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Estratto dal libro “Atlante delle Emozioni Umane” di Tiffany Watt Smith

di Tiffany Watt Smith 11 mesi fa


Estratto dal libro “Atlante delle Emozioni Umane” di Tiffany Watt Smith

Leggi la descrizione di 8 emozioni inserite nel libro di Tiffany Watt Smith "Atlante delle Emozioni Umane"

Indice dei contenuti:

Awumbuk

C'è un senso di vuoto che rimane dopo la partenza di un ospite. I rumori echeggiano tra le mura di casa. Lo spazio che sembrava tanto ridotto mentre lui o lei era ancora qui adesso sembra stranamente ampio. E anche se spesso proviamo un certo sollievo, ci può anche restare addosso una sensazione attutita – come se su di noi fosse calata una nebbia e ogni cosa ci sembrasse priva di senso (si veda alla voce: apatia).

La tribù Baining che vive nelle montagne della Papua Nuova Guinea ha una tale familiarità con questa esperienza da averle dato un nome: awumbuk. I Baining credono che i visitatori si lasciano dietro una sorta di pesantezza quando partono, in modo da viaggiare leggeri. Questa foschia opprimente aleggia per tre giorni, creando un senso di distrazione e di inerzia e interferendo con la capacità della famiglia di badare alla casa e ai campi. Così, dopo che i loro ospiti se ne sono andati, i Baining riempiono una ciotola d'acqua e la lasciano in casa per una notte perché assorba l'aria infettata. La mattina seguente, la famiglia si alza molto presto e va a gettare l'acqua tra gli alberi. A quel punto la vita può ricominciare in tutta normalità.

Si veda anche alla voce: lutto; malinconia.

Han

Stando alla scrittrice Park Kyung-ni, l'emozione chiamata han è una parte profonda della psiche coreana. Lei la attribuiva al fatto che il paese fosse stato una colonia per molto tempo, e la raccontava come l'accettazione collettiva della sofferenza, unita a un silenzioso desiderio che le cose cambino – e a una risoluta determinazione ad aspettare quel momento.

«Se vivessimo in paradiso», scriveva Park, «non ci sarebbero lacrime, separazione, fame, attesa, sofferenza, oppressione, guerra, morte. Non avremmo più bisogno di sperare, né di disperarci […] Noi coreani chiamiamo questa speranza han […] Credo significhi tristezza e speranza allo stesso tempo.»

Si veda anche alla voce: litost.

Hwyl

Letteralmente è il termine con cui si indica la vela di una barca. Hwyl è una parola gallese, meravigliosamente onomatopeica (si pronuncia u-il), che sta a significare esuberanza o eccitazione, come se ci si stesse muovendo insieme a una folata di vento. La si usa per descrivere un lampo di ispirazione, l'entusiasmo di un cantante o il buonumore di una festa.

Hwyl è anche la parola con cui si dice addio: Hwyl fawr – vai con il vento in poppa.

Si veda anche alla voce: gioia.

Iktsuarpok

Quando stiamo per ricevere una visita può farsi largo in noi una sensazione di irrequietezza. Magari continuiamo a rivolgere lo sguardo alla finestra. Oppure ci fermiamo a metà di una frase, credendo di aver sentito un'automobile. Presso gli inuit questo senso di attesa trepidante, che li porta a scrutare le distese di ghiaccio per vedere se ci sono slitte in avvicinamento, viene chiamato iktsuarpok (si pronuncia it-so-ar-pok).

Può essere un tipo di iktsuarpok la maniera ossessiva che abbiamo di controllare il nostro telefono mentre stiamo aspettando di ricevere una risposta a un messaggio o un commento al nostro ultimo status su Facebook?

Continuare a ricaricare la pagina per vedere se è arrivata una mail tanto attesa può sembrare una delle maggiori distrazioni della vita contemporanea. Ma forse la colpa non va data alla tecnologia, quanto al nostro desiderio di stabilire un contatto umano in un mondo che tende a isolarci.

