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Gli adamiti - Estratto da "Degenesi"

di Mauro Biglino, Don Alemanno 5 mesi fa


Gli adamiti - Estratto da "Degenesi"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Mauro Biglino e Don Alemanno e scopri il reale significato di ciò che racconta il libro della Genesi

La narrazione biblica, infatti, ci dà conto della probabile applicazione di una conoscenza e operatività molto sofisticate, quali sono quelle che noi conosciamo nel loro insieme come ingegneria genetica o biomolecolare.

Abbiamo trattato estesamente l'evento ne Il Dio alieno della Bibbia e in Non c'è creazione nella Bibbia (Uno Editori) pertanto riportiamo qui una sintesi dell'intervento di genetica che secondo la Genesi è stato effettuato dagli Elohim per produrre l'esemplare maschio, cioè l'adam.

Analizzeremo invece con maggiore ricchezza di particolari la formazione della femmina, perché la descrizione biblica fornisce particolari che rimandano direttamente a un intervento chirurgico vero e proprio.

Indice dei contenuti:

Adam

La Bibbia ci racconta la creazione dell'uomo in momenti diversi e ci presenta le due modalità con le quali il presunto "Dio" della teologia è intervenuto.

I due interventi effettuati dagli Elohim paiono totalmente diversi e sono all'apparenza talmente incompatibili che l'esegesi tradizionale li attribuisce a due tradizioni redazionali distinte, identificate dal modo in cui gli autori chiamano "Dio": in Gen 1, 26 si usa il termine generico Elohim, mentre in Gen 2, 7 l'atto viene attribuito in modo specifico a Yahweh. Nel primo caso la narrazione riferisce che gli Elohim decidono di fare l'adam «a loro immagine e somiglianza», mentre nel secondo si afferma che Yahweh ha usato «l'argilla» insufflandovi «l'alito della vita».

Si parla quindi di diverse tradizioni - supponendo che gli autori che fanno capo all'una o all'altra abbiano operato in assoluta autonomia riportando racconti antichi - caratterizzate da origini diverse e dunque comprensibilmente non compatibili. I commentatori tradizionali che tentano una conciliazione sul piano meramente spirituale, metafisico, si trovano nella necessità di introdurre concetti che travalicano la concretezza dei racconti, giungendo anche ad annullarla in modo arbitrario, in nome di una visione di ordine teologico che a nostro parere non apparteneva agli autori biblici.

La realtà è che Yahweh non ha neppure partecipato a quell'intervento ma si presenta sulla scena, e viene riconosciuto e invocato, molto dopo, solo al tempo di Enosh, il primo nipotino della coppia (Gen 4, 26): immaginiamo la gioia di Adamo divenuto nonno all'età di 235 anni.

Yahweh era un militare e sapeva fare solo la guerra, ma, allora, come si poteva attribuire a lui la fabbricazione dell'adam?

A farlo, sono stati quei furbacchioni dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme che, scrivendo e riscrivendo continuamente la Bibbia, lo hanno inserito ovunque: in fondo era il loro Elohim, il loro governatore, il loro padrone e non potevano mica accettare l'idea che non avesse partecipato all'evento che ha dato origine a quella stirpe: meglio allora metterlo ovunque, come il prezzemolo.

Possiamo essere certi che Yahweh abbia apprezzato molto queste attenzioni: in fondo lui non era mica il Dio assoluto, era solo uno dei tanti ed era pure molto geloso. Questa captatio benevolentiae non poteva che essergli moto gradita: gli piaceva giocare a fare il Dio unico, lo gratificava.

Seguendo il metodo usato nei precedenti libri, ancora una volta proviamo a "fare finta" che la Bibbia riporti fedelmente ciò che veniva ricordato e tramandato, sia pure nella sua stranezza e con le difficoltà di comprensione che possiamo facilmente immaginare essere presenti in un popolo che nulla sapeva di molecole, acidi nucleici, purificazione del DNA, impianti cellulari, ecc. Noi ipotizziamo che i due passi ci narrino esattamente la stessa vicenda, lo stesso atto concreto compiuto dagli Elohim, tra i quali c'era ovviamente anche quello conosciuto con il nome di Yahweh.

