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Fermarsi e sapere - Estratto da "Buddha Vivente, Cristo Vivente"

di Thich Nhat Hanh 12 giorni fa


Fermarsi e sapere - Estratto da "Buddha Vivente, Cristo Vivente"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Thich Nhat Hanh e scopri il pensiero del grande monaco sulla vicinanza delle religioni buddhista e cristiana

Venti anni fa, a una conferenza di teologi e professori di religione, un mio amico indiano di fede cristiana disse all’auditorio: «Daremo voce alla bellezza delle diverse tradizioni, ma ciò non significa che ne faremo una macedonia». Quando toccò a me prendere la parola spiegai: «Certe macedonie sono ottime! Ho condiviso l'eucaristia con padre Daniel Berrigan, e questa nostra liturgia è stata resa possibile dalle sofferenze che noi vietnamiti abbiamo condiviso per lunghi anni con gli americani».

Indice dei contenuti:

La vita religiosa è la vita

Alcuni buddhisti presenti rimasero esterrefatti nell’apprendere che avevo preso parte al rito eucaristico, per non dire dell’autentico orrore dipinto sul volto di molti cristiani. Per quanto mi riguarda, la vita religiosa è la vita. E non vedo alcun motivo per cui si debba trascorrere l’intera esistenza gustando solo un tipo di frutta. Noi esseri umani possiamo nutrirci dei migliori valori di diverse tradizioni.

Il professor Hans Kùng ha detto che fino a quando non ci sarà pace tra le religioni non potrà esserci pace nel mondo. La gente uccide e si fa uccidere perché troppo aggrappata alle proprie credenze e ideologie. La convinzione che la nostra sia l’unica fede a possedere la verità non può portare che dolore e sofferenze. Il secondo precetto dell’Ordine dell’Inter-essere, fondato in seno alla tradizione buddhista zen durante la guerra del Vietnam, prescrive appunto il distacco dalle proprie opinioni: «Non ritenere la conoscenza di cui disponi al momento una verità immutabile e assoluta. Evita la ristrettezza di vedute ancorata alle idee contingenti. Impara e pratica il non attaccamento alle opinioni, così da disporti all’apertura verso il punto di vista degli altri».

Per me questa è la più essenziale delle pratiche di pace.

Dialogo: la chiave della pace

Da oltre trent’anni sono impegnato a perseguire la pace: contrastando la povertà, l’ignoranza e la malattia; contribuendo al salvataggio in mare dei boat people, portando in salvo i feriti dalle zone di combattimento; trovando una sistemazione per i rifugiati; aiutando bambini affamati e orfani; opponendomi a ogni tipo di guerra; producendo e divulgando pubblicazioni pacifiste; addestrando operatori di pace e assistenti sociali e ricostruendo villaggi rasi al suolo dalle bombe. Ed è grazie alla pratica della meditazione - ovvero fermarsi, acquietarsi e vedere in profondità - che mi è stato possibile nutrire e salvaguardare la fonte della mia energia spirituale e proseguire in quest’opera.

Durante la guerra del Vietnam ho visto comunisti e anticomunisti ammazzarsi e puntare alla reciproca distruzione spinti dalla convinzione di detenere il monopolio della verità. Nel nostro paese, invece che lavorare insieme per fermare la guerra, molti cristiani e buddhisti combattevano tra loro. Ho scritto un libretto dal titolo Dialogo: la chiave della pace, ma la mia voce è stata sommersa dal fragore delle bombe, dei mortai e delle urla.

Un giorno, dal retro di una camionetta militare, un soldato americano sputò in testa a un mio discepolo, un giovane monaco di nome Nhat Tri. Il soldato avrà pensato che noi buddhisti stessimo intaccando lo sforzo bellico statunitense, o che il mio discepolo fosse un comunista in incognito. Il fratello Nhat Tri s’infuriò a tal punto da manifestare l’intenzione di abbandonare il monastero per unirsi al Fronte di liberazione nazionale. La pratica della meditazione mi aiutava a capire come in guerra fossero tutti vittime, e come gli americani mandati nel mio paese per bombardare, uccidere e distruggere venissero a loro volta uccisi o mutilati.