Per un'altra emozione provocata dalle visite in luoghi remoti, si veda alla voce: awumbuk.

Si veda anche alle voci: solitudine; tele-ansia.

Insultato, sentirsi

«Ascoltami bene... Lui non sa colpire… è lento, è impacciato, non ha gioco di gambe. Ha due possibilità, minima e zero.»
Muhammad Alì intervistato da David Frost, 1974

Dobbiamo ringraziare Muhammad Alì se parlare male degli altri è diventato una parte così importante dell'arte della boxe. I suoi insulti pirotecnici rivolti all'allora campione mondiale di pesi massimi George Foreman – prima di arrivare al loro match nello Zaire – sono diventati leggendari.

Oggi i pugili cominciano a insultarsi via social media mesi prima di un incontro. Più spiritose sono le loro battute, meglio è. Il fatto che loro la considerino una maniera efficiente di sabotare l'avversario la dice lunga su cosa si prova davvero a essere insultati.

Prima di tutto, è uno shock: un'improvvisa e sconcertante perdita di status. Un attimo siete lì che vi sentite rispettati, l'attimo dopo – bam! – siete oggetto di scherno e disprezzo. Quelli che fanno più male sono gli insulti che arrivano all'improvviso, o senza ragione, e ci lasciano agitati e confusi.

Ma non è solo per questo che i pugili si insultano. Vogliono fare innervosire l'avversario, ma vogliono, soprattutto, renderlo furioso, accecato dalla rabbia, finché lui si mette a tirare cazzotti senza fermarsi, e così facendo, presto, si stanca.

La boxe può sembrare uno sport basato sulla rabbia e sull'aggressività. Ma, come sanno bene i pugili, il primo che perde la testa al suono della campana, travolto dalla collera e dall'umiliazione, è quello che finisce per perdere.

Si veda anche alla voce: sbigottimento.

Lutto

Le gambe sono state tranciate da un colpo dietro le ginocchia. I segni sulla schiena mostrano che sono stati fatti tentativi di spezzare in due il torso. Questa scultura di pietra, datata a un periodo tra 26 000 e 22 000 anni fa, raffigura una donna in avanzato stato di gravidanza e quasi di sicuro è stata distrutta intenzionalmente. Come mai ha fatto una così brutta fine?

Una teoria, formulata dagli archeologi che l'hanno riportata alla luce: la scultura fu fatta a pezzi dopo che la donna morì di parto. La rabbia violenta è qualcosa che tutti riconosciamo come parte del tormento del lutto. Non c'è ragione di pensare che i nostri antenati la pensassero in maniera diversa.

Tra tutte le emozioni, la confusione e il dolore del lutto sono così personali, così imperscrutabili, che sembra persino sbagliato parlarne.

«Non c'è bisogno che vi dica in che terribile stato d'animo si trovavano Violet, Klaus e persino Sunny nei giorni successivi», scrive Lemony Snicket nel romanzo Un infausto inizio, che comincia con la morte dei genitori dei protagonisti. «Se vi è successo di perdere una persona molto importante sapete già come ci si sente, e se non vi è mai successo non potete neanche immaginarlo.»

Il dolore degli altri può essere difficile da comprendere pienamente, è vero, ma c'è dell'altro. Se siamo fortunati, un profondo stato di lutto è qualcosa di cui avremo esperienza diretta solo poche volte nell'arco della nostra vita, quindi ci risulterà quasi sempre frastornante, un'emozione per cui non si fanno vere prove generali.

Potremmo provare uno shock debilitante: «Per una settimana, quasi senza parlare, avanzarono come sonnambuli in un universo di afflizione», scrisse Gabriel García Márquez.

Potremmo, come la poetessa Emily Dickinson, trovarci a provare una curiosa fissità, come se tutte le nostre emozioni fossero state interrotte (si veda alla voce: sentimento formale, Un).

