800 089 433 / 0547 346 317
Assistenza Clienti — Lun/ven 9:00-18:00

Estratto dal libro di Daniel Meurois "Il Libro Segreto di Gesù - Il Tempo del Risveglio"

di Daniel Meurois 5 mesi fa


Estratto dal libro di Daniel Meurois "Il Libro Segreto di Gesù - Il Tempo del Risveglio"

Leggi il capitolo 1 di "Il Libro Segreto di Gesù - Il Tempo del Risveglio" di Daniel Meurois

Alcune settimane più tardi la nostra famiglia s'ingrandì. Mia madre non ebbe nemmeno il tempo di andare, secondo l'usanza, nel bethsaid. Un'anziana del villaggio mi spinse fuori casa e chiuse la porta alle mie spalle. Tutto avvenne in silenzio.

Il tempo che mio padre tornasse correndo dai campi, e io già avevo un fratellino. Ricordo soprattutto il momento in cui egli me lo presentò, venendo a sedersi sulla soglia di casa con lui in braccio: «Lo chiameremo Giuda», mi disse all'orecchio, con aria complice.

«Giuda? - mormorai. - Bene...» Non volli sapere altro, non era necessario. "Bene" per me significava che era giusto.

Anche adesso mi vedo passare la mano lentamente sulla fronte ancora rugosa di Giuda, e poi scappar via di corsa, facendomi strada fra le persone che iniziavano a radunarsi intorno a casa. Avevo bisogno di restare da solo e cosi feci per buona parte della giornata, fra le colline vicine al villaggio. Faceva caldo, e il canto assordante dei grilli si univa ai belati delle pecore che vagavano fra i cespugli.

"Giuda"... Continuavo a ripetermi quel nome che risuonava in modo strano all'orecchio dell'anima, proprio come se fosse il primo tassello di un mosaico che portavo in me.

All'epoca amavo i mosaici; ero affascinato dal principio che li caratterizzava. Ne avevo scoperto uno fatto da un romano durante la nostra breve sosta dallo zio Yussaf, a Gerusalemme. Mi piacevano perché mi parevano ad immagine del nostro mondo... fatto di tante cose che conducono all'Unità.

Confusamente, il neonato Giuda toccava una mia indicibile forza interiore, mi commuoveva e mi rendeva felice, senza che sapessi spiegarmi il perché. Tanto che quel pomeriggio mi dimenticai della lezione di Zerah, il vecchio che era a capo della nostra piccola comunità, e quando tornai al villaggio, lo trovai seduto su un muretto di pietre: sembrava mi stesse aspettando.

Stava visibilmente pregando. Aveva il capo semicoperto da un grande scialle di lino bruno. S'interruppe quando fui a pochi passi da lui.

«Allora, Yussaf figlio di Yussaf...?» disse, senza nemmeno guardarmi.

Non mi venne da dire nulla, ma mi fermai e abbassai lo sguardo. Notai che i suoi piedi erano scalzi, e testimoniavano lunghe marce. Tanto, tanto cammino... Non potei esimermi dall'inginocchiarmi davanti a quei piedi e toccarli col palmo delle mani.

«Chi sei, Yussaf?»

Che potevo rispondere? Era sempre la stessa domanda, ma stavolta mi provocò una sorta di dolore nell'anima, come uno strappo, singolarmente colorato di gioia e fierezza. «Chi sono? Sono... - e qui, all'improvviso, trovai una scappatoia per eludere la domanda - adesso sono il fratello di Giuda...»

Una risata bonaria emerse dall'abbondante barba vagamente rossiccia di Zerah che mi posò una mano sul capo, come a dire di alzarmi e riprendere il cammino.

Ma io non volevo: qualcosa mi costringeva a restare, una forza simile a quella dell'acqua che deve scorrere a qualsiasi costo.