Sollecitai dunque il fratello Nhat Tri a non dimenticare che anche quel soldato era vittima della guerra, vittima di una visione e di una politica sbagliata, e lo spronai a proseguire nel suo impegno di pace come monaco, tanto che in seguito, compreso appieno il messaggio, divenne uno degli operatori più attivi della Scuola buddhista della gioventù per il servizio sociale.

Nel 1966 raggiunsi il Nord America nel tentativo di contribuire a dissipare alcune delle opinioni erronee da cui traeva radici la guerra. Incontrai centinaia di persone e di piccoli gruppi, oltre ad alcuni membri del Congresso e al segretario della Difesa Robert McNamara. La visita era organizzata dal Fellowship of Reconciliation, un’associazione pacifista interconfessionale, e furono molti gli attivisti cristiani a sostenermi nell’impresa: tra questi il dottor Martin Luther King jr., padre Thomas Merton e padre Daniel Berrigan, ovvero gli americani con cui, in effetti, trovai più semplice comunicare.

Entrare in contatto con Gesù

Tuttavia, il percorso che mi avrebbe portato a scoprire in Gesù uno dei miei antenati spirituali non era così agevole. La colonizzazione del mio paese a opera dei francesi era strettamente connessa all’operato dei missionari cristiani. Sul finire del XVII secolo Alexandre de Rhodes, uno dei missionari più zelanti, scriveva nel suo Catechismus in Octo Dies Divisus: «Proprio come i rami di un albero sterile e maledetto cadranno una volta che sia abbattuto, così verranno distrutte le idolatre menzogne che procedono dal sinistro e ingannevole Sàkya [Buddha], non appena costui sarà sconfitto».

In seguito, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta del Novecento, nel tentativo di evangelizzare il Vietnam, l’arcivescovo cattolico Ngò Dình Thuc esercitò pesanti pressioni sul potere politico del fratello, il presidente Ngò Dình Diém. Il decreto con cui nel 1963 quest’ultimo proibì di celebrare il Vesak, la principale festività buddhista del paese, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decine di migliaia di buddhisti, laici e religiosi, manifestarono per la libertà religiosa, fomentando una serie di disordini che sfociarono in un colpo di stato e nel rovesciamento del regime di Diém. In un simile clima di discriminazione e ingiustizia verso i non cristiani mi era molto difficile scoprire la bellezza degli insegnamenti di Gesù.

Solo in seguito, attraverso l’amicizia con uomini e donne che incarnavano realmente lo spirito di comprensione e compassione di Gesù, mi è stato possibile toccare con mano la profondità del cristianesimo. Nel momento stesso in cui ho incontrato Martin Luther King jr., ho compreso di trovarmi al cospetto di un uomo santo. Ho trovato di grande ispirazione non solo il suo retto operare, ma la sua intera persona. E altri, molto meno noti, mi hanno fatto percepire la presenza del Signore Gesù tra di noi.

Hebe Kohlbrugge, una straordinaria olandese che durante la seconda guerra mondiale aveva salvato la vita a migliaia di ebrei, si è profusa così tanto nell’aiuto agli orfani e agli altri bambini vietnamiti resi disperatamente bisognosi dal conflitto, che, quando il suo governo si è rifiutato di sostenerla, ha restituito le medaglie assegnatele nel dopoguerra. Anche il reverendo Heinz Kloppenburg, segretario generale della Società tedesca per la riconciliazione, ha supportato la nostra opera umanitaria: era così aperto di vedute e premuroso che per capire qualsiasi cosa gli bastavano poche parole. E stato grazie a persone di questo tipo che ho sentito di poter avvicinare Gesù e la sua tradizione.

Comunicazione reale

Sull’altare del mio eremo, in Francia, ci sono le immagini del Buddha e di Gesù, e ogni volta che brucio l’incenso dialogo con entrambi, che considero miei progenitori spirituali; cosa che mi è possibile grazie al contatto con quanti praticano il cristianesimo in maniera autentica. Quando ti accosti a qualcuno che rappresenta genuinamente una tradizione religiosa, non entri in comunione solo con quella tradizione, ma anche con la tua. È una qualità essenziale per il dialogo. Quando gli attori di un confronto sono disposti a imparare gli uni dagli altri, il loro stare insieme è sufficiente a che il dialogo s’instauri. Quando i rappresentanti di una tradizione spirituale ne incarnano l’essenza, il modo in cui camminano, si siedono e sorridono dice tutto ciò che c’è da dire su quella tradizione.