Potrebbe arrivare il sollievo per il fatto che una persona malata in fase terminale non sta più soffrendo, gratitudine per il fatto che non dobbiamo più occuparcene (ma questi sentimenti potrebbero portare con sé la vergogna).

Oppure potremmo ritrovarci a fare battute sconce durante la veglia funebre, o potremmo cadere preda di un attacco di risatine isteriche durante la cremazione. Per molte persone, questo eccesso di emozione è una forma di liberazione comune, anche se non sempre vista di buon occhio.

Tra i Koma del Ghana settentrionale, tuttavia, è considerato una tradizione che i bambini ridano e scherzino al funerale dei loro nonni, prendendosi gioco dei riti funebri – e arrivando a tentare di rapire la salma – perché il loro comportamento offre qualche momento di “alleggerimento comico” al resto dei partecipanti.

In verità, però, quando termina il funerale il lutto è appena iniziato.

Nel suo libro Diario di un dolore, C.S. Lewis raccontò la «sensazione di perenne provvisorietà» provata nei mesi e addirittura negli anni successivi alla morte della moglie Joy. L'uomo era invaso dall'irrequietezza. «A che scopo cominciare qualcosa? Non ne vale la pena. Mi è impossibile star fermo. Sbadiglio, cincischio, fumo troppo.»

Ci sono molte abitudini – e molte aspettative – che vanno riconfigurate quando una parte della nostra vita ci viene di colpo levata da sotto i piedi. Lewis rimase in attesa che accadesse qualcosa. «Sto cominciando a capire come mai il lutto e la suspense siano tanto simili», scrisse.

Se di suspense si tratta, è costellata di sentimenti più duri: la rabbia e l'amarezza dell'essere stati abbandonati; la maniera in cui ci può capitare di rimproverare noi stessi per il contributo che abbiamo dato alla nostra infelicità – se solo non gli avessimo voluto bene, pensiamo, o se perlomeno gliene avessimo voluto in modo meno forte.

E poi il dolore ricomincia da capo, i ricordi come una fitta. Il guizzo di un'ombra dentro lo specchio, il rumore immaginario di una chiave che gira nella toppa, l'attesa di una telefonata che non arriva mai.

Nel lutto, la perdita di una persona amata ci perseguita come un fantasma. Per i due anni successivi alla morte della moglie Bella, i quadri di Marc Chagall hanno un tema ricorrente. L'artista emerge da uno sfondo oscuro, mano nella mano con la sua sposa fantasma: lei si rivolge a lui, che sorregge il suo corpo fiacco. Se alcuni vedono una simile ossessione come l'ostinato rifiuto di “andare avanti”, quelli che sono nella morsa della perdita possono arrivare a chiedersi se i loro fantasmi troveranno mai pace.

Eppure, nonostante possa sembrare un'emozione singolare e solitaria, il lutto ha tradizioni da rispettare come fossero un copione teatrale, con didascalie – diverse da una cultura all'altra – che ci guidano attraverso le azioni previste.

Secondo il Sahih Muslim, un libro di precetti o hadithattribuiti al Profeta Maometto e raccolti nell'VIII secolo d.C., le persone in lutto possono piangere gli scomparsi. Ma è proibito gridare in maniera convulsa, prendersi a schiaffi sulle guance e stracciarsi gli abiti, perché «il defunto è straziato nella sua tomba quando ci si dispera in tale modo».

Per contrasto, nelle settimane dopo la morte della principessa Diana nel 1997, il tradizionale riserbo britannico sembrava lasciare spazio a una nuova era di emotività. Alcune delle persone che restavano indifferenti, o che trovavano stucchevoli e sentimentali tutti quegli orsacchiotti e quei fiori lasciati fuori Kensington Palace, dissero di sentirsi a disagio per la propria reazione, come se il loro fosse un ostinato rifiuto di partecipare al lutto. Come ha detto la studiosa Jacqueline Rose, era tutto «talmente coercitivo – non solo bisognava essere in lutto, ma bisognava mostrarsi mentre si era in lutto».