Avrei voluto dire al vecchio che gli volevo bene, così, senza un perché, sebbene lo conoscessi appena e mi avesse persino bistrattato un poco. Ma mio padre, un giorno, mi aveva detto che queste cose non si facevano, non tra uomini... Mi aveva fatto capire che, per la nostra gente, certe espressioni erano considerate troppo femminili, e che gli uomini dovevano tenersele dentro.

«Alzati, Yussaf...», mormorò Zerah, prendendo appoggio sulla mia spalla per scendere dal muretto.

«Comunque - aggiunse - credo... credo di non aver granché da insegnarti».

Provai a protestare... Era cosi diverso, questo, dall'ordine delle cose che mi era stato inculcato! «No, Yussaf, non protestare. Non so esattamente chi tu sia, ma quello che mi pare di intuire è più che abbastanza».

Zerah ed io camminammo insieme per un po' nelle stradicciole del nostro villaggio. Malgrado fosse lievemente claudicante, procedeva fiero, diritto.

«Vedi, Yussaf, la mia anima continua a sentirsi giovane, malgrado il corpo inizi ad essere dolorante. Ma... so bene che qui e là l'anima si indurisce, come un legno vecchio che diventa secco e non germoglia più. Sento che le cose cambiano. Vorremmo sempre che tutto restasse cosi com'è, ma non c'è niente da fare. Toh, guarda...»

E così dicendo Zerah indicò il retro di una casupola da cui si sprigionava un soave odore di legno e di pane in fase di cottura. Mi condusse da quella parte.

In uno spazio modesto, che poche pietre piatte bastavano a pavimentare, c'era un piccolissimo forno di terra, semisepolto nel suolo. Dentro si vedeva la brace, mentre una bimba che non poteva avere più dei miei anni sorvegliava attenta la cottura delle focacce.

«Capisci... ancora non molti anni fa tutti cuocevamo le nostre focacce al sole, tranquilli, fin dal mattino... e se il sole non scaldava abbastanza, mangiavamo quelle rimaste dai giorni precedenti. Così vivevamo bene. Poi, un giorno, uno dei nostri, un viaggiatore, è arrivato da Joppe dicendoci che bisognava costruire dei forni dentro terra. Io ero fra quelli che non volevano. A dire il vero, mi sentivo il... custode... di non saprei cosa!

Un po' come quando sei arrivato tu, con i tuoi genitori, e ci siamo trovati insieme con tutti gli Anziani. Io ero diffidente... non perché sia vecchio, ma perché spesso siamo fatti cosi, e piuttosto che smuoverci preferiamo impuntarci. È un po' come per i romani: non ci piacciono, ma molti temono ciò che accadrebbe qualora se ne andassero. Se ciò che tuo padre mi ha detto di te è vero, rischi di scatenare tempeste...», mi disse.

Ricordo che Zerah non terminò la frase, il che mi diede una strana sensazione. Di che padre stava parlando?

«Anche tu senti Awun?» dissi, candidamente.

Per tutta risposta, Zerah mi agguantò fermamente le spalle, mi mise di fronte a sé e mi fissò a lungo.

Non sapevo come interpretare quel suo sguardo dietro le sopracciglia cespugliose. Infine, mi abbracciò brevemente, stringendomi alla sua lunga veste. Poi mi sospinse innanzi nel vicolo, e non disse più una parola fino a che non fummo in vista del piccolo muro di cinta della nostra casa.

«Devi sapere, Yussaf, che qui, quando i tuoi genitori sono partiti con te appena nato, molte cose diverse sono state dette. C'erano delle malelingue, ed è per questo, soprattutto, che avete lasciato il villaggio. Quando ancora la Stella brillava nel cielo... Certuni, allora, hanno detto che avevate preferito la fuga e che il resto erano solo pretesti. Un giorno tuo padre ti spiegherà...»

E con queste parole Zerah se ne andò, lasciando che raggiungessi il gruppo di uomini e donne che ancora erano radunati davanti alla porta di casa, spinti dalla curiosità, o dal dovere, o dall'affetto. Nessuno si accorse che ero tornato, ed era proprio ciò che volevo.