I versetti di Gen 1, 26-28 contengono la prima versione della creazione dell'uomo e recitano così:

L'autore biblico pare avvertire il bisogno di sottolineare questo aspetto assolutamente straordinario ed estraneo a ogni forma di conoscenza posseduta dai lettori cui il testo era diretto. Per l'autore non ci devono essere dubbi e allora nel versetto successivo (1, 27) precisa per due volte:

Chi ha scritto e chi ha poi vocalizzato i versetti vuole insomma essere certo che il lettore abbia ben chiaro il fatto che gli Elohim hanno prodotto l'uomo utilizzando il loro tselem.

Dio, l'onnipotente, doveva pure usare qualcosa per fare l'adam - mica era onnipotente - e fare quella nuova creatura dal nulla magari comportava dei rischi, poteva venirgli male: era molto meno rischioso usare una parte di sé. In fondo come modello lui poteva andare bene: si piaceva e si compiaceva di se stesso, non essendoci molto altro a cui ispirarsi.

Il verbo bara viene tradizionalmente reso con «creò», ma quel verbo in tutta la Bibbia indica in sostanza l'atto di intervenire modificando qualcosa di già esistente, di dare forma, di rendere concreto un progetto: esattamente come stiamo ipotizzando abbiano fatto gli Elohim nel momento in cui decisero di produrre questa nuova specie che fosse in grado di comprendere una qualche forma di linguaggio articolato e di ricevere ed eseguire ordini.

Sottolineiamo che la Bibbia ci racconta come la decisione sia stata presa dagli Elohim e come questi si siano detti "facciamo", verbo alla prima persona plurale posto in una forma verbale che viene definita coortativa: contiene cioè il valore di un'esortazione, un invito ad agire, una sollecitazione - per intenderci, è come se avessero detto: "Forza, diamoci da fare, procediamo...".

Insomma questi fabbricatori che non avevano voglia di lavorare nel gan-eden erano più di uno e si trovavano facilmente d'accordo sulla necessità di far lavorare qualcun altro: lo sanno tutti che la terra, intesa come suolo coltivabile, è bassa, e il lavoro è quindi faticoso.

La questione del termine Elohim, della loro molteplicità, dell'inesistenza del monoteismo nell'Antico Testamento e dell'abbinamento del termine con verbi al plurale (ben dieci nel solo Salmo 82) è stata ampiamente trattata nei lavori precedentemente citati e non ci torniamo qui. Rileviamo solo che lo stesso versetto contiene due concetti che evidentemente procedevano di pari passo nella loro concretezza: noi siamo fatti come gli Elohim e, come loro, siamo diversificati in maschi e femmine.

Tornando alla questione diretta, rileviamo che gli autori biblici usano il termine tselem sempre tradotto con "immagine": una parola che nelle nostre lingue correnti indica un concetto astratto; la radice consonantica ebraica però non rimanda a quell'idea astratta di somiglianza costantemente rappresentata dalla letteratura religiosa e dalla teologia tradizionale. Innanzitutto diciamo che lo tselem definisce in modo specifico "un quid di materiale che contiene l'immagine", una «complete form» riporta l'Etymological Dictionary...

Inoltre nel testo biblico i due termini che indicano l'immagine e la somiglianza, nel passo di Gen 1, 26-28 riportato sopra, sono preceduti dai due prefissi be e ki, che possiedono due significati la cui diversità non è di poco conto:

  1. be significa "con, per mezzo di, in, dentro...";
  2. ki significa "come, secondo...".

Il prefisso be è preposto al termine tselem da cui si deduce che noi saremmo stati creati non «a immagine» degli Elohim, ma «con quel qualcosa di materiale che contiene l'immagine» degli Elohim.

Una differenza sostanziale!

Sangue misto

Dio non si è inventato nulla: aveva un modello, lui stesso, e lo ha copiato.

Dobbiamo dire che a quel Dio mancava l'originalità e non piaceva proprio fare troppa fatica.

Oppure chissà, magari ne aveva fatti altri prima, ma non gli piacevano, e allora ha usato il modello che aveva a portata di mano.

A questo punto dell'analisi potremmo ipotizzare che l'elemento materiale usato per creare la nuova specie fosse il liquido seminale, che di certo portava l'immagine degli Elohim. Sarebbe stata la soluzione più immediata e naturale: i versetti citati conterrebbero in questo caso il ricordo di un normale rapporto sessuale tra specie compatibili dal punto di vista del patrimonio genetico o, forse, il racconto di un intervento di inseminazione artificiale.

