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Estratto da "Migliora la Vista del Tuo Bambino in modo Naturale con il Metodo Bates"

di Giorgio Ferrario 4 mesi fa


Estratto da "Migliora la Vista del Tuo Bambino in modo Naturale con il Metodo Bates"

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Quando nasciamo siamo già in grado di vedere? A quale età si diventa capaci di farlo? Esistono tappe evolutive negli esseri umani che caratterizzano lo sviluppo della funzione visiva?

Domande che molti genitori ed educatori si pongono... per lo meno quando diventano tali. Domande a cui oggi è sempre più semplice rispondere. Se non acquisendo dati attraverso una formazione accademica, è sufficiente recarsi in una libreria e leggere libri al riguardo, oppure possedere una connessione internet e qualche nozione di base sul “come cercare ciò che serve”, per farsi un’idea di massima al riguardo. 

 

Indice dei contenuti:

Lo sviluppo della vista

Di seguito provo a raccogliere per voi ciò che conosco al riguardo e a metterlo in relazione con ciò che diceva il dottor Bates, con ciò che si è potuto comprendere grazie a ricerche più recenti, e con ciò che ho potuto sperimentare direttamente nei decenni di insegnamento del metodo, allo scopo di permettervi di comprendere, teoricamente per lo meno, come la vista ha inizio e si sviluppa negli esseri umani.

Non farò riferimento a quanto risiede nei nostri ricordi in relazione allo sviluppo della vista, non solo perché probabilmente molti fra noi non possiedono una vista perfetta, quindi forse è meglio non attingere a queste esperienze, ma semplicemente perché nessuno di noi ricorda come ha imparato a vedere.

Non sto scherzando. Il fatto è che in qualche modo vediamo, ma non sappiamo come, e neppure sappiamo se lo abbiamo appreso o se già faceva parte delle nostre capacità intrinseche.

Ogni volta che incontreremo un concetto che ritengo interessante comprendere nel dettaglio, vi indicherò di farlo nel Capitolo 12 “Approfondimenti”. Farlo qui significherebbe aprire una finestra che interromperebbe il ritmo della lettura. Terminate prima il capitolo che state leggendo, quindi esaminate in profondità il concetto nel Capitolo 12.

Dalla nascita passo per passo

Ecco allora in sintesi cosa accade alla nostra vista dalla nascita in poi. Contrariamente a quanto molti credono, il bambino appena nato è già in grado di usare alcune competenze visive. Queste abilità sono però ancora molto limitate; migliorano rapidamente nelle prime settimane di vita, contemporaneamente allo sviluppo di occhi, retina, nervi, cervello e connessioni tra le varie strutture.

SI, perché la vista è una funzione complessa in cui gli occhi rappresentano solo una piccola parte del tutto, quindi il suo miglioramento coinvolge tutte le componenti che la costituiscono, non solamente gli occhi. Ma lo vedremo meglio più avanti.

ALLA NASCITA

Alla nascita il bambino è in grado soprattutto di fissare oggetti o figure con molto contrasto, ad esempio grosse strisce bianche e nere.

ATTORNO AI 2-3 MESI

Attorno ai 2-3 mesi, la vista dei bimbi consente loro di interessarsi a forme colorate più complesse.

Sempre a questa età i bimbi maturano anche una prima capacità di convergere lo sguardo e di mettere a fuoco un’immagine posta a breve distanza dagli occhi.

Molti bimbi trascorrono infatti molto tempo a osservare le proprie mani; questa è la distanza alla quale riescono ora a vedere qualcosa in modo sufficientemente distinto.

DAL QUARTO AL SESTO MESE

Attorno al quarto mese, i bimbi dimostrano sempre maggiore interesse verso l’ambiente visivo che li circonda. Risultano attratti da oggetti in movimento che cominciano a percepire e differenziare fra loro. Il concetto del “differenziare” è molto importante e lo analizzeremo meglio nel Capitolo 12 “Approfondimenti”.

La capacità di differenziare migliora ulteriormente nel periodo successivo e, attorno ai 6 mesi, i bimbi sono in grado di riconoscere e seguire oggetti più piccoli fino a una distanza di 1 metro e mezzo circa.

A 2 ANNI

Arriviamo così ai 2 anni, età alla quale i bimbi avranno ulteriormente migliorato la loro capacità di vedere oggetti sempre più piccoli e aumenterà anche la distanza alla quale sono in grado di percepirli.