Salii sul terrazzo, su per l'unica scala di corda e legno di cui disponeva la casa. Volevo potermi immergere nella gioia tenace, ancora presente, che mi era sbocciata dentro all'arrivo del piccolo Giuda.

Quando, una settimana dopo, mio padre officiò il Bret Milah secondo le usanze, la gioia era ancora lì.


In verità, quello fu per me un periodo di grande trasformazione. Ogni notte sentivo su di me sguardi che non sapevo definire, ma che sapevo, in fondo al cuore, di conoscere. Fra questi ero certo vi fosse lo sguardo del mio nuovo fratello: non uno sguardo da neonato, bensì lo sguardo della sua anima; una sorta di filo conduttore che mi faceva esclamare dentro di me: «Ma dove siete tutti? Dove siete?»

Passarono le settimane e i mesi, pieni di pace ma anche di interrogativi: tutto mi stimolava, e a tutte le cose facevo domande, come se tutto potesse rispondermi.

Senza accorgermi, riuscii ad avvicinarmi un po' di più ai bambini della mia età: erano come sprazzi di luce, e questo mi divertiva, ma mi metteva anche davanti a un enigma di cui, all'epoca, mi sfuggiva il senso: «Perché loro sono loro e io sono io?»

Quando mi mescolavo a loro per giocare sotto gli olivi, o quando svolgevo le faccende domestiche di mia competenza, questo interrogativo a volte mi dava l'acuta impressione di toccare un argomento sacro, ed ero colto dalla vertigine dell'Infinito. Già mi appariva, nella sua vastità, il problema della differenza, quindi della separazione.

Un giorno in cui mi ero fatto avanti per sorvegliare le pecore del gregge collettivo del villaggio, vidi sette o otto dei miei compagni di giochi corrermi incontro: dentro a quelle vesti di lino troppo spesso rappezzate avevano un'aria birichina... C'erano il piccolo Giacobbe, Elia, Levi, Simone il figlio del vasaio, e le bambine, dalle quali però mi tenevo più lontano, quasi in omaggio a certe convenzioni non dette, ben radicate a quel tempo.

Eravamo in fondo a una valle, dove l'erba era più florida ed enormi ginestre proiettavano morbide ombre. L'aria profumava di menta...

«Ehi, Yussaf! - mi apostrofò Elia. - Vieni con noi al ruscello? Ieri ci abbiamo visto delle lucertole strane...»

«Bado al gregge per tutto il giorno... le pecore si disperderebbero...»

Il gruppetto era a un paio di passi di distanza, ormai: «E allora? - ribatté Elia, con tono beffardo. - Non andranno tanto lontano. Poi ti aiutiamo noi a riprenderle, al ritorno».

«Ho sentito dire che ci sono in giro dei cani randagi: immagina che ne prendano una... sarebbe un dispiacere per i miei genitori, e proverebbero vergogna...»

«Basterà dirgli che non sapevi...»

La risposta di Elia mi fece sentire improvvisamente a disagio, un disagio che non sapevo potesse esistere. Per un attimo, non seppi cosa rispondere. Il bambino aveva disegnato davanti agli occhi della mia anima una porta a cui non avevo mai pensato prima, ma che non potevo varcare.

«Tu saresti capace di farlo, Elia?»

Elia si accontentò di un'alzata di spalle; poi, dopo una breve esitazione, se ne tornò indietro, portandosi appresso il gruppetto dei suoi amici.

Di essi, uno solo non lo seguì: il figlio del vasaio... Anzi, Simone mi si avvicinò ulteriormente, come se si vergognasse per Elia, e volesse farsi perdonare di essere stato presente alla scena.

«È sempre un po' così - disse, non sapendo visibilmente cosa fare. - Non è cattivo, non è poi la fine del mondo...»

«No, non è la fine del mondo...» ripresi. In fondo al cuore, però, ero turbato. Era bastato quell'istante perché s'incrinasse l'immagine che avevo della nostra Fratellanza, l'immagine di una comunità in cui tutti erano autentici, semplici e retti, così come per anni mi era stata descritta dai miei genitori; nella mia mente di bimbo l'avevo idealizzata, ed ecco che, d'un tratto, emergevo da una sorta di sogno...

