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Estratto dal libro "La Rivoluzione del Coniglio"

di Antonello Dose 3 mesi fa


Estratto dal libro "La Rivoluzione del Coniglio"

Leggi in anteprima il primo capitolo del libro di Antonello Dose e scopri come la pratica del Buddismo ha cambiato la sua vita

Era un po' di tempo che Betta ci parlava di buddismo. A proporle di praticarlo era stato un amico di scorribande di suo cugino che fin da giovane aveva avuto problemi di dipendenza. Lo aveva incontrato per caso dopo diversi anni ed era rimasta colpita dal suo cambiamento: non si faceva più, era luminoso, allegro.

A dire il vero, già qualche mese prima, Agnese, la socia di Piero, mentre era in ospedale per fare dei controlli, aveva conosciuto in sala d'aspetto una ragazza minuta che le aveva scritto su un brandello di carta a quadretti "Nam-Myoho-Renge-Kyo", dicendole: «Vedi? Io recito la Legge dell'Universo, la Legge Mistica, è per questo che sono ancora viva. Prova anche tu il buddismo. Guarda, guarda come sto. Segnati il mio telefono. Mi chiamo Isa».

«Questa secondo me stava fuori come un balcone» raccontava divertita Agnese, ma da tempo conservava questa frase benaugurante ripiegata con cura reverenziale nel proprio portafogli.

Agnese e Piero si erano conosciuti a Parigi dove, già a diciannove anni, lui dirigeva un negozio di Fiorucci. Aveva lasciato la provincia di Taranto per disperazione. Per gioco un sabato sera si era travestito e lo avevano preso a sassate per strada. Da qualche settimana aveva messo su un piccolo atelier artigianale in via Crispi, nel centro di Roma, dove lavorava pellami. Lì si cucivano borse, bustini, cinture, gonne e giubbotti su misura.

La casa di Piero era un porto di mare al quale attraccavo tutti i giorni. Era stata la mia amica Paola a farmelo conoscere qualche mese prima durante una festa, un rave party ante litteram, tenutosi di straforo in un asilo nido della capitale, tra droghe, alcol e musica sparata ad alto volume.

Ci eravamo innamorati subito. Lui parlava, parlava, conosceva tutti, scherzava e brindava. Pensai bene di portargli in laboratorio una pezza di nappa nera, che mia madre aveva ricevuto in regalo, affinché me la cucisse addosso in forma di giubbotto.

Fu così che, prendendomi le misure anche dove non serviva, le nostre anime presero le misure e si incontrarono.

Piero è stato il mio primo amore.

Già il secondo giorno che ci conoscevamo mi portò a casa di Betta, la quale si presentò leggendomi la mano nel salotto della sua biblioteca personale. Non leggeva le righe della pelle ma ascoltava le pulsazioni del sangue dal palmo inumidito dall'acqua. Disse cose di me che solo io potevo conoscere, conquistandomi per sempre.

Betta, avvocato, figlia di avvocato, sorella di avvocato, era una poetessa. Possedeva quel dono naturale di guardarti dentro. Il suo viso aveva la pelle chiara e perfetta, ed era capace di mutare in maniera così repentina da farti venire il dubbio su chi fosse, prevalentemente, la sua proprietaria.

A volte Betta assumeva tratti orientali, a volte la scoprivi comica, altre volte androgina. Era una maestra di accoglienza, puntualmente quando la incontravi aveva un regalo per te, un oggetto comprato su una bancarella, un libro che le era piaciuto, una scatola portapillole della collezione del nonno, una poesia scritta a mano su un cartoccio per il pane.

Ero stato abituato dalla mia famiglia a una sobrietà contadina quasi calvinista e la cosa mi imbarazzava un po' perché mi faceva sentire sempre in debito.

Allenata dal padre all'esercizio forense del contraddittorio, accettava e lanciava ogni tipo di sfida a fioretto in punta di lingua e di penna. Era inevitabile litigarci per dimenticare subito dopo il motivo per cui lo si stava facendo. In breve tempo era diventata la nostra complice, amica dall'infinito passato, avvocato e amante platonica. Anche lei conosceva Paola. Anni addietro aveva fatto intervenire suo padre, il grande avvocato Leone, per tirare fuori Piero e Paola, arrestati per essersi fatti il bagno nudi, di notte, alle terme di Civitavecchia. Una cosa di poco conto, ma socialmente molto imbarazzante.

Piero era un artista, creava oggetti dal nulla, ma soprattutto era un maestro nelle relazioni umane. Ogni sera a casa sua, due minuscole stanze in un ex casino dei primi del Novecento, si fermava a cena ogni genere di umanità. Lui e Agnese facevano i salti mortali per pagare affitto e bollette. Io, lasciato il Piccolo Teatro di Pontedera, mi ostinavo a fare provini per parti secondarie, mormorii nei doppiaggi e traslochi nella ditta del padre di Massimo, il mio compare di liceo, che tutti chiamano ancora "er Secchio", perché, come narra la leggenda, durante gli attacchinaggi della politica era sempre lui a trasportare generosamente il secchio della colla.