Contestualmente sarà migliorata anche la loro capacità di vedere lateralmente e le abilità così acquisite non saranno molto differenti dalle caratteristiche dei bimbi di qualche anno più grandi.

La loro vista continuerà a migliorare nel tempo (personalmente ritengo non esista realmente un limite di età oltre al quale ciò non sia più possibile) ma non di tantissimo.

Genetica e stimoli ambientali

Ma il miglioramento delle loro abilità visive si limita a un apprendimento più corretto in relazione alla capacità visiva o succede anche altro?

Vi anticipo io la risposta, succede anche altro. Addirittura, le diverse stimolazioni ambientali, che agiscono sempre in base a condizioni e programmi genetici già registrati in ognuno di noi (i nostri bimbi non potranno mai sviluppare una vista da pesce o da mosca, perché nei loro DNA sono registrati i percorsi visivi degli esseri umani), plasmano e modificano anche la materia fisica del nostro organismo... degli occhi e del cervello in questo caso specifico; per deduzione io aggiungo che modificano anche i nostri meccanismi mentali, se consideriamo in modo distinto la mente (componente più eterica) e il cervello (componente più fisica e materiale).

Con il trascorrere del tempo, a livello cerebrale ad esempio, partendo da un tessuto proliferativo indifferenziato, il sistema nervoso si sviluppa specializzando sempre più i neuroni e posizionandoli appropriatamente nei diversi circuiti, pur lasciando loro una certa dose di plasticità.

A livello retinico si viene a creare un sistema magnocellulare che non discrimina i colori ma le forme in movimento, e un sistema parvocellulare che, al contrario del primo, discrimina forme e colori.

Il sistema magnocellulare è filogeneticamente più antico ma, nelle specie più evolute come l’uomo, è il secondo a prevalere e, addirittura, a inibire l’azione del primo (succede in tutti gli esseri umani, soprattutto in chi ha difficoltà visive, in chi indossa lenti o occhiali, in chi ha subito interventi di chirurgia refrattiva), con tutto ciò che comporta (lo vedremo meglio nei capitoli successivi).

Lo sviluppo delle strutture nervose attinenti alla funzione visiva avviene già durante la vita intrauterina. Prima della nascita, lo stesso è mediato da fattori solo genetici, dice la scienza, mentre dopo la nascita i fattori genetici continuano a determinarne lo sviluppo in collaborazione però con gli stimoli ambientali.

In pratica, si dice che la predisposizione genetica determina lo sviluppo della nostra vista dal concepimento alla nascita, mentre dopo la nascita anche i fattori ambientali sono in grado di influenzarne il percorso di sviluppo.

Personalmente ritengo che, come ipotizzato anche in ambito neuro-scientifico, gli stimoli ambientali esterni alla vita intrauterina rivestano un’importanza rilevante anche nello sviluppo delle nostre capacità visive. Essendo ipotizzabile che la centralina di controllo di tutti i canali sensoriali sia la medesima per tutti i sensi, risulta possibile influenzare ed educare uno dei nostri sensi agendo sugli altri o anche su uno solo degli altri.

Questo è quanto sostiene Daniel Stern, e che io ho potuto osservare durante i miei corsi di educazione visiva con il suono. In pratica, se durante la vita intrauterina le stimolazioni visive sono scarse e comunque sempre filtrate dagli strati di pelle e tessuti addominali della mamma, il suono seppur filtrato raggiunge il feto e lo plasma, anche dal punto di vista visivo.

Vista e ambiente

L’occhio dei neonati è solo più piccolo (16 mm contro i 24 mm di un adulto) ma l’apparato diottrico (cornea, cristallino) è perfettamente maturo per una corretta rifrazione e focalizzazione. Inoltre è già presente una corretta e bilanciata armonia fra cornea, cristallino e lunghezza assiale.

Lo sviluppo della struttura nervosa dell’occhio, ossia la retina, risulta invece ancora incompleto.

L’area dell’occhio occupata dalla retina alla nascita è circa la metà di quella di un adulto. La stessa si espande assottigliandosi ai bordi.