«Vuoi che ti lasci da solo, Yussaf..?»

Annuii.

«Devo parlare con mio Padre», aggiunsi.

«Ma è andato in città con gli altri, stamattina, lo sai...»

«Non importa...»

«Ah...»

Simone si allontanò senza dire altro: lo vidi risalire veloce lungo un erto sentiero, voltarsi ancora una volta a guardarmi, e poi scomparire dietro le ginestre. Sapevo che non poteva capire, ma avevo un intenso bisogno di stare da solo.

Dopo aver riunito le pecore che avevano cominciato ad allontanarsi, mi sdraiai a terra in un posticino in pieno sole, e rimasi a fissare l'astro.

L'idea di fissare il sole mi era venuta all'improvviso, come se esso fosse il riflesso perfetto di quel Padre con cui volevo assolutamente parlare, e poco importasse il male agli occhi. Bisognava che mi ascoltasse, ora più che mai!!

Ero turbato e commosso insieme, ricordo, e il battito del cuore mi aveva invaso il petto intero.

Naturalmente, in capo a pochi istanti mi si chiusero le palpebre, sotto il morso troppo ardente della luce: c'era da aspettarselo!

La sola cosa che distinguevo, sul fondo dell'anima, era un enorme punto nero. Fu una sofferenza, ma volli scivolarvi dentro, lasciare che mi risucchiasse... Ci riuscii. Fu facile. Allora tutto divenne nero, come la notte più buia nelle viscere della terra. Persi il contatto col corpo e l'idea che Awun potesse non parlarmi mi fece scoprire un'improvvisa angoscia. Dov'ero? Sarei mai uscito da quell'oscurità? Era stata una pazzia sperare di avvicinarmi in quel modo a mio Padre, quando e come volevo io?

Mille interrogativi si riversarono dentro di me, abbattendosi crudelmente sullo spazio fino ad allora inviolato della fiducia che riponevo in me stesso e nella bellezza del mondo. Poi progressivamente, mi parve di vederci più chiaro: dal buio emergeva qualcosa che mi stava parlando, che mi insegnava... Forse solo qualcosa di me che proveniva da un altrove sepolto...

«Hai riconosciuto Elia? Credi forse che portasse con sé soltanto l'invito alla menzogna? Eppure, Sananda... egli era prima di tutto il messaggero di tuo Padre. Spesso il messaggero giunge inaspettato... Sa dissimularsi. In verità la vita è composta solo da messaggeri... e il loro messaggio è sempre il medesimo: impara a leggere la tua strada, poi scrivila come sai che dovrà essere letta. Unifica tutto, perché tutto ti costruisce!»

Scattai in piedi di slancio. Gli occhi mi bruciavano ancora ma ciò che viveva dietro il mio sguardo era limpido. Una parte di me era invecchiata in pochi istanti. Si, era questo... era per questo che ero andato in quella piccola valle con tutte quelle pecore! Non per toccare con l'anima l'esistenza della menzogna, ma per riconoscere il Padre mio in ogni recondito aspetto di ciò che mi si presentava.

Di nuovo mi tornava in mente l'immagine del mosaico: tutti eravamo indispensabili e tutti avevamo una reciproca funzione. Che fossimo tessitori d'ombra o di quelli che issano le vele, le nostre vite si sposavano e si insegnavano a vicenda, secondo un'Intelligenza che ci superava di gran lunga...

Quel pomeriggio piansi, rendendomi conto di aver quasi respinto Elia per un attimo: quasi l'avevo chiuso fuori dal mio cuore per avermi mostrato in che modo un'anima può cominciare a zoppicare.

In verità, quello fu per me un istante di grande risveglio, e non volli riportare le pecore all'ovile senza aver prima ringraziato il piccolo Elia di ciò che era stato incaricato di smuovere nella mia coscienza.