In effetti, a volte è più difficile entrare in dialogo con esponenti della propria tradizione che non con quelli di tradizioni diverse. Alla maggior parte di noi sarà capitato di sentirsi incompresi o persino traditi da persone della propria stessa tradizione. Ma se fratelli e sorelle che appartengono alla medesima tradizione non riescono a comprendersi e a comunicare, come possono farlo con quanti le sono estranei? Perché il dialogo sia fruttuoso, è necessario vivere in profondità la tradizione che ci è propria e, al contempo, prestarci a un ascolto profondo degli altri. Attraverso la pratica dell’osservare in profondità e dell’ascoltare in profondità si acquisisce la libertà e la capacità di cogliere la bellezza e i valori della propria e dell’altrui tradizione.

È da molti anni ormai che nutro la convinzione che capire meglio la propria tradizione accresca anche il rispetto, la considerazione e la comprensione verso gli altri. Prima avevo un’idea un po’ ingenua, una sorta di pregiudizio ereditato dai miei predecessori: poiché il Buddha aveva dispensato i suoi insegnamenti per quarantacinque anni e Gesù solo per due o tre - pensavo -, il primo doveva essere stato un maestro migliore. E nutrivo quell’idea proprio perché non conoscevo abbastanza bene gli insegna-menti del Buddha.

Un giorno, all’età di trentotto anni, il Buddha incontrò il re Prasenajit di Rosala. «Venerabile», disse il re, «benché siate giovane, la gente vi chiama “il supremo illuminato”. Nelle nostre terre vivono sant’uomini ottantenni e novantenni, che molti di noi ormai venerano; eppure, nessuno di loro sostiene di essere il supremo illuminato. Come può dichiararsi tale un giovane come voi?».

«Vostra maestà», replicò il Buddha, «l’illuminazione non dipende dall’età. Una minuscola scintilla può ridurre in cenere un’intera città. Un serpentello velenoso può uccidervi all’istante. Un principe appena nato ha già il potenziale di un re. E un giovane monaco ha la capacità di raggiungere l’illuminazione e cambiare il mondo.»

Studiando noi stessi possiamo conoscere gli altri.

Perché un dialogo fra tradizioni religiose sia profondo serve consapevolezza degli aspetti positivi e negativi della propria tradizione. In seno al buddhismo, per esempio, si sono verificati diversi scismi. Circa un secolo dopo la morte del Buddha, la comunità dei suoi discepoli si divise in due scuole; quattro secoli dopo esistevano venti scuole e, da allora, hanno continuato a moltiplicarsi. Per fortuna, nella maggior parte dei casi queste separazioni non sono state troppo dolorose, e il giardino del buddhismo straripa oggi di fiori magnifici, poiché ogni singola scuola incarna il tentativo di tenere in vita gli insegnamenti del Buddha in contesti e circostanze diversi. Gli organismi viventi crescono e si trasformano. Rispettando le differenze nell’ambito della nostra stessa chiesa e comprendendo come tali differenze ci arricchiscono a vicenda, saremo anche più disponibili ad apprezzare la ricchezza e la diversità delle altre tradizioni.

In un dialogo autentico, entrambe le parti in causa sono aperte al cambiamento. Dobbiamo essere pronti a riconoscere che la verità può anche trovarsi fuori dal nostro gruppo di appartenenza. Se non lo crediamo possibile, impegnarci in un dialogo si rivelerà solo una perdita di tempo. Se instauriamo un dialogo nella convinzione di avere comunque il monopolio della verità, non si tratterà certo di un dialogo autentico. Dobbiamo credere che, iniziando un dialogo con gli altri, concediamo a noi stessi la possibilità di cambiare, di acquistare profondità. Il dialogo non è un mezzo di assimilazione, da intendere cioè nel senso di una parte che si espande fino a incorporare l’altra nel suo «sé»: va invece praticato sulla base del «non sé». Bisogna cioè consentire che quanto c’è di buono, bello e significativo in un’altra tradizione ci trasformi.