Rituali simili non determinano soltanto come il lutto andrebbe vissuto, ma anche come dovrebbe svilupparsi.

Parliamo di diversi “stadi” del lutto. Per primo c'è il rifiuto. Poi arrivano la rabbia, il patteggiamento, la depressione. Alla fine arriva l'accettazione – che spesso viene spacciata per “conclusione”. Questo modello – le “cinque fasi dell'elaborazione del lutto” – può essere fatto risalire alle ricerche svolte dalla psichiatra svizzera Elizabeth Kübler-Ross nei tardi anni sessanta, anche se i suoi studi non si basavano sul lutto legato a una perdita, ma sull'osservazione di persone che stavano affrontando direttamente una diagnosi di malattia terminale (si veda alla voce: euforia).

Potremmo chiederci quanto sia davvero utile questo rigido modello, con le sue fasi progressive (la stessa Kübler-Ross non ne era troppo sicura). Per molti di noi, passare dal rifiuto all'accettazione è una questione di alti e bassi. Per altri, il lutto è un cerchio senza fine, qualcosa che non “superiamo” mai, non veramente – anche se impariamo a conviverci. «Non ne esci come un treno esce da un tunnel», ha scritto Julian Barnes. «Ne esci come un gabbiano esce da una macchia di petrolio. Sei incatramato e coperto di piume per il resto della tua vita.»

Si veda anche alla voce: tristezza.

Sentimento formale, un

A volte le esperienze più dolorose ci lasciano stranamente freddi e un pochino meccanici.

La poetessa Emily Dickinson lo definiva «un sentimento formale»; il cuore sembra rigido e indifferente, le emozioni circospette e cerimoniose. «Questa è l'ora di piombo», scriveva Dickinson. Ma, ci rassicura lei, passerà anche questa. Prima c'è «il gelo», scriveva; «poi lo stupore – poi l'abbandono».

Si veda anche alle voci: lutto; tristezza.

Umiliazione

Nella primavera del 1863 Abraham Lincoln dichiarò ufficialmente che il 30 aprile avrebbe dovuto essere segnato sul calendario come «un giorno di umiliazione nazionale». L'America, secondo lui, era diventata «ubriaca del suo ininterrotto successo […] troppo autosufficiente […] troppo orgogliosa». La guerra civile che aveva funestato la nazione era stata la punizione di Dio per questa arroganza. Solo la penitenza, il digiuno, la preghiera, e un senso collettivo di umiltà avrebbero potuto prevenire l'insorgere di atrocità simili in futuro.

In pochi desideriamo essere umiliati a intervalli regolari – a meno che, naturalmente, non siamo noi a chiederlo e non ci siano di mezzo fruste e catene.

Per la maggioranza di noi, l'umiliazione è qualcosa di sgradito, una punizione invece di qualcosa che viene attivamente ricercato. Come l'imbarazzo, l'umiliazione va in scena di fronte a un pubblico; come la vergogna, ci fa venire voglia di scomparire.

Ma di primaria importanza all'interno dell'umiliazione è la claustrofobia che la accompagna, la sensazione di essere intrappolati in una posizione sminuente. Succede quando siamo l'oggetto del disprezzo di qualcun altro; quando nel cortile della scuola tutti ridono del vostro apparecchio ai denti, o quando scoprite che tutto il paese era al corrente della relazione clandestina del vostro partner prima di voi.

Quindi, quando parliamo di “sentirsi umiliati” al giorno d'oggi, stiamo parlando di un profondo senso di degradazione – che spesso è l'inizio di un ciclo di rappresaglie pericolose. Secondo Kofi Annan, Premio Nobel per la pace ed ex segretario generale delle Nazioni Unite, «tutto quanto c'è di crudele e brutale, anche il genocidio, comincia con l'umiliazione di un singolo individuo».