In questa parte del testo biblico non si fa cenno ad alcun tipo di rapporto carnale mentre un successivo passo che ora esaminiamo facendo una digressione su Gen 6,1 e ss. ci rimanda proprio a questa ipotesi. In questo caso il possibile richiamo all'utilizzo del normale liquido seminale maschile appare evidente.

In Gen 6, 1 e ss. ci imbattiamo in un racconto stupefacente se riteniamo che Elohim significhi "Dio": scopriamo nientemeno che desidera unirsi carnalmente alle femmine umane! Ma se non era sposato con loro, avrà commesso peccato? Magari per essere tranquillo non aveva ancora emanato la proibizione di avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio, per cui poteva procedere tranquillamente.

O forse, come al solito, la legge vale solo per i sudditi e non per il regnante di turno?

Leggiamo che «quando l'adam cominciò a moltiplicarsi sulla faccia della Terra e figlie furono portate (generate) a essi»:

In ebraico l'espressione "figli di..." viene normalmente usata per indicare il gruppo e non si riferisce quindi in particolare alla figliolanza. Ad esempio, "figli di Israele" significa Israeliti e non i figli diretti e carnali di Giacobbe/Israele: dunque "figli degli Elohim" indica in realtà il gruppo degli Elohim nel suo complesso. Il versetto citato ci dice quindi che gli Elohim videro che le femmine terrestri erano tovot, un termine che viene tradotto comunemente con "belle" ma che in realtà significa anche "buone, utili, adatte".

In sostanza gli Elohim giudicarono le femmine umane appetibili, idonee ai rapporti sessuali, alla riproduzione, e ne presero quante ne vollero.

Sappiamo che da quei rapporti nacque la razza dei ghibborim, cioè individui di sangue misto conosciuti come uomini "forti, potenti, famosi". Data la loro origine essi erano:

Cioè uomini «famosi» (Gen 6, 4).

Ghibborim è il plurale di ghibbor e in ebraico esiste anche la radice ghever, il cui plurale è ghevarim.

Nella lingua ebraica abbiamo infatti due radici consonantiche, ghever, ghibbor, che rimandano sostanzialmente allo stesso significato di "essere forte, potente, valoroso, famoso". Come detto, ghibborim è un vocabolo plurale, il suo singolare è ghibbor il cui significato richiama quello di ghever e "uomo forte di El" o "potenza di El", in ebraico diviene gavrieh cioè Gabriele. Gavriel è infatti la particolare forma del genitivo (stato costrutto) che significa "ghever di El".

  • Possiamo ipotizzare un possibile collegamento tra ghevriel e la razza semidivina?
  • Gabriele era forse un ghibbor/ghever di El? Un uomo di potere della stirpe dei ghibborim o dei ghevarim, plurale di ghever?
  • L'angelologia e la teologia ne hanno fatto un individuo preciso, un essere spirituale, e lo hanno inserito nella schiera degli arcangeli, ma è proprio così?

A noi pare più immediato e corretto pensare che forse questo termine non era un nome proprio, ma una definizione funzionale: identificava una posizione gerarchica di chi, essendo di sangue misto, veniva scelto per esercitare il potere per conto degli Elohim.

Così appare dai racconti dei popoli che in Medio Oriente hanno preceduto gli ebrei, ma così ci pare di ricavare anche dalla lettura attenta dei passi biblici che se ne occupano. Notiamo per inciso che l'eroe sumero Gilgamesh, re di Uruk, era uno di loro: un sangue misto, uomo potente e famoso.

Degenesi

Pensavo fosse amore invece era Yahweh

Mauro Biglino, Don Alemanno

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Mauro Biglino

Mauro Biglino cura le edizioni di carattere storico, culturale e didattico per diverse case editrici italiane. Studioso di storia delle religioni e traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo, collabora con diverse testate giornalistiche. Da circa 30 anni si occupa dei...
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Don Alemanno

Alessandro Mereu (1981) è un cantante, fumettista e blogger italiano. Cantante degli Holy Martyr, dal 2012 è autore del fumetto online Jenus di Nazareth edito sotto lo pseudonimo di Don Alemanno. Il suo blog è stato nominato ai Macchianera Award 2013 come “Miglior...
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