Anche la fovea, la porzione centrale della retina che ci permette di vedere in modo nitido, risulta essere ancora visivamente immatura. I coni, le cellule che permettono la nitidezza visiva, sono ancora tozzi, corti e meno compatti rispetto a ciò che diverranno più avanti.

Da 0 a 4 anni l’area della fovea si dimezza rispetto alla nascita, il numero dei coni resta invece costante e quindi la loro concentrazione semplicemente raddoppia.

Dopo i 4 anni si assisterà a una vera e propria migrazione di elementi cellulari verso la fovea, tale da raddoppiare il loro numero all’interno di quest’ultima.

Tutti questi sconvolgimenti strutturali sono determinati dalle stimolazioni ambientali e possono avvenire correttamente solo quando le stesse sono corrette e continue.

Deprivazioni di stimoli ambientali creano, fra l’altro, uno scorretto sviluppo retinico e insufficienti abilità visive, come ho purtroppo personalmente osservato in alcuni bambini che hanno trascorso in orfanotrofio i primi mesi della loro vita. Bimbi che hanno trascorso i primi mesi di vita in lettini dove i soli stimoli visivi erano rappresentati dal soffitto del locale che li alloggiava e, solo per brevi istanti, dal viso di chi li nutriva, hanno spesse volte manifestato un insufficiente sviluppo retinico a cui si sono adattati con una vista insufficiente, o con problematiche visive ancora più serie (strabismo, nistagmo ecc.).

Quando, al contrario, tutto procede correttamente, le magnocellule maturano prima delle parvocellule, ovvero la visione periferica si sviluppa prima di quella centralizzata.

Tra i 6 mesi e i 2 anni si completa la mielinizzazione, ovvero la maturazione del sistema nervoso centrale, e tra i 3 e i 4 anni si completa lo sviluppo della fovea, permettendo una vista pressoché normale, se anche lo sviluppo delle vie corticali superiori si è svolto secondo quanto Natura ha previsto. Di norma la corteccia visiva, ad esempio, aumenta di 4 volte la propria dimensione e si stabilizza fra il quarto ed il sesto mese di vita.

E inoltre fondamentale che nell’ambiente attorno a noi non esistano fattori che possano impedire alla nostra capacità visiva di svilupparsi e completarsi correttamente.

Ricordiamoci poi che i bambini “assorbono” tutto ciò che sta loro attorno e lo interiorizzano inconsapevolmente come modello a cui adattano le loro caratteristiche potenziali. Se nel loro ambiente le persone hanno difficoltà visive, se indossano occhiali, se portano lenti a contatto o se hanno subito interventi di chirurgia refrattiva per la correzione delle loro difficoltà visive, di fatto mantenendo le loro errate, quanto inconsapevoli, abitudini visive, è molto probabile che anche loro sviluppino vizi di rifrazione diversi, limitando così gli effetti positivi dello sviluppo realizzato.

Vedi il Capitolo 12 “Approfondimenti”, dove analizzeremo meglio questo aspetto concettualmente fondamentale, non solo per la vista.

Per concludere circa lo sviluppo del sistema visivo, va precisato che attorno ai 4-5 anni si completa lo sviluppo dell’occhio e delle strutture cerebrali che fanno parte della funzione visiva mentre, biologicamente parlando, in oculistica si dice che la funzione visiva raggiunga una stabilizzazione attorno ai 9-10 anni di età.

Successivamente, alcuni protocolli medici escludono la possibilità di interferire con la condizione che si è venuta a creare fino a quel momento.

Ora a mio parere sono due le osservazioni che dovremmo ricavare da questi assunti medici.

  • La prima è relativa all’importanza che assumono gli stimoli corretti, anche visivi, nello sviluppo del canale sensoriale più importante (assieme all’udito) degli esseri umani.
  • La seconda annotazione è che i protocolli medici a volte tengono maggiormente in conto i dati economico-finanziari che non la realtà dei fatti legata alla plasticità del nostro cervello... e anche della nostra mente. Intendo dire che organizzare percorsi preventivi di educazione visiva per i bimbi che vedono bene, e percorsi riabilitativi successivi alla manifestazione della difficoltà visiva, ha un costo e implica l’ammissione di un certo livello di ottusità, o comunque di una scarsa ampiezza di vedute, che rende complesso ipotizzare la loro realizzazione.

