore Barzilai, Spiridione Xidias e Carlo Michaelstadter. Isaia Levi, membro di una delle più importanti famiglie della borghesia ebraica d'Italia, salutò positivamente l'avvento del fascismo e nel 1925 divenne uno dei principali leader della federazione torinese del PNF. Il 9 dicembre 1933 fu nominato senatore e, nel dopoguerra, venne addirittura perseguitato dagli antifascisti.

Nella lista degli ebrei che collaborarono attivamente con il PNF troviamo anche il giornalista Teodoro Mayer (che fondò e diresse «Il Piccolo» di Trieste) e i senatori Elio Morpurgo, Salvatore Segrè Sartorio, Ugo Ancona e Achille Loria. L'adesione di una parte rilevante degli ebrei italiani alle idee di Mussolini portò addirittura alla nascita della rivista «La nostra bandiera», il periodico ebraico-fascista fondato da Ettore Ovazza che fu acquistato e letto da circa 10.000 appartenenti alla comunità israelita, che ne contava in tutto circa 40.000. Ciò, ovviamente, non esclude il fatto che fin dai primi anni del regime vi fossero anche molti ebrei antifascisti, ma l'idea che la maggioranza degli ebrei italiani rappresentasse una forza di opposizione al PNF è storicamente infondata, anzi è piuttosto vero il contrario. Sion Segre, in una lettera indirizzata a Guido Valabrega, fu assai esplicito su questo punto: «... molti ebrei si sentivano portati verso il movimento antifascista Giustizia e Libertà,... sia però chiaro che dicendo "molti ebrei" si intende "molti" in percentuale tra gli antifascisti e non "molti" tra gli ebrei italiani, perché, per quanto la cosa non possa piacere a taluno, non è il caso di tacere che gran parte degli ebrei italiani erano fascisti purissimi o avevano quantomeno aderito con ufficiale entusiasmo a "La Nostra Bandiera". Gli altri erano forse antifascisti nell'animo, ma portavano il distintivo all'occhiello». Guido Bedarida scrisse a tale proposito: «Gli ebrei italiani (poco più di cinquantamila individui) seguirono la nascita e lo sviluppo del movimento fascista con interesse e simpatia, senza nutrire la minima preoccupazione per possibili sviluppi antisemitici».

Nel 1926 il leader sionista Chaim Weizmann iniziò a incontrarsi con il Duce e i rapporti ebraico-fascisti nel loro complesso si fecero sempre più saldi. Gli ebrei italiani accolsero con favore le novità legislative introdotte dal regime che riguardavano le proprie comunità. Queste ultime, infatti, «sentivano da tempo la necessità di una unificazione e di una compagine legislativa che ... conferisse [loro] più autorità sia dinanzi allo stato fascista sia nei confronti dei singoli ebrei con lo scopo di rafforzare le loro deboli istituzioni, la cultura e le coscienze».

La legge varata nel 1931 concedeva agli ebrei italiani il diritto di eleggere democraticamente i loro rappresentanti, di provvedere in maniera autonoma alle loro necessità, all'amministrazione dei loro beni, alla conservazione delle loro tradizioni e del loro patrimonio storico. Nel complesso, come ha scritto Renzo De Felice, «la nuova legge fu accolta dalla stragrande maggioranza degli ebrei molto favorevolmente ... Le critiche erano poche e sostanzialmente di scarso peso». L'approvazione della legge fu salutata con entusiasmo e, per l'occasione, venne coniata una medaglia commemorativa di elogio e di massima riconoscenza per le autorità del regime. Sul fronte fu impressa la corona con il fascio e la scritta: «Vittorio Emanuele III Re-Benito Mussolini Capo del Governo - Le Comunità Ebraiche d'Italia a ricordo della legge 30 X1930IX». Sul retro compariva invece la menorah, le tavole della Legge, la stella di David e la scritta: «Senza la Legge Cielo e Terra crollerebbero».

Ettore Ovazza era un noto banchiere fascista dell'alta borghesia ebraica che si arruolò come volontario nell'esercito italiano durante la Grande Guerra e la sua rivista «La nostra bandiera» aderì totalmente all'ultranazionalismo fascista. Il 7 giugno 1934 pubblicò la seguente dichiarazione del rabbino capo Giacomo Bolaffio: «Nell'ideale fascista, ideale d'ordine ed insieme autorità, gli ebrei non possono non ritrovare un elemento fondamentale della legge mo-saica». Il 14 giugno successivo, durante una celebrazione religiosa, il rabbino Alfredo Toaff affermò che «la fedeltà verso Iddio e la sua legge vi confermerà nella fedeltà verso la Patria, verso il Duce e verso il regime che ha salvato l'Italia».'® Dello stesso tenore anche l'elogio alla conferenza del professor Anseimo Colombo pubblicato sulla rivista di Civazza: «Il conferenziere volle e riuscì egregiamente a dimostrare che ebraismo e fascismo nei loro ammirevoli intenti si eguagliano; mirano meravigliosamente al perfezionamento assoluto, dell'individuo, della famiglia e della società».^’

Nel 1933 la rivista ebraica «La comunità israelitica» pubblicò un articolo dal titolo Giovani fasciste e avanguardisti del Campo Mussolini al Tempio in cui veniva solennemente affermato: «Il 1° settembre oltre 40 fanciulle ebree, giovani italiane della "Legione del Libano", reduci delle colonie marine ed ora ospiti a Roma, sono intervenute inquadrate alla funzione del Venerdì sera nel Tempio Maggiore. Porse loro il saluto, esortandole a conservare nel cuore il perenne ricordo di Roma immortale, dell'Italia e del Duce, il Rabbino Capo. Il Rabbino Cav. Perugia invocò la benedizione divina per il Re e per il Duce, impartendola quindi alle fanciulle ed alle loro famiglie».^