Ricordo che vagabondando con gli altri ragazzi lungo il ripido sentiero che conduceva al villaggio, mi divertii a ricamare una storia. Era impregnata di una saggezza semplice, e molti anni dopo mi sarebbe tornata in mente. L'avrei allora offerta a chi fosse stato in grado di aprirsi.


Passarono altre stagioni. Giuda cresceva e io partecipavo a tutti i lavori del villaggio, pur approfittando di ogni minima occasione per trovare rifugio dentro di me.

Non si trattava di una fuga, però: l'universo che andava strutturandosi nella mia anima mi pareva infatti tanto concreto quanto l'altro, quello delle semine e dei raccolti, e dei mille bisogni quotidiani di una minuscola comunità.

Feci anche del mio meglio per avvicinarmi ai ragazzi della mia età, anche se sapevo che alcuni mi consideravano pretenzioso perché ero il figlio maggiore di Yussaf e di un'ex Colomba del nostro popolo. «Non te ne preoccupare e vai avanti! - mi aveva imperiosamente apostrofato mio padre. - La differenza ferisce sempre, ma forgia i giorni e gli uomini».

Col passar del tempo riuscii finalmente a liberarmi della mia resistenza nei confronti delle bambine: fu una cosa naturale, grazie al gioco "della pietra".

C'era la piccola Rebecca con il viso coperto di efelidi, e Marta a cui piaceva mungere le pecore, e Bethsabea, e Myriam, il cui padre tesseva le nostre vesti... la mia vita avrebbe potuto continuare in quel modo: crescere, diventare a mia volta un sacerdote della nostra comunità, come mio padre o il vecchio Zerah...

Ogni tanto cercavo di convincermi che sarebbe andata così, ma dall'alto dei miei sei anni compiuti sapevo bene che non sarebbe mai accaduto. Lo sapevano anche Yussaf e Meryem, i quali ogni tanto mi dicevano che ero come una crisalide in cui c'era un'altra crisalide, cosa che mi faceva sorridere...

Tutto questo venne confermato da un evento importante, uno di quelli che segnano una giovane vita già consapevole di essere speciale, e che ne comprovano la singolarità.

Tratto dal libro:

Il Libro Segreto di Gesù - Vol 1

Il Tempo del Risveglio

Daniel Meurois

Un viaggio entusiasmante e profondo, sulla vita di Gesù, che metterà in discussione le nostre certezze..

Daniel Meurois, amatissimo "viaggiatore astrale" che dal 1980 attinge alle Memorie dell'Akasha per restituirci con autenticità le testimonianze delle grandi anime del passato, intraprende un percorso eccezionale: raccontarci integralmente la vita di Gesù, anche nelle sfaccettature meno note, ove non del tutto sconosciute; i primi trentanni della sua vita, gli studi presso gli Esseni, il viaggio di diciassette anni che lo conduce fino all'Himalaya e poi in Egitto, alla Grande Piramide, dove diventa a tutti gli effetti il Cristo.

Vai alla scheda

Daniel Meurois-Givaudan , francese, residente in Canada, questo autore è un personaggio straordinario!Autore e coautore di una ventina di libri tradotti in tutto il mondo, tiene conferenze e seminari, da quando gli è stato chiesto di mettere al servizio degli altri le sue capacità di...
Leggi di più...

Dello stesso autore


Gli ultimi articoli


Non ci sono ancora commenti su Estratto dal libro di Daniel Meurois "Il Libro Segreto di Gesù - Il Tempo del Risveglio"

Golden Books S.r.l.
Via Emilia Ponente 1705
47522 Cesena (FC)
P.iva e C.F. e C.C.I.A.A. 03271030409
Reg. Impr. di Forlì – Cesena n.293305
Capitale Sociale € 12.000 I.V.
Licenza SIAE 4207/I/3993
Macrolibrarsi è un marchio registrato
di Golden Books S.r.l. - Nimaia e Tecnichemiste