Come dimostrato concretamente da diversi medici, la funzione visiva, che dovrebbe aver raggiunto un punto di stabilità attorno ai 10 anni, può essere modificata e migliorata anche successivamente.

Ho lavorato, e lavoro, spesso con persone non più giovanissime, con difficoltà visive diverse, anche vere e proprie patologie del sistema visivo, e ho sempre potuto osservare un miglioramento delle loro capacità visive attraverso le pratiche del metodo Bates.

Per i bimbi sotto i 10 anni il cambiamento è più semplice da realizzare perché maggiore è la plasticità di cui dispone il loro sistema visivo; tuttavia, per gli adulti e i “diversamente giovani”, la motivazione che li porta ad avvicinarsi al metodo Bates è talvolta così forte, o quasi obbligata, che spesso permette la realizzazione di veri e propri miracoli.

Detto (e ribadito) che non esiste un’età oltre cui le pratiche del metodo Bates non sostengono e non favoriscono più il miglioramento della situazione visiva, concentrandoci sulla vista dei bambini possiamo notare che molta della loro capacità di vedere dipende dall’ambiente e da noi adulti che stiamo loro attorno, mentre una parte la si deve attribuire alle predisposizioni genetiche che li caratterizzano.

Le domande che dovremmo porci sono semplici.

  • Se ci sono bimbi che hanno difficoltà visive, li “limitiamo” dietro agli occhiali da quando la loro difficoltà viene conclamata perché hanno più di 10 anni e perché la conformazione delle strutture coinvolte nella vista si è ormai stabilizzata?
  • Se i bimbi con difficoltà visive hanno meno di 10 anni li “imprigioniamo” dietro agli occhiali perché la loro motivazione non è tale da consentire un lavoro finalizzato a modificare la loro capacità di vedere?
  • Se abbiamo a che fare con bimbi che hanno subito deprivazioni sensoriali nei primi mesi di vita, li abbandoniamo a un uso costante e perenne di occhiali per vedere?

Insomma, le condizioni di partenza di ogni bimbo che lamenta difficoltà visive sono così tante che non posso riportarle, e neanche immaginarle, tutte. Ma comunque, è sempre possibile ipotizzare un corretto percorso di Educazione Visiva con il metodo Bates.

Percorso che di norma viene escluso dai protocolli medici perché, come accennavo sopra, le risorse economiche non lo consentono... e a volte, secondo me, perché risulta più semplice mantenere il sistema conosciuto che ammettere i limiti dello stesso e prendersi la responsabilità di modificarlo.

Il percorso educativo corretto

È evidente che l’approccio ideale per un corretto e sano lavoro di Educazione Visiva è precisamente quello “educativo”. Iniziare un adeguato lavoro educativo con bimbi che vedono normalmente bene, la cui vista si sta ancora sviluppando, allo scopo di fornire loro tutti gli stimoli di cui necessita la funzione visiva per svilupparsi correttamente, è la strada migliore da perseguire.

Avviare un percorso educativo già a livello della scuola materna, se non prima ancora, con trainer di metodo Bates preparati, che sappiano insegnare a genitori ed educatori come seguire lo sviluppo visivo dei propri bimbi senza timore e con competenza, è quanto di meglio si può fare per preservare la vista dei bambini. E ciò che da anni cerchiamo di fare nelle scuole primarie e secondarie di primo grado grazie a SOPHIE, la nostra Associazione di Promozione Sociale, con il progetto “Vista Sana nelle Scuole”.

Un breve percorso di conoscenza per i docenti delle scuole italiane in modo che loro apprendano come gestire al meglio la vista dei loro giovani studenti aU’interno degli insegnamenti scolastici obiettivo della loro missione educativa. E, sempre tramite SOPHIE, ci rivolgiamo ai genitori, già tali o prossimi a esserlo, con corsi dove possano apprendere nozioni fondamentali sulla vista dei loro figli.

Insomma, la possibilità di fare qualcosa di positivo per la vista dei bambini esiste concretamente. Se non si riesce ad agire preventivamente, ci si può sempre rivolgere alle proposte del metodo Bates per intervenire su situazioni visive già compromesse, allo scopo di stimolare l’intero sistema visivo a un corretto e naturale funzionamento senza sforzo, base imprescindibile per poter vedere bene.

Per saperne di più sulle possibilità esistenti in Italia, vedi il Capitolo 12 “Approfondimenti”.

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