La spaccatura interna

Alla fine dell'Ottocento, dopo secoli di persecuzioni cristiane, gli ebrei tedeschi ottennero finalmente l'emancipazione e l'equiparazione dei diritti con gli altri cittadini. La loro condizione era cambiata radicalmente durante i moti del 1848-49, quando, uno dopo l'altro, tutti gli Stati germanici iniziarono a garantire la piena eguaglianza. Da quel momento in poi, quindi, gli ebrei furono liberi di entrare nell'arena politica per contribuire attivamente alle trasformazioni sociali del loro paese. Grazie a questo processo di emancipazione, che nei primi anni del XX secolo riguardava un po' tutta l'Europa, gli ebrei stavano uscendo dai ghetti per integrarsi completamente nella società dei gentili, e lo Stato in cui ciò stava avvenendo in modo più evidente era proprio la Germania, che, come evidenziato dallo storico canadese Robert Gellately, fino al 1930 rimase il paese meno antisemita del Vecchio Continente.

Molti membri della comunità israelita erano diventati tedeschi a tutti gli effetti, nella lingua che parlavano, negli abiti che indossavano, nelle consuetudini e nei sentimenti nazionali che professavano. Il fenomeno di abbandono in massa delle proprie vecchie usanze e tradizioni (assimilazionismo) stava travolgendo i circa 600.000 ebrei che vivevano in Germania (in Austria erano appena 200.000) e da nessun'altra parte come a Berlino le famiglie benestanti si sentivano così legate alla storia, ai costumi e alla cultura del paese dove vivevano da secoli.

Questo radicamento degli ebrei nella società tedesca e la loro totale identificazione con essa rischiavano di svuotare i quartieri ghetto dove erano stati segregati sin dal Medioevo. Per tale motivo, gli ebrei osservanti temevano il rapido declino della fede mosaica e il dissolvimento della loro comunità.

L'assimilazionismo era una tendenza in forte crescita e, secondo i calcoli effettuati nel 1911 dal demografo Felix Theilhaber, a causa della conversione al cristianesimo, dei matrimoni misti e della rinuncia alle tradizioni, entro l'anno 2000 in Germania non sarebbe rimasto un solo ebreo!

L'apertura della comunità ebraica alla società dei gentili iniziò a manifestarsi già nel XVIII secolo con l'«illuminismo ebraico» (Haskalah), un movimento culturale aperto a «contaminazioni esterne», ma comunque sempre attento alla conservazione della propria identità originaria. Il nuovo movimento, fondato dal filosofo illuminista ebreo Moses Mendelssohn, intendeva modernizzare l'ebraismo con la Haskalah (la cui radice etimologica significa «intelletto») introducendo delle modifiche nello stile di vita religioso della comunità, in modo da consentire uno scambio culturale con gli altri popoli.

Proprio a tale scopo gli ebrei illuministi della Haskalah adottarono una riforma del sistema scolastico che affiancava lo studio del tedesco a quello tradizionale della lingua yiddish.

Un secolo dopo, il fenomeno dell'assimilazionismo venne accompagnato dalla fondazione dell'ebraismo «riformista», detto anche «liberale» o «progressista», volto ad allentare gli obblighi religiosi (in particolare quelli che limitavano i rapporti con i non ebrei) per consentire una maggiore integrazione nella società dei gentili.

Nel primo Novecento l'assimilazione degli ebrei stava diventando la regola e l'antisemitismo un'eccezione, ma tale situazione, oltre a essere malvista dai rabbini ortodossi più conservatori, era totalmente inaccettabile anche per il movimento ebraico sionista, che era stato fondato alla fine del XIX secolo proprio come reazione all'antisemitismo.

Il movimento sionista, infatti, aspirava alla conservazione dell'identità razziale israelita e alla creazione di uno Stato ebraico laico e nazionalista. Ma per gli ebrei ortodossi tale progetto costituiva un tradimento dei precetti religiosi perché, secondo l'interpretazione tradizionale dei libri sacri, gli ebrei potranno costituire un proprio Stato solo dopo l'arrivo del messia, destinato a governare il mondo con la legge della Torah.

I rabbini tradizionalisti ripudiavano categoricamente il nuovo concetto sionista di ebreo laico, poiché sostenevano che gli israeliti non costituiscono una semplice nazione come le altre (legata a un'etnia o a un territorio), ma bensì una comunità religiosa. L'influente rabbino di Vienna Moritz Gudemann dichiarò, ad esempio, che era letteralmente impossibile separare la nazione ebraica dalla sua fede monoteista. A suo giudizio, la Torah era indipendente da qualsiasi implicazione territoriale, politica o statuale, e, a partire dall'esilio babilonese, la nazione ebraica sarebbe diventata una «comunità di credenti».

In termini spirituali, insomma, il nazionalismo ebraico costituirebbe un passo indietro rispetto alla sublime visione del regno messianico sviluppata dagli ebrei dalla diaspora in poi. Di conseguenza, i rabbini ortodossi hanno sempre considerato il nazionalismo ebraico introdotto dai sionisti come una forma di blasfemia autodistruttiva. E anche se gli ebrei ortodossi si schierarono con gli ebrei sionisti contro l'assimilazionismo, i due gruppi non si allearono mai tra loro e restarono sempre acerrimi nemici (ancora oggi sono su posizioni inconciliabili).

Biografia Non Autorizzata della Seconda Guerra Mondiale

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