Eravamo senza un soldo ma immensamente felici.

Piero era il mio mentore negli ambienti gay, era andato via di casa a diciassette anni e si era inventato diversi mestieri. Allestiva vetrine, scenografie e costumi teatrali, faceva cinture, creava accessori, cuciva pochette con materiali riciclati che metteva in conto vendita nelle boutique del centro.

Ogni giorno non vedevo l'ora di scoprire la sua ultima trovata. In quella casa, epicentro di freschezza e libertà di essere, si respirava un clima sempre stimolante. Ci nutrivamo di discoteche, spettacoli teatrali, cinema e mostre d'arte. Mai Roma mi è sembrata così internazionale, santa, eterna. Eravamo giovani e innamorati, e la musica degli anni Ottanta ci faceva sballare anche senza droghe.

Ci sembrava di stare dentro una commedia dove tutti eravamo star internazionali. Non avevamo niente ma vivevamo con la leggerezza dei protagonisti dei telefilm americani e l'illusione dell'eterna giovinezza.

Finalmente trovai un lavoretto come attore, una sostituzione. Dovevo, nel giro di una settimana, interpretare l'Uomo di Latta nel Mago di Oz con la compagnia di teatro per ragazzi Ruo-talibera, sotto la regia di Marco Baliani. Una piccola tournée di qualche settimana in giro per l'Italia. Avevo appena cenato in una pessima trattoria di provincia quando chiamai Piero con un telefono a gettoni per raccontargli la giornata. Me lo disse così, al telefono, apparentemente senza emozione: «Sono sieropositivo, tu no.»

Avevo già dimenticato che un paio di settimane prima eravamo andati insieme, per la prima volta, a farci il test per l'HIV presso il Laboratorio Centrale della Croce Rossa nel quartiere Portuense.

«Ma come, sei sicuro, hai capito bene?» lo incalzai stupito.

«Oggi mi hanno ripetuto il test, tra una settimana devo richiamare. Stai tranquillo, sto bene.»

Quando arrivano notizie di questo genere la mente non pensa ad altro. Di giorno e di notte, sempre. Cominciai a bere per provare a diminuire il dolore e terminare la tournée. Andò così per un paio di settimane fino a che una piccola fitta al fegato mi fece notare che quello non era l'atteggiamento migliore. Al tempo se parlavi di queste cose ti si creava il vuoto intorno.

Pur non essendolo, mi comportavo come un sieropositivo, esagerando nelle precauzioni verso gli altri. Per dirne una, quando erano piccoli, non ho mai preso in braccio i figli di mio fratello o quelli dei miei amici per paura di avere nel frattempo contratto il virus ed essere magari diventato contagioso.

Non è stato facile ricostruire giornate tranquille e spensierate. La consapevolezza che non esistesse una cura, una speranza reale, e che fosse solo questione di tempo non mi lasciava mai. Fu proprio in quel periodo che Betta propose a me, Piero e Paola di partecipare a una riunione buddista.

«Mettetevi dei calzini puliti, possibilmente senza buchi»

puntualizzò guardandomi fisso negli occhi, «vi chiederanno di togliervi le scarpe.» La riunione era a casa di Mario B. in un appartamento vicino a casa di Betta, zona viale Regina Margherita. Lungo il corridoio c'era l'annunciata fila di scarpe. Nella stanza eravamo attesi da una ventina di persone di ogni età, un paio di loro erano vestiti di bianco e si occupavano di accogliere gli ospiti. Ci sedemmo su un tappeto. Faceva caldo. C'era profumo di incenso.

Tutti erano inginocchiati a mani giunte verso un altarino illuminato che conteneva un disegno con ideogrammi orientali e recitavano una nenia ritmata. Chi guidava la cerimonia accese una candela e suonò la campana. Qualcuno vicino a me mi invitò a leggere da un libriccino con parole incomprensibili che teneva in mano:

«Adesso facciamo Gongyo, leggiamo due capitoli del Surra del Loto.»

«Lo aiuto io a seguire» si offrì un ragazzo dedotto inginocchiato vicino a me. Provai ad accontentarlo sillabando con un filo di voce e seguendo il suo dito sul libretto. La cosa durò un quarto d'ora. Poi mi offrirono un bicchiere di tè freddo da una brocca, ci sedemmo in cerchio e qualcuno spiegò delle cose. A turno, furono raccontate delle esperienze. Si respirava un'atmosfera allegra e amichevole. Avevamo partecipato alla nostra prima riunione buddista.

Nei miei percorsi teatrali ne avevo viste di tutti i colori, ma mi colpì il fatto che sembrassero convinti che recitare quella cosa avesse fatto bene alle loro vite. Chi aveva ritrovato il sonno, chi era riuscito a vendere un quadro che aveva dipinto, chi aveva fatto pace con il partner, chi aveva trovato lavoro. Io ero troppo pieno delle mie teorie teatrali e troppo arrogante per pensare di potere ancora imparare qualcosa. Succede spesso quando si è giovani.