Ma il più elementare principio del dialogo interconfessionale è che esso deve avere inizio dentro ciascuno di noi. La nostra capacità di fare pace con gli altri e con il mondo dipende in larga misura dalla nostra capacità di fare pace prima di tutto con noi stessi. Se siamo in guerra con i nostri genitori, la nostra famiglia, la nostra società o la nostra chiesa, è probabile che questa guerra sia in corso anche dentro di noi.

Per trovare la pace, è essenziale dunque tornare a noi stessi e creare armonia tra gli elementi di cui siamo fatti: sentimenti, percezioni, stati mentali. Ecco perché la pratica della meditazione, di una ricerca che vada in profondità, è così importante. Dobbiamo riconoscere e accettare gli elementi conflittuali dentro di noi e le cause soggiacenti. Benché richieda tempo, uno sforzo di questo tipo ripaga sempre. Una volta raggiunta la pace interiore, è possibile instaurare un dialogo autentico con gli altri.

Inter-essere

«Fermatevi! Sappiate che io sono Dio», è scritto nei Salmi (46,11).

«Fermarsi» significa qui acquietarsi, trovare la concentrazione. L’equivalente buddhista è samatha (che vuol dire «calma», «quiete», «quiescenza» ma anche «fermarsi», appunto). Il «sapere» comporta l’acquisire conoscenza, di-scernimento o comprensione. Il termine buddhista corrispondente è vipasyanà («intuizione», «visione profonda, penetrativa»). La «visione profonda» comporta l’osservazione di qualcosa o di qualcuno con una concentrazione

tale da annullare la distinzione tra l’osservatore e l’osservato. Il risultato è dunque l’intuizione della reale natura dell’oggetto. Quando osserviamo un fiore nella sua essenza vi cogliamo le nubi, i raggi del sole, i minerali, il tempo e ogni altro elemento del cosmo. Senza le nubi, infatti, non ci sarebbe la pioggia e, di conseguenza, nessun fiore. E se il tempo non esistesse, il fiore non sboccerebbe. In realtà, dunque, il fiore è interamente composto da elementi che di per sé non sono il fiore. Il quale non ha un’esistenza indipendente, individuale ma «inter-è» con ogni altro elemento dell’universo.

Benché si tratti di un neologismo, ritengo che, per la sua importanza, la parola «inter-essere» verrà presto accolta nei dizionari. Osservare la natura dell’inter-essere dissolve le barriere tra noi e gli altri, rendendo così possibili pace, amore e comprensione. E là dove c’è comprensione germoglia la compassione.

Alla stessa maniera in cui un fiore è costituito soltanto da elementi non floreali, anche il buddhismo si compone unicamente di elementi non buddhisti (alcuni dei quali cristiani) e il cristianesimo si compone unicamente di elementi non cristiani (alcuni dei quali buddhisti).

Abbiamo radici, tradizioni e punti di vista differenti, ma ci accomunano le virtù dell’amore, della comprensione e dell’accettazione. Per instaurare un dialogo aperto, dobbiamo prima di tutto aprire i cuori, mettere da parte i pregiudizi, disporci all’ascolto profondo e manifestare con sincerità quanto sappiamo e comprendiamo. Per fare questo, ci serve una certa quantità di fede.

Nel contesto buddhista, per fede intendiamo fiducia nella propria e nell’altrui abilità di risvegliare la nostra più profonda capacità di amore e comprensione. Per i cristiani, invece, fede significa fiducia in Dio, in Colui cioè che incarna l’amore, la comprensione, la dignità e la verità. Quando ci fermiamo, troviamo la quiete e, attraverso la visione profonda, attingiamo alla fonte della nostra vera saggezza: allora entriamo in contatto con il Buddha vivente e con il Cristo vivente che albergano in noi e in ogni individuo che incontriamo.

In questo breve libro tenterò di condividere alcune delle mie esperienze e intuizioni su due dei fiori più belli al mondo, il buddhismo e il cristianesimo, perché in quanto società si possa iniziare a dissolvere le percezioni ingannevoli, a trascendere le opinioni errate e a considerarci l’un l’altro con occhi nuovi. Se entreremo nel xxi secolo con questo spirito di reciproca comprensione e accettazione, i nostri figli e i figli dei nostri figli non potranno che beneficiarne.

Buddha Vivente, Cristo Vivente

Thich Nhat Hanh

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