È per questa ragione che l'umiliazione è stata chiamata “la bomba atomica delle emozioni”: alimenta un desiderio di vendicarsi ad ogni costo (si veda anche alla voce: risentimento).

Siamo molto lontani, insomma, dal “giorno di umiliazione nazionale” proposto da Lincoln, con il suo invito a ridurre un orgoglio pericoloso. All'epoca del discorso, in alcune comunità cristiane i fedeli venivano incoraggiati a compiere atti di penitenza rituali, che potevano comprendere il vagare per strada indossando tele di sacco e con il capo cosparso di cenere, oppure il mangiare bocconi di pane raffermo mentre gli altri si godevano pasti elaborati. L'umiliazione rendeva le persone modeste e rispettose, e ricordava loro quale fosse la destinazione finale – in latino, il prefisso di humiliare è humus (terra).

La pratica dell'umiltà fa ancora parte di molte religioni del mondo. Ad esempio, il giainismo, con il suo impegno alla non violenza radicale, ricorda ogni giorno ai fedeli che sono uguali a tutte le altre creature viventi.

Rinunciare alla nostra superiorità non è sempre facile, però. Forse fu dopo l'aver tentato, con alterni risultati, di imporre l'umiltà ai suoi confratelli che l'abate francese del 12° secolo Bernardo di Chiaravalle arrivò ad avvertire il prossimo: «Molti di coloro che vengono umiliati non diventano umili. Alcuni reagiscono […] con violenza».

È difficile stabilire il momento esatto in cui umiliazione e umiltà sono diventate due cose tanto diverse.

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti», recita l'articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948), e l'articolo 5 precisa che «nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti». Umiliare deliberatamente un prigioniero è visto come una grave violazione dei suoi diritti umani.

Ma l'invito ad essere umili? Quello, da un certo punto di vista, è tornato di moda, anche se continua a provocare rabbia.

Una richiesta che spesso si vede fare sui blog e su Twitter, riassunta nella frase “check your privilege” (pensate ai vostri privilegi prima di discutere), è stata oggetto di critica perché considerata una forma di repressione del libero dibattito. Ma forse, pensando allo spirito con cui la frase era stata intesa, si tratta di un invito a mettere in pratica un certo tipo di umiltà, ammettendo che la nostra felicità e i nostri successi possono essere dovuti in parte a fattori come la classe sociale, la famiglia, il gender, la razza, il paese di residenza e la fortuna, tanto quanto al nostro duro lavoro.

Questa non è l'untuosa, insinuante umiltà di Uriah Heep in David Copperfield (che ripeteva «Sono sempre stato molto umile») o la falsa modestia di una persona famosa: è l'ammissione che le cose belle della nostra vita non dipendono soltanto da noi, ma anche da altre persone.

Si veda anche alle voci: gratitudine; malu.

Tratto dal libro:

Atlante delle Emozioni Umane

156 emozioni che hai provato, che non sai di aver provato, che non proverai mai

Tiffany Watt Smith

Tiffany Watt Smith attraversa storia, antropologia, scienza, arte, letteratura e musica in cerca delle espressioni con cui le culture di tutto il mondo hanno imparato a definire le proprie emozioni.

Di parola in parola veniamo risucchiati nel caleidoscopio di un libro divertente, colto e curioso, metà enciclopedia e metà atlante, che mentre mappa le differenze affettive tra i popoli ci ricorda che nell'universalità di ciò che proviamo ci scopriamo uguali

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Tiffany Watt Smith

Tiffany Watt Smith, storica culturale, dal 2012 insegna Culture of Sleep presso la School of English and Drama all’università Queen Mary di Londra. Attualmente è ricercatrice presso il Centre for the History of the Emotions, dove si occupa di indagare la storia dell’imitazione compulsiva:...
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