Tornando a casa di Piero pensai: "Sono canicci, ma io non ho bisogno di niente". Avevo già le mie metodologie per concentrarmi e le tecniche per rilassarmi. In quel periodo vedevo con un po' di diffidenza tutto quello che veniva proposto a Piero per aiutarlo a stare meglio.

Era un continuo di amici che proponevano pratiche New Age per propiziare la salute. C'era chi si offriva di guarirlo a distanza con il reiki, chi diceva: "Se segui una dieta vegana, eliminerai le tossine animali e tutte le ghiandole del corpo torneranno a funzionare meglio", oppure: "Se fai meditazione trascendentale ti passerà l'ansia". Mi sembrava un insulto alla ragione confidare in questi rimedi astrusi.

Recitare una "formula magica" che avrebbe risolto ogni cosa rappresentava un tradimento della logica, un capitolare della ragione a favore di un esoterismo tutto da dimostrare. Tanto valeva ripetere il "bibbidi-bobbidi-bu" della fata Smemorina di Cenerentola. La proposta mi ispirava la stessa fiducia che in genere suscitano gli assicuratori, gli agenti immobiliari e i promotori finanziari.

Mi aveva colpito però quella che allora considerai una curiosa coincidenza: ero venuto a scoprire che anche nel Giappone del XIII secolo si pregava ripetendo ad alta voce strutture ritmiche in cinque o sei battute. Somigliava troppo alla pratica dello yoga cristiano dei Padri del deserto e ai rituali dei monaci ortodossi che mi era capitato di incontrare negli anni precedenti studiando il personaggio di Alésa Karamazov.

Questo doveva avere una ragione. Se culture che non comunicano fra loro usano le stesse forme, ci deve essere un motivo. Queste somiglianze numeriche e ritmiche mi ricordavano tanto i "principi che ritornano" di cui parlava Eugenio Barba spiegando l'antropologia teatrale.

È interessante quando culture diverse si evolvono nello stesso modo. Alla scuola cui avevo partecipato da ragazzo, Barba aveva messo a confronto danzatori del teatro giapponese kabuki, balinesi, indiani dell'Orissa e mimi occidentali della scuola di Etienne Decroux. Aveva individuato, spogliandole dell'estetica locale, quali tratti avessero in comune tutte queste danze tradizionali.

Aveva scoperto il segreto che rende vero, biologico, vivo, o almeno credibile, un attore sul palcoscenico. Non è un caso che nella storia dell'Umanità si tramandino alcune cose e altre no. Darwin ci ha insegnato che nell'evoluzione genetica viene trasmesso alle generazioni future solo quello che è utile. Ciò che non serve si perde e viene dimenticato. Lo stesso succede con le culture.

Piero, nel frattempo, aveva preso le distanze da me e aveva un altro giovanissimo compagno. Ero convinto che mi avesse allontanato perché pensava che non fossi in grado di reggere emotivamente il futuro inquietante che gli si prospettava, o forse era semplicemente finita e io cercavo di darmi una ragione perché non riuscivo ad accettarlo.

Avevo comunque deciso di sostenerlo nel caso ne avesse avuto bisogno, e lo avevo messo in contatto col mio medico di famiglia per le ricette e i medicinali che non erano di competenza dell'ospedale.

Da qualche tempo gli davano un nuovo farmaco chiamato AZT, che avrebbe dovuto rallentare l'infezione, ma quello che vedevamo era nervosismo, nausea, astenia e in più dopo qualche mese una seria anemia che gli causava la tachicardia anche dopo appena una rampa di scale.

Provavo a fingere che la faccenda non mi riguardasse più. Avevo ricominciato a uscire da solo la notte per conoscere persone nuove. In una delle mie battute di caccia avevo incontrato Pepite, un siciliano impegnato in missioni umanitarie nel Terzo e Quarto mondo per conto delle Nazioni Unite. Purtroppo la settimana successiva al nostro incontro sarebbe dovuto partire verso Haiti per l'Unicef, e la cosa si trasformò in una bella amicizia epistolare intercontinentale.

Tra gli amici di Pepite c'era Francesca, un'arabista di buona famiglia. Anche lei mi propose di provare la pratica buddista, recitando il Nam-Myoho-Renge-Kyo. Non le diedi retta, ma mi colpì il fatto che, in un tempo così breve, ancora una volta mi capitava di incontrare questa preghiera portafortuna.

Tratto dal libro:

La Rivoluzione del Coniglio

Come il buddismo mi ha cambiato la vita

Antonello Dose

Il buddismo mi ha cambiato la vita, e ve lo racconto senza pudori." Questa è la storia di Antonello Dose. Una storia intensa, empatica, dolorosa. Svelata anche negli aspetti più duri, con una scrittura lieve e luminosa che ci sorprende.

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Antonello Dose conduce da ventidue anni insieme a Marco Presta il programma radiofonico "Il Ruggito del coniglio", in diretta ogni giorno su Rai Radio2. Nasce nel 1962 a Palmanova nella Bassa Friulana e si trasferisce in fasce con la famiglia a Roma dove ora vive e